Rosso d'Inverno

Maryia

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

«La neve che cade sopra di me copre tutto col suo oblio. In questo remoto regno la regina sono io!»

Maryia sedeva su un tronco annerito cantando la canzone di Frozen, a pochi passi dall’ingresso di quella che per sei anni era stata la sua casa. In mano stringeva Alena, una sgraziata composizione di pezze multicolori imbottite di cotone che la nonna le aveva fatto in fretta e furia dopo che Elsa, la sua vera bambola, era andata perduta. Non le piaceva molto ma aveva capito che in quei giorni non doveva fare troppi capricci. Guardò dubbiosa il volto anonimo di Alena, dove erano stati segnati a pennarello due puntini neri e un arco sorridente, poi alzò gli occhi verso il giardino, dove la terra smossa del cratere stava scomparendo sotto la bianca coltre della debole nevicata iniziata da meno di un’ora.

«Ormai la tempesta nel mio cuore irrompe già. Non la fermerà la mia volontà!»

Aveva voglia di guardare la televisione ma l’elettricità non c’era più da giorni e il coso che stava dietro la tenda dove vivevano adesso, e che a detta di papà serviva a fare luce e riscaldare, non potevano usarlo per i suoi cartoni. Quindi le rimaneva solo quella bambola orrenda, che non somigliava neanche lontanamente a Elsa.

Maryia sbuffò, tornando a guardarsi attorno. La sua non era stata l’unica casa ad essersi rotta, c’erano anche quelle di Daria, di Olga e pure quella di Petr. Ma questa solo in parte, quindi lui e la sua famiglia potevano vivere ancora dentro e non in una stupida tenda. Quella di Pavlo invece non c’era proprio più, al suo posto si era già formato un laghetto fangoso. Non aveva idea di dove fossero lui e la sua famiglia. Mamma diceva fossero andati giù a sud già da giorni, ma Maryia non ne era molto convinta. Alzò gli occhi al cielo, tirando fuori una punta di lingua per cercare di intercettare un fiocco di neve. Quando ci riuscì, un brivido le percorse la spina dorsale, strappandole una debole risata. Poi la terra tremò e lei scattò in piedi, gli occhi sgranati e Alena stretta al petto. Ma questa volta le altre persone sembravano tranquille, non come la sera dove tutti erano fuggiti urlando e piangendo mentre i fulmini cadevano a terra facendo esplodere ogni cosa. Da dietro l’angolo di una strada comparve il primo carro amato. Maryia non capiva perché fosse chiamato così, suo padre diceva perché chi ci stava dentro stava meglio che fuori, il nonno invece era sicuro che regalava tanti bei confetti e per questo era ben voluto. Maryia fissò la lunga canna che spuntava dal fungo girevole sopra il carro, che i grandi chiamavano torretta.

«Chissà quanti confetti ci possono stare…»

Poi fissò Alena e di nuovo il carro, si guardò attorno e alzò la mano che stringeva la bambola. Ma la processione che si snodava dietro il mezzo la fece desistere. Decine di soldati dai volti stanchi procedevano in fila. Nelle prime posizioni c’erano quelli che a lei sembravano dei lupi, il volto barbuto, gli occhi feroci e la bocca stretta in un sorriso tirato. Seguivano i muli, che più che soldati somigliavano tanto a quei vecchi di mezza età, tipo trenta o quaranta anni, con la pancetta e la birra in mano che stavano con papà al bar vicino casa. Infine, arrivavano gli agnelli, ragazzi bianchi in volto e con due fanali arrossati al posto degli occhi. Maryia abbassò il braccio seguendo incuriosita quella sfilata. Tutti gli abitanti si erano fermati e anche loro erano un bel vedere. I vecchi guardavano i soldati contenti, annuendo. Le donne, soprattutto le più giovani come la sua mamma, si giravano, alcune piangevano. Quelli di mezza età guardavano per terra, stringendo i pugni.

«È meglio che ti sposti, bimba.»

Maryia sussultò quando girandosi vide uno di quei lupi. Strinse forte Alena e incassò la testa tra le spalle. Restò a fissare gli occhi azzurro ghiaccio in silenzio. Era un uomo alto, ben più di suo papà, che indossava una divisa con tante macchie verdi e marroni e grossi scarponi neri. Aveva entrambe le mani infilate nelle tasche della giacca, all’altezza del petto, e il volto coperto da un passamontagna nero.

«Ko. Va. L.»

Lesse sulla giacca. Il lupo la guardò in silenzio per qualche istante, poi si sfilò il passamontagna rivelando un volto pulito dalla pelle arrossata dal freddo, le guance leggermente incavate e zigomi pronunciati. Adesso che lo vedeva in faccia gli sembrava più il bidello della sua scuola che un lupo. Ma il bidello non portava un fucile a tracolla, quindi Maryia tornò in silenzio. L’uomo si liberò del pesante zaino e lo lanciò vicino ad un muretto.

«È il mio nome. Il tuo?»

Prese un ciocco di legno e ci si sedette sopra, iniziando a trafficare con una delle tante tasche della divisa. Borbottò qualcosa in un dialetto che lei non comprese e alla fine tirò fuori una tavoletta rivestita con carta argentata. La aprì senza degnarla di uno sguardo, poi addentò la cioccolata chiudendo gli occhi in un’espressione di pura estasi. Quando li riaprì vide la bambina più vicina, il corpo sporto in avanti e il collo allungato verso di lui.

«Sembri una marmotta.»

Il soldato ridacchiò, porgendole il dolce. Maryia scosse la testa ma il suo pancino la smascherò brontolando. L’espressione imbronciata della bimba strappò al soldato un’altra risata. Svolse la carta argentata fino a metà tavoletta, poi divise la cioccolata con un suono sordo e tenne il pezzo addentato per sé. L’altro lo lanciò verso Maryia, senza avvicinarsi.

«Ehi sono qui, non lì!»

L’uomo inarcò un sopracciglio alla reazione della bimba. Poi tornò a godersi la sua cioccolata, guardando altrove per permetterle di raccogliere il dolce. Dopo un po’ sentì il suono dei piedini che affondavano nella neve, quello della carta d’argento che veniva sfilata e del cioccolato che veniva addentato con forza. Tornò a guardarla.

«Allora, adesso mi dici come ti chiami?»

Maryia arricciò il nasino, studiandolo ancora. Poi andò a sedersi sul gradino che saliva fino alla porta di ingresso, a qualche metro dal bidello lupo.

«Maryia.»
«Bel nome.»
«Lo so. L’ha scelto la mia mamma.»
Koval annuì, riponendo la cioccolata nello zaino. Poi si sfilò i guanti neri, rivelando due mani magre, ossute. Alla sinistra mancavano tre dita. Maryia la guardò come ipnotizzata, in bilico tra l’orrore e la curiosità. Le labbra leggermente schiuse. Il soldato se ne accorse, coprendola istintivamente. Poi grugnì.

«È stata una granata. Lo sai cos’è?»
Maryia scosse la testa, in attesa.
«Ha fatto fuori tanti dei nostri, è scoppiata dentro ad un camion e…»
Koval si fermò, sgranò gli occhi e si coprì la bocca distogliendo lo sguardo.
«E?»
Il soldato scosse la testa, deglutendo rumorosamente. Poi inspirò a fondo e tornò a guardarla.

Adesso aveva gli occhi arrossati, come gli agnelli che procedevano in fila dietro di lui, in strada.
«E niente, piccola. Niente. Non c’è niente da dire. Niente.»
Maryia lo fissò perplessa, ricoprendo la cioccolata che restava per mangiarla più tardi. Poi alzò le spalle, cambiando argomento.

«Ce l’hai una bimba tu?»
«Sì, si chiama Nadia.»
Il soldato aprì la giacca tirando fuori una busta di plastica con all’interno delle foto. In una di queste era raffigurata una famiglia felice, in posa davanti a un lago. Le ci volle un po’ per riconoscere l’uomo, così differente dalla copia infelice che aveva di fronte adesso.

«Questa è la tua mamma?»
«La mia mamma?»
Koval si sporse verso il ditino che stava indicando sua moglie. Per un momento il suo sguardo vagò lontano, verso un tempo felice che adesso riviveva solo nei sogni. Sorrise debolmente, annuendo. Maryia socchiuse le palpebre, guardandolo seriamente.

«Perché piangi ora?»
Koval portò la mano mutilata al volto, tergendo le lacrime.

«Non sto piangendo.»

Sorrise digrignando i denti, sibilando quelle parole. La bimba tornò a guardarlo in silenzio facendo un passo indietro e poi uno avanti, indecisa sul da farsi. Poi lo fissò dritto negli occhi e di scatto ruotò la testa verso i ragazzi agnello. Seguì il loro incedere stanco, ne studiò i volti tristi. Poi tornò sul soldato e gli poggiò una mano sulla coscia, senza dire o fare altro. Koval si specchiò negli occhi vivaci di Maryia e vi trovò una forza che pensava di aver perduto. Qualcosa che gli avrebbe consentito di tornare a casa. Speranza.

«Tieni, per la tua bimba.»
Maryia gli porse Alena. Koval sorrise, annuendo.
«Le piacerà. Ne sono sicuro.»
Maryia arricciò il naso, non troppo convinta. Poi mostrò un bellissimo sorriso e si voltò senza dire altro correndo verso il tronco.
«Io lo so, sì lo so, come il sole tramonterò. Perché poi, perché poi all’alba sorgerò. Ecco qua la tempesta che non si fermerà. Da oggi il destino appartiene a me.»
Koval rimase a guardarla. Era così distante da quel mondo malato, che andava spedito verso una direzione che presto o tardi l’avrebbe portato alla distruzione. Era come una creatura aliena, una piuma che volava sopra le loro teste appesantite dall’odio e dal dolore. Per un attimo avvertì la stessa leggerezza d’animo che doveva provare lei e ne fu rinfrancato. Poi qualcuno gridò il suo nome e tutto tornò come prima.

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