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L’Africa nella Venezia del Seicento e Settecento: Il Nuovo Terraglio porta la ricerca di Giovanni Fanton a Treviso

3 minuti di lettura

Dal Monumento Pesaro ai Frari fino al ritratto di Lazzaro Zen di Francesco Guardi, lo storico dell’arte ha mostrato come la figura dell’africano è cambiata nell’arte veneziana. Al suo fianco Enrico Mascelloni, curatore della mostra al Museo di Santa Caterina e autore del saggio Skira “Le belle armi”

TREVISO. Il Nuovo Terraglio ha partecipato all’incontro che si è tenuto ieri a Treviso, dedicato al rapporto tra l’Africa e l’arte. Relatore dell’evento è stato Giovanni Fanton, che ha portato la ricerca “L’Africa nella Venezia del Seicento e Settecento” all’interno della mostra “La materia dei sogni. Radici dell’arte africana contemporanea”, aperta al Museo di Santa Caterina di Treviso fino al 15 gennaio 2027.

La relazione di Giovanni Fanton

Fanton è laureato in Storia dell’arte alla Sapienza di Roma. Si occupa di arte veneta, in particolare dei ritratti di Paris Bordon. Nel suo intervento ha seguito un tema poco frequentato: come la presenza africana nella Serenissima è stata vista e rappresentata nelle opere d’arte.

Secondo Fanton, nel Seicento e nel Settecento la figura dell’africano cambia profondamente. Nel Rinascimento, nei quadri di Carpaccio o di Veronese, era una comparsa del racconto. Poi diventa un elemento scenografico carico di significati politici, sociali e decorativi.

Il relatore ha cominciato dalla scultura monumentale. L’esempio più noto è il Monumento funebre al doge Giovanni Pesaro, nella Basilica dei Frari. Lo ideò Baldassarre Longhena e lo scolpirono nel 1669, tra gli altri, Giusto Le Court e Melchior Barthel. Quattro grandi telamoni mori reggono l’architrave: un’immagine di sottomissione che celebra il trionfo politico e religioso di Venezia sui popoli “infedeli”.

Lo stesso contrasto tra dominio reale e bellezza estetica si ritrova nelle arti applicate. Qui il “moro” diventa un’icona del gusto lagunare: lo si vede negli arredi da parata intagliati da Andrea Brustolon e nella celebre oreficeria dei “moretti” in ebano, oro smaltato e gemme. In pittura il servitore nero diventa un segno di prestigio per il committente aristocratico. Nei cicli di Giambattista Tiepolo, come gli affreschi di Palazzo Labia con le Storie di Antonio e Cleopatra, i giovani paggi africani in livrea dorata e turbante non sono ritratti di persone. Sono attributi teatrali del lusso patrizio. Lo stesso accade nei ritratti nobiliari e, in forma più domestica, nelle scene d’interno di Pietro Longhi.

La parte più intensa della relazione è arrivata alla fine. Fanton ha mostrato come il Settecento veneziano non si sia fermato alla subordinazione e all’allegoria. Il caso che lo dimostra è il raro ritratto di Lazzaro Zen dipinto da Francesco Guardi. Zen era un catecumeno fuggito dalla schiavitù e accolto a Venezia. Fu battezzato con il cognome della famiglia patrizia che lo protesse. Guardi lo dipinge al centro del quadro, non come servo al seguito di qualcuno. Per Fanton questo ritratto segna un passaggio: negli ultimi anni della Repubblica una persona africana poteva smettere di essere un simbolo esotico e diventare un individuo, con un nome, una storia e piena dignità.

Il dialogo con la mostra e con “Le belle armi”

La ricerca di Fanton si è legata alla mostra curata da Enrico Mascelloni, tra i primi studiosi europei dell’arte contemporanea africana. Al Museo di Santa Caterina sono esposte oltre 120 opere di 23 artisti da dieci Paesi dell’Africa subsahariana, realizzate soprattutto tra gli anni Settanta e Novanta. Tra gli artisti ci sono Esther Mahlangu, Georges Lilanga, Cyprien Tokoudagba, Twins Seven Seven e Paa Joe. Alcuni di loro parteciparono nel 1989 a “Magiciens de la Terre” al Centre Pompidou. La mostra, promossa dal Comune di Treviso e organizzata da Promakos, è dedicata alla memoria di Sarenco, con cui Mascelloni lavorò dagli anni Ottanta.

All’incontro si è parlato anche del nuovo saggio di Mascelloni, “Le belle armi. Geopolitica dell’arte contemporanea” (Skira, 352 pagine, 35 euro). Il libro considera superata l’idea di soft power. Analizza come l’arte contemporanea sia diventata una misura della potenza di un Paese, con capitoli dedicati a 25 nazioni e approfondimenti su temi d’attualità come la riapertura del Padiglione Russia alla Biennale di Venezia 2026.

Le due prospettive si sono incontrate. Fanton ha raccontato come Venezia “usava” l’immagine dell’Africa. Mascelloni ha raccontato come gli artisti africani hanno costruito un linguaggio proprio, che il curatore descrive come «un’autonomia culturale che non ha bisogno di legittimazioni esterne». Ne è uscito un percorso di quattro secoli in cui lo sguardo si ribalta.

Per Il Nuovo Terraglio l’incontro conferma l’impegno a sostenere la ricerca dei giovani studiosi del territorio e a portarla al pubblico.

INFO MOSTRA

La materia dei sogni. Radici dell’arte africana contemporanea

Museo di Santa Caterina, Piazzetta Mario Botter 1, Treviso

Fino al 15 gennaio 2027

https://visitmuseumtreviso.com/shop/africa-oltre-lo-sguardo-arte-storia-geopolitica-e-nuove-narrazioni

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