Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
A quell’epoca ero un ragazzo deciso: come Percival andò sulle tracce della Bestia Glatisant, io avrei fatto oggetto della mia ricerca nientemeno che me stesso!
(Non male, eh..?).
Mi trovavo in quell’età che qualcuno dileggia indicandola con “né carne, né pesce”, ma io me ne infischiai. Raggiungere l’obiettivo o morire, questo diventò il mio dogma.
Mi dissi che, magari, era preferibile raggiungerlo.
E infatti: zio Melchiorre in soffitta teneva, fra cimeli che la polvere e i rammarichi avevan reso irriconoscibili, un vecchio violoncello che forse in altre epoche aveva fatto vibrare, oltre le sue, d’acciaio cromato, le più intime corde della commozione umana. Sarei stato io quell’artefice magico capace di dar nuova vita allo strumento?
“Sisì.”, mi dissi, non un tentennamento: levai al cielo un pugno serrato in segno di suprema sfida. Alla vista del violoncello seppi in un istante che avrei imbarcato me nell’avventura dell’Arte. Avventura straordinaria, sa ognuno. Saprà egualmente che per lor stessa natura le avventure è noto come cominciano, non come finiscono. Ma io ero già a quel tempo un ragazzo che se ne infischiava della carne e del pesce, tuttavia non manchevole di correttezza:
«Ô zio!» – chiesi (per correttezza) – «Cheffà, me lo impresti?»
Zio Melchiorre (o si chiamava Gaspare? Comunque, qui, il fatto che importa è l’Arte) non era alieno dalla generosità.
«Nipote!» – rispose – «Ti dirò grazie, se fai sparire quell’attrezzo infernale!»
Mi perseguita un vuoto di memoria a proposito del nome dello zio (forse era Baldassarre? Certe volte mi ci sfaldo la testa) ma l’espressione, oh, l’espressione! Quegli occhi di fuoco!
«Ebbene sarò un artista!» – mi dissi ancora (avevo un’attitudine al colloquio con me stesso, in quel periodo). Avrei sperimentato il trionfo del mio genio; la mia vita si sarebbe impreziosita di significati che ancora non scorgevo. Che importava? C’è poco da scorgere, quando una strada è profumata dagli allori della gloria. Anima e corpo mi gettai nell’avventura.
Distrazioni? Pochissime. Grattavo con fervore le corde del vecchio arnese, come se da ciò dipen- desse la salvezza dell’anima mia. Giorno e notte, io grattavo. Grattavo parecchio.
Allo scopo di grattare finanche in trasferta, alle ore dieci e circa d’un mattino musicato da sé stesso con due smorfie d’atmosfera e tre guizzi di follia – dati da colorazione punto stramba, pur placata nell’intesa di bagliori imbrattati da foschie infittitesi nel cielo con l’assetto di insolenze rivoltate a testa in giù –, su due ruote mi portai sul litorale, e deposta la vespetta a brucare un po’ di frescura, me lo rimirai in lungo e in largo sin dove potevo disporre d’una fessura d’occhio.
Constatai che quanto l’occhio anzidetto (dotato delle fessure valevoli) e orecchio (adorno non meno) mi raccontavano, offrivano sufficienti garanzie di sconfinferamento; poteva insomma andar bene: io, c’ero; scenario giusto, e c’era; brezzolina, adeguata; mestizia dolce e tormentosa, tal qual sopra; tem- peratura adatta alla confessione dal cuor compunto: trabocchevole (e anche qui, ci siamo…); poi… che serve? Ah, sì: un’arietta brillante e tersa – che ogni cosa faceva parer lustrata con una pezza morbida – convenuta anch’essa. E allora col mio strumento volai via, via, via, intoccabile e leggero come chi per- mette d’essere amato in modo totale, più lontano delle nuvole vezzose (e di moralità ondivaga) più lon- tano del mondo e dei rimpianti, più lontano di quanto t’ho cercato, nel mio cuore e poi (lo sai?) nel tuo…
Gratta oggi, gratta domani, privandomi del sonno, deperii. Oggi in tivù si vedono programmi da cui si apprende che uno sciacallo necrofago affetto da carcinomi orali ha un alito meno fetido di quello che effondevo io allora. Ma io ero già a quel tempo un ragazzo che aveva un obiettivo da raggiungere o morire (ero ancora del partito di raggiungerlo): per secondare la mia passione mi trasferii, dalla campagna – in cui avevo per ascoltatori grilli, gechi e volpi – alla periferia della città. Avrei ricevuto anche là, pensai, la tacita e benigna approvazione riservatami dai gechi. Non la pensai esatta: la mia arte era se- gnatamente idonea a instillare disperazione nelle famiglie, smantellare buoni propositi presso i pii, dis- solvere la più piccola fiducia nella vita negli abituali portatori di speranza. Disturbati fin nel camposanto non lontano, gli inumati ebbero anch’essi per me dei moti di viva disapprovazione.
Un giorno ero intento a seviziare le corde del violoncello, quando sentii bussare alla porta, discre- tamente.
«Chi è?» – mi premurai.
«Un uomo riconoscente.» – mi fu risposto.
Il senso lo afferrai dopo.
Aperto l’uscio, calde le lagrime che gli rigavano il volto, incontro mi venne un uomo anziano.
Smunto era il suo aspetto, ma atteggiato a ineffabile appagamento. Egli ghermì il mio capo e lo baciò teneramente.
«Io ti benedico, ragazzo!» – disse.
Io ero a quel tempo un ragazzo trapiantato nella periferia di una città dove gli inumati non lontani avevano opinioni differenti dalle mie, e per questo risposi:
«..?»
«No. Non dire nulla. Non ringraziarmi. Ti prego, suona ancora.»
Qualcosa volevo protestare, cortesemente. Me lo impedì un suo gesto affabile, eppure autoritario.
Presi posizione; assestai una delle mie famose sciabolate d’archetto a beneficio del venerando. «Uuuh!-Uuuh!» – come volesse attorcigliarsi sulle gambe malferme, tutto si contorse. Sul mo- mento credetti dovergli indicare l’apposito stanzino. Era invece di piacere che gemeva. Grattai ancora.
Si avviticchiò nello spasimo.
«Sì, sì, così..!» – uggiolò – «Grazie. Che tu sia benedetto, ragazzo.»
Ricordo che io ero a quel tempo un ragazzo capace di cancellare la pace nelle famiglie – e il diavolo lo sa! – ma che non aveva rivali quando menava sciabolate con l’archetto, per cui non rinunciai a chiedergli: «M..?»
«Va bene. Ti dirò.» – sedette. La fronte parve graffiata da pensieri gravi. Parlò.
«Una malattia incurabile. Così han detto i dottori. Ma io non ho abbandonato la speranza. Ho raddoppiato anzi la tenacia, gli sforzi, le cure. Mi sono imposto di guarire ad ogni costo. Ho lottato con furore. Non sono guarito: mi sono all’opposto debilitato al punto che ogni azione mi costa uno sforzo enorme. Poi, all’improvviso, sei arrivato tu. Tu! Capisci?»
Non volevo mentire a quel vecchio rispettabile. Decisi offrirgli il conforto della migliore cordialità: «H..?»
«Prima del tuo arrivo il mio cuore era colmo di speranza. La vita appariva ai miei occhi un bene prezioso da difendere al di là di ogni ragionevolezza. Ero un difensore instancabile di ogni forma di vita.» Io ero a quel tempo un ragazzo la cui scorza d’artista era divenuta insensibile a tutti i richiami non riconducibili all’arte pura, ma le parole di quel veterano mi commossero al punto che pure le mie lagrime premevano per unirsi alle sue; lo pregai di continuare: «S…» dissi.
Preghiera superata dalla sua volontà di dirmi tutto.
«Ma ora tu sei qui. Grazie al frastuono lancinante con cui ci affliggi, è caduto il velo: adesso io vedo. Vedo l’intima essenza dell’abiezione. Riesco a percepire l’orrore dei martiri straziati, sento il grido di dolore che si alza dalle creature designate al supplizio, avverto la scelleratezza che si nasconde dietro la meschinità umana. Capisci? Io vedo, e odio profondamente la vita. Nulla mi è più gradito che abbandonarla. Ma non voglio farlo da solo: voglio (io devo capisci?) ammazzare tutti quelli che posso. A partire da te. Su, giovane consacrato, abbraccia la morte insieme a me.»
A quel tempo ero un ragazzo che aveva fatto dell’Arte la sua amante – dolce era il suo giogo e lieve era il mio peso – ma in quell’occasione mi precipitai ad abbracciare piuttosto il mio violoncello, soprattutto per interporre un riparo fra me e il coltellaccio con cui il vecchio menò un fendente che lacerò l’aria e anche due corde del povero attrezzo.
Qualche volta riporto alla mente l’episodio: il terribile stridio delle corde fece piegare in due il vecchietto, tra indicibili spasmi e convulsioni. Il suo viso era trasfigurato da un godimento superiore.
Allo stesso modo ricordo che il mio era zuppo di sudore, probabilmente a motivo della folle corsa attraverso i campi, che mi persuasi di terminare soltanto quando tra me e la lama potesse esser misurata una distanza di qualche chilometro.
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