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Per favore, non mi dia del “lei”

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Non ci avrei mai pensato che la propria lingua madre potesse sfuggire di mente se non praticata. Invece, come un muscolo, ogni lingua deve essere regolarmente praticata. Ritornare alla lingua d’origine di quando in quando significa, però, anche notare le differenze culturali, alcune sono ricevute come note nostalgiche di qualcosa che conosciamo e altre sono più come secchiate d’acqua gelida giù per la schiena. Quest’ultima, almeno, è la sensazione che provo ogni volta che devo per qualche ragione chiamare un centralino in Italia (essendo in Nuova Zelanda uso Skype) e mi danno il temuto, alienante “Lei”. Alla parola “signora” poi mi tocco la faccia in cerca di nuove rughe che la sola parola sembra evocare. La formalità della lingua italiana ha un gusto raspo di ruggine e vecchiaia per chi usa l’inglese (come la sottoscritta) regolarmente e come principale lingua di comunicazione quotidiana. In inglese, senza darsi del Lei, la geometria sociale sembra appiattirsi a un solo, amichevole, livello. Non è più dottore e paziente, direttore e impiegato, professore e studente, quanto essere umano e un altro e la loro relazione. Ai professori li si chiama per nome, al datore di lavoro pure. Le persone guadagnano più rispetto da come trattano gli altri che dalla carriera che hanno fatto. Dato che non tutto viene ripetuto come da pappagalli e perciò le lingue non finiscono mai di evolversi, c’è la possibilità (io la chiamo speranza) che la lingua italiana si liberi di questo fardello polveroso della formalità. A chi crede che ci si dimostri più rispetto quando si usa il Lei piuttosto che il tu, obbietterei che si può risultare sgradevoli dandosi del Lei, tanto quanto si può risultare gradevoli e rispettosi dandosi del tu. Chiunque abbia mai chiamato un centralino dovrebbe saperlo. Diamoci del tu, allora!

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