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Quando il Cammino chiama. Quarta puntata.

13 minuti di lettura

Mi svegliai. Nella luminosa, assolata giornata la campagna era già in pieno fermento quando aprii gli occhi. Ero ancora tutta d’un pezzo. E ero anche energica come un leone. Quel letto bianco, il materasso coriaceo, il cuscino soffice, era come la terra promessa tra i sacchi a pelo, le pulci tra le lenzuola, i letti a castello, i cuscini o duri o flosci, quel russare consistente di chi ha dato tutto nel corso della giornata. L’americano doveva essersi alzato ben prima di me, forse a controllare che ci aspettasse qualche vettovaglia “Su, svegliati! Gli altri sono già andati da un pezzo, e se non andiamo ora la nostra colazione finirà a rimpinzare le galline e ci dovremo incamminare a stomaco vuoto. Paula sta tenendo qualcosa da parte solo per noi ”. Grugnii di rimando. Si andrebbe pensando che i giovani siano vigorosi e voraci di vita e di marcia, quando a guardare noi, e poi quei pellegrini con l’artrosi e i capelli bianchi, c’era una rivoluzione totale dello scorcio su come le cose andavano davvero; chi era vorace di vita e immolato alla marcia era piuttosto chi aveva molti più passi dietro di sé e solo una piccola, contenuta quantità di fronte. Andando il tempo ad esaurirsi in fretta, c’era da stare in guardia e iniziare a marciare già all’alba. Nolente, mi diedi una mossa.
 
“Dormito bene?”  con le mani forti e la terra sotto le unghie, quelle mani da campo, Paula poneva sempre le domande con quel mezzo sorrisetto di chi del mondo ci aveva capito tutto e che gli interrogativi li poneva solo per dare aria alla bocca “Bene, benissimo, una favola” la feci contenta, anche se già Paula sapeva, e mi misi a preparare qualche scorta “E tu? Non ti prepari anche tu un panino? Ne avete di strada da fare” “No, no, già li sta preparando lei”. Paula rise, gutturale “Non credo proprio, bello mio”. Proprio non mi era passato per la mente, arrossii. Certe occasioni passano e basta, e non ci è concesso nemmeno il tempo di rimediare; si fece anche lui i suoi panini e mentre Paula insinuò ancora su noi due insieme, raccogliemmo le nostre poche proprietà e salutammo. Era uno strazio davvero allontanarsi da quel letto e quel giardino segreto, dalla protezione dei cani domestici, dalla tenera bocca sdentata di lui e dalle mani rustiche di lei, dall’abbondanza dell’orto.
 
Camminammo, camminammo e camminammo. Riposati e rinvigoriti, eravamo lo stesso lenti come delle lumache, da non crederci. Perché andare di corsa, del resto, quando già si possedeva tutto e anche un po’ di più? Contai almeno sette o otto pellegrini che ci superarono strada facendo; avevano tutti almeno trent’anni più di noi e trenta volte di più la nostra volontà. Con tutta l’acqua che l’americano mi incitava a bere, c’era da fermarsi dietro un cespuglio di quando in quando a rilasciare la vescica, e poi si bivaccava, e ora si scattava una polaroid per imprimere i ricordi e poi ancora ci si ristorava per incoraggiare le membra a camminare un po’ di più. “Pausa? Mangiamo quello che ci siamo portati da Casa de Paula. Poi via dritti fino a Santarem, più o meno, come si può” “Pausa, pausa. Là dove c’è l’erba”. Quanto sapore, succulento, come la fame rende tutto delizioso da stare male. Si fermarono due ciclisti a controllare che non avessimo bisogno di aiuto “Noie ne veniamo da Lisbona, arriviamo fino a Santarem, e poi ce ne torniamo indietro alla capitale. Una cinquantina di chilometri” la bella, candida Lisbona; la sensazione era quella di averla abbandonata anni prima. Portoghesi a vedersi, occhi scuri, capelli scuri, pelle scura, denti bianchi, il primo parlava come un inglese senza troppo accento e era rumoroso nel fare e ansioso per l’adrenalina in circolazione. Il suo compagno, che era più taciturno, e ci lanciava occhiate di incoraggiamento e respirava a polmoni pieni l’aria, era giusto la copia un po’ più magrolina dell’altro “Anche voi state andando a Santarem, giusto?” “Santarem, giusto, manca molto?” “Na, sei chilometri o poco più” “Sei? Potrebbero essere altre due ore con la nostra andatura. Meglio riprendere. Grazie, grazie”.
 
 
Se lo stomaco se la passava meglio ora, le mie gambe e il mio didietro iniziarono a prudermi da togliersi la pelle di dosso; ero un porcospino con tanto di aculei. Mi ero seduta su un rigoglioso cespuglio di rovi, e come pungiglioni se ne stavano bene attaccati alle mie braghe. E alle scarpe. E ai calzini, e dovunque avessero potuto arrivare. Le spine mi fecero passare lunghe ore di puro inferno: ogni passo ve ne era una che mi si conficcava nella carne. “Damnit. Damnit. Non ce la faccio, fermati. Sto impazzendo. Mi prudono da morire, sto dando di matto. Devo cambiarmi assolutamente. Mi puoi coprire mentre mi cambio?” “Mi sembra una buona idea da come te ne stai lamentando” un pizzicare allegro il suo, non come quello delle spine “Non girarti. Coprimi”. Non posso dire se mi guardò, ma se lo fece fu abbastanza veloce da non farsi vedere, notai solo che controllava l’orizzonte e per la legge di Murphy, che dice che se qualcosa deve succedere allora andrà nel peggiore dei modi, tutte le macchine che avrebbero dovuto passare passarono, qualcuno forse strombazzò, chi ci guardò incuriosito e chi forse pensò un oscenità, mentre ero intenta a cambiarmi alla bell’è e meglio lungo la strada. Il prurito, per lo più, se ne andò. Riprendemmo. Una gip corse lungo la strada, un uomo grassoccio, con le mani sporche di olio e la canottiera macchiata, che più che l’inaffidabilità del vestire faceva annusare la puzza di fregatura, con la parlata veloce e le idee furbe, rallentò, e finestrino abbassato “Peregrinos! Ho un posto dove dovete assolutamente fermarvi. Tenete i volantini. Dovete andare a sinistra quando sarete davanti al municipio, all’incrocio a destra e poi sempre dritti fino a quando” si dilungò che mi parve un’ora buona in quelle indicazioni. Cercammo di divincolarci, la parlantina continuò. Fece di tutto per assicurarsi di aver preso su due clienti.
 
 
Santarem doveva essere stata una roccaforte per la popolazione di quella contrada con le sue mura, il castello medievale ben piantato in cima e quella sistemazione strategica in alto sulla collina, tutto disegnato per lo sguardo rapace che avranno avuto i feudatari, ammiccando vogliosi alle pianura fertile che si estendeva tutt’intorno, al bruno rossore dei grappoli d’uva, alla pelle bruna dal sole delle contadine in salute, alla rotondità del grano maturo e ai suoi bagliori dorati. L’americano era sempre bello e d’aiuto, e tra una chiacchierata e l’altra ogni tanto mi toglieva una spina. “Raccontami del tuo ballo di fine anno. Dimmi tutto. Da noi non c’è niente di simile, lo vediamo solo sullo schermo” “Hay, hay, non c’è molto da dire, veramente” che delusione, le fossette del mio sorriso sparirono “Non era tanto un bravo ragazzo allora come sono ora” e parlava come se di acqua ne fosse passata sotto i ponti e non come erano invece solo che pochi anni, ma com’era giovane! “Let’s see, mi ero organizzato con i miei amici, una dannata combricola, e affittammo a insaputa di fidanzate e genitori un paio di stanze in un albergo niente male. Erano le sei del pomeriggio, a tre ore dal ballo e Dani, la mia ragazza, ogni tanto mi dava una chiamata per assicurarsi che fosse tutto a posto, se non fosse che già avrò avuto più alcool che sangue nelle vene e ce ne stavamo ancora bevendo. Due o tre superacolici giù per la gola, uno dietro l’altro. Dico, noi ci credevamo cool sul serio. Dani non mi vide mai quella sera. Se ne andò tra le lacrime al ballo da sola, o meglio, con la tipa del mio amico che era con me, e che vomitò tutta la sera e quasi andò in coma, e che la prese ancora peggio della mia” “Mi stai dicendo che ti perdonò?” “Più o meno, anche se da là a poco mi avrebbe lasciato con la scusa di dover trovare se stessa mentre se la spassava in un campo estivo. Fatto sta che non fu tanto per l’ubriachezza. Più o meno sarei riuscito a stare in piedi, ma qualcuno deve aver chiamato gli sbirri, immagino che avessero fatto due più due e fosse chiaro che non avevamo l’età per scolarci poi tutta quella roba, e che i miei amici molesti invasero la piscina non fu certo d’aiuto. Arrivarono gli sbirri e dovetti dare loro i miei documenti, quelli veri stavolta, ma il peggio fu quando chiamami Boop, mia mamma, e confessai. O ancora quando chiamai Dani, e le detti la notizia. Incredibile come le donne possano imprecare tanto” e debbo ammettere che prima di potermi frenare ponderai quanto dovesse essere carina questa Dani e che tipo fosse, se alta o bassa, mora o bionda, formosa o magra, o meglio quale fosse poi il suo tipo, ma seppi solo che era matta e che era una di quelle che dice cose come “Devo andare alla ricerca di me stessa” e ti lascia bello là con il moccolo al naso a domandarti che cavolo voglia mai significare e perché non si potesse trovare mentre stava insieme a te. Ricordo che la salita della collina era sempre più inclinata, il mio fiato più corto e l’umore alto. Pian piano, le prime casette si fecero spazio qua e là lungo la strada, e fuori dal centro se ne trovavano davvero di carine, tutte colorate, con i portoni in legno, le mura dipinte di ocra e di rosa e l’edera che incastonava gli ingressi.
 
Eravamo a Santarem, la tappa della giornata. E non mi andava per niente a genio; il centro era grigio, senza carattere e comparato all’ambiente familiare di Casa de Paula mi faceva sentire freddo. A quell’ora eravamo affamati, sudati, impolverati e qua e là avevo ancora qualche spina addosso. Che voglia di birra si aveva. Continuammo, come sempre a seguire le frecce gialle, perché mai bisognava perderle. E quando uno se ne dimenticava, era d’obbligo per l’altro richiamargli alla memoria di non smarrire la via, la strada verso Santiago. L’americano non era più a fianco a me. Mi girai. Una donna lo aveva fermato e gli indicava con il braccio di andare da tutt’altra parte, vidi lui tirare fuori la guida e approfondire le indicazioni. Tornai indietro. “Che dice?” “Si è fermata lei, mi ha detto che stiamo andando nella direzione sbagliata. Dice che c’è l’albergue per pellegrini dall’altra parte, che gentile a fermarsi così, mi sono fatto dare la via. Credo che sia lo stesso che ci consigliava quell’uomo nella gip. Andiamo”. Ma l’albergue era moderno, incolore, con dei divani in pelle e l’odore di pulito di chi usa detergenti chimici e riviste patinate sui tavolini. Persino la ragazza alla reception era troppo carina, con le unghie smaltate e i capelli stirati, per occuparsi di un albergue. Lo tirai per la giacca e sussurrai “Non qui, andiamo via” “Come andiamo via?” “Scusi un momento. Come andiamo via? Vuoi cercare un altro albergue?” “No” “No?” “No, non voglio starmene in questa città” “Capisco” “Andiamocene. Sento che dobbiamo camminare. Dobbiamo continuare a camminare” il mio tono era incontestabile anche se che avrebbe dovuto essere implorante, e il suo, che derivava dalla logica e avrebbe dovuto essere incontestabile, era invece implorante “Non c’è niente, niente di niente, nessuna città o paesino, per almeno dodici chilometri. Dodici. Potremmo rischiare di dover dormire all’aperto. Bene, facciamo così, io ti dico lo scenario peggiore che possa capitarci, e se capita, potrò dire che te l’avevo detto. Non abbiamo una tenda, nemmeno del cibo, però e non è molto, ho un sacco a pelo, con un posto riparato e magari un fuoco potremmo anche sopravvivere”. Uscimmo dal centro della città.
 
Il centro abitato, come quando eravamo entrati, si faceva via via più umano e bianco, e le decorazioni riprendevano il loro posto, prima rubato dalla fascista architettura squadrata. Una freccia dopo l’altra, ci spingevamo sempre più in là. Prendemmo l’ultimo caffè e qualche pasteis de nata in una caffetteria, e fu l’ultimo avamposto della civiltà che vedemmo per un po’ di tempo. Ora che lo scenario era completamente mutato, con lui al bancone che insisteva per pagare i caffè e io seduta al tavolino, mi feci piccola, e ebbi un momento d’imbarazzo; un vero e proprio appuntamento. La città, la civiltà e tutta quella normalità davano tutto un altro tipo di forma, molto più formale, a ciò che eravamo e categorizzavano la nostra simbiosi in modo del tutto scontato. Non vedevo l’ora di andarmene; era tutto così tremendamente normale. Strada facendo entrammo in una chiesa, immensa, moderna, una di quelle con le vetrate geometriche e ipercolorate che mal si adattano a rappresentare le vite dei santi e la crocifissione e il dolore di Cristo e starebbero meglio esposte in un  vernissage tra prosecco e pettegolezzi. “Avete delle credenciales?”. Niente, nessuna fortuna. Feci per uscire dalla chiesa, immensa, spoglia, e la porta completamente spalancata metteva in cornice un graffito profano: v’era dipinta una grande bocca rossa che si apriva languida, e se ne stava là a far fronte alla moralità, proprio in linea con l’altare. L’americano era sugli scalini, a metà strada tra il pagano e il devoto, che mi aspettava “Any luck?” “No mi hanno detto che sicuramente la troverò a Coimbra”. Scendemmo la collina su cui Santerem era abbarbicata. Passammo sotto gli archi murati, sopra un ponte in pietra, e camminavamo ora sulla fortezza sulla quale la città era stata coltivata secolo dopo secolo. Le opere degli umani avevano scalfito appena la fortezza, e qualche spaccatura si intravedeva solo là dove la forza delle radici delle piante e degli alberi avevano rotto qua e là la pietra. Ora le frecce passarono dalle mura agli alberi. Qualche cane di grosso taglio ci abbaiò violentemente contro. Su quella stessa strada che noi pestavamo ora, erano un tempo passati i templari.
 
C’era un cavallo lasciato in mezzo alla strada, completamente solo, con le gambe sode e muscolose e il culo alto, completamente grigio. Lo accarezzammo. Mi venne voglia di slegarlo e prenderlo con noi. Nessuno ci avrebbe visto. Pensai solo che se al cavallo non fosse andata a genio, per quanto mansueto, sarebbero stati guai. Non c’era anima viva per chilometri, solo cavalli, questi più belli e slanciati del primo, forse da gara e grandi mulini a vento. La campagna era di nuovo sotto i nostri piedi. Il caldo ci teneva alto l’umore, e continuavamo a marciare, ognuno per la sua perché ora il fiato era prezioso, da tenere fino a destinazione. Ci stendemmo per terra a riposare. Senza ora nemmeno scegliere il luogo di ristoro, ci lasciammo solo cadere vicino alla vigna. Misi il mio capo sul suo petto per non insudiciarmi i capelli. La campagna aveva di nuovo reso l’atmosfera rilassata. E camminammo, camminammo e camminammo. Il sole stava calando sempre più velocemente; mentre noi guadagnavamo terreno tagliando per i campi “Di qua, possiamo guadagnare due chilometri se attraversiamo in mezzo” e sprofondavamo nei cumoli di terra rossa e se ne era completamente ricoperti. “Sai, sono così contenta che non ci sia altro che il canto degli uccelli e niente inquinamento acustico, niente musica” “Musica! Certo, ho una cassa” l’americano non dovette sentirmi bene “Cosa ti va di ascoltare? Scegli tu”, il canto degli uccelli comunque era un tantino noioso e la musica diede ritmo al nostro andare. Misi su una canzone con i sapori di Cuba, lui schioccando le dita e io fischiettando, dalle parole lugubre e il ritmo come una festa dove si richiamava il woodoo e l’amore “I studied evil, I can’t deny, was a hoodoo charm called a Love Me or Die, Some fingernail, a piece of her dress,Apocathery, Devil’s behes’ I will relate, the piteous consequence my mistake, fallin slave to passin desire, Makin’ the dreaded Love me or Die”. Solo qualche trattore ci incrociava di quando in quando e i contadini era subito propensi ad un sorriso e ad un “Buen Camino”. Ma non si fermavano mai per darci un passaggio.
 
Eravamo in mezzo al nulla. Il sole era calato. Iniziai a borbottare, un freddo cane. Ero stanca. Non mi pentivo per niente della mia decisione. Furono un paio di ore di miseria, e di fame, lui sempre pacato e io sempre più di malumore. Già iniziavamo a scrutare il paesaggio con occhi diversi, più pragmatici, e a valutare se questo o quel cespuglio fossero adatti a farci da tetto. Finalmente, un paio di case. Ma più di qualche pecora, non c’era niente che respirava a parte noi due. Lo mandai a chiedere un posto per la notte in un paio di case. Affamati, iniziamo a cercare fortuna suonando qua e là dove si poteva. Nessuno ci aprì. Quando finalmente trovò qualcuno, riportò che era una famigliola, con la moglie che stava insaporendo i piatti, e che ci mandarono da un’altra parte. A quanto pare c’era qualcuno più in là che ogni tanto accoglieva i pellegrini. Era chiuso. “Ho fame” “Lo so, non manca molto. Su, là dovrebbe esseri un altro paese”. Altre porte si chiusero in fronte a noi, e a nessuno sembrava passargli per la mente che avremmo avuto bisogno di riposarci da qualche parte. Finalmente, un altro paese. Piccolo, tutto deserto, che indigenza doveva essere nascere là. Un’insegna luminosa, al neon, scaldò i nostri cuori. “Señora, avete da mangiare?” guardai il cameriere uscire dalla cucina con dei piatti magnifici; altro che carestia e miseria, c’erano delle vere aragoste che colavano sugo sugli spaghetti. “No, no, non abbiamo niente. Cucina chiusa. Non facciamo niente” guardai i piatti. Non scherzo quando ho lo stomaco vuoto “E quei piatti? Qualsiasi cosa, non potete fare un’eccezione? Abbiamo fame” la proprietaria, che la mia mente ricorda come una strega, alta e magra, con i lineamenti duri e un accenno di baffi come tutte le femmine portoghesi negò e negò e poi, rivolta alla figlia, che era la sua copia sputata e le faceva da interprete la udii dire in portoghese “Dì loro che non abbiamo che non abbiamo niente. Deles para ir embora. Mandali via”. Le avrei messo le mani al collo, tra la frustrazione e la fame e l’incomprensione di quella inspiegabile durezza. “Andiamo via, andiamocene” “Ma forse hanno” “No, e se non andiamo giuro che le metto le mani addosso” la necessità di sopravvivenza doveva aver accentuato la mia vena poliglotta, ma non quella dell’americano che mi guardò smarrito. Lo tirai per la giacca, e mentre lui salutava premuroso, sbattei la porta senza rivolgere un saluto. Mi spiegai all’americano. Cercammo un altro bar. Era qui evidentemente che Santiago voleva mandarci. C’era solo gente del posto, qualche uomo che aveva finito di lavorare e buttava giù una birra e fissava il vuoto, uno fumava una sigaretta e qualcuno giocava a dardi. Il proprietario era un ometto gentile che si muoveva veloce dietro al bancone e chiamava tutti per nome, completamente strabico. Ordinammo un banchetto, ricordo ancora le crepes che ci fece sua moglie con formaggio e funghi. E poi la birra, una gioia. Dietro di noi, alla televisione, si sentivano i Queen salmodiare “God knows, god knows i want to break free, i’ve fallen in lovei’ve fallen in love for the first time, and this time i know it’s for reali’ve fallen in love, yeah god knows, god knows i’ve fallen in love”. Lui mi sfregava le mani per alzarmi la temperatura e io lo imboccavo di rimando. Un altro giro di crepes e di birre. “Señor, sa dove possiamo dormire? Conosce nessuno? O lei ha delle camere?” “Un momento, ora faccio un giro di chiamate. Noi no, non abbiamo niente. Abbiate pazienza”. Il sant’uomo ci trovò una casa. Fece venire una donna brasiliana, caschetto bruno e con un vestitino da mercato a fiori, dai modi gentili, che aspettò pazientemente, senza curarsi troppo di conoscere la nostra storia, che ci trattò bene e ci capiva poco o niente, e che rispondeva sempre alle domande in modo inadeguato. Le chiesi da quanti anni si era trasferita in Portogallo e mi disse che aveva sessantuno anni “Perché le hai chiesto quanti anni ha?” “No, non è così”.
La casa era di quelle che a qualcuno ricorderanno l’infanzia, c’era un sentore di muffa e di vita vissuta e c’erano cianfrusaglie su ogni mobile e merletti per ogni dove e foto ricordo di chi aveva amato e sofferto e infine era pure morto tra le stesse mura, foto incorniciate dove gli uomini sembravano avere tutti un mono sopracciglio a oscurare la fronte e santini ovunque. L’acqua tolse dalle nostre pelli la terra rossa dei campi, che si era infilata dappertutto. I calli dolevano da matti, a turno ci massaggiamo i piedi. Mi addormentai.

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