Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Io, intanto, no
Ne ho sempre scritte un sacco, di cose. Tutte allegre, tutte poco impegnative. Il mio agente, Raffaele Moretti, andava pazzo per il mio stile. Più che altro ne andava pazzo il suo conto in banca. Il mio era nello stesso reparto, ma con la camicia di forza. Pativo la fame, i primi tempi, ma non mi importava: mi sentivo alchimista, cercavo formule magiche per trasformare le mie parole in oro. Però anche pane andava bene.
La svolta fu la pandemia. Avevano tutti così tanta voglia di vincerla che schernirla risultò il passe-partout perfetto: appena dicevi covid erano già tutti pronti a piangere dalle risate per non farlo dalla paura.
Così mi scritturarono per un paio di pezzi su uno show in diretta nazionale. Raffaele volle fare festa, per cui invitò quelli dell’agenzia giù al bar e offrì Moscow Mule a tutti. Alle 14. Quando il sole era calato cantava Orietta Berti con la cravatta arrotolata in fronte sui tavoli del dehors. Lo riportai ubriaco fradicio a casa che malediceva i suoi capi, colpevoli di non aver mai creduto in lui.
«Come io con te» biascicava caracollando «ma oggi tanto eravamo tutti lì, coi bicchieri e i pugnali nella stessa mano …».
La prima sera andò tutto benissimo. Feci il mio pezzo sulla guerra in Ucraina senza intoppi, ci aggiunsi pure un paio di svirgolii su Hamas, che in quei giorni andava davvero forte. Scrosci d’applausi e il manager stesso del format che volle chiamarmi nel camerino. «Gianni!» diceva «Ma che numeri che hai, sei una cambiale in bianco da firmare per non andare in bianco! Un po’ di bianca insieme, stanotte, che dici?».
E giù, tutti a ridere, ancora, di nuovo.
E io pure ridevo, contratto, con certe fitte nella pancia che non mi spiegavo, una gran voglia di mollare tutto, idiozie e inibizioni, facili battute ed allusioni, standing ovation e stand up comedy, tutto quel carrozzone che cominciava a darmi giramenti di capo, un senso di nausea che non mi spiegavo.
«Incinto non sei» mi scherniva Raffaele, dandomi di gomito nel bar di primo mattino «a meno che tu di recente non mi abbia tradito…Ma non lo hai fatto, vero?». Mi guardava pallido, meriggiare e assorto, come se fossi di carta velina e lui la mia striscia la notizia. «Forse è un po’ di paura» mi consolava Rosanna, la mia ragazza «capita, quando si affronta qualcosa di grande. E tu, qualcosa di grande ce lo hai per me?». La buttava in carnevalata anche lei, come un capriccio dell’anima qualsiasi, uno sfogo appena, un eczema da mandar via con qualche cremina alla benzodiazepine, magari una cannetta con un po’ di blues, meglio se dopo una giocherellosa cavalcata.
Yuppie.
Ma io non me la sentivo. Di dire che un tizio entrava in un caffè e faceva splash, o che un ciclope strabico e basta, no, mi era impossibile. C’era qualcosa che al tempo mi angustiava e mi rendeva elettrico, quasi instabile: come la fiammata di un fulmine, che però non sa bene dove scaricare. A terra, ma farò male a qualcuno? E se su un albero, con tutto quel che succede in Amazzonia? No, irragionevole.
Era venerdì sera, dovevamo andare in onda da lì a un’ora. Io chiuso nel mio camerino avevo appena finito di fare due cose: fumare la mia ultima sigaretta e fissare per l’ultima volta la mia faccia da idiota. Il tutto con Dostoevskij che ammiccava dal comodino.
«Era ora» allumava «cretino» mi diceva, per non esser poi troppo banale.
«Giorgio» picchettava alla porta Raffaele, in leggero stato d’ansia «mi apri, Giorgio? Mi fai sentire quelle due chiusure di cui parlavamo, Giorgio? Giorgio? Giorgio, porca puttana, Giorgio!».
Da fuori il tramestio era a poco a poco aumentato. Di lì a qualche minuto era venuto alla mia porta il Poretti, collega di vecchia data, che aveva cercato di illanguidirmi.
«Dai, poi si va a bere, amico mio» diceva «come ai bei vecchi tempi. Io, te e un bel Brunello da scolare con Coltrane di sottofondo». Ma quando mai, che col Poretti al limite era tutto uno shot sui Navigli con Elodie a palla mezzo nudo in Darsena, col Circolo Canottieri che entrava in acqua per timore che lo scemo si tuffasse fra pantegane e bocce di birra.
«Amore mio» arrivava anche Rosanna «mi senti? Guarda che io ti capisco sai? Però esci porco cazzo da lì che è una vita che dico ai miei che non sei soltanto un buffone di corte, diosanto!». Non è un problema mio, pensavo tra me e Dostoevskij.
«Senti, Colazzi» mi diceva il manager, giunto per l’occasione direttamente dal quartier generale «hai un contratto, ce l’hai presente, sì? Penali, sì? Un futuro, magari, sì? Ecco, che facciamo? Mandiamo tutto in vacca per un capriccetto, sì? Apri sta porta, per tutto il prime time di questo mondo, sì???».
E io alla fine l’ho fatto. Ho aperto di scatto la porta, proprio in faccia al Poretti che mi si schiantava a terra, col naso che spisciolava sangue. Ci fossero state le risate preregistrate l’effetto sarebbe stato comico, ma il dramma ce l’avevo dipinto in volto, anche se ero sempre stato pessimo in disegno.
«Ti sei deciso» mi aveva detto Raffaele, che già stava per fare harakiri con la stilografica «ora andiamo sul palco».
«Il più bello del mondo, però» ho detto io, avanzando a piè sospinto. E ho raggiunto le scale, ma non le ho discese in direzione del teatro. Sono salito, con gli altri che si affaccendavano dietro. E chi pretendeva spiegazioni, chi tentava di prendermi per gomito. Io salivo, salivo, come un filo di bava pronto al cambio di genere.
Quando sono arrivato in cima al palazzo, sulla terrazza di quell’edificio che fagocitava l’orizzonte fino a spolparsi l’osso della Madonnina, non ho potuto non trattenere il fiato per lo splendore: un tramonto rosso vermiglio calava come una scure sulla città, iridiscendola purpurea come una vergine di corallo.
«Ma sei scemo?» mi aveva detto il manager «Cosa piangi, che viene sera? Guarda che lo fa ogni giorno, che razza di problemi hai?». Io insistevo però a non schiodarmi da lì, beandomi dello spettacolo silenzioso che mi si apriva davanti. Qualcuno aveva preso a filmarmi, sbattendomi in prima pagina o su qualche reel da condividere per farsi due like in più con l’aperitivo, insieme alle noccioline. Io invece ho sorriso e mi sono seduto a gambe incrociate sul parapetto, tirando fuori dalla giacca taccuino e lapis.
«Rimango qui» ho solo detto «il resto non mi interessa, cari. Fate pure come volete. Da oggi non sarò più lo spettacolo da registrare, ingiallendo negli hard disk come una vecchia foto».
Si sono guardati tutti come in un acquario, non sapendo che pesci pigliare. Rosanna ha tagliato corto chiedendo al manager di portarla a cena e lui ha abboccato all’amo, ignorando che lei ordina solo aragoste, lasciando il patner a piangere nel mare infinito del conto da pagare.
«Però mi ricorda qualcosa» ha sbadigliato un giornalista, un tempo laureato in lettere, oggi solo alla ricerca di uno scoop come Godot, o del tempo che ha perso, senza aspettare però Proust, che di attendere non ne può più.
Ed eccomi qui, arrivato al ventesimo giorno di questa mia presa di posizione. La maggior parte della gente è andata via, ho smesso di essere virale dopo una settimana, quando a tutti era chiaro che non mi cibavo di muschi e licheni ma del cestino che la portinaia dello stabile mi portava su, mossa a compassione. Anche la polizia, che pure era salita, mi ha lasciato stare. Un agente molto educato un giorno mi ha chiesto solo se andasse tutto bene.
«Sì» gli ho detto »però preferisco star qui, come a galleggiare sopra un po’ tutti, piuttosto che sguazzare da basso nel comune letamaio».
«Che ha detto?» ho sentito che gli chiedevano un paio di curiosi saliti con lui.
«Bò, però mi sa che nei camerini è sporco» ha risposto l’agente, più candido di Voltaire.
No, non è una protesta la mia, ma un dato di fatto.
Esigo scorgere l’alba, berla d’un sorso ora che fa primavera, stringermi nell’abbraccio della metropoli che si sveglia e cullarmi al suono dei clacson che la violentano. Pretendo di inabissarmi a veder occhi, sorrisi, litigi e sentire scrosciare le risa, gli urli, i pianti. Avrò voglia di appuntarmi parole, sputi, frammenti di un discorso anche non amoroso, querele, questioni, maledizioni di amanti tradite. Non sarò più il satiro di nessuno, neanche di me stesso.
Guarderò bruciare ancora lo sfondo, non del mio pc ma della città e quando me la sentirò, con un salto, volerò sulla cima del palazzo dirimpetto.
Così ho imparato, tempo fa, prima di sparire dentro me stesso per cercarmi senza trovarmi mai, nonostante Google Maps.
E ora, se volete, tornate pure alle vostre stupide live. Io, intanto, no.
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