E’ di questo che abbiamo bisogno, o è solo una questione di buon senso? Oggi le domande sulla giustizia — sulla sua efficienza non meno che sulla sua “giustezza”, per un’idea di giustizia che sia finalmente giusta — sono al centro del dibattito. O meglio, al centro del caos vociante e recitativo che ormai surroga ogni discussione. Ma il problema non è nuovo.
Nei tempi andati, il compito fondamentale del sovrano consisteva proprio nel fare giustizia: punire i colpevoli, difendere le vittime, ristabilire l’ordine infranto dal crimine. Anche il carcere, nato dalla volontà di punire, è stato successivamente pensato come strumento di redenzione. Oggi, invece, il carcere sembra essere solo afflittivo, più che punitivo; e, senza dubbio, non redime nessuno. Non funge da esempio per prevenire il crimine, anzi spesso lo rafforza, lo riorganizza, lo ammanta di un’aura di potere agli occhi di chi delinque per scelta deliberata.
Ma la deriva più riprovevole è un’altra: questa macchina finisce per colpire con cieca afflizione chi, in fondo, ha solo cercato di fare il proprio dovere, ritrovandosi intrappolato negli ingranaggi di una giustizia ingiusta. È il caso, emblematico, del gioielliere che insegue e reagisce ai ladri che lo hanno appena derubato. In quel momento, il principio della difesa della propria vita e della propria operosità cede il passo al conteggio algebrico degli anni di pena, ai cavilli e alle equazioni giuridiche di una legge che sembra non poter essere né pensata né interpretata. In questo schema, il ruolo dei magistrati rischia di appiattirsi: applicano la norma ed eseguono il calcolo finale, quasi indipendentemente da una reale valutazione della colpa, della dinamica emotiva e della reale entità del reato.
Persino la moderna tecnologia indiziaria, per quanto perfezionata e celebrata, si rivela fallibile e porta a errori gravi. Un tempo l’intuito, l’intelligenza e l’empatia del detective tradizionale scovavano il colpevole mettendolo di fronte alla forza della ragione; oggi, invece, indizi deboli e processi mediatici spingono l’accusato persino a confessare colpe che non ha, pur di far finire la commedia degli inganni e sottrarsi alla gogna pubblica.
D’altronde, l’ingiustizia consumata in nome del consenso o del voto popolare non è una novità: non risparmiò Socrate, né risparmiò Gesù. Il gesto di Ponzio Pilato che, di fronte alla palese innocenza del Cristo, si lava le mani per compiacere la folla ne resta l’esempio più tragico. Pilato chiese a Gesù: “Cos’è la verità?”, ma dinanzi a quella domanda Gesù rispose con il silenzio, rifiutando di farsi giudicare da un potere privo di morale.
E così facciamo noi, oggi, ogni volta che voltiamo le spalle all’ingiustizia e abbassiamo la testa senza voler capire, senza osare criticare. Ci affidiamo alla misericordia di una grazia o al caso perché non abbiamo più argomenti di fronte a una giustizia che non fa giustizia e che ha smesso di cercare la verità.
Pensare, invece, significa restituire il giusto significato e il valore originario ai fatti. Significa cercare soluzioni che non siano la resa di Pilato: colui che si arrese alla stupidità della folla e abdicò al dovere di giudicare secondo coscienza e verità.
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