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Milano, leggera

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

È la prima volta che vede il duomo, ma non riesce ad ammirarne in pieno la bellezza. Lui l’ha accompagnata nei pressi della piazza prima di andare a sbrigare faccende per le quali non desidera la sua presenza; dovranno rivedersi più tardi in un’altra parte della città, e lei dovrà prendere la metropolitana da sola. Ma lei non ha mai preso la metropolitana da sola, non è mai neanche stata in una città così grande da sola, e l’ansia la avvolge togliendole la capacità di godere della maestosità del monumento che le si staglia davanti. Il cielo è grigio nonostante sia una giornata di tarda primavera; se almeno ci fosse un po’ di sole a risplendere sui marmi, pensa, se almeno ci fosse un po’ di sole da qualche parte, da qualsiasi parte. Ma non c’è: il cielo è cupo, tutto è cupo.

Entra nella cattedrale con timore, e le grandi navate che dovrebbero elevarla verso il cielo le piombano addosso togliendole il respiro. Il senso di oppressione al petto cresce, mentre prova a concentrarsi sulle statue e sui dipinti. Non funziona: l’aria si fa sempre più rarefatta, la testa le gira. Va a sedersi su una panca a occhi chiusi, con le mani in grembo; spera che le persone la credano assorta in preghiera, mentre aspetta che il cuore e il respiro tornino regolari. Quando si riprende, cerca di continuare la sua visita, ma ormai non fa attenzione più a niente, non sente più niente. Scende nella cripta e si ferma davanti al sarcofago di san Carlo, pensando a quanto sarebbe bello poter credere, poter pregare, poter innalzare qualcosa di sé, anziché sentirsi così inchiodata alla terra e a questa vita pesante. Sarebbe bello, si dice, per una volta essere leggera.

Esce dal duomo e si dirige verso la metropolitana: la folla intorno la mette a disagio, abituata com’è a vivere in una piccola città. Tutte quelle facce sconosciute le sembrano nemiche. Non sa orientarsi: il fatto che ci siano due linee diverse e treni che vanno in due direzioni la confonde e, com’era prevedibile, prende la linea sbagliata. Con l’ansia che sale di nuovo si trova costretta a scendere in fretta, salire sul treno in direzione contraria, tornare in stazione, riprendere il treno giusto; e arriva tardi all’appuntamento con lui, che la accoglie con rabbia. Possibile che non sappia fare neanche una cosa così semplice come salire sulla metropolitana e scendere dopo tre fermate? Inoltre lui non crede veramente all’errore: dov’è stata per tutto quel tempo? Il senso di oppressione al petto ritorna.

Lui deve fare delle spese, e si recano insieme in un grande magazzino. Lei trova infine un po’ di sollievo nel reparto dei libri; ne sceglie due che desiderava e che non potrebbe davvero permettersi, perché i soldi non bastano mai, ma i libri sono una delle poche cose che ancora la fanno sentire felice. Lui la guarda con disprezzo; le chiede quando la smetterà di comprare libri, che si compri dei vestiti, invece. Lei coglie il proprio riflesso in uno specchio del negozio mentre stringe a sé i due libri che ora le sembrano carta straccia. Si guarda e si chiede come le sia venuto in mente stamani di mettersi quel vestito a fiori in cui si sentiva così carina, così stupidamente carina, e in cui adesso si sente inadeguata; e si chiede come dovrebbe vestirsi, come dovrebbe sapersi muovere, come dovrebbe essere pur di venire approvata, pur di avere un posto, pur di camminare a testa alta e sentirsi leggera, invece di essere schiacciata da questa vita.

È la seconda volta che vede il duomo, e rimane abbagliata dalla bellezza e dalla maestosità che si trova davanti. È arrivata dall’aeroporto con un pullman che l’ha portata a pochi metri dalla piazza; più tardi dovrà prendere la metropolitana per raggiungere il luogo dove vedrà il concerto del suo cantante preferito. È da sola ma non ha nessuna paura: ha controllato la mappa della metropolitana su internet e pensa di avere chiaro come muoversi. Ma se anche dovesse sbagliare linea, tornerà indietro e andrà a prendere il treno giusto. Nessuno la sta aspettando; è libera di viaggiare prendendosi il tempo che le serve. Guarda il monumento che si staglia di fronte a lei con lo stupore di chi lo vede per la prima volta. Eppure non è la prima volta, pensa. Le sembra incredibile essere di nuovo qua, nello stesso posto, dopo tanto tempo, in questa giornata grigia di fine autunno. Le sembra incredibile che tutto sia diverso e che, nonostante il cielo cupo, non ci sia un peso sul suo cuore, un peso che la opprime e le toglie il respiro. Il cielo è grigio e tutto è splendente, tutto sembra elevarsi, tutto è leggero.

Entra nella cattedrale con meraviglia e riverenza. Le navate portano il suo sguardo verso l’alto. Cerca di concentrare la sua attenzione sulle statue e sui dipinti ma non funziona: la testa le gira, si sente sollevare dall’imponenza che la circonda. Va a sedersi su una panca aspettando che il battito del cuore torni regolare, che le emozioni che la travolgono si plachino.

Quando si sente di nuovo calma, continua la sua visita muovendosi attraverso la chiesa con passo lieve e silenzioso. Scende nella cripta e si ferma davanti al sarcofago di san Carlo, e anche stavolta no, non sa pregare, non è qualcosa che le appartenga: ma benché lei non creda, sente comunque il suo spirito che s’innalza, sente che la terra non la trattiene più, che la vita non le pesa più.

Esce dal duomo e va a visitare una grande libreria lì vicino, perdendosi tra gli scaffali e tra le tante copertine che la chiamano e la invitano a scoprire nuove storie. Viaggia solo con un bagaglio a mano e deve limitare i suoi acquisti a due libri, che stringe a sé come tesori preziosi. Nessuno le farà notare con disprezzo che deve smettere di comprare libri, nessuno la inviterà a scegliere vestiti nuovi per essere approvata, non questa volta. Non più.

Una volta uscita dalla libreria si dirige verso la metropolitana: la folla intorno la incuriosisce, è attratta dalle facce delle persone, dalle vite che vi si celano dietro. Per lei che viene da una piccola città è un intero mondo nuovo che si schiude di fronte ai suoi occhi. Sale su un treno e, com’era prevedibile, prende la linea sbagliata. Sembrava tutto facile sulla mappa che aveva studiato sul sito dell’azienda dei trasporti, e invece ha sbagliato anche stavolta. Ma non fa niente, si dice regalandosi un sorriso: dovrà soltanto scendere, prendere il treno in direzione contraria, tornare in stazione, riprendere il treno giusto. È in largo anticipo per il concerto che dovrà vedere stasera, e non ha nessuno che l’aspetta e la farà sentire stupida e colpevole per quel piccolo errore. Tutti fanno errori, pensa, a tutto si trova rimedio. Da qualsiasi errore ci si può salvare e riemergere: da quelli insignificanti, come sbagliare un treno, a quelli enormi, come sbagliare vita. E lei, che ancora sbaglia treni in città che non conosce bene, ha rimediato a errori ben più pesanti.

Mentre il treno percorre l’ultimo tratto sotterraneo prima di emergere in superficie, coglie il suo riflesso nei finestrini. Si guarda e pensa che non ha nessuna importanza il modo in cui è vestita, il modo in cui si muove, il modo in cui è, perché il vetro le restituisce l’immagine di una persona che non si sente più inadeguata e che alla fine ha trovato il suo posto: una persona che cammina a testa alta, che si sente leggera.

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