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In questi giorni, con le forti mareggiate, sono emersi tanti mattoni sulla spiaggia di Venezia, esattamente nel tratto che va dal Blue Moon al Pachuka. Ricerche storiche e testimonianze portano a ipotizzare che siano i resti del campanile di San Marco crollato nel 1902. Le macerie del “paron de casa” furono gettate in mare a 3 miglia del Lido di Venezia

 

“Abbiamo già iniziato a svolgere alcuni studi storici – spiega Vittorio Baroni che sta curando la ricerca – le forme irregolari, la diversità dei colori e le rotondità dovute all’usura del tempo portano a dedurre che potrebbero essere materiali del campanile di San Marco crollato il 14 luglio 1902”.

 

Il comitato Lido Oro Benon propone che il campanile di San Marco sia inserito tra gli argomenti culturali da valorizzare in occasione di Venezia 1600. Le antiche memorie romane e bizantine rintracciate tra le macerie del campanile e il clamore mondiale che fece il crollo del campanile meriterebbero un focus per l’anniversario della fondazione di Venezia.

 

 

 

 

 

Nel frattempo siamo in grado di pubblicare gli interessanti contribuiti dell’artista Giorgio Bortoli e del fotografo scrittore Riccardo Roiter Rigoni, entrambi lidensi. Lido Oro Benon li ringrazia di cuore assieme al Presidente della Municipalità Emilio Guberti, che ha sottolineato “è da verificare l’autenticità dei mattoni, indubbiamente potrebbero avere un interesse storico, verificherò con chi di competenza”.

 

 

I fatti avvenuti davanti al Lido oltre 100 anni fa sono ricordati nel libro “IL CAMPANILE DI SAN MARCO RIEDIFICATO”. Le operazioni di vaglio, analisi, classificazione e affondamento delle macerie furono affidate a Giacomo Boni.

Il volume, pubblicato dal Comune di Venezia nel 1912, traccia la storia completa del campanile. I primi fondamenti risalgono all’anno 888 sotto il doge Piero Tribuno. Citazioni e immagini di frammenti romani, bizantini, carolingi con interessanti curiosità e fonti storiche.

 

In onore dei 1600 anni dalla fondazione di Venezia, Lido Oro Benon suggerisce alcuni passaggi contenuti nella narrazione curata da Antonio Fradeletto, politico veneziano che nel 1887 organizzò la prima Esposizione nazionale di pittura e scultura, la futura Biennale.

 

 

LE MACERIE DEL CAMPANILE NEL RACCONTO DI GIACOMO BONI

“Frammenti romani, bizantini e carolingi”

 

“Due giorni dopo il 14 Luglio 1902, accorso alle macerie, mandai in Palazzo ducale gli avanzi della Loggetta ed i frammenti romani, bizantini e carolingi compresi nella Torre diruta. Feci trasportare all’isola di S. Giorgio il materiale architettonico ed all’isola delle Grazie i mattoni e rottami non frantumati, travolti fra le macerie e rinvenuti scomponendo i blocchi o nel demolire il troncone.

 

 

Adunai numerosi laterizi romani, vari per forma e misura, rettangolari, quadrati o tondi, cuneati o ricurvi, giallastri o rossi, in molteplici tonalità; trenta all’incirca i bolli. Da un’unica sigla, giungono ad estesa dicitura come negli esemplari di Caracalla: IMPERATORIS. ANTONINI. AVGVSTI. PII, e nel cospicuo: 1. TITI. PRIMI. IVNIORIS. Come quest’ultimo, provengono nella massima parte da Aquileia e vicinanze i mattoni bollati AEDOS, gli Aidusina castra dell’itinerario lerosolimitano sulla via della Pannonia, e C. Q. VE. S e R. CASSI… e T. R. DIAD e QCLOWP1, iscrizione che richiama Q. Clodi Ambrosi più d’ogni altra frequente sui laterizi aquileiesi esportati per mare e sparsi in ogni porto adriatico. 11. 0.15. N.0.45.11 2.31.

 

 

Un mattone distinto dal bollo LAEP reca impronta di suola, munita di chiodi a capocchie spianate per l’uso. Troviamo altrove, sovrapposte all’inverso, due orme di piede umano destro. Impronte digitali, probabili contrassegni di catasta; se fossero manubri agevolanti la presa ed il trasporto dei pesanti laterizi, non dovrebbero mostrarsi in alcuni soltanto. Per nuovi segni distinguonsi altri mattoni; a rozze spirali Mattone sagomato, grosso m. 0,08. Mattone sagomato, grosso m. 0.07. modanature perfette, ad informi o regolari tracciati ai quali ignoriamo che cosa rispondesse nella semplice mente ideatrice.

 

 

Molte impronte animali, dovute al ferro di giovin cavallo od alle dita e regione plantare di grosso cane od alle zampe anteriori d’altro minore. Più volte è sullo stesso mattone l’orma di un’estremità; così abbiamo triplice unghiata vitulina, mentre che, altrove, s’imprimevano zampe di pecora e di maiale. Mutili riapparivan tra le macerie i bronzi che ornavano un tempo le nicchie sansoviniane; tronche a Mercurio le dita; svelti a Pallade e la lancia e lo scudo, e come da fendente spezzata, per la caduta di un masso, la visiera dell’elmo; priva la Pace del capo e del simbolo, e mozze la testa e le gambe all’Apollo”.

 

 

GIGETA E IL FUNERALE DEI MATTONI DAVANTI AL LIDO

“Go un tochetin de maton del campaniel”

 

«Con pochi intimi, inaugurai stasera il seppellimento a mare, su piroscafo rimorchiante una betta carica dei primi cento metri cubi di macerie. Sul triste carico , biancheggiante come ossa cremate, avevo steso un lauro troncato. La folla stava silenziosa sul Molo mentre, salpate le ancore e sciolti gli ormeggi, il piroscafo si mise in moto trascinando la betta, sulla quale stava a governo un vecchio marinaio.

 

 

Il piroscafo, con la prua a levante, passava lento d’innanzi alla Piazzetta, donde scorgevansi le ruine; d’innanzi alla colonna che porta il leone di bronzo eretto nel 1176 e che pur guarda lontano al Levante; alla riva degli Schiavoni ed alle porte dell’Arsenale; al forte di S. Andrea, opera fiera di Sanmicheli, e tra le dighe del porto di Lido fino a tre miglia in mare, dove uno scandaglio misurava quattordici metri.

L’acqua verde pallida come i bronzi delle necropoli italiche, era mossa da freschi soffi di Borea e le onde, battendo sui fianchi di rovere della betta, ne spruzzavano il carico; parevan Tritoni.

 

 

Era con noi una bambina veneziana, Gigeta, dolce nel viso e negli occhi come un Bellini, e teneva sulla sponda, avviluppato da frondi di lauro, un mattone sul quale avevo inciso: 14 LUGLIO 1902. Uno dei superbi lateres cocti di Aquileia, colonia-baluardo contro le invasioni barbariche; uno dei mattoni impiegati dai Veneziani nella torre-baluardo, non materiale soltanto, contro altre incursioni. Ad un mio cenno la bambina lo buttò a mare ; un tonfo, uno spruzzo; l’affondamento cominciava.

Lontano sull’orizzonte emergeva il profilo dei colli Euganei sede alla civiltà veneta nell’età preistorica.

 

Un’ora dopo eravamo di ritorno all’imboccatura del porto e, sull’ alto mare che aveva coperto per sempre i frantumi del Campanile di S. Marco, e che una Bora più fresca faceva spumeggiare, passava quasi orizzontale la luce scarlatta del tramonto. Un alcione solitario, bianco sul grigio cupo delle nubi temporalesche, volava a fior d’onda. Gigeta aveva qualcosa nella manina chiusa.

Go un tochetin de maton del campaniel, mi disse guardando lontano al volo dell’alcione».

 

 

GIORGIO BORTOLI, PIONIERE NEL RECUPERO DEI MATTONI PER L’ARTE

Woody Allen ne ha diversi a casa sua dentro un campanile in vetro

Lido Oro Benon ringrazia Giorgio Bortoli per il contributo che ci permette di far conoscere il riuso dei mattoni per l’arte. L’affermato artista veneziano ha realizzato l’archiscultura “NycVe Torre di Luce”. Per la sua opera, ideata nel 1999, ha utilizzato anche mattoni del vecchio campanile.

 

 

“Li ho recuperati di persona a San Nicolò – afferma Bortoli con studio agli Alberoni in Via Droma – dove la corrente li ha portati a riva dopo che erano stati gettati in mare. Sono stato un pioniere nel recupero dei resti del vecchio paron de casa. Nell’impresa sono stato supportato dal compianto prof. Bruno Rosada, poi un marmista li ha lavorati così che potessi inserirli nel campanile artistico”.

 

 

Tra le opere create dall’artista, con resti archeologici del campanile, c’è il leone con base in mattone creato per il Consiglio Regionale del Veneto. Tutti i materiali originari avevano ricevuto la recensione del prof. Rosada.

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Bortoli ci tiene a ricordare di aver realizzato “anche un campanile di San Marco per la casa di Woody Allen, tutto in vetro e riempito di mattoni originali ritrovati al Lido”.

 

 

IL ROMANZO E LE FOTO DI RICCARDO ROITER RIGONI

“Mattoni sulla sabbia e viaggiatori in partenza”

Riccardo Roiter Rigoni un sentito ringraziamento per i contributi letterari e fotografici. Le stupende immagini aeree del Lido di Venezia, pubblicate con la collaborazione della Fly Venice Helicopter Service, rendono bene l’idea dei luoghi narrati e dei recenti ritrovamenti.

 

«Mentre stavamo tornando verso l’ospedale mi fece notare alcuni pezzi di mattone seminascosti sulla sabbia. Me ne porse uno: da come si presentava intuii che doveva essere rimasto in acqua per moltissimo tempo e lei subito confermò questa mia ipotesi: “Su questa spiaggia non è raro trovare dei mattoni. Appartengono al vecchio campanile di San Marco, crollato nel 1902”.

 

Per un attimo pensai ad uno scherzo, invece spiegò: “Dopo il crollo le macerie non recuperabili sono state gettate in mare, al largo del Lido, e nel giro di circa ottant’anni le mareggiate e le correnti ne hanno fatto riaffiorare una buona parte”.

Trovai il fatto davvero originale e, tra me e me, considerai che ogni cosa, con il tempo, tutta o in parte, è destinata a tornare in superficie».

 

 

FOTO CON E SENZA EL PARON DE CASA

Profilo di Venezia con e senza il campanile di San Marco

 

 

 

Nella trasmissione “freedom OLTRE IL CONFINE” condotta da Roberto Giacobbo, andata in onda su Rete 4 il 10 gennaio 2019 dal titolo “Dov’era, com’era: la storia del campanile sommerso”, è stato proiettato un video in cui si parla di 1.200.000 mattoni gettati in mare. Nella foto si vede la bambina Gigetta che ne getta uno nelle acque.

 

 

 

Photo Credits: lidorobenon.com (immagini estratte dal libro “IL CAMPANILE DI SAN MARCO RIEDIFICATO”)

Perfettamente allestite, appuntate nell’elenco dei desideri di molti. Eppure chiuse. Sono le mostre che in tutta Italia restano sbarrate in attesa di un sì aprano le porte, con tutte le cautele del caso da parte del Governo.
Certo, molte di queste sono rimaste in contatto con il proprio pubblico grazie al mondo virtuale dei social e del website ma è evidentemente impossibile colmare il vuoto.

 

Vediamone alcune, cominciando da quelle che sono già al loro doppio sonno, nel senso che erano appena partite quando a chiuderle fu il lockdown di primavera, salvo risorgere con il sole d’estate e poi tornare nuovamente al buio.
Nella categoria delle veterane dell’era Covid è, al Palazzo Roncale di Rovigo, La quercia di Dante. Visioni dell’inferno. Dorè, Rauschenberg, Brand, aperta lo scorso 28 febbraio e adesso prolungata sino al 17 gennaio 2021.
Sorte analoga anche per un’altra mostra celebrativa di Centenari. A Rovigo, per quello di Dante, Previati in questo altro caso, è ricordato a Ferrara, al Castello Estense con la mostra Tra Simbolismo e Futurismo. Gaetano Previati. Inaugurata il 9 febbraio 2020, dovrebbe concludersi il 27 dicembre, salvo proroghe.
Accanto a queste due veterane, diverse altre vivono un poco gradito letargo in attesa del colpo di bacchetta magica che le risvegli.

 

In ordine sparso, Marc Chagall anche la mia Russia mi amerà, a Palazzo Roverella di Rovigo. Salvo proroghe, chiuderà il 17 gennaio, mentre a Padova morde il freno Van Gogh. I colori della vita, prevista sino all’11 aprile.
È pronta a farsi ammirare sino a sino al 5 aprile, ad Abano Terme (Pd), nel Museo Villa Bassi Rathgeb, Seicento-novecento. Da Magnasco a Fontana. Collezioni in dialogo sono la Bassi Rathgeb e la Merlini.
Tempi brevi, sempre che non intervengano auspicabili proroghe, per Mio Vanto, Mio Patrimonio. L’arte del 900 nella visione di Leone Piccioni, al Museo della Città di Pienza.
Al Palazzo della Podestà di Montevarchi (AR), luci spente anche per la monografica su Ottone Rosai, che dovrebbe concludersi il prossimo 31 gennaio.
Sempre salvo proroghe, a Cremona, Orazione Gentileschi. La fuga in Egitto e altre storie è, per adesso, prevista sino al 31 gennaio, in Pinacoteca Ala Ponzone.

 

Prolungata invece sino al 14 febbraio (chiusura inizialmente prevista all’8 dicembre), a Camera Centro Italiano per la Fotografia, naturalmente a Torino, per «Paolo Ventura. Carousel».
Ci sarebbe stato tempo sino 13 dicembre, alla Fondazione Magnani-Rocca, in quel di Mamiano di Traversetolo – Parma, per ammirare L’Ultimo Romantico. Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori.
Qualche settimana in più, sino al 14 febbraio, alla Nuova Pilotta di Parma per la mostra Fornasetti. Theatrum Mundi, aperta lo scorso 3 giugno.
Il 31 gennaio è la data prevista per la chiusura di La mano che crea. La Galleria pubblica di Ugo Zannoni (1836-1919). Scultore, collezionista e mecenate, aperto il 27 giugno scorso a Verona, Galleria d’Arte Moderna Achille Forti a Palazzo della Ragione.
Sono, negli scorsi mesi, iniziate a Ravenna le Celebrazioni per il Settimo Centenario Dantesco. L’intensissimo programma ravennate ha preso il via con Dante nell’arte dell’Ottocento. Un’esposizione degli Uffizi a Ravenna. Dante in esilio, ai Chiostri Francescani, dove resterà sino al 5 settembre 2021. Il secondo appuntamento è alla Classense con la mostra Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, di cui è già certa la proroga oltre il 10 gennaio, iniziale data di chiusura.

 

Ma, attenzione! Perché tra tante mostre dormienti, ve ne sono alcune che sono graziate per avere sede in paesi con meno restrizioni anti-Covid oppure per essere accolte in gallerie private, che in quanto esercizi commerciali, sono accessibili al pubblico (ad eccezione naturalmente di zona rossa).
È esempio del primo caso Dentro i Palazzi. Uno sguardo sul collezionismo privato nella Lugano del Sette e Ottocento: le quadrerie Riva, aperta nel pieno di questa ondata di Covid, allestita nella Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst, a Rancate, Canton Ticino, in Svizzera. Tranquillamente visitabile sino al 28 febbraio 2021.
Così come sono regolarmente aperte le sezioni milanese e fiorentina di Arte moderna e contemporanea. Antologia scelta 2021, mostra proposta da Tornabuoni Arte nelle sue Gallerie delle due città.
Per concludere il giro, ecco una Fiera: Flashback, l’arte è tutta contemporanea. Con il tema: Ludens, ha scelto di affrontare il Covid trasformandosi in un’Edizione Diffusa nella città di Torino e nel resto del mondo, dove hanno sede le gallerie partecipanti (www.flashback.to.it). Partendo al grido di non siamo soli, ci invita tutti a giocare con la sua ottava edizione, Ludens, dedicata alla capacità di ciascun individuo di riplasmare la realtà attraverso la creatività.

A cura di Michele Rovoletto

 

Con l’arrivo del 2020 è giunto il momento di festeggiare il tricentenario della nascita del concittadino più famoso al mondo: Giambattista Piranesi. Egli è ritenuto dagli studiosi un artista che ha segnato la storia dell’arte. In cinque episodi andremo a (ri)scoprire un patrimonio culturale moglianese, cercando di conoscere la sua vita e la sua arte.

 

Arte e vita di Giambattista Piranesi
Intervista al Professor Alessandro Martoni

Alessandro Martoni, storico dell’arte, è responsabile scientifico delle collezioni d’arte presso la Fondazione Giorgio Cini onlus di Venezia. Attivo sul fronte della formazione come docente di storia dell’Arte presso l’Università Internazionale dell’Arte di Venezia e su quello della divulgazione culturale, collabora con amministrazioni pubbliche, associazioni culturali, enti di formazione, diocesi.

 

 

• Carissimo Professore, converrà con noi che di Piranesi conosciamo molto della sua arte, ma che la sua vita sia ancora oggi, a trecento anni di distanza dalla sua nascita, foriera di molti interrogativi. Ci aiuti a districarci: intanto, Giambattista o Giovanni Battista Piranesi? Già il nome è declinato nei vari testi e nelle sedi museali in duplice modo.

Mi lasci iniziare con una citazione letteraria: “E non sa di nomi la vita”, sentenzia Pirandello nella strepitosa chiusura dell’Uno, nessuno, centomila. Citazioni a parte, si tratta delle tipiche varianti che si riscontrano sempre nei documenti, nella letteratura artistica, nella storiografia: sono corretti entrambi. Se vogliamo essere aderenti ai documenti settecenteschi, diremmo Giovanni Battista, o ancora meglio, alla veneziana, Zuanne Battista, come appare nell’atto di battesimo dell’8 novembre 1720: “Zuanne Battista fio di Anzolo Piranesi tagliapietra”.

 

• Grazie, stabilito il nome ufficiale, passiamo al grande dibattito degli ultimi decenni intorno a Piranesi: dov’ è nato?

Questione dibattuta. Risponderò semplicemente citando le considerazioni e i documenti trovati dal compianto studioso Lino Moretti, che ci ha lasciato purtroppo qualche anno fa, grande amico e frequentatore della Fondazione Cini. Primo: Piranesi viene battezzato l’8 novembre 1720 nella parrocchia di San Moisè a Venezia; l’atto di battesimo reca la data di nascita, il 4 ottobre, e non dice che sia nato altrove. Secondo elemento; nel medesimo atto si fa riferimento alla levatrice Maddalena Facchinetti, abitante a Santa Maria Zobenigo, confinante con la parrocchia di San Moisè; la donna è la stessa levatrice di tutti gli altri figli di Anzolo Piranesi e Laura Lucchese, tranne Mattio Zuanne. La famiglia Piranesi in quel momento aveva casa in calle o corte Ca’ Barozzi. Per farla breve, lo studioso si chiede: o Anzolo si poteva permettere di far soggiornare a Mogliano la levatrice insieme alla consorte, in attesa del parto; oppure entrambe, gestante e levatrice veneziana, si trovano per fortunata sorte a Mogliano. Tutto può essere; ma le confesso che mi paiono questioni di lana caprina. Cosa più interessante da rilevare è che rispetto a tutti gli altri fratelli, Zuanne Battista è l’unico ad avere un padrino d’alto rango: Zuanne di Ludovico Widmann.

 

• Lei quindi propende, come molti storici del resto, per una nascita veneziana, ma come si spiega l’epigrafe sul suo busto conservato ai Musei Capitolini? Che scopo avrebbero avuto il figlio Francesco e Antonio Canova di professarlo “da Mojano nel territorio di Mestre” come scritto sulla base della sua effige marmorea?

Certo, dice bene. Il busto fatto scolpire nel 1816 da Antonio Canova, “de pecunia sua”, all’allievo, collaboratore e amico, lo scultore veneziano Antonio D’Este, reca sul basamento l’inequivocabile nascita a “Mojano nel territorio di Mestre”. Si è detto che Canova, giunto a Roma nel 1779, a un anno dalla morte di Piranesi, doveva avere informazioni precise e di prima mano sul celebre artista veneziano, avendo frequentato il figlio Francesco, con il quale visitò e misurò numerosi monumenti antichi. Antonio D’Este giunse a Roma nel 1777, dunque doveva avere per forza conosciuto il celebratissimo conterraneo. Ma il busto è del 1816, trent’anni dopo. E il dato si basa in primo luogo sulla vulgata di Legrand, il primo biografo di Piranesi. Moretti a questo punto si chiese: corruzione e cattiva interpretazione di una scrittura che poteva suonare “natus in par. S. Moy. Año 1720”? Pierluigi Panza aggiunge che in nessun scritto di Giovanni Battista si rintraccia una citazione della nascita moglianese; e che Mogliano non è citata in alcun documento legato alla morte. Come la gran parte degli studiosi, propenderei per la nascita veneziana. E l’atto di battesimo è elemento dirimente.

 

• Altra questione poco chiara, la sua famiglia viene descritta come modesta, in alcuni testi addirittura povera. Il padre è talvolta citato quale probabile architetto o comunque direttore di cantiere, altre volte umile tagliapietre. La madre era di buona famiglia, il fratello di lei fu un funzionario della Serenissima. Insomma, abbiamo dati storici che ci diano un’idea più precisa della condizione famigliare di Piranesi?

Ancora una volta ci sostengono i dati d’archivio, che si aggiungono alle notizie ricavate dal Temanza. E non direi che non siano sufficienti ad avere un quadro chiaro. Anzolo Piranesi, figlio del barcaiolo Giovanni, è veneziano e soprannominato “orbo celega”, cieco passerotto; è tagliapietra, come ci dice anche l’atto di battesimo, e come tale segnalato nell’Arte all’anno 1705. Anche la madre Laura Lucchese è figlia di tagliapietra (Valentino), sorella dell’architetto Matteo Lucchese, che introdusse il piccolo Zuanne Battista ai principi del disegno e che svolse il ruolo di architetto e magistrato idraulico presso il Magistrato alle acque; fu lo zio materno ad introdurlo nel mestiere dell’architettura e nella pratica del cantiere, non il padre, che alla morte risultava possedere poche sostanze. Alla famiglia della madre si deve invece forse una maggior agiatezza, se porta in dote, nel 1711, anno delle nozze tra Anzolo e Laura, 500 ducati. Va ricordato che tra i pochi fratelli di Piranesi che scamparono a morte precoce, vi è Valentino Domenico, che divenne monaco certosino e al quale si deve con tutta probabilità qualche rudimento di latino trasmesso al fratello.

 

• Passando dalle vicende umane a quelle artistiche: quali sono le doti che hanno reso celebre Piranesi?

In primo luogo direi la geniale, fervida capacità inventiva, ipernutrita di curiosità e sollecitazioni culturali ed elevata al cubo grazie a caratteristiche umane come la determinazione, l’ambizione, la curiosità, l’intelligenza; e anche grazie agli stimolanti ambienti intellettuali frequentati nel corso di tutta la carriera, già a partire dagli anni giovanili a Venezia –  si pensi al fatto che il giovane Piranesi  si reca per la prima volta a Roma in qualità di ‘disegnatore’ al seguito dell’ambasciatore Francesco Venier, in compagnia dello scultore atestino Francesco Corradini o alle sue frequentazioni con i pensionnaires dell’Académie de France nel periodo di formazione romana. Ambienti che saranno determinanti per la piena affermazione dell’artista Piranesi entro la cerchia antiquaria d’Europa, come protagonista di primo piano del dibattito erudito grazie alle opere sulle antichità e a quelle polemiche; nel 1957 è aggregato, per esempio, alla Society of Antiquaries di Londra. Uno degli aspetti più sorprendenti è che il ‘mancato’ architetto Piranesi – che si firma con orgoglio “Architectus Venetus”, “Architetto Veneziano”, ma che vede realizzato soltanto il progetto di Santa Maria del Priorato sull’Aventino – trasferisce ambizioni, visioni, progetti di una mente che pensa in grande, nella produzione incisoria: architetto ‘con l’acido e con la carta’ è stato detto; e in questo, la magnificenza e la grandezza ingegneristica della Roma antica, di cui egli si sente erede, cantore, latore, gli offrono il bacino privilegiato entro cui saggiare i suoi ‘progetti’ visionari e la sua concezione estetica. Egli ‘ricrea’ sulla carta – con le infinite modulazioni chiaroscurali capaci di catturare ogni palpito della luce sulla pietra, ogni frasca che germina e levita, ogni riverbero del pulviscolo e della polvere del tempo – le antichità di Roma, Tivoli, Pestum in modalità assolutamente inedite e rivoluzionarie; le restituisce certamente attraverso il filtro illuministico della scienza, dello studio dal vero, della topografia, ma allo stesso tempo le ‘rinnova’ profondamente sotto la lente ustoria della ‘riprogettazione totale’, entro una visionarietà immaginifica che resta la sua eredità più grande; così come ‘ricrea e riprogetta’ le tante stratificazioni dell’Urbe, miscelando erudizione e archeologia con la fantasia capricciosa, liquida, mobile, tipica della genia lagunare. L’immagine di Roma non potrà più prescindere dalle restituzioni e dalle visioni del Piranesi. E da questo punto di vista si pensi a come innovi radicalmente il genere della veduta, superando la tradizione seicentesca della veduta didascalica, di formato piccolo, da inserire in guide e compendi per “forestieri”, che gli trasmette il maestro Giuseppe Vasi, giungendo ad una veduta di dimensioni pari a quelle di un quadro; veduta che privilegia topografie e punti di vista inediti dell’Urbe, immerse in una nuova atmosfera luministica, liquida, mobile, viva, che ha già il sapore preromantico della natura naturans. E fa tutto questo con una sistematicità e ampiezza d’interessi e prospettive, sostenuto da una formazione multidisciplinare – scenografia, veduta, cartografia, pratica di cantiere, archeologia – che davvero sorprende; e soprattutto grazie a doti di finissimo disegnatore sollecitate dalle esperienze veneziane a contatto con le opere di Canaletto, Tiepolo, Marco Ricci  (“altro partito non veggo restare a me, e a qualsivoglia Architetto moderno, che spiegare con disegni le proprie idee”, scrive nel 1743). Perché in primo luogo Piranesi è uno straordinario disegnatore e incisore sulla carta e sulla lastra, acquafortista di una raffinatezza e qualità senza pari, che ha saputo restituire senso e misura del tempo su monumenti, rovine, vestigia antiche grazie ai chiari e agli scuri sulla lastra di rame e al controllo perfetto e minuzioso delle morsure in successione. “Rembrandt delle rovine” lo definisce il medico e antiquario bolognese Ludovico Bianconi nell’elogio del 1779.

 

• Nelle sue celeberrime “Carceri”, a suo giudizio, Piranesi esprime il suo virtuosismo barocco, oppure una denuncia in chiave illuministica?

Domanda molto intelligente, che richiederebbe uno spazio esplicativo più ampio di quello concesso dai comprensibili limiti della brevità giornalistica, tali e tante sono le interpretazioni e le letture della serie delle Carceri piranesiane. Opera ‘al nero’, capolavoro ‘notturno’, di sperimentalismo sovraeccitato e di inesauribile polisemia, come hanno genialmente definito Marguerite Yourcenar e Mario Praz i “capricci’ piranesiani, la serie delle Carceri è di tale suggestione e forza evocativa da consacrare la fama del geniale artista veneziano presso i posteri dentro quella lettura ‘romantica’ che ancora oggi è la più diffusa insieme alle analisi psicoanalitiche. Forse grazie al Legrand, primo biografo che ci tramanda della malaria che colpì Piranesi nel 1742 e degli effetti sul suo cervello e sulla sua psiche narcisistica; e grazie soprattutto alle Confessions of an English Opium Eater (1818) di Thomas de Quincey, che riportano le impressioni dell’amico Coleridge innanzi ai “sogni” di Piranesi, visioni realizzate sotto il “delirio della febbre”; poi arrivano Nodier, Musset, Balzac, Baudelaire, Gautier, Hugo, che definisce le Carceri «effrayantes Babels», parto allucinato di un «noir cervau», Walpole e Beckford; sino ad arrivare alla fondamentale analisi di Giuliano Briganti, che riserva alle Carceri un ruolo centrale nella fenomenologia visionaria dello Sturm und Drang e nella ‘rivoluzione psicologica’ preromantica, nell’intuizione informe dell’abisso interiore (l’Unbewusstsein della psicanalisi), collocando Piranesi nella schiera dei ‘pittori dell’immaginario’, accanto a Füssli e Blake e in parallelo con il Sublime di Burke. Gran parte della critica però, va detto, colloca il ‘sublime’ piranesiano nella cultura nella quale egli affonda le radici, cioè nella spazialità barocca della perdita del centro, della moltiplicazione ‘copernicana’ dei mondi e degli spazi, nella destrutturazione della prospettiva monoculare, che trovano nel teatro e nella scenografia l’universo e il genere di massima manifestazione; insomma in quel virtuosismo barocco da lei giustamente richiamato, che intende lo spazio inventato come ‘macchina’ ad altissimo potenziale illusivo ed effimero. Come sottolineano Focillon, Hind, Wilton Ely, Mariani e Praz, le Carceri vanno lette in relazione alla cultura coeva all’artista, alla sua formazione scenografico-prospettica presso gli scenografi romani Giuseppe e Domenico Valeriani, alle sue frequentazioni con i bolognesi Bibiena;  e ovviamente nel rapporto stretto con il tema del capriccio a Venezia; e dunque nel rapporto  con Marco Ricci, Canaletto, Tiepolo (si pensi alla serie dei Grotteschi, che vanno letti insieme alle Carceri, e allo stringente rapporto con gli Scherzi di Fantasia). Il legame imprescindibile delle Carceri con la scenografia barocca e tardobarocca è del resto confermato non solo dalle tante imitazioni delle tavole piranesiane nella scenografia del secondo Settecento (un vero e proprio genere è quello della rappresentazione della prigione), ma anche dalla naturale e persistente ‘vocazione’ teatrale delle Carceri, spesso usate come fonti per la messinscena, nei secoli successivi.

 

Quanto alla seconda letture da lei evocata, ‘denuncia in chiave illuminista’, è evidente che sta facendo riferimento all’acuta analisi di Maurizio Calvesi, che per quanto contestata ha ancora tutta la sua forza e il suo pregio.  Nella seconda edizione delle Carceri, quella con le lastre radicalmente rilavorate pubblicata nel 1761 e quella che potete vedere in mostra a Bassano, Piranesi moltiplica le fughe prospettiche e i piani spaziali, potenzia l’effetto labirintico e ossessivo delle camere, arricchisce gli ambienti di ingranaggi, ruote, catene, funi, patiboli, animando l’inferno carcerario con un accresciuto numero di figure, come se volesse rendere maggiormente esplicita la dimensione di una topografia sotterranea connessa al tema della pena e dell’espiazione. Questo aspetto potrebbe proprio dare ragione a Calvesi, che interpreta i luoghi piranesiani come libera ricostruzione, zeppa di riferimenti alla simbologia della Libera Muratoria, del Carcere Mamertino e degli edifici capitolini, intendendo la serie da un lato come poetica trasfigurazione della grandezza e superiorità della civiltà e dell’architettura romana, dall’altro riconnettendola alle teorie settecentesche sulla lex romana e al pensiero di Gravina, Guarnacci, Montesquieu, Vico, Filangieri. Più che denuncia diremmo così una ‘rappresentazione in figura’ del dibattito illuminista sull’auctoritas civile del diritto e dell’architettura romana pensata pro publica utilitate, con le sue opere ingegneristiche grandiose, con i suoi acquedotti, le sua fogne, le sue mura, le sue carceri; ed ecco che Calvesi ci ricorda nelle incisioni piranesiane le iscrizioni tratte da Tito Livio e i riferimenti alla figura di Anco Marzio, il re che fece edificare il Carcere Mamertino.

 

• Pensando a Maurits Cornelis Escher, qual è il rapporto dell’arte di Piranesi con l’arte moderna e contemporanea?

Possiamo dire un rapporto fecondo e ininterrotto, senza soluzioni di continuità. Con le Carceri a fare da opera trainante, come abbiamo appena detto, nel suo ruolo di fonte di ispirazione inesauribile nell’arte e soprattutto nell’architettura contemporanea; in primo luogo per quella forza generatrice e moltiplicatoria di spazi senza fine che le costruzioni piranesiane propongono, per quelle strutture potenti, ipertrofiche, oniriche –spazi della mente visionaria – che trovano nel verticalismo e nel rapporto di spinte e controspinte modulabili all’infinito del gotico il quid sostanziale della loro stabilità. Non c’è solo Escher, ovviamente il referente contemporaneo più citato e manifesto nel rapporto con la serie piranesiana: i labirinti percettivi surrealisti, gli spazi ipnotici e paradossali dell’incisore olandese, con la loro ossessione per i poliedri, le distorsioni prospettiche e la mistica dell’infinito possibile e rappresentabile, devono molto agli ambienti ‘impossibili’ di Piranesi. Ma in realtà l’influenza delle Carceri sulla destrutturazione e ipertrofia come della surrealtà e della visionarietà nel tema dell’antico, della rovina e del tempo distruttore e modellatore è davvero enorme. Il tempo è tiranno, ma invito a leggere il delizioso libretto di Franco Purini, che a lungo a riflettuto su Piranesi e sulla sua eredità nei secoli a venire, soprattutto nel ’900. Limitandosi a qualche citazione in architettura non si possono non citare “la città nuova” ipermeccanizzata ed esponenziale del futurista comasco Sant’Elia; le esperienze sovietiche degli anni Venti di    Mel’nikov, Trockij, Cˇernichov, indagate dall’amica Federica Rossi; e ancora, per citare solo alcuni nomi, gli edifici e i progetti più ‘piranesiani’, o dove sembra  ravvisarsi più di una suggestione, di Paolo Soleri, John Portman, Franck O. Gehry, Norman Foster, Rafael Viñoly Beceiro, Rem Koolhaas, Daniel Libeskind, Francesco Cellini, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Renzo Piano, dello stesso Purini. E poi c’è il cinema, campo molto prolifico e straordinariamente ricettivo, come quello dei videogames, degli spazi piranesiani: basti pensare alla città stratificata e gerarchica, con quella alta attraversata dalla babele delle passerelle aeree e quella bassa, infernale, del Moloch che divora gli operai, di Metropolis di Fritz Lang; alla Gotham City di Batman; alla Los Angeles visionaria e notturna di Blade Runner di Scott; e persino, omaggio dichiarato, alla grande hall dalle scale semoventi della scuola di Hogwarts nella saga di Harry Potter.

 

• A Bassano del Grappa e Venezia sono in corso due mostre commemorative in onore di Piranesi, entrambe vedono coinvolta la Fondazione Giorgio Cini: quali propositi si pongono queste due distinte manifestazioni? Malgrado la pandemia covid-19, come risponde il pubblico?

Entrambe, pur nate con presupposti e sollecitazioni differenti, hanno in comune un obbiettivo di fondo importante: quello della valorizzazione delle collezioni e del patrimonio grafico che entrambe le istituzioni hanno l’onore di conservare. Nel caso specifico della Fondazione Giorgio Cini stiamo parlando dell’opera incisoria completa di Piranesi, grazie all’acquisto, effettuato tra il 1961 e il 1962 dall’Istituto di Storia dell’Arte e sostenuto da Vittorio Cini, di 24 volumi in folio della prima edizione francese dell’opera piranesiana, edita dalla Piranesi Fréres, fondata dai figli Francesco e Pietro a Parigi. Tiratura di grande pregio e acquisizione di prim’ordine che ha di fatto consegnato alla Fondazione Cini lo scettro di luogo ‘piranesiano’ per eccellenza a Venezia. Fama ribadita dalle importanti mostre che sono state organizzate nei decenni scorsi dall’Istituto di Storia dell’Arte, a partire da quella del 1978 di Alessandro Bettagno per arrivare a quella di Giuseppe Pavanello nel 2010. Ora si aggiunge questa raffinata mostra curata dal direttore Luca Massimo Barbero presso la Galleria di Palazzo Cini, in collaborazione con Giovanna Calvenzi e l’Archivio Gabriele Basilico. La mostra è integralmente dedicata a Piranesi vedutista e alla restituzione fotografica dei luoghi e delle vedute di Piranesi compiuta nel 2010, su commissione della Fondazione Cini stessa, da parte di Gabriele Basilico, maestro indiscusso del paesaggio fotografico contemporaneo, qui lucido, malinconico, disincantato interprete, attraverso la macchina fotografica, della visione e dello sguardo del grande artista veneziano su Roma. Sfogliatevi lo splendido volume edito per l’occasione dalla casa editrice romana Contrasto e capirete immediatamente come non si poteva fare scelta più lungimirante e convincente del coinvolgimento di Gabriele Basilico per questo ‘progetto di restituzione e confronto’; sul filo di affinità elettive che valicano le generazioni e i secoli.

La roulette è uno dei giochi d’azzardo più noti e datati che si possano trovare all’interno dei casinò, reali o virtuali che siano. Le origini della roulette non sono ancora del tutto è chiaro, tuttavia sappiamo con certezza che i primi esemplari apparirono a inizio ‘800, in Francia, come un derivato del gioco italiano conosciuto come “Girella”. Strumento essenziale per giocare è un disco diviso in poco più di 35 settori numerati da 0 in poi, colorati alternativamente di rosso e di nero, a eccezione dello 0 che si presenta in verde. Il disco viene fatto ruotare dal croupier che vi lancia all’interno una pallina, in senso opposto rispetto a quello in cui si muove il disco stesso. Quest’ultimo potrebbe conoscere variazioni nei numeri a seconda della versione di roulette alla quale si sta giocando.

 

Lo scopo del gioco è provare a indovinare su quale numero si fermerà la pallina alla fine del giro. Il senso di rotazione della roulette viene cambiato a giri alternati insieme a quello della pallina. Si tratta di un procedimento molto semplice, ma da anni i giocatori continuano a interrogarsi sulle possibili strategie utili per battere la sfortuna, mentre alcuni studi matematici parlano di basse probabilità di vincita. Dopo un giro, in ogni caso, la pallina riparte dall’ultimo numero vincente o dal suo settore di appartenenza.

 

Come anticipato, è possibile giocare alla roulette su più tipi di tavolo. La roulette classica è quella francese, con i numeri da 0 a 36. Se la pallina si ferma sullo 0 le puntate sulle chance semplici vengono imprigionate per la mano in corso. Se la pallina cade su un numero corrispondente alla chance puntata in precedenza, invece, la puntata viene rimessa in libertà e si comporta come una nuova puntata, che può così vincere o perdere grazie alla regola “en prison”. Quando esce lo 0, infine, le puntate sulle chance semplici si possono dividere con il banco.

 

Nella roulette inglese la regola dell’en prison non è attuabile e se la pallina indica lo 0 le puntate sulle chance semplici vengono immediatamente ridotte della metà. Esiste un tipo di roulette che presenta un numero aggiuntivo, cioè lo 00: si tratta della roulette americana, anch’essa esente dalla regola dell’en prison. Il banco vanta una percentuale matematica di vantaggio sul giocatore del 2,7% nella roulette francese e quasi del doppio in quella americana, che non a caso è la preferita dai casinò.

 

Le curiosità, però, non finiscono qui. Non deve stupire se al giorno d’oggi, in un’era così legata all’ambito della tecnologia, si può giocare anche a distanza grazie alla roulette online, il tutto attraverso la sezione live che visualizza sul computer un’interfaccia divisa solitamente in due parti: la prima mostra in streaming le fasi di gioco, mentre la seconda consente di eseguire le puntate. Il giocatore può scegliere le proprie combinazioni e rimanere a guardare lo svolgimento dell’azione proprio come se si trovasse seduto al tavolo di un casinò vero e proprio. La presenza di croupier in carne ed ossa è garanzia di sicurezza per tutte le parti in gioco, la cui privacy è quindi protetta dall’impossibilità di essere visti. Insomma, a distanza di un paio di secoli dalla sua nascita, la roulette continua non solo a riscuotere successo, ma anche ad evolversi.

Promuovere la lettura, soprattutto tra i più giovani, diventando un punto di aggregazione intorno al quale presentare iniziative culturali. Con questi obiettivi parte da settembre il viaggio del “Bibliobus”, il nuovo servizio di biblioteca mobile promosso dal settore Cultura del Comune di Venezia per far arrivare i libri anche nelle zone più periferiche del territorio comunale. Il progetto, presentato ufficialmente nella mattinata di mercoledì 26 agosto, è finanziato con risorse europee nell’ambito del Programma Operativo Città Metropolitane (Pon Metro). Si tratta, di fatto, della ventiduesima realtà rientrante nella Rete Bibioteche Venezia, che comprende tutte le strutture dedicate alla lettura del Centro storico, della Terraferma e delle Isole.  La grafica che colora il mezzo è stata scelta dai cittadini tra quelle proposte nei mesi scorsi tramite un concorso che si è svolto sulle pagine Facebook istituzionali del Comune di Venezia.

 

Scarica qui date, orari, tappe del Bibliobus.

 

Il “Bibliobus” punta a raggiungere in maniera capillare quelle aree dove non sono presenti biblioteche di prossimità, per soddisfare il bisogno dei cittadini e aumentare il numero di fruitori dei servizi e delle attività della Rete Biblioteche Venezia. Nel “Bibliobus” trovano spazio letture destinate a tutte le fasce d’età, fino ad una capienza massima di 1500 libri da poter prendere in prestito. Proprio come succede nelle biblioteche “classiche”, anche sul pulmino itinerante sarà possibile prendere in prestito i libri, ricevere consigli di lettura e un servizio di orientamento su dove trovare altri testi nelle biblioteche cittadine.

 

 

Gli operatori che gestiscono il “Bibliobus” e la sua collezione, personale dell’Ati CoopCulture e SocioCulturale in collaborazione con il Servizio VEZ-Rete Biblioteche Venezia, sono bibliotecari qualificati in grado di fornire ogni informazione richiesta e hanno a disposizione una postazione collegata on-line al circuito gestionale delle biblioteche per effettuare le operazioni di iscrizione e prestito. Tra le iniziative pensate dal settore Cultura, nei prossimi mesi, in caso di condizioni meteo favorevoli, durante il passaggio del “Bibliobus” saranno organizzati reading, spettacoli con letture animate e laboratori per bambini, con lettori volontari e professionisti.

 

 

Il “Bibliobus” effettuerà ogni due settimane lo stesso itinerario, diviso in 14 tappe, tra tutti i quartieri della Terraferma con un passaggio anche a Santa Marta. Sono stati già posizionati, nei luoghi dove sosterà il pulmino, dei cartelli segnaletici con il logo che richiama la grafica colorata del mezzo. I primi due mesi, come spiegato dal settore Cultura, serviranno a testare il servizio insieme ai cittadini e raccogliere suggerimenti per apportare eventuali migliorie. Per accedere al prestito è sufficiente un documento per l’iscrizione. Il servizio è interamente gratuito ed è svolto in totale rispetto delle misure anti contagio: sono stati definiti i protocolli di sicurezza per l’accesso contingentato sul “Bibliobus”, con mani igienizzate e mascherina per la scelta dei libri e quarantena del volume tornato dal prestito.

 

 

Ulteriori informazioni sono disponibili sul portale Cultura del Comune di Venezia, ai numeri 041.2746740 – 041.2746741, o direttamente nel Bibliobus dal numero, 3316100604 negli orari in cui è attivo. Fino all’inizio ufficiale dell’attività, previsto per il primo settembre, il “Bibliobus” inizierà il suo tour conoscitivo in città. Cultura Venezia invita i cittadini a mandare le foto dei passaggi del bus a [email protected].

Fedeli al nostro spirito divulgativo relativamente alle eccellenze del territorio, questa volta siamo andati alla ricerca di una realtà che tutti noi conosciamo per nome ma che pochi forse hanno avuto l’opportunità di approfondire.

Si tratta dell’arte del bonsai che ha attraversato i confini di tutto il mondo.

 

A pochi chilometri da noi, a Mestre, c’è una realtà molto affascinante che forse non tutti conoscono, ma che noi abbiamo avuto il piacere di incontrare grazie a Decio Pianura, professionalmente legato a questo mondo verde da oltre dieci anni.

 

Originario di Pozzuoli, un paese vicino a Napoli, Decio vive a Mestre, dove si è trasferito diversi anni fa per un impiego nel cantiere navale.

Quando gli chiediamo come si è avvicinato a questa affascinante arte della coltura del bonsai, ci racconta che tutto ha avuto inizio durante un viaggio di lavoro in Giappone, dove si è interessato alla cultura orientale e si è appassionato alla coltura del bonsai.

 

Abbandonato quindi il suo impiego nel settore navale, ha deciso di intraprendere un percorso formativo con alcuni illustri maestri bonsaisti: questo per entrare in contatto con la storia e la filosofia del Paese del Sol Levante e apprendere le antiche regole dell’arte del bonsai giapponese tradizionale.

 

Ma non si è fermato qui. Oltre che allievo, Decio è diventato anche maestro e ora tiene numerosi corsi di formazione alla Scuola d’arte bonsai tradizionale.

 

Come ci spiega nel corso della nostra piacevole chiacchierata, l’arte del bonsai – una parola giapponese composta da bon, vaso, e sai, educare o coltivare – trae in realtà le sue vere origini dall’antica Cina, dove si ha modo di credere che le piante venissero coltivate in vaso per uso alimentare o medicinale. Solo in un secondo momento ci si rese conto che le piante così potate assumevano forme molto graziose e questa pratica (che in Cina prende il nome di penjing) cominciò a diffondersi.

 

Al di là del fattore puramente estetico, la coltivazione delle piante in miniatura è così spettacolare poiché fonde botanica, arte e filosofia zen in un’unica unità armonica, dando vita a una vera e propria opera d’arte.

 

Decio ci racconta infatti che coltivare un bonsai non significa solo potarlo e ricordarsi di bagnarlo, bensì accompagnare la pianta lungo tutto il suo processo di crescita.

Amore quotidiano, passione e rispetto della natura sono le parole d’ordine per un bravo bonsaista. E poiché ogni pianta è viva, ci ascolta e percepisce le attenzioni che le rivolgiamo, indispensabile è trasmetterle la nostra personalità, entrarci in sintonia e dedicarle le giuste cure.

 

“Il bonsai è un mezzo per crescere, l’artista riversa sulla pianta i suoi sentimenti più profondi”, dice. “Ogni coltivatore avrà modo di accorgersi che quanto dato alla pianta in qualche modo gli verrà restituito”.

 

Decio, da grande appassionato del suo secondo mestiere, nel 2014 decide di aprire un proprio sito, in cui racconta chi è, dove insegna, le origini del bonsai, e dove mette in vendita le proprie splendide creazioni.

 

Non possedendo infatti un negozio fisico, egli si fa conoscere attraverso il suo e-commerce, le fiere e i mercati a cui partecipa, e i vari workshop che promuove, in cui esorta i suoi studenti a divulgare il più possibile questa affascinante coltura.

 

 

Photo Credits: FB @pianurabonsai

Tradizione vuole che ogni anno, il 26 agosto, la Collezione Peggy Guggenheim celebri il compleanno della sua fondatrice con un concerto, nel giardino delle sculture, riservato agli “Amici” e sostenitori del museo. Quest’anno questa possibilità è venuta meno, ma la Collezione desidera comunque festeggiare questa ricorrenza sempre all’insegna dell’arte e della musica insieme ai propri soci. Nel corso della giornata il museo aprirà eccezionalmente le porte della mostra Migrating Objects: arte dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe nella Collezione Peggy Guggenheim, attualmente chiusa al pubblico, per una serie di visite guidate dedicate, appunto, ai soci del museo, su prenotazione, e focalizzate su diversi aspetti di un’esposizione che, per la prima volta nella storia di Palazzo Venier dei Leoni, porta in scena 35 opere di arte non occidentale collezionate nel corso degli anni ’50 e ’60 da Peggy Guggenheim, provenienti da Africa, Oceania e Mesoamerica.

 

Questa giornata speciale sarà suggellata dalla prima al Teatro Malibran de L’histoire du soldat di Igor Stravinskij. La Fondazione Teatro la Fenice, infatti, proprio la sera del compleanno della collezionista americana, legata da una profonda amicizia al compositore russo e alla moglie Vera, porta in scena l’originale, quanto folle come la definì Stravinsky stesso, spettacolo itinerante ideato nel 1918 per essere itinerante.

 

La Collezione Peggy Guggenheim è davvero grata alla Fondazione Teatro la Fenice per aver scelto di ricordare, in una data così importante per il museo, queste due straordinarie figure del Novecento che hanno scritto pagine indelebili nella musica così come nell’arte.

 

Palazzo Venier dei Leoni nel corso dei trent’anni in cui fu dimora di Peggy Guggenheim fu crocevia di personaggi illustri, tra artisti, musicisti, attori e scrittori. E tra di essi non mancò Stravinskij. Diverse sono le testimonianze storiche che legano la mecenate al compositore e alla moglie. Nel settembre del 1951 Peggy fu da loro invitata proprio al Teatro La Fenice in occasione della prima mondiale di The Rake’s Progress (La carriera di un libertino) dello stesso Stravinskij, mentre nel settembre del 1957 il compositore fu suo ospite proprio a Palazzo Venier dei Leoni. Tale presenza è testimoniata dalla firma, accompagnata da una battuta musicale, lasciata da Stravinskij sul libro degli ospiti in cui Peggy amava conservare firme e dediche dei tanti personaggi celebri che venivano a trovarla. È inoltre famoso lo scatto di Man Ray del 1924 che ritrae una giovanissima Peggy Guggenheim con un abito di Paul Poiret, accompagnato da un turbante dorato che lei stessa fece disegnare da Vera Sudeikin, allora fidanzata e poi futura moglie, del compositore.

 

 

INFO

Per le visite guidate alla mostra Migrating Objects i soci devono prenotarsi al numero 041.2405429. Per acquistare i biglietti loro riservati de L’histoire du soldat potranno rivolgersi alla biglietteria del Teatro la Fenice oppure all’Agenzia Venezia Unica a Mestre. Per informazioni e prenotazioni: 041.2722699.

(TERZA PARTE) LE DUE MOSTRE DEDICATE A PIRANESI

Due mostre, due città, due splendide occasioni per una gita tra arte e luoghi unici.

A cura di Michele Rovoletto

 

Nel tricentenario della nascita di Piranesi, Bassano del Grappa e Venezia ospitano due mostre dedicate al rinomato incisore. Visto il periodo e questi due eventi, l’occasione è propizia per passeggiare nei luoghi unici di queste due perle del Veneto nonché di avvicinarci e approfondire la conoscenza del grande artista di origine veneta. Soprattutto il visitatore è coinvolto con installazioni moderne alla scoperta di autori contemporanei che “dialogano” col sommo incisore.

 

Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo

Palazzo Sturm a Bassano del Grappa apre le sue sale a Giambattista Piranesi con un’eccellente mostra — a cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza — che espone i capolavori grafici di Giambattista Piranesi provenienti dalle locali collezioni museali. L’occasione è storica ed imperdibile per curiosi e amanti dell’arte, in quanto per la prima volta i Musei Civici di Bassano del Grappa espongono la loro intera collezione formata da oltre cinquecento incisioni. Inoltre, grazie al prestito delle sedici incisioni Carceri d’Invenzione, provenienti dalle collezioni della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, la mostra permette al visitatore di conoscere l’intera produzione piranesiana.

 

Proveniente da una precedente mostra, inoltre, c’è la spettacolare la possibilità di camminare nei visionari e angusti luoghi delle carceri, grazie al video d’animazione tridimensionale realizzato da Grégorie Dupont (https://www.youtube.com/watch?v=FlcbxAr11Pc), anche in questo caso ottenuto grazie alla Fondazione Cini.

 

Luca Pignatelli “Icons Unplugged. Castello dell’Acqua Felice”

 

Infine, raffinato e coinvolgente è l’accostamento tra le opere di Piranesi e l’artista contemporaneo Luca Pignatelli (Milano 1962), il quale, trova nella storia e nelle immagini antiche la linfa generatrice della sua arte, una sorta di flusso di coscienza che lo mette di fronte all’enigma del tempo “senza tempo”.  Icons Unplugged. Veduta del Castello dell’Acqua Felice è il lavoro realizzato da Pignatelli appositamente per la mostra. In quest’opera l’artista milanese rappresenta il tempo che si incontra tra passato e presente nel punto nevralgico che l’opera rappresenta: un’antica immagine che propone un antico luogo (il passato) e il presente che si determina nel nostro tempo di fruizione dell’opera. Passato e presente sono correlati agli orologi che scandiscono il tempo (fluire del tempo), ognuno inevitabilmente il suo tempo (impossibilità di determinare un tempo univoco), esplicitando l’assurdo tentativo dell’uomo di misurarlo e  definirlo, in qualche modo, in un perimetro razionale.

 

 

 

Giambattista Piranesi e Gabriele Basilico, tra Venezia e Roma

Curata da Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte, presso Palazzo Cini, a Venezia, è in svolgimento un’esposizione dedicata a Piranesi e realizzata in collaborazione dell’Archivio Gabriele Basilico. Sono presentate 25 vedute romane dell’incisore veneto poste in dialogo con altrettante fotografie di Gabriele Basilico che ha fotoriprodotto la Città Eterna partendo dalla stessa posizione delle incisioni.  La mostra è stata, genialmente, proposta in anteprima, in piena pandemia Covid, con un progetto di affissioni pubbliche. L’iniziativa ha coinvolto i muri di calli e campi di Venezia per poi prender forma, da giugno a novembre, in Galleria Cini. Il confronto mette in luce, le variazioni più o meno evidenti nonché scontate, che l’urbanistica dell’Urbe ha subito, altresì esemplifica la capacità di Piranesi di espandere la realtà e renderla monumentale ed eroica cioè la sua innata capacità di esaltare il vero superandolo senza stravolgerlo.

 

 

Incisione (parte) “Veduta di Piazza del Popolo” di G.Piranesi
Foto di Piazza del Popolo di Gabriele Basilico

 

L’accostamento di queste due opere mette in confronto due immagini di Piazza del popolo colte circa a trecento anni di distanza. A parte qualche variazione architettonica si nota come Piranesi “allunghi” la mole della chiesa di Santa Maria dei Miracoli e della sua cupola e contemporaneamente tendi a ridimensionare l’impianto urbanistico che la circonda. Ne risulta un’immagine imponente e “sacrale” nel senso che egli erge gli edifici principali della sua veduta a forme esaltate col fine di innalzare la bellezza monumentale, storica, architettonica della Città Santa, resa nella gloria del suo splendore.

 

Mogliano Veneto, ritratto di G. Piranesi presente nella facciata del Biblioteca Comunale

 

È tradizione veneta, molto sentita soprattutto a Treviso e provincia, che il 1° di agosto si “faccia colazione” a partire da un goccio di vino bianco.

Questa usanza, tramandata nel tempo dai nostri avi, insegna che bere due dita di vino bianco ogni 1° di agosto, appena svegli e a digiuno, fungerebbe da protezione contro i morsi di vipere e serpenti e dai malanni estivi. Gli sbalzi termici dovuti all’uso dei condizionatori, il caldo torrido e l’aria malsana, insieme all’inquinamento atmosferico concorrono infatti a favorire la diffusione dei virus influenzali.

E quest’anno, con il Covid-19 ancora in circolazione e l’idea di prendere altri virus che fa ancora più paura, è giusto (continuare a) proteggerci indossando la mascherina ed evitando i contatti ravvicinati, preparandoci intanto a un nuovo brindisi, nella giornata di domani, per celebrare la festa dei omeni!

La novità dell’apertura anche il sabato pomeriggio

 

Inizia oggi la nuova gestione dei servizi al pubblico della biblioteca comunale “E. Scoffone” di via De Gasperi, affidata alla cooperativa sociale Socioculturale.
Si tratta di un passaggio complesso, che sta impegnando tutto il personale della biblioteca e che porterà a un miglioramento dei servizi offerti.
Socioculturale impiegherà personale altamente qualificato, in possesso di titolo di studio idoneo, garantendo all’utenza un intervento efficace e di elevata qualità.

 

I servizi offerti prevedono la catalogazione e l’inventariazione bibliografica, il riordino bibliotecario, la gestione di sale di lettura e di studio, del prestito e interprestito e il riordino degli archivi.
In particolare, le persone potranno contare su un’assistenza qualificata per le richieste e le informazioni necessarie a garantire un’agevole consultazione del patrimonio librario e di banche dati, provvedendo, allo stesso tempo, a dare indicazioni riguardanti la struttura della biblioteca, ai servizi disponibili e alla dislocazione del materiale bibliografico e informativo.

 

Rimangono al momento sospesi l’accesso alle sale interne della biblioteca e il loro utilizzo per motivi di studio, l’accesso ai quotidiani e ai periodici e l’utilizzo delle postazioni fisse per la navigazione Internet.

 

L’assessore alla Cultura Giorgio Copparoni: “Tre le parole chiave: rilancio, ottimizzazione, qualità”

“L’esternalizzazione di questo servizio va declinata ponendo l’accento su alcune parole-chiave: rilancio della biblioteca, ottimizzazione del servizio di front e back-office, qualità conseguente dalle specifiche competenze del personale impiegato, che ha un curriculum di assoluto spessore” – afferma il vice sindaco e assessore alla Cultura, Giorgio Copparoni – senza dimenticare che le attività di promozione della lettura e tutte le attività di contorno resteranno in capo al Settore Cultura, che continuerà a svolgere una funzione di affiancamento, supporto e supervisione del buon andamento del servizio erogato ai nostri concittadini”.

 

Orari d’apertura

Nell’attuale periodo di emergenza da Covid-19, in osservanza delle linee guida regionali per l’apertura al pubblico di musei, archivi e biblioteche, sarà svolto solo il servizio di prestito e interprestito di libri e DVD su prenotazione, dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 12.30, il martedì e giovedì anche dalle 14.30 alle 17.30.
Nuovo accesso al servizio, il sabato dalle 14.00 alle 17.00.

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