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Lo sciopero della fame degli ex prigionieri politici in Albania

Pubblichiamomo articolo inviatoci da Erida Petriti scrittrice e lettrice ad alta voce del gruppo moglianese "Quante Storie": Non chiamateli eroi. "Anche se forse lo sono o potrebbero diventarlo, chissà, non è questo il loro intento. Da una ventina

Pubblichiamomo articolo inviatoci da Erida Petriti scrittrice e lettrice ad alta voce del gruppo
moglianese "Quante Storie":

Non chiamateli eroi. "Anche se forse lo sono o potrebbero diventarlo, chissà, non è questo il loro intento.
Da una ventina di giorni, sei ex prigionieri politici albanesi si sono rinchiusi volontariamente nella spettrale prigione in cui la dittatura, anni addietro li aveva incarcerati.
Stanno attuando la forma più pacifica e al tempo stesso più violenta di protesta: lo sciopero della fame. 
Chi sono? Perché lo fanno?
Agim, Iliri, Xhevdet, Kostandin, Huanito, Rexhep ... ma a che serve farne l'elenco? Altri potevano essere al posto loro, rappresentano centinaia nella stessa situazione. Inizialmente a protestare ci si erano messi in una ventina, ma le autorità hanno vietato un numero così alto(!) come misura cautelare anti-pandemia. Lodevole preoccupazione: possono anche morire di fame, ma di Covid-19 no!
Sono ex... no, non ex: sono ancora prigionieri politici, cadono i regimi, cambiano i governi, ma il loro status resta. Sono stati detenuti per motivi politici dalla dittatura comunista di Hoxha nel carcere di Qafa e Barit Puke, nelle montagne del nord dell'Albania, una zona impervia e isolata, costretti a duri lavori forzati, a scavare miniere o a bonificare malsane paludi anche per venticinque anni come ad esempio è stato per Huanito. 
Tanti loro compagni ci hanno lasciato la vita, moltissimi ci hanno rimesso la salute, fisica e mentale. Kostandin, uno dei nostri, ci ha perso un braccio, amputato a causa di una ferita per un colpo di pistola ricevuto durante una rivolta che i detenuti misero in atto nel 1984. 
E ora è lì, con gli altri, di nuovo in quel luogo il cui tetro ricordo non cesserà mai di perseguitarli. Avevano provato a mettere in atto la loro protesta a Tirana, presso l'istituto dei perseguitati politici, ma gli è stato impedito dalla polizia che ha presidiato la struttura per oltre ventiquattro ore.
Hanno scelto allora quel luogo, indubbiamente di alto valore simbolico, ma sperduto al mondo; sembrerà incredibile ma perfino privo di copertura telefonica, in una struttura ormai fatiscente, senza acqua né corrente elettrica, senza porte né finestre, in una zona frequentata da lupi e orsi. Sono lì, privi di assistenza medica, di visibilità, ignorati da tutti, in un silenzio mediatico in cui il governo si giova a tenerli immersi. 
Uno di essi è in condizioni così gravi che è stato necessario il ricovero in ospedale; dapprima il più vicino, a Puka, poi in uno più attrezzato a Durazzo.
Tutto questo per rivendicare i loro semplici diritti civili.
Chiedono gli venga riconosciuta una pensione per i lunghi anni di duro lavoro in prigione, soprattutto per le conseguenze che questo ha avuto sulla loro salute.
Gran parte di essi, finita la prigionia, è stata "risarcita" con un indennizzo erogato sotto forma di buoni di Stato che si sono rivelati poco più che carta straccia, avendo un valore reale pari a circa un decimo di quello facciale. Ad altri hanno assegnato modesti alloggi popolari facendoglieli acquistare a prezzo di mercato. Chiedono la conversione in denaro del valore di questi buoni e che il risarcimento copra anche i beni mobili e immobili che gli furono sottratti dal regime. 
Non tutti riuscirono, dopo la caduta del regime tirannico nel 1991, a riciclarsi, a salire sul carro dei vincitori. Anzi, forse proprio chi non lo meritava, avendo collaborato con la dittatura comunista, è riuscito meglio di tanti a ripulire la propria immagine e indossare i panni della vittima.
Chiedono anche che coloro che li hanno perseguitati siano processati e condannati per crimini contro l'umanità. 
Finora, da parte del governo, nulla. Nessuno che si sia mosso anche solo per andare ad incontrarli, a parlarci, a sentire la loro voce.
Quello che non vogliono, e non meritano, è essere ancora prigionieri. 
Prigionieri invisibili del silenzio."

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