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Quando il Cammino chiama. Seconda puntata.

Quando mi svegliai ero l’ultima. Dio solo sa come, non avevo sentito niente di niente, fatto sta che tutti gli altri pellegrini, a esclusione della sottoscritta, avevano levato le tende. “Accidenti!”, mi misi in piedi

Quando mi svegliai ero l’ultima. Dio solo sa come, non avevo sentito niente di niente, fatto sta che tutti gli altri pellegrini, a esclusione della sottoscritta, avevano levato le tende. “Accidenti!”, mi misi in piedi velocemente e quasi persi l’equilibrio. Era stata una notte insonne, a causa del ronfare di quel maledetto minuscolo nipponico ero stanchissima. Raccattai la mia roba. Scesi di sotto, feci una doccia veloce. Che miseria, manco c’avevo un asciugamano. L’asciugamano è tutto quando si viaggia. Dovetti usare una maglietta per asciugarmi. “Sono già andati via tutti?” Amber stava facevo ordine giù nella sala comune, in attesa dei nuovi pellegrini che sarebbero arrivati tra poche ore “Praticamente. Penso che i due irlandesi siano ancora in giro, forse al bar a fare colazione. Ieri ci siamo fatti fuori mezzo bar o giù di lì. Tutti gli altri se ne sono andati almeno un paio d’ore fa. Che mal di testa. Mai, mai bere con degli irlandesi”. Parli del diavolo e spuntano le corna: mi stavo allacciando i lacci delle scarpe, quando i due omaccioni entrarono. Se Amber quella mattina era persino più a pezzi di me, con il mal di testa da sbornia e quelle occhiaie scure sotto gli occhi, loro invece erano un fiore. Salutai Amber con un abbraccio, si raccomandò che prendessi qualche nespola con me come merenda e ricevetti un altro incoraggiante “Bom Camino”. Immagino, con tutto il suo buon cuore, che non ne potesse più di averci in mezzo ai piedi. Gli irlandesi erano tornati a prendersi gli zaini “How is the head, sweetie? sbottò uno dei due e ridacchiarono tra il serio e il faceto; Amber ricambiò con uno sguardo stralunato che già parlava da sé. I due stavano per mettersi in marcia. Ebbi giusto il tempo per immaginare la noia se avessi passato un’altra lunga giornata a camminare da sola, e prima che potessi anche solo architettare tale pensiero, venne da solo “Posso camminare con voi?”. Si guardarono sorpresi, forse anche un po’ lusingati, io pregavo solo che mi dicessero di sì “Certo, darling. Sei pronta? Noi stiamo andando”, per non perdere l’occasione mi fiondai fuori dall’albergue.

 

 

“Io sono Paddy, lui è Brian” indicò prima se se stesso, e poi l’amico più giovane. Erano in pensione da poco, e più o meno c’avranno avuto la stessa età, se non che Paddy dimostrava qualche anno di più dell’altro, che ancora poteva vantare capelli bruni; i ventri gonfiati da anni di dedizione alla Guinness invece erano gli stessi. Anche se allora non lo sapevo, c’erano delle formule prestabilite per attaccare bottone con un altro pellegrino e rompere il ghiaccio, che usarono con me “È il tuo primo Cammino?” “E l’altro qual era?” “E quanto pesa il tuo zaino?” “E da dove hai iniziato?” “Sei da solo o in compagnia?” “A che albergue pensavi di fermarti?”, che magari uno inesperto pensa che si facciano solo chiacchierate profonde; raramente ho sentito chiedermi “E perché fai il Cammino?” “Sei religiosa?” “Che ragione ti ha spinto a farlo?” e tutte quelle conversazioni che ci stanno bene forse sulle pagine di un libro, ma di non certo nella vita reale che è fatta solo di battute terra terra. Paddy e Brian non erano al loro primo, bensì al loro sesto cammino, che già avevano percorso il Francese, il Primitivo, l’Aragonese, l’Inglese e la Via della Plata, facevano coppia da quando si erano conosciuti durante il loro primo, il Francese, i loro zaini erano a ogni pellegrinaggio più leggeri e meglio equipaggiati, avevano cominciato quello a Lisbona come me e decidevano giorno per giorno dove fermarsi secondo quello che la guida diceva loro. Per quanto riguarda la ragione, quella profonda, quella esistenziale, che li spingeva a farlo, ne derivai dalla loro ciarla che fosse un’intelligentissima mossa strategica per prendere un po’ d’aria dalle loro belle signore a casa e farsi qualche birra in pace al bar. E chi gli dava torto. Paddy e Brian avevano un’andatura molto più spedita e decisa della mia, che trottavo ancora riconoscente subito dietro a loro, ora pensando meno ai chilometri che c’erano da fare e al peso greve della mia sacca. “Stai bevendo? Devi bere. Bere di più. Bere è tutto durante il Cammino. Non puoi mica rimanere disidrata, che poi ti senti stanca e ti vengono i crampi alle gambe o magari ti prende una calura che poi non ti passa più. Ce l’hai una bottiglia una bottiglia d’acqua vero? Jaysis, non ce l’hai! Ecco, toh tieni la mia, e bevi per l’amor del cielo. Ti senti meglio, ora? Continua, continua, no te la puoi tenere quella. Poi ci fermiamo a prendere delle altre al primo negozio” bofonchiò Paddy, e ancora mi diedero un altro centinaio di consigli con fare paterno, tanto mi avevano preso a cuore come se fossi figlia loro. L’ossessione per l’acqua, anche quello scoprì immediatamente, era nota distintiva  dei pellegrini. Acqua era decisamente la parola più citata durante il pellegrinaggio, e vinceva con grande scarto su tutte le altre parole, sulla parola Santiago con un quindici a uno e sulla parola Dio con almeno un cento a uno.

 

 

Camminammo, camminammo e camminammo. Ora chiacchierando, ora bevendo, ora scherzando, ma sempre, irrimediabilmente, fatalmente, camminando, fino a che non ci imbattemmo nella donna tedesca con lo sguardo perduto e il fare insicuro che aveva alloggiato al nostro stesso albergue. Doveva essersi incamminata almeno un paio d’ore prima di noi, e se l’avevamo raggiunta era solo perché il suo incedere era lento e discontinuo come quello di chi non è abituato a marciare, tutt’altra cosa dal ritmo nostro, o meglio loro. “Posso aggiungermi a voi?” Paddy e Brian si guardarono di nuovo, meno lusingati questa volta, che razza di giornata era quella in cui continuavano a raccattare pellegrine inette per strada “Certamente, la strada è la stessa no?” risposi io sorridendo, senza aspettare il loro assenso, del resto che puoi rispondere, mica dici no. Rosa camminò insieme a noi. I due uomini di buona lena in fronte a noi, passo spedito e per lo più in silenzio, e io con Rosa, che se l’inglese non lo masticava granché, in compenso aveva un italiano quasi fluente e quando non le veniva la parola giusta passavamo al tedesco, e così si andava dal tedesco all’italiano, dall’italiano al tedesco senza essere troppo puntigliosi, insomma, bastava capirsi. Faceva caldissimo, ormai era quasi mezzogiorno. Tappa al un bar locale, dove mangiammo il frugale panino prosciutto e formaggio, un must del Cammino, e poi un giro di caffè. “Dammi la tua credenziale. Ti faccio mettere un timbro. Guarda, lasciamela pure, così ogni volta che ci fermiamo te ne faccio fare uno. E poi dovrai fare così, devi fartene mettere più che puoi, ogni albergue, ogni chiesa, ogni bar, ogni punto di ristoro” mi disse, sempre Paddy. “Quanto pesa il tuo zaino?” mi chiese invece Brain guardandolo con sospetto “Troppo. Non lo so precisamente, ma mi pesa da morire, è che non sapevo di partire e non mi sono preparata come vi accennavo, comunque sia il prima possibile voglio trovare un ufficio postale e mandare un po’ di roba a casa. È troppo pesante, ho la schiena che mi fa male, e le gambe pure. Anzi, chiedo ora a quello del bar. Perdona. Sai dove posso trovare un ufficio postale?” intanto Brian che stava tentando di sollevarlo, fece una smorfia di incredulità e a ruota lo seguirono gli altri due, ““Hoje você não pode, hoje você não pode. È festa nazionale” mi sentii rispondere mentre l’ometto scuoteva la testa vigorosamente. Maledizione, oggi non me la sarei cavata e intanto rimpiangevo di non esserci andata quando mi trovavo a Lisbona. Ci facemmo fare i timbri e riprendemmo a camminare.

 

 

Camminammo, camminammo e camminammo. E intanto Rosa, con i suoi bruni ricci così piccola così delicata, nonostante l’età era come un uccellino che non aveva mai messo fuori il becco dal nido, me la raccontava. Aveva un argomento principe del quale mi parlò tutto il tempo: suo figlio Raffaele. Raffaele era stato ammazzato a colpi di proiettili nell’attentato terroristico a Parigi mentre si trovava a mangiare al ristorante con degli amici. Di Raffaele conobbi vita, morte e miracoli. Era un architetto talentoso, parecchio di successo, che aveva lavorato per lo studio di Renzo Piano là a Parigi, un bel ragazzo che si faceva voler bene da tutti. Così diceva Rosa, e le credevo, anche se ogni scarrafone è bello a mamma sua. A detta di sua madre, ora Raffaele aveva smesso di fare l’architetto per fare l’angelo lassù, e così recitava lei “Il mio Raffaele, il mio amato Raffaele”. Ogni passo che Rosa faceva, pronunciava il suo nome, Raffaele, con gli occhi che non smettevano mai di essere umidi “Lo faccio per lui sai, per lui, perché sappia che lo penso tanto anche ora che se ne sta lassù, lo faccio perché trovi la pace. Quanto mi manca il mio bambino. Il mio Raffaele me lo diceva sempre, mamma devi andartene in giro un po’ di più che la vita è breve, dura poco, raggiungimi qui vieni a vedere a Parigi, mamma lasciami andare che poi ritorno ma intanto il mondo lo voglio vedere. E c’aveva ragione, Raffaele, a viaggiare, a fare le cose come le faceva lui, anche se l’ho capito solo dopo che gli hanno sparato, che ha vissuto poco ma ha vissuto più di me, il mio bambino, il mio Raffaele”. Io ascoltavo, anche se a quel punto le parole di Rosa erano ancora più pesanti della mia sacca. E intanto Paddy e Brian continuavano, per lo più tacendo, senza poterci capire tra l’italiano e il tedesco, sempre un poco più avanti di noi, con il passo spedito e i pensieri solo nelle mente. Io e Rosa ogni tanto ci fermavamo, quando non si parlava di Raffaele discutevamo della flora che v’era intorno, là le nespole là l’albero di pepe selvatico, bastava un minuto che gli altri erano già dieci, o venti metri più in là, e allora lasciavamo perdere e camminavamo un po’ svelte. Intorno a noi il paesaggio mutava velocemente, entravamo in una cittadina, ve ne uscivamo, camminavamo su un pontile, subito dopo in mezzo ad un parco, guardavamo gli abitanti condurre la loro quotidianità e poi lungo la strada in cemento, stando attenti alle macchine che sono per i pellegrini un pericolo forse ancora più temuto della disidratazione e soprattutto, camminavamo. Paddy e Brian avevano fretta di arrivare, mi spiegarono anche perché, più di una volta, ma con il loro pesante accento irlandese non ci capii molto, parlavano di un termine, avrebbero dovuto trovarsi in tal luogo un certo giorno perché avevano già prenotato l’aereo e programmavano di prendere un treno e raggiungere Santiago prima del tempo che sarebbero stato necessario se compiuto solo a piedi.

 

 

Con quell’afa ad una certa fummo tutti d’accordo di prendere il treno e saltare una tappa, bruciando gli ultimi otto chilometri che a piedi sarebbero stati almeno un paio d’ore. L’euforia di una concorde pigrizia ci fece sbagliare, e se non quello qualcosa altro, fatto sta che salimmo sul treno sbagliato. Questo non si sarebbe fermato alla nostra stazione: Azambuja. Non lo scoprimmo immediatamente, fu solo quando il controllore squadrò i nostri biglietti con il sopracciglio alzato. Il controllore, grazie a Santiago, era un brav’uomo. Non solo non ci multò, chiamò addirittura il conducente del treno e lo fece fermare facendo eccezione alla nostra fermata. Que boa sorte. Ringraziammo, ci aprirono le porte e saltammo fuori.

 

 

Eravamo a Azambuja. La cittadina era un gioiello incastonato nel tempo, con le casette tutte immacolate e quest’aria iberica che si respirava dappertutto, dove ancora la gente si divertiva con sane tradizioni locali come appendersi alle corna di un toro in corsa. Trovammo l’albergue facilmente, anche questa una casetta bianca e proporzionata. Era ancora chiuso. “Noi c’abbiamo una cosa da fare, dobbiamo andare, tu stai qui a controllare gli zaini intanto, ok?” se ne stettero sul vago, come bambini che volessero fare una marachella e nasconderlo alla madre, e prima che potessi acconsentire i due irlandesi se l’erano squagliata. Sospirai. Rosa era ancora là, ora per fortuna troppo stanca per parlare. In compenso, c’erano altri due pellegrini seduti per terra, di fronte all’albergue, che conversavano in spagnolo o almeno così mi pareva. “Sapete a che ora apre?” finalmente accantonai il mio sgraziato tedesco e attaccai in un più piacevole spagnolo. Solo la donna era spagnola, l’altro era italiano. Capii che si parlavano usando ciascuno la propria lingua nativa, come usavamo fare io e e Rosa, senza essere troppo puntigliosi con la grammatica, bastava capirsi. Parlai solo con la donna, tanto per fare pratica con la lingua, e lasciai in disparte l’italiano. Il volontario, un locale che si occupava del posto da una vita, arrivò. Ci aprì le porte, ci fece sedere alla tavola per sbrigare la burocrazia, controllò i documenti, sborsai altri otto euro, e in cambio lui ci diede un giaciglio e un altro timbro. “Ha mica delle coperte, señor?” il volontario borbottò confusamente scuotendo la testa, lasciandomi indovinare che avrei dovuto soffrire il gelo un’altra lunga notte portoghese. Rimasi seduta a chiacchierare con la spagnola, bionda, atletica e solare, che ciarlava sempre a voce alta con tono squillante, e l’italiano, Adriano, indimenticabile, che sarà stato il più vecchio di tutti, magrolino, proprio secco, con tutti i capelli bianchi, il quale andava talmente di buona lena, ci confessò poi di essere stato campione nazionale di marcia ai suoi tempi, da lasciarci sempre tutti indietro. D’improvviso la spagnola sbottò, come se si fosse sorpresa di non averne accennato prima “C’è un ragazzo americano che devi assolutamente conoscere!  Dico assolutamente! Es lindo y joven! Lindo y joven” e mentre ripeteva quelle tre paroline come un mantra, Adriano non era da meno “È vero! L’americano! Ha ragione. Devi conoscerlo. È bello e giovane. Bello e giovane!” e così continuarono in coro come invasati “Lindo y joven!” “Bello e giovane!” “Lindo y joven!” “Bello e giovane”. Dannazione, volevano davvero accoppiarmi a questo americano. Come se non ne fossi ancora del tutto convinta, senti poco più tardi Adriano borbottare al telefono a suo figlio “Ho incontrato oggi una ragazza italiana molto, molto carina, no no disgraziato, mica fa per te, no no tu non saresti abbastanza per lei, invece qui, c’è un americano bello e giovane, lui si che è adatto a lei, non come te che sei un disgraziato”, rimuginai su quale padre potesse dire al figlio certe considerazioni personali, che tali dovrebbero rimanere, e sorrisi tra me e me. Non era proprio mia intenzione incontrare un giovanotto, per di più bello e giovane, data la mia recente rottura. Per una volta, avevo solo voglia di starmene da sola. Niente da fare, perfino qui in pellegrinaggio.

 

 

Più che fame d’amore, c’avevo fame per davvero. Me ne andai al bar per pranzare, e guarda caso vi trovai i miei papà, come amavano definirsi, a scolarsi un paio di birre. Ecco cos’era la cosa urgente per la quale erano corsi via abbandonandomi con Rosa e gli zaini. Li lasciai alle loro birre e andai a sedermi per conto mio, finalmente per mettere qualcosa sotto i denti che non fosse un altro dannato panino prosciutto e formaggio. Proprio affianco al mio tavolo erano seduti altri due pellegrini, questa volta, sorpresa sorpresa, più o meno della mia età. Mi bastò un colpo d’occhio per indovinare quale fosse il lindo y joven. “Sei americano, vero?” gli chiesi, e lui sorrise divertito, e aveva una fila di denti bianchi, perfetti come in una pubblicità “Sì, come fai a saperlo?” “Niente, niente, ho tirato a indovinare”. Venne la cameriera, ordinai il pranzo. Non ci capimmo. Mangiai un tremendo piatto insapore a base di pesce e verdure: il menù del giorno del pellegrino. Ordinai almeno una buona birra fresca. “E tu di dove sei?” “Italia” “Tu invece?” guardai l’altro ragazzo “Germania”, ovviamente. “Podomo ter mais vinho, per favor?” tentò l’americano con la cameriera “No, no, si dice – podemos ter mais vinho, por favor” lo corressi prontamente ridacchiando di lui.  E tra me e me pensai “Questi americani”. Non ricordo come, ma da quella mia correzione finimmo in un abisso di divagazioni linguistiche, fino a che approdai pesantemente a parlare della storia della lingua inglese “E che poi quando i Normanni sbarcarono sull’isola e iniziarono a fare famiglia con i Sassoni la lingua si semplificò, e così da lingua articolata passò alla generazione successiva in una versione..” e un’altra marea di bla bla con cui lo sommersi. Madonna, quanto sapevo essere pesante. Dalla faccia non sembrò capirci molto. Lasciai perdere, deviammo su argomenti più leggeri. “Ti va del vino?” e alzandosi mi lasciarono la brocca “Ci vediamo all’albergue. Ciao”  “Bye bye”. Continuai a pranzare, godendomi ora la solitudine. Me ne tornai all’albergue. I miei papà ancora stavano scolandosi qualche birra, accidenti ai cliché, come sono reali. Lavai la mia biancheria e mi misi all’opera nella terrazza. Dovevo scegliere cosa tenere e cosa no. Quei pantaloni, come facevo a separarmene, e quelle scarpe, se mi sarebbero servite. Una tortura.

 

 

L’americano si sedette in terrazza a bere mate. “Mate! Fantastico, ne posso un sorso?” “Lo conosci?” “Ho vissuto in Argentina” feci qualche sorso e tornai a impilare le mie cose sulla sedia “Che cosa stai facendo?” chiese curioso “Devo spedire qualcosa a casa” e raccontai anche a lui della mia partenza spontanea, che ormai mi sembrava secoli fa. Più tiravo fuori le mie cose dallo zaino, più ridacchiava incredulo di tutta quella brodaglia inutile con cui avevo appesantito le spalle finora. “Bene, e di questi che mi dici invece?” gli mostrai un paio di jeans “insomma potrei avere freddo di notte” “Jeans? No, no, no. Assolutamente, i jeans non sono per pellegrini. Saranno almeno due chili nello zaino” lo guardai con una smorfia mordendomi il labbro, li misi sulla pila di cose da tenere. Sospirò rassegnato. E così andammo avanti, capo d’abbigliamento dopo l’altro. C’era di peggio “Un computer? Santo cielo, questo è proprio oltre. E due libri!” Non gli detti torto quando mi rise in faccia bonariamente. “Ti prego, almeno i libri, almeno quelli devi spedirli. Dico sul serio” e lo mezzo accontentai tenendone solo uno “No senza un libro proprio non posso stare”, anche se il culmine fu raggiunto quando tirai fuori delle maschere di bellezza. Mai pellegrino fu visto prima con una maschera di bellezza prima che arrivassi io. “Forse questa dovrei lasciarla. Giusto? Però è troppa per me. Tieni un po’ qua, sì ecco sulla faccia. Spalmatene ancora un po’” riuscii a convincerlo mentre continuavamo la cernita della mia roba. Tornò il tedesco, quando ci vide si mise una mano sulla pancia e con l’altra si appoggiò alla colonna, se la rideva come un matto. Tra le lacrime ci disse che cosa gli avevamo fatto pensare, che amor del senso dell’umorismo e della decenza non racconterò qui, e dirò solo che ci lasciò senza parole in un tremando imbarazzo. Intanto l’americano mi raccontò della sua esperienza con l’altro italiano “Avevo da poco fatto la doccia, così quando Adriano è uscito in mutande imprecando in italiano, e dovevi vederlo magro com’è con queste enormi mutande bianche, correndo verso di me, ero preoccupatissimo. Pensavo ce l’avesse a morte con me, che magari avevo finito l’acqua calda, e che volesse strozzarmi. Alla fine voleva solo chiedermi come si apriva l’acqua” e ce la passammo così finché non ebbi finito. Intanto il sole stava tramontando “Bene, finito. Senti io penso che me ne tonerò al bar adesso” “Idea fantastica” “Certo. Dico, puoi venire con me. Prima però devi sapere due cose” un secondo di attesa e curiosità mentre nervosamente continuavo “primo, ho due papà. Secondo, sono irlandesi. È giusto che tu lo sappia prima che andiamo. Te la senti ancora?” non scherzavo per niente, e avevo le mie buone ragioni.

 

 

Quando entrammo insieme, Paddy e Brian lo scrutarono diffidenti. Lo introdussi e ordinammo due birre. Gli fecero il terzo grado, e ancora non si erano mollati per niente. “Cosa fai?” “Da dove vieni?” e via così, domande che ascoltai anche curiosa dato che non ne sapevo ancora nulla, e quando alla domanda “Quanti anni hai?” sentii rispondere “Ventidue” per poco non caddi dalla sedia. Era molto più giovane di me, e non l’avrei mai detto. Ordinammo un secondo giro. Man mano che la birra raffreddava i loro temperamenti, il terzo grado continuava a imperare “E se pensi di camminare con questa ragazza, devi avere intenzioni serie, hai capito? Perché avrai da rispondere a noi di come la tratti”. Al terzo giro ci fecero promettere di nominare i nostri figli come loro, e dicemmo di sì. Non so quanto ubriachi fossero a quel punto, ma dovette essere parecchio se Brian iniziò con una tiratela sul suo matrimonio che risaliva a qualche decennio prima “Mia moglie, quanto la amo mia moglie. Che brava donna. Avevamo diciotto anni quando mi presentai a suo padre e chiesi la sua mano. L’avevo messa incinta e mi presi le  mie responsabilità. Ma ero giovane, troppo giovane. Trentasette anni insieme, sapete, e ci amiamo ancora così tanto. Ma la tradii. Sì, la tradii. Solo una volta però, e pure sua madre lo sapeva mi vide mentre passeggiavo con l’altra ma quella brava donna tacque, non disse mai una parola alla figlia, sapeva che era solo una sbandata, e ogni giorno ringrazio Dio che non parlò perché mia moglie io la amo proprio. Sapete, siamo insieme da trentasette anni, trentasette meravigliosi anni” e via così. Lasciammo il bar che eravamo gli ultimi clienti. Tornammo all’albergue e ubriachi com’eravamo facemmo un casino tale mettendoci a letto che gli altri pellegrini ci inveirono dietro. Chiusi gli occhi. Faceva un freddo cane, non avevo nemmeno una coperta. Rischiando altre parole mi misi addosso un altro stato di vestiti. Prima di addormentarmi meditai se avessi o meno la confidenza per abbracciare Rosa, o magari l’americano, per scaldarmi un po’.

 

 

La prossima puntata esce di martedì.

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