Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
La vita è fatta di scale e so come affrontarle: una alla volta, per poi godermi il ballatoio. Ricordo il mio Armando, che mi prendeva la mano e mi invitava a ballare.
Adesso ho l’affanno, le mie forme pesano e un passo di danza mi stenderebbe. «Margherita. Come va?»
«In salita» rispondo al mio dirimpettaio che mi offre il braccio e mi accompagna. «Sei una benedizione» gli dico.
«La prossima volta le facciamo tutte assieme, le scale».
«Grazie, Ferdinando» rispondo.
Ha settant’anni. La vita militare gli ha regalato un fisico prestante. È sempre cortese e ben vestito. «Sei piena di vita, ammiro la tua positività» mi dice.
«Tu, mi lusinghi, ammirevole sei tu».
«Una donna va sempre elogiata per le proprie virtù» spiega.
«Grazie. Namastè»
«Namastè a te. E a Teresa, che ho visto entrare prima».
Parla di mia figlia, che ha cinquant’anni e una vita malandata.
Mi irrita che irrompa in casa se non ci sono.
La sorprendo semi spogliata, che fa selfie artistici in salone.
«Perché non mi avvisi quando vieni?» le urlo.
Abbassa l’appendice che è ormai parte della sua mano: «È casa mia, anche se non ci abito più». Non ha rispetto per me.
«Portami il Polase» le chiedo.
«Hai l’affanno ma non perdi occasione per trattarmi male» sbotta.
«Doveva piovere» commento, mentre mi porge l’acqua dove ha sciolto i sali o forse un veleno. «Piove o no, è luglio, fa caldo e devi restare a casa. Lo dice la TV».
La osservo stupefatta, sa che non la guardo mai.
«La lettura dei classici mi distoglie dalle sciocchezze del mondo».
«Mamma, ti serve un aiuto e ho deciso chi te lo darà» insiste.
Si preoccupa o vuole soltanto liberarsi di un pensiero. Quando lavorava, occupava le giornate dimenticando il suo sport preferito: odiarmi.
Ora va in palestra, insegue il corpo perfetto e pubblica video sui social.
«Si tratta di Anil» annuncia «ti terrà compagnia, rassetterà la casa e farà la spesa».
«Il tuo dog sitter? Caruccio, lo piazzo tra i mobili per rendere più etnica la sala».
«Non scherzare, su».
Invece rido, perché mi immagino col babydoll indosso, a settantotto anni, che gli apro la porta e lui scappa via.
«Ti diverte? Domani lo accompagno qui».
Il mattino dopo, suonano alla porta: nello spioncino vedo Anil da solo, allo sbaraglio. «Signora Teresa aveva call conference» spiega.
È magro, Anil.
È in Italia da dodici anni ma continua a mangiare poco come a Dambula.
Nel suo Paese, abitava in una fattoria, lui ama gli animali e qui ha un folto numero di cani a cui badare, come Greg il border collie di Teresa.
«Lo vuoi un buon caffè, fatto con la cuccumella?» gli chiedo.
È imbarazzato, non conosce quella parola ma capisce caffè e accetta.
È tenero. Studia i mobili del salotto dove ci accomodiamo. L’arredo gli piace, come il caffè che si gode a ogni sorso. Ha una bella bocca, che allenta quando sorride e recinge quando sorseggia. Ho un pensiero osé: deve essere un gran baciatore.
«Molto buono» dice.
«Grazie, se vuoi ti insegno a farlo».
«Va bene, signora, ma cosa posso fare per te?» chiede.
«Puoi chiamarmi Margherita» gli dico sorridendo «Vieni di là, ti faccio vedere».
I primi giorni abbiamo sistemato le troppe cose che conservo nei mobili.
Mi colpì quando l’invitai a entrare la prima volta nella mia camera.
«Sicura che posso?» chiese «Questa è tua stanza e io sono uomo».
«Potresti essere un nipote e io tua nonna» scherzai.
La seconda volta si è seduto con me sul letto a guardare gli album di foto di me bambina, ragazza e sposata e di Teresa, bambina e adolescente.
«Tu sempre bella, Margherita. Anche Teresa bella» mi ha detto con gli occhi bassi.
«Che galante che sei» ho risposto accarezzandogli la mano.
La ha allontanata, infastidito.
«Perdonami, era la carezza di una nonna» gli ho detto.
«Scusa, signora, ma tu donna prima che nonna».
Quel pensiero di non considerare l’età ma il sesso, ricordo che mi ha eccitato.
Ma cos’è l’eccitazione? Una pulsione che ormai non ho più.
Che ne direbbe Freud? Devo cercare in uno dei suoi libri.
La volta dopo, Anil esce a fare la spesa. Quando torna sale le borse da solo, quattro alla volta.
Poi incontra l’adorabile vicino che lo aiuta.
«Ragazzo fortunato» dice Ferdinando «che gode della tua vicinanza».
«Io ti invito spesso per il tè o per il pranzo ma tu rifiuti sempre» ribatto.
«Sono un galantuomo, lo sai, lo trovo inopportuno».
Uomini che non si avvicinano troppo: è per garbo o perché sono vecchia?
Sistemata la spesa, invito Anil a restare e cucino per lui.
Dopo mangiato, mi offro di insegnargli a fare il caffè con la cuccumella.
Ascolta i passaggi, gli spiego la storia di quella caffettiera antica dove il caffè esce con grazia senza la dirompente pressione della moka. Gli spiego anche l’uso del coppetiello che imprigiona l’aroma. «Girala tu» gli dico, prendendogli la mano: è tremante ma mantiene il contatto.
Ne avverto il calore asciutto e la pelle compatta. Si gira verso di me: occhi giganti che mi scrutano. Freud, che ho riletto, dice che non dovrei avere pulsioni.
«Ti piace fare il caffè con me?» gli chiedo.
Gli accarezzo i capelli sottili che mi regalano una piacevole sensazione, come la sua frase: «È bello fare tutto con te, Margherita. Svuotare mobili, guardare foto e sorridere».
Mi sciolgo. «Sei un galantuomo, Anil».
«Grazie» risponde e prende la cuccumella.
Se avessi vent’anni, a uno così gli salterei addosso.
«Trovi che sia ancora bella?» gli chiedo.
«Mamma mia, che domanda» esclama «Ho visto tue foto, di tanto tempo fa e sei bella ora come eri bella prima».
«Usi queste parole, quando vuoi sedurre una donna?» Si gira verso di me dopo aver acceso il fuoco. «Tu sei più vera di tua figlia» esclama.
Il mio ego e l’antagonismo con Teresa sono in visibilio.
«Siediti e spiegami, mentre aspettiamo il caffè».
«Teresa non è reale. Lei ha bel fisico, va in palestra, ma poi usa i filtri per fare i video.
A me piacciono le donne ma, scusami, lei è finta».
«Non scusarti, hai ragione».
«Io penso che solo se leggo tutta la tua storia sulla tua pelle o nei tuoi occhi, allora sei bella davvero».
Un brivido mi attraversa. So che Freud acconsentirebbe. È autentico, Anil, e gli chiedo sfrontata: «Ti va di fare una cosa con me?»
Dice sì per educazione, mentre Freud si volta dall’altra parte.
Prego il ragazzo di seguirmi in camera mia e sdraiarsi di fianco a me.
Voglio solo ascoltare i nostri respiri, restando fermi. Mi asseconda, forse perché sono vecchia.
Mi piace. Lo dico per vanità e per dispetto: ho goduto di quanto ha detto su mia figlia.
Teresa, che non è per nulla come me.
Eccola infatti che entra in casa senza preavviso.
Piomba nella stanza e trova me e Anil sdraiati nella penombra, le mani che si sfiorano: una connessione che non riuscirà mai a comprendere.
«Mamma» mi urla «Sei impazzita?»
Anil apre gli occhi di colpo e vede Teresa sulla porta, si alza con un balzo e scappa via dalla stanza, da me, da casa mia.
Mia e non di Teresa che non può farmi questo, non può irrompere qui e darmi della pazza.
Mi alzo con veemenza per correre dietro ad Anil ma il caldo e la rabbia mi fanno inciampare e cadere.
Dopo tre giorni di ospedale, i valori sono stabili, ma c’è Teresa che mi disturba anche qui.
Viene in orario di visite e piange, lei che non ha emozioni.
Si vergogna. «Anil è tornato al suo paese» mi informa «girava voce che infastidisse le signore per cui lavorava». Apprendo la notizia con livore: quella voce l’ha fatta girare lei. «Sei soddisfatta, ora?» le chiedo.
«Mamma, come puoi biasimarmi dopo quello che hai fatto?».
Raccolgo le forze e mi sollevo sul letto, la guardo con astio e le urlo: «Che ho fatto, stupida che sei? Cosa capisci tu, della vita o di me? Tu neanche mi conosci, non hai mai voluto conoscermi».
Cade dalle nuvole per la lavata di testa.
«Che dici?» balbetta «Guarda che vado via e non mi vedi più».
«Magari» impreco «ma stai tranquilla, succederà. Domani quando verrò dimessa, lascerò la casa e non mi vedrai più. Saprai della mia morte solo per il funerale».
È sgomenta per le mie parole e scappa dalla stanza in lacrime.
Non mi conosce, per davvero.
L’indomani, infatti, sono in un’agenzia di viaggi per comprare un biglietto aereo.
Arrivo a Dambula al tramonto.
Dall’auto in noleggio, guardo con meraviglia il panorama. Giungo alla fattoria e chiedo di lui. Con gli stivali e la tenuta da lavoro, Anil da lontano mi guarda sorpreso: «Margherita, cosa ci fai qui?»
Scendo dall’auto.
«Avevi ragione» gli dico «È un posto incantevole, questo. È impregnato di tutta la vostra storia». Gli vado incontro.
«Ci vogliono occhi lievi come i nostri per apprezzare le cose belle del mondo».
Mi ascolta incantato. Gli spiego perché sono lì, lo faccio davanti a un caffè che prepara con la cuccumella che gli ho appena regalato.
«Voglio scegliermi la compagnia che merito di avere vicino. Voglio restare qui, Anil» annuncio. «E magari facciamo venire pure Ferdinando».
Lui ride.
Però non gli confesso che mi piacerebbe sdraiarmi vicino a lui, ancora una volta.
Solo per un istinto, di sopravvivenza, della mia libertà alle zavorre del mondo.
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