Vuole dire impressione indelebile nella memoria biologica dell’individuo. Nel 1935, il biologo Konrad Lorenz dimostrò al mondo il fenomeno dell’imprinting: quel breve, critico periodo in cui i neonati di alcune specie animali – in particolare i volatili – identificano come “madre” il primo oggetto in movimento che vedono, legandosi a esso per garantire la propria sopravvivenza. Le immagini di Lorenz seguito in fila indiana dalle sue ochette sono entrate nella storia della scienza. Quel legame, però, ha una scadenza biologica: superata quella finestra temporale, l’animale impara a vedere l’altro come un individuo distinto.
Nell’essere umano, l’imprinting non si esaurisce con l’infanzia. Continua a lavorare nell’ombra, plasmando chi siamo. Lo sa bene chiunque abbia mai osservato un cane replicare le bizzarre abitudini della propria madre, o chi si sia sentito dire, con un filo di sorpresa: «Ti muovi, parli, ti atteggi esattamente come tuo padre». Questa emulazione si imprime anche nel modo di essere e di pensare, cioè nel carattere, e quindi nel destino. Anche quando c’è un rifiuto ostile dei propri genitori, essi lasciano comunque nel soggetto che li odia le loro tracce indelebili.
Molte delle nostre abitudini più singolari, della nostra postura, del tono di voce, fino ad arrivare allo stile di pensiero e alle idee, non sono altro che il riflesso emulativo delle persone con cui siamo vissuti e che, in qualche modo, ci hanno accudito e fatto crescere. L’imprinting può derivare anche da un maestro di cultura e di stile, o da chi abbiamo ammirato e amato.
È un dato biologico che ci rende familiari a noi stessi e agli altri, portatori ed eredi di quel “piccolo mondo antico” che spesso ci manca. È da questo imprinting culturale e affettivo che nasce la nostalgia: il ritorno doloroso del passato, il desiderio struggente di ritrovare un “altrove” lontano che un tempo ci era familiare, esattamente come lo abbiamo lasciato. È il motivo per cui il ricordo dei luoghi che abbiamo amato, e che a volte abbiamo dovuto abbandonare, non ci lascia mai.
Tuttavia, l’imprinting umano nasconde una trappola dolorosa. Quei pochi fortunati che riescono a tornare nei luoghi del passato si accorgono presto del grande inganno: tutto è diverso, tutto è sconosciuto, niente è rimasto come nella memoria. Il tempo deforma gli spazi.
E allora non resta che fare l’unica cosa possibile: desiderare di tornare a casa. Verso la nostra nuova casa, dove, paradossalmente, continueremo a coltivare la nostalgia di ciò che è stato e che non sarà mai più.
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