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In occasione della Giornata Mondiale del Teatro che si celebra oggi, 27 marzo, abbiamo intervistato il dottor Giampiero Beltotto, Presidente del Teatro Stabile del Veneto.

 

 

 

Riceviamo da un nostro affezionato lettore di Atene, il professor Apostolos Apostolou, docente di filosofia, il seguente articolo che illustra le meraviglie di un’isola greca ai più sconosciuta e la sua ricchezza di monumenti, castelli e torri veneziani, in un sorprendente incrocio di civiltà

 

C’è un’isola in Grecia piena di monumenti italiani, piena di castelli e torri veneziani. È l’Eubea.
Evia fu data al regno di Salonicco e Bonifacio la concesse a tre patrioti veronesi, chiamati Terzieri. Tra questi prevalse Rabano di Carceri, che nel 1209 cedette Evia ai Veneziani. Il dominio veneziano in Evia durò dal 1205 al 1470. Durante questo periodo furono costruite nuove fortificazioni in tutta l’isola o si formarono fortificazioni più antiche, così come la fryktoria (fryktos = torcia e tempo = cura). Le torrefazioni erano le installazioni in posizioni elevate, attraverso le quali venivano trasmessi segnali visivi con fiamme di notte e fumo durante il giorno su lunghe distanze. L’isola greca Eubea si chiama anche Negroponte (Ponte Nero). Il Capolugo della Eubea è la Calcida. La Palìrria (la marea) di Calcida era un fenomeno che suscita interesse e curiosità, perfino Aristotele. Le maree sono quindi determinate dall’attrazione gravitazionale esercitata dalla luna (e in piccola parte anche dal sole) sulla Terra. E come sosteneva Aristotele la forza di marea non è altro che un effetto del secondo ordine della forza gravitazionale. In altre parole, nasce la marea solo se vi è una forza gravitazionale che agisce tra due corpi celesti. Ne segue che la marea agisce su tutte le scale, dai grossi “sassi”, o poco più, fino alle galassie.

 

Dopo il 1204, era stato un accordo tra Crociati e l’imperatore bizantino Alessio IV. «Con un nuovo contratto l’impero latino d’Oriente: l’imperatore fu scelto da un consiglio di sei veneziani e sei baroni, poichè Bonifacio di Monferrato era un vecchio alleato dei genovesi,cloccarono i loro voti sul conte di Fiandra, Baldovino, che fu eletto. All’imperatore fu attribuito un quarto dell’impero, i restanti tre quarti erano da dividere, metà ai baroni e metà a Venezia, per cui il doge divenne “signore della quarta parte e mezzo dell’impero”. La divisione fu confusa; caduto l’impero, chiunque poteva cercò di prendere quel che gli riusciva; del resto i veneziani erano più interessati alle basi commerciali e marittime che ai territori. Comunque le loro prede principali furono, oltre aitre ottavi della città di Costantinopoli, Negroponte (Eubea), le basi di Modone (Peloponneso) e infine Candia (Creta) di cui si impadronì dapprima il pirata genovese Enrico il Pescatore, conte di Malta (1207), e che dovette essere conquistata (1207-1212).» (Una città, una repubblica, un impero. 697-1797. Di Alivse Zorzi veneziano).

 

La Signoria di Negroponte fu uno stato crociato stabilito tra il 1204 e il 1470 sull’isola di Eubea, nel mar Egeo, e inquadrato nell’ambito dei possedimenti della Repubblica di Venezia in Oriente (Stato da Màr). L’isola di Eubea era primo feudo dei Franchi, e poi feudo di Verona, Nel 1209 rese omaggio anche alla Repubblica di Venezia (la Serenissima continuava a mantenere notevoli interessi sull’isola), riconoscendo alla stessa il possesso di una chiesa e di un fondaco e concedendo privilegi commerciali. Negli anni seguenti s’insediarono a Negroponte cittadini veneti: rappresentati – primo fra tutti un bailo – mercanti e anche proprietari terrieri. Quando arrivano i veneti, l’’isola di Eubea conobbe uno sviluppo economico. L’isola ha cambiato l’organizzazione commerciale, e abbiamo cosi una ripresa della vita sociale nelle città principali.

Nell’isola di Eubea ci sono castelli e torri veneziani che indicano la civiltà veneziana.

 

La fortezza Karababa. La collina è stata fortificata in un primo periodo dai Romani, ma in seguito ha avuto influenze Veneziane e Ottomane. Il piano attuale della fortezza di Karababa fu costruito dai Turchi nel 1684 per proteggere Calcida dai veneziani. Con Venezianidopo il 1684, la fortezza di Karababa aveva una nuova fisiognomia, riorganizzava la vita, e la difesa della vita politica ed economia locale.

 

Edipsos: Castello Veneziano. Un altro castello troviamo a Edipsos. Veneziano castello costruito nell’ XIV-XV secolo. Aristotele, Plutarco e Stravone decantarono le proprietà curative delle acque e delle bellezze naturali della zona di Edips. Ad Edipsos le proprietà terapeutiche delle terme sono conosciute e frequentate a livello internazionale, molti personaggi famosi hanno soggiornato ad Edipsos tra i tanti ricordiamo Aristotele Onassis, Maria Callas, Winston Churchill, Greta Garbo ed altri ancora.

 

Il castello di Avlonari. Avlonari è una delle località più belle dell’Eubea. Il castello era creato da Veneziani tra IX e X secolo.

 

Castello di Vasilico secondo abitanti di Eubea era creato dai Veneziani tra la fine del IX e il X secolo. Qui vediamo un castello dell’incastellamento medievale. L’incastellamento medievale è il fenomeno riconducibile al processo della cosiddetta mutazione feudale avvenuta tra X e XII secolo e collocabile tra la fine del IX e il X secolo, a seguito della rinata insicurezza per la nuova ondata d’invasioni. In realtà è torre.

 

I due Torri sulla stessa collina di Liladio erano creato dai Veneziani nel 1.205. Le torri furono costruite spesso nei contesti urbani dell’ epoca per le esigenze abitative e difensive dei nobili.

Castello venetico (Calcida Vasilica) come dicono i cittadini dell’Eubea, era creato nel 1200.

 

Castello Rosso (Karistos meridionale delle isole di Eubea) era creato dai Veneziani tra 1209-1216.

 

Castello ad Aliveri Eubea. Fondato in epoca medievale dai Veneziani ed oggi non rimangono che alcuni ruderi. Fu costruito suull’ omonimo colle a poca distanza dal centro abitato d’Aliveri. I ruderi del castello dominano dall’altro il centro urbano d’Aliveri.

Nell’Eubea ci sono incroci di civiltà. Impronte di una civiltà viva ancora.

Castello di Coutoumoula. È un castello con alto circa 20 metri. Coutoumoula è un pittoresco villaggio nel sud di Eubea.

 

 

A cura di Apostolos Apostolou,
Docente di Filosofia

 

Photo Credits: grecia.info

Nel 150esimo anniversario della nascita e nel 100esimo della fondazione della DC, continuiamo l’analisi della poliedrica figura di raffinato uomo di cultura, di religioso irreprensibile e politico di spicco di:

Don Luigi Sturzo

 

Analizzando con un po’ di attenzione la biografia di don Luigi Sturzo mi sono accorto che tutta la sua vita è fatta di continue sorprese. Sembrano studiate a tavolino mentre probabilmente sono da affidare al caso.

 

Durante la fanciullezza

Era nato da una famiglia nobile e blasonata, molto ricca e benestante e inoltre sappiamo che era fisicamente gracile e cagionevole di salute, eppure già da ragazzino riuscì a sorprendere i suoi genitori svelando loro che vuole entrare in un Seminario per seguire la strada lunga e difficile verso il Sacerdozio.

 

Da studente

Da studente ancora giovanissimo, durante la permanenza romana, per conseguire la laurea in Teologia ed il baccalaureato in Filosofia, deve aver stupito non poco i suoi Superiori quando riuscì a dimostrare di essere già in grado di insegnare nello stesso Seminario di Caltagirone dove lui stava ancora perfezionando la sua formazione, ai suoi colleghi di teologia e di liceo, filosofia, sociologia, diritto pubblico ecclesiastico, italiano e canto sacro.

 

Da sacerdote

Una volta ordinato Sacerdote sicuramente stupì il suo Vescovo, i suoi Superiori e chiunque lo conoscesse a Caltagirone quando svelò di voler abbracciare per realizzare la sua attività professionale ed espletare il suo Ministero sacerdotale, la difficile strada della politica che si sa è fatta di continui compromessi e talvolta anche di finzione, difetti che lui condannò categoricamente sempre ed evitò per tutta la vita. Fece il pro sindaco della sua città per ben 15 anni senza l’ombra di una scorrettezza.

 

In politica

Da giovane Sacerdote dovette sorprendere non poco il suo Vescovo quando intenzionato a fondare un Partito politico non si rivolse alla classe bene e privilegiata, approfittando dell’appoggio che la Chiesa cattolica non gli avrebbe sicuramente fatto mancare, ma si rivolse alle categorie più deboli e povere della società in cui viveva, i contadini e gli operai, ai quali propose alcuni diritti fondamentali deprecando tutti i doveri ai quali erano stati sottoposti in passato per lunghissimo tempo, sviluppando le idee di Giuseppe Garibaldi che già circolavano ampiamente per tutto il territorio nazionale.

 

Acerrimo antifascista

In maniera molto palese, per non dire eclatante, sorprese l’intera Italia politica, compresa l’elìte della società benpensante dell’epoca, che respirava decisamente aria di dx, con l’appoggio silente della Chiesa Cattolica la quale in diverse occasioni fece orecchie da mercante difronte alla prepotenza di Benito Mussolini ed il regime fascista, anche quando ebbe l’ardire di emanare e fare attuare le deprecate leggi fasciste. Sturzo invece si era opposto anche alla proposta di appoggiare Mussolini per la formazione del suo primo governo, che lo portò poi alla dittatura.

 

Quando scelse la via dell’esilio

Dovette sorprendere perfino il suo nemico storico e personale che era Mussolini quando don Luigi Sturzo scelse, per evitare che lo rinchiudesse in un carcere del regime fascista o glielo imponesse il Duce dopo una pesante campagna diffamatoria nel suoi confronti, l’esilio liberamente prima in Inghilterra e dopo in America per un periodo abbastanza lungo della sua vita, nell’età della maturità, durato   una ventina d’anni, durante i quali scrisse le sue opere principali e riuscì a svolgere la sua attività politica più significativa.

 

Nel 1943 di ritorno dall’esilio

Quando, su proposta di Alcide De Gasperi, nel 1943 fu fondata la Democrazia Cristiana, nella quale convogliarono anche tutti gli iscritti e militanti del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, ormai leader politico indiscusso, tornato in Italia dall’esilio, con una mossa intelligente riuscì a sorprendere e stupire anche tutti suoi compagni di viaggio, rifiutando la tessera del nuovo partito (la DC) appena nato, perché si era accorto che nel mucchio c’erano personaggi sospetti, vecchi liberali suoi avversari politici.

 

Quando denunciò e apostrofò per primo la mafia

Sorprese e stupì di sicuro l’intera società civile internazionale quando, intorno agli anni venti, subito dopo la fine della prima guerra mondiale, da umile e ancora quasi sconosciuto prete di provincia, per primo ebbe il coraggio di denunciare ed apostrofare duramente criticandone il comportamento e le malefatte in un pubblico comizio alla vigilia di una tornata elettorale, la mafia agli albori della sua storia criminale. Già serpeggiava e si vedeva crescere vistosamente il fenomeno mafia, ma nessuno aveva avuto ancora il coraggio di denunciarne l’esistenza e sferrare immediatamente la lotta per sconfiggerla già sul nascere.

 

Il fatidico Governo Tambroni

Nel 1960 dopo alcuni tentativi andati a vuoto per formare un nuovo Governo per mancanza di numeri, il Presidente della Repubblica allora in carica, Giovanni Gronchi, diede quel difficile incarico all’Onorevole democristiano Fernando Tambroni dell’ala di estrema destra della DC, il quale presentò e presiedette un Governo monocolore col solo appoggio in parlamento del Partito dell’MSI di Giorgio Almirante di ispirazione palesemente fascista. Il Senatore Luigi Sturzo e sul suo esempio anche l’On. Alcide De Gasperi, si oppose votando contro quel Governo. Fu quella una vera sorpresa per l’intero mondo politico italiano ed anche per la Chiesa di Roma che considerò il voto di Sturzo e di De Gasperi una inspiegabile insubordinazione.

 

In occasione della “legge truffa”

Subito dopo la seconda guerra mondiale e dopo la morte di Alcide De Gasperi, all’interno della Democrazia Cristiana, prima dell’arrivo fra le sue fila di Amintore Fanfani, Aldo Moro Ciriaco De Mita, si respirava aria decisamente di dx e parecchi esponenti di spicco non disdegnavano l’appoggio esterno ai loro governi dell’MSI. In quel frangente un gruppo di parlamentari democristiani prepararono una bozza di legge per mettere il Partito Comunista fuori legge, alla quale Sturzo si oppose energicamente, sorprendendo tutta la corrente di sx della quale lui ovviamente faceva parte ed inasprendo i suoi personali rapporti col Vaticano.

 

A cura di Nuccio Sapuppo

 

Photo Credits: romasette.it

È stato presentato ieri mattina il primo step del progetto “City Card” nell’ambito del piano strategico e operativo per la valorizzazione dei siti d’interesse turistico-culturale della città di Treviso, attraverso il quale l’Amministrazione intende avviare un processo condiviso di promozione dell’offerta culturale e turistica della città. Partendo dagli istituti culturali, il progetto coinvolge infatti i servizi e il tessuto economico e dell’accoglienza cittadina per affrontare come “sistema Treviso” le nuove sfide. A sviluppare il Piano con il Comune di Treviso sarà la società aggiudicataria del bando ad evidenza pubblica, la Sinloc Spa, con sede a Padova, specializzata in consulenza e investimento.

 

Il progetto verrà portato a compimento agendo su vari fronti fra i quali il rafforzamento del brand di Treviso come “destinazione”, attrattività per visitatori e turisti, la diffusione della storia e dell’arte, il miglioramento della fruibilità del patrimonio e l’integrazione dell’offerta culturale con l’intero sistema cittadino fra servizi turistici, enogastronomia e artigianato.

 

“Treviso City Card”

Servizio cardine del progetto sarà la predisposizione di una “Treviso City Card” potrà offrire l’accesso ai diversi Istituti della Cultura cittadini, unitamente ad agevolazioni sui servizi legati alla mobilità e ai parcheggi, alla ristorazione e alla vendita al dettaglio.

 

«Si tratta di un piano ambizioso che prende le mosse dagli Istituti della Cultura», le parole del sindaco Mario Conte. «Ma soprattutto, con questo piano vogliamo attuare il concetto di turismo esperienziale di qualità, sostenibile e rispettoso delle peculiarità cittadine. Solo attraverso la programmazione, ad un piano “sartoriale” e facendo rete con operatori culturali e commerciali, anche attraverso operazioni congiunte, sarà possibile dare uno slancio ulteriore al turismo e al tessuto economico. In questo senso andrà anche e soprattutto il ticket unico, un pass cittadino che permetterà di accedere a numerose facilitazioni».

 

«Con oggi parte la possibilità di avere un grande tavolo allargato alle categorie per condividere questo importante percorso relativo al ticket unico le cui potenzialità sono molteplici», afferma il vicesindaco Andrea De Checchi. «Avremmo modo di condividere con tutti i soggetti di settore per capire al meglio quali integrazioni potranno essere apportate per favorire lo sviluppo del tessuto economico della Città».

 

Così l’assessore ai Beni Culturali e Turismo Lavinia Colonna Preti: «Si tratta di un’enorme opportunità per la città che, insieme al nuovo portale dedicato al turismo esperienziale che stiamo programmando e che farà anche da vetrina anche alla city card e ad un coordinamento con la Regione e le altre istituzioni turistiche del territorio, rappresenta un’enorme opportunità di crescita produttiva. Basti pensare che le Città estere che hanno sviluppato progetti simili, hanno visto un incremento anche di oltre il 50% del giro d’affari complessivo generato. Ben vengano, dunque iniziative trasversali volte ad attuare un piano strutturale e concreto di promozione».

Un nostro affezionato lettore ci invia il seguente elaborato “Gennaio 1921. La partenza da Fiume”, ricco di inediti documenti e immagini che documentano l’Impresa di Fiume. È noto che quest’ultima terminò ufficialmente il 31 dicembre 1920, con il Trattato di Abbazia. Molto meno conosciuti sono i 18 giorni che intercorrono dalla fine del 1920 al 18 gennaio 1921, giorno della partenza di Gabriele D’Annunzio da Fiume.

 

Fiume. Il porto e vista dal mare. La città e il ponte di Sussak

 

L’Impresa di Fiume è terminata ufficialmente alle 16.30 del 31 dicembre 1920 con il Trattato di Abbazia e con le firme:

• del generale Carlo Ferrario per il Governo italiano
del capitano Riccardo Gigante come Podestà di Fiume
• del capitano Nino Host Venturi come Comandante delle Milizie Fiumane. Bene ricordare che il giorno precedente, 3o dicembre, il Comandante ha deposto ai Maggiorenti Fiumani i supremi poteri conferitigli il 12 settembre 1919.

È infine dato sapere che Gabriele D’Annunzio ha lasciato Fiume il 18 gennaio del 1921 con la sua Fiat rossa, con a bordo il ten. Riccardo Frassetto, il ten. Guido Keller e il ten. Antongini.

Quasi sconosciute sono le due settimane che intercorrono dalla fine del 1920 al giorno della mesta partenza del Comandante per Venezia e proseguita poi, il 2 febbraio del 1921, per Gardone, alla Residenza di Cargnacco che diventerà successivamente “Il Vittoriale”.

Nel 1923, verrà donato all’Italia con il definitivo nome “Il Vittoriale degli Italiani”.

Fra meno di due settimane ricorrerà il Centenario del Vittoriale come “immagignifica” residenza di Gabriele D’Annunzio, visitata annualmente da circa 300.000 persone.

 

Venezia, la Casa Rossa.       Gardone, il Vittoriale degli Italiani

 

La Fiat 501.       Foto autografata dell’arrivo a Fiume.       Folla fiumana entusiasta saluta il Vate

 

Ho voluto inserire questa sequenza fotografica per fissare il luogo di partenza di Gabriele D’Annunzio per Fiume (Venezia-Casa Rossa) e il luogo di arrivo e di sua residenza definitiva di Gardone Riviera (Il Vittoriale).

Gli anni 1919-1920-1921 hanno visto Gabriele D’Annunzio, il Comandante, il Vate, il Poeta, il Soldato, l’Eroe, protagonista assoluto della scena italiana ed europea del turbolento primissimo dopoguerra.

Anni che sono stati testimoni dell’Impresa di Fiume, definita da molti storici come l’ultimo travolgente atto del Risorgimento Italiano.

Una sequenza di immagini che permette di entrare nello spirito del popolo Fiumano dal momento che Gabriele D’Annunzio e il Btg. di Granatieri di Sardegna arrivarono a Fiume alle ore 11 delle 12 settembre 1919.

La Reggenza del Carnaro durò 16 lunghi mesi e terminò con la firma del Trattato di Abbazia, il 31 dicembre 1920.

La popolazione appoggiò fino all’ultimo giorno il Poeta Soldato nonostante l’assedio, nonostante i patimenti e le sofferenze, nonostante la fame, nonostante i bombardamenti e i civili morti, nonostante la precaria situazione sanitaria e perfino l’insorgere di qualche caso di peste.

Mesi prima, causa la scarsità di sostentamento e con un treno speciale, 250 bambini furono costretti a lasciare Fiume, le loro famiglie e vennero mandati a Milano, affidati al buon cuore della gente lombarda.

250 bambini salgono in treno in partenza per Milano

 

Si tenga presente che, oltre ai Sette Giurati, furono 186 i primi legionari Granatieri di Sardegna che partirono da Ronchi.

A ondate successive arrivarono, e si aggregarono al primo nucleo, militari di varie provenienze e armi per un totale di circa 2.650 soldati, sott’ufficiali, ufficiali di tutti i gradi, ivi compresi dei generali.

In buona sostanza, all’apice dell’Impresa, il piccolo esercito dannunziano contò circa 3.000 tra legionari e gruppi organizzati di civili fiumani o di altra provenienza sia italiana che straniera.

“Fiume o Morte” fu il giuramento dei legionari e i tragici fatti del “Natale di Sangue” confermano la loro ferma volontà di battersi per la causa fiumana fino all’estremo sacrificio.

Gli abitanti di Fiume hanno sempre dimostrato un forte attaccamento alle legioni dannunziane che, fin da subito, si sono ben integrate con i cittadini e hanno vissuto con loro i dolori e le gioie, la continua alternanza di notizie belle e brutte oppure la rapida successione di speranze e di delusioni.

I Fiumani sentivano il Comandante e i legionari vicini e partecipi alla loro primaria aspirazione di essere annessi alla Madre Italia che al contrario voleva, anche con la forza, far evacuare “I disertori dannunziani” dalla città del Carnaro.

Il Governo italiano era debole e sottomesso ai voleri degli alleati che avevano tutto l’interesse che l’Italia non allargasse troppo la sua presenza e influenza sia sulla Dalmazia che sul porto di Fiume, il secondo più importante dell’Adriatico.

L’Inghilterra era il Paese che premeva di più perché il Distretto di Fiume diventasse uno Stato Libero.

L’obiettivo dei britannici era il controllo economico e politico dell’Alto Adriatico e dei Paesi oggi Europa dell’Est.

Il reale intendimento era di far confluire un contingente di truppe internazionali sotto il suo controllo, dominare il porto e gestire l’importante flusso di merci proveniente dai Paesi dell’ex Impero Austroungarico per essere imbarcata, a scapito del vicino porto di Trieste che avrebbe perso traffico e quindi importanza.

Da queste brevi considerazioni, si evince che Fiume era un crocevia di interessi che andavano ben oltre all’anelito di annessione all’Italia della popolazione fiumana.

Il trattato di Rapallo venne firmato il 12 novembre 1920 dall’Italia e dal Regno di Serbia-Croazia-Slovenia e stabilì consensualmente i confini e le rispettive sovranità su tutta l’area.

La notizia dell’accordo, con una appendice segreta che prevedeva, in caso di controversia, l’arbitrato del Presidente della Svizzera, esplose come un fulmine a ciel sereno nella comunità Fiumana che vide la conclusione dell’auspicato processo risorgimentale di unificazione.

D’Annunzio non riconobbe mai il trattato e cercò di opporsi in tutti modi possibili ma, purtroppo, dovette cedere sia alla regia superiorità militare sia per evitare distruzioni alla città che spargimenti di sangue tra i civili.

Molti e inutili furono i tentativi di ricomporre la controversia sia da parte di personaggi politici di primo piano che anche dalla Chiesa con il Segretario di Stato, Cardinale Gasparri (quello dei Patti lateranensi del 1929).

Il seguito vide il Governo italiano rompere gli indugi e decidere l’intervento con le armi in uno scontro fratricida che si concluse con le 5 tragiche giornate del “Natale di Sangue”.

Il gennaio 1921 rappresenta per la città di Fiume la fine di tante speranze e l’inizio di un lungo periodo di incertezza, di caos, di confusione e di baraonda. C’era l’esercito regio italiano che entrava in città mentre le truppe legionarie si apprestavano a partire e a lasciare un grande e tristissimo vuoto.

 

Legittima era la ricorrente domanda dei fiumani: che sarà di noi?

 

Il 31 dicembre 1920, il Consiglio Comunale si raduna in seduta straordinaria. Il Podestà, Riccardo Gigante, riafferma la volontà immutabile dei fiumani all’annessione all’Italia, conforme al voto plebiscitario del 30 ottobre 1918.

Prende poi atto delle dimissioni del Comandante e del Governo provvisorio della Reggenza con le seguenti parole:

“…tributa al glorioso Comandante Gabriele D’Annunzio e alle sue valorose legioni, cui Fiume deve la salvezza della servitù straniera e la Nazione tutta, il raggiungimento del confine giulio, la sua devota gratitudine e li proscioglie dal giuramento fatto alla causa di Fiume”.

 

Il 2 gennaio 1921, il Comandante, dopo aver onorato i morti per la causa al cimitero di Cosala … “pronuncia, con voce grave e lenta, una commovente orazione, si inginocchia innanzi ai caduti e tutti si inginocchiano piegando la fronte e molti non possono trattenere i singhiozzi.

La folla, in un impeto di amore e di dolore, si stringe attorno al Comandante.

Alcune madri dei caduti lo abbracciano disperate, altre donne e cittadini gli baciano le mani e non si allontanano fino a che i soldati, con dolce violenza non li conducono via.

Il corteo poco a poco si ricompone e, con il Comandante in testa, ridiscende in città.

All’altezza della via De Amicis, il Comandante si ferma attorniato da ufficiali e cittadini e, pallido ma rigido, passa per l’ultima volta in rivista le sue truppe…”

 

Il 3 gennaio 1921, il Comandante scrive il suo ultimo proclama, pieno di orgogliosa tristezza:

“Ieri, nel camposanto di Fiume, la volontà di ascendere, che travaglia ogni
gesta di uomini, toccò l’ultima altezza.
Parve la nostra più alta ora nel cielo dell’anima.
Ma ne avremo forse una più alta.
Da quella piazza in vista del Carnaro dove furono consacrati dal popolo tutti i nostri segni, dove il popolo ricevette il nostro giuramento e ci donò il suo amore, dove al modo veneto furono fondati i tre pili della libertà e issati i vessilli della Buona Causa…”

 

E conclude:

“E ogni lacrima era Italia e ogni stilla di sangue era Italia e ogni foglia di lauro era Italia”.

“Tale fu ieri il commiato che i Legionari diedero alla terra di Fiume. E domani a un tratto la città sarà vuota di forza come un cuore che si schianta”.

 

Gennaio 1921. I Legionari partono inneggiando al Comandante…

 

 

 

18 gennaio 1921: la partenza del Comandante

L’ultimo intervento di D’Annunzio dalla “Ringhiera” del Palazzo di Città

 

“Concittadini,

come troverò nel profondo del mio cuore ancora un resto di forza per parlare, perché ancora una volta la mia voce vi tocchi?

Voi la udite, è un’altra voce. Non è più quella della ringhiera, non è più quella che scendeva con tanto orgoglio quando…”

 

La Fiat di D’Annunzio soffocata dai Fiumani che non vorrebbero vederlo partire

 

 

 

Sceso nella piazza, il Comandante fu circondato da una moltitudine piangente. Donne del popolo, operai, gente di ogni età e di ogni condizione, lo imploravano di non partire, di non abbandonarli.

La macchina del Comandante, quella stessa che l’aveva portato da Ronchi a Fiume, ora rifaceva la gloriosa strada percorsa il 12 settembre 1919. Dalle finestre, piovevano fiori e lacrime.

Molte popolane assistevano inginocchiate al passaggio.

Lo riaccompagnavano sulla triste via del ritorno il tenente Frassetto, il ten. Antongini, il ten. Keller, i medesimi che l’11 settembre 1919 avevano avuto la fortuna di essergli compagni nella fiduciosa partenza dall’approdo di San Giulian (Venezia).

 

11.09.1919 | D’Annunzio in prima e il ten. Riccardo Frassetto
in seconda con la spolverina da viaggio

 

09.11.1919 – La corsa pazza da Venezia a Ronchi e poi, via, verso Fiume

Sul pontile di sbarco, Basso ci attende già, in tenuta di gran viaggio.

Lo dicono insuperabile nel tenere il volante e non tardo ad accorgermene. Salutato Italo e sedutomi al suo fianco, Basso scaraventa la macchina con una tale impennata da farmi dubitare di arrivare sano e salvo alla meta.

Ma, questo pazzoide ha un occhio d’aquila e un polso che non trema.

Si diverte a sfiorare a tutta velocità il muso dei cavalli sonnecchianti lungo la strada, attirandosi una sequela di contumelie da parte dei rispettivi proprietari.

Nei pressi di Portogruaro, ci fermiamo per ispezionare le gomme che sono talmente arroventate da temere lo scoppio.

Mentre mi sgranchisco le membra, Basso si affanna a rovesciare sulle ruote alcune secchie d’acqua per raffreddarle.

Pochi minuti e siamo di nuovo in macchina.

 

02.031921 – Lettera del ten. Riccardo Frassetto al Comandante per i brevetti

 

 

Un inedito eccezionale

La pagina orizzontale riporta, a destra verso l’alto la seguente frase:

Ho dovuto assumere in servizio due scritturali per la scritturazione dei nomi. Io penserò per la firma”.

Significa che i tremila brevetti sono stati firmati dal ten. Frassetto per ordine e conto di Gabriele D’Annunzio.

 

Nota spese allegata alla lettera del 02.03.1921 – Sono 23.000 Lire di cento anni fa

 

Un esempio dei circa 3.000 brevetti e medaglie concesse ai legionari di Fiume,
gestiti e firmati dal ten. Riccardo Frassetto al posto di Gabriele D’Annunzio

 

Attuali testimonianze a Fiume dell’Impresa, dei Sette Giurati e dei Granatieri di Sardegna

 

Cimitero di Cosala/Fiume. Monumento a perenne ricordo e gloria dei Granatieri di Sardegna

 

Cantrida di Fiume. Cippo a memoria dei sette Giurati d Ronchi.
Il primo nome è quello di Riccardo Frassetto

 

 

Con questa immagine saluto come facevano a Fiume D’Annunzio e lo zio Riccardo Frassetto che gli è a fianco: Eia! Eia! Eia! Alalà!

 

A cura di Giorgio Frassetto,
nipote del Giurato di Ronchi ten. Riccardo Frassetto

 

 


Nota a margine:

La più parte delle immagini, dei documenti e lettere sono tratti dall’archivio della Famiglia Frassetto e dai libri “I Disertori di Ronchi” e “Fiume o Morte” scritti da Riccardo Frassetto rispettivamente nel 1926 e 1940 e inoltre dal volume “Zio Riccardo. La vita, la storia, le imprese” scritto da Giorgio Frassetto per conto della famiglia.

“I Disertori di Ronchi” fu approvato da Gabriele D’Annunzio con le seguenti parole: “Ho letto il tuo bel libro. Caro Riccardo, ora sei autore fra gli autori”.

 

Nel 150esimo anniversario della nascita e nel 100esimo della fondazione della DC, continuiamo l’analisi della poliedrica figura di raffinato uomo di cultura, di religioso irreprensibile e politico di spicco di:

Don Luigi Sturzo

 

La questione centrale dell’intera opera politica di Luigi Sturzo è fondata principalmente sulla possibilità e il diritto di ridare voce in politica ai Cattolici, che dopo l’istituzione del non expedit, avvenuta nel1868 durante il Regno d’Italia, ne erano stati esclusi dalla Chiesa di Roma. L’expedit venne abolito poi con l’avvento e l’instaurazione della Repubblica nel 1943. Don Luigi Sturzo però per coerenza ne rispettò il divieto anche dopo non iscrivendosi neppure alla Democrazia Cristiana che nel frattempo, su proposta di Alcide De Gasperi, aveva preso il posto del PPI fondato da Luigi Sturzo nel 1921.

 

Il PPI era ispirato alla dottrina sociale della Chiesa col quale Sturzo intendeva reclutare le classi più povere e più deboli della società, non solo del suo tempo, ma di sempre, i contadini e gli operai. Ne fu Segretario per soli due anni, durante i quali nonostante si fosse opposto energicamente all’appoggio da parte dei suoi rappresentanti in parlamento, alla formazione di un nuovo governo da parte di Benito Mussolini, alcuni iscritti al PPI, disobbedendo, votarono a favore consentendo a Mussolini l’accesso alla scalata verso la dittatura. Sturzo, conoscendo l’indole e le ambizioni di Mussolini, ne aveva intuito le intenzioni e di conseguenza aveva messo il veto. Da allora in poi ingaggiò una opposizione ferrea alla sua politica prima ed una lotta spietata e continua durante la dittatura. Per sfuggire alle carceri del regime fascista scelse spontaneamente di andare in esilio, prima in Francia e in Gran Bretagna e poi in America. In esilio scrisse diverse opere di Sociologia indirizzate non solo all’Italia, ma anche a tutte le Nazioni del mondo, nelle quali spiegava i vari modi ottimali di gestire la cosa pubblica che erano quelle di riuscire a governare in maniera onesta, corretta, e rivolgendo sempre la propria azione al bene comune e al miglioramento della vita dei propri cittadini.

 

E deve essersi rivoltato con rabbia nella tomba l’anima santa di don Luigi Sturzo, quando nel 1992 le indagini del giudice Antonio Di Pietro scatenarono il finimondo nel mondo politico vigente in Italia, durato circa una trentina d’anni dopo la morte di Sturzo che riuscirono a smantellare un sistema viziato da tangenti e scorrettezze senza precedenti. In appena un paio d’anni di accuse, processi e condanne, vennero vanificati il duro lavoro, le fatiche ed il superamento di tutta una serie di ostacoli incontrati da Dirigenti del calibro del Senatore a vita Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Mario Scelba, Amintore Fanfani, Ciriaco De Mita durante la loro laboriosa e difficile carriera politica. La causa scatenante fu certamente l’ingordigia dei Dirigenti dei vari partiti presenti allora in Parlamento che avevano riposto in un cassetto la politica pulita e facevano il bello ed il cattivo tempo, ingenerando il malcostume nell’operato degli imprenditori compiacenti e scorretti. In primo piano allora si trovò proprio la Democrazia Cristiana, che aveva instaurato invece un sistema non certo basato sull’altruismo e dedito a risolvere i veri problemi del Paese, come lo concepiva Sturzo, puntato a creare lavoro, a sconfiggere la povertà, basato sui diritti umani, bensì un sistema basato esclusivamente sul favoritismo, condizionato dalle tangenti per appalti, consulenze, favoritismi a bizzeffe e clientelismo a cuor leggero.

 

Durante tutto il periodo del regime di dittatura fascista, don Luigi Sturzo, dall’esilio, riuscì a mantenere vivi i contatti con i suoi discepoli alcuni dei quali erano rimasti in Italia in anonimato e altri all’estero in esilio anche loro, distribuendo pareri, consigli e suggerimenti circa il comportamento durante quel tremendo periodo e soprattutto preparandosi al periodo che sarebbe succeduto dopo il criollo di Mussolini. E quando, finita la guerra e sconfitto il fascismo, fu nominato Senatore a vita dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi nel 1952, continuò ad esercitare quell’importante ruolo di guida e maestro, attraverso i giornali, e di indiscusso leader politico al disopra delle parti, per tutti i Deputati  e Senatori Democristiani, dalla Casa Generalizia delle Suore Canossiane di Roma dove era ospite e dove si spense nel 1959 alla veneranda età di ottantasette anni; fu sepolto a Caltagirone, sua città natale, in un Mausoleo nella Chiesa del Santissimo Salvatore.

 

 

A cura di Nuccio Sapuppo

 

Photo Credits: romasette.it

Nota della Redazione de Il Nuovo Terraglio ai propri Lettori e Lettrici

Innanzitutto ci è gradita anche questa occasione per ringraziare i nostri Lettori e Lettrici per l’interesse sempre crescente che ci dimostrano, specialmente negli ultimi tempi, tanto da indurci a creare altre due rubriche che stanno funzionando alla grande e in maniera, speriamo, proficua. Sfruttando il favorevole momento in ascesa, intendiamo inaugurare una nuova rubrica per il settore prettamente culturale che ospiterà in pillole, secondo lo spirito del nostro giornale, tutti gli articoli, profili e monografie, riguardanti la Cultura, l’Arte e la Storia del nostro Paese.

 

L’occasione ce la offre la poliedrica figura, sia sotto l’aspetto di raffinato uomo di cultura che come religioso esemplare e politico di spicco del Novecento, impersonata da:

 

Don Luigi Sturzo
(Caltagirone, 26 novembre 1871 – Roma, 8 agosto 1959)

Fondatore della Democrazia Cristiana, del quale quest’anno ricorre il 150° anniversario della morte e anche il 100° anniversario della fondazione del Partito Popolare, che in seguito prese il nome di DC, inaugureremo questa categoria ricordando proprio lui.

 

Luigi Sturzo, era di origine siciliana, era nato a Caltagirone nel 1871, una ridente e diffusamente cattolica cittadina di circa 60 mila abitanti, adagiata su una vasta fiancata dei monti Iblei, proprio al centro della Sicilia. Da ragazzino era cagionevole di salute ed avendo deciso di entrare in seminario per percorrere la via del sacerdozio, fu costretto diverse volte a cambiare sede, fino a quando non trovò la città col clima a lui favorevole, che divenne la sede della sua formazione umana e culturale di base.

 

Divenuto sacerdote, cominciò subito a dedicare il suo tempo libero alla situazione politica di quel periodo abbastanza tormentato non solo a Caltagirone – dove Sturzo aveva compiuto i suoi studi e insegnava nel seminario locale diverse materie ai suoi colleghi più anziani, mentre preparava le sue lauree di Filosofia e Teologia a Roma – ma in tutta l’Italia.

 

Politicamente la situazione in quel preciso momento storico era abbastanza confusa. È vero che dopo lunghi anni di lotte e spargimento di sangue era stato raggiunto il grande obiettivo dell’Unità d’Italia, ma non era stata raggiunta ancora di pari passo la stabilità politica per poter governare l’Italia con una certa serenità e continuità. I partiti politici erano al loro interno tormentati da continui cambiamenti di assetto. I partiti liberali erano in continuo movimento, forse a causa dell’avidità del potere, per la quale i loro militanti facevano mancare in continuazione la stabilità in Parlamento e il Partito Socialista veniva sottoposto dai suoi iscritti a continue scissioni e fusioni causati dall’ala sinistra dalla quale in seguito ebbe origine il Partito Comunista. Luigi Sturzo mosse i suoi primi passi in politica facendo il pro-sindaco di Caltagirone, dove dimostrò abilità e talento e portò il suo partito al governo del Comune da lui stesso diretto come pro- sindaco per ben quindi anni.

 

Quel periodo diede inizio alla “gavetta” per il nostro giovane sacerdote con la vocazione di politico, il quale mosse i primi passi in quel mondo tanto complicato riuscendo a destreggiarsi tra burocrazia e ambiguità, riuscendo fin dai primi anni della sua azione, risultata socialmente utile, a dedicare il suo tempo libero ai suoi simili con dedizione ed efficacia.

 

Nel 1897 fondò a Caltagirone una Cassa Rurale intitolata a San Giacomo Patrono della città e una Mutua Cooperativa che diede molto fastidio ai Liberali Conservatori. Nello stesso anno fondò il giornale di orientamento politico-sociale La croce di Costantino. Il giornale riscosse l’approvazione delle classi cattoliche dei contadini ed operai mentre suscitò le ire dei massoni, i quali per ripicca ne bruciarono nella pubblica piazza di Caltagirone una copia. Questo fatto lo spinse a far parte nella fondazione del nuovo partito politico La Democrazia Cristiana, del quale però non ritirò mai la tessera.

 

Agli inizi del Novecento divenne collaboratore del quotidiano cattolico Il Sole del Mezzogiorno e nel 1902 guidò i cattolici calatini alle elezioni amministrative. Nel 1912 viene nominato Consigliere Provinciale della Provincia di Catania e nello stesso anno, alla vigilia di Natale, pronuncia un famoso discorso programmatico “sulla vita nazionale dei Cattolici”. Nel 1912 divenne Vicepresidente dell’Associazione Nazionale Comuni d’Italia. Nel 1915 per la sua solerte attività all’interno dell’Azione Cattolica Italiana ne divenne Segretario della Giunta Centrale.

 

Negli anni Venti del Novecento, subito dopo la Grande Guerra, si era cominciato ad avvertire in Sicilia il nascere di una organizzazione malavitosa denominata mafia. E fu Don Sturzo che per primo ne denunciò il problema ed ebbe anche il coraggio sufficiente in un pubblico comizio per condannarne duramente e categoricamente sia l’esistenza che l’operato.

 

Ma la sua magistrale impresa fu quella che realizzò nel 1921 fondando il Partito Polare Italiano, mettendo in pratica e raccogliendo in uno storico Statuto, le innovative idee di Giuseppe Garibaldi, che ormai circolavano per l’intera Penisola e che erano anche i suoi personali principi di vita, riguardanti la libertà di pensiero e di azione, l’uguaglianza dei diversi ceti sociali e soprattutto l’impellente necessità di concedere ai contadini e agli operai compresi quelli di credo cristiano, che erano indifesi perché non esistevano ancora i Sindacati che li supportassero socialmente, maggiori diritti, almeno quelli fondamentali, rispetto ai troppi doveri dei quali erano stati soggetti per secoli.
Il PPI era un Partito politico che nella mente del suo fondatore non era solo destinato all’Italia e a quel determinato momento storico, ma che avrebbe dovuto durare per sempre e per i popoli del mondo intero.

 

 

A cura di Nuccio Sapuppo

 

Photo Credits: romasette.it

In questi giorni, con le forti mareggiate, sono emersi tanti mattoni sulla spiaggia di Venezia, esattamente nel tratto che va dal Blue Moon al Pachuka. Ricerche storiche e testimonianze portano a ipotizzare che siano i resti del campanile di San Marco crollato nel 1902. Le macerie del “paron de casa” furono gettate in mare a 3 miglia del Lido di Venezia

 

“Abbiamo già iniziato a svolgere alcuni studi storici – spiega Vittorio Baroni che sta curando la ricerca – le forme irregolari, la diversità dei colori e le rotondità dovute all’usura del tempo portano a dedurre che potrebbero essere materiali del campanile di San Marco crollato il 14 luglio 1902”.

 

Il comitato Lido Oro Benon propone che il campanile di San Marco sia inserito tra gli argomenti culturali da valorizzare in occasione di Venezia 1600. Le antiche memorie romane e bizantine rintracciate tra le macerie del campanile e il clamore mondiale che fece il crollo del campanile meriterebbero un focus per l’anniversario della fondazione di Venezia.

 

 

 

 

 

Nel frattempo siamo in grado di pubblicare gli interessanti contribuiti dell’artista Giorgio Bortoli e del fotografo scrittore Riccardo Roiter Rigoni, entrambi lidensi. Lido Oro Benon li ringrazia di cuore assieme al Presidente della Municipalità Emilio Guberti, che ha sottolineato “è da verificare l’autenticità dei mattoni, indubbiamente potrebbero avere un interesse storico, verificherò con chi di competenza”.

 

 

I fatti avvenuti davanti al Lido oltre 100 anni fa sono ricordati nel libro “IL CAMPANILE DI SAN MARCO RIEDIFICATO”. Le operazioni di vaglio, analisi, classificazione e affondamento delle macerie furono affidate a Giacomo Boni.

Il volume, pubblicato dal Comune di Venezia nel 1912, traccia la storia completa del campanile. I primi fondamenti risalgono all’anno 888 sotto il doge Piero Tribuno. Citazioni e immagini di frammenti romani, bizantini, carolingi con interessanti curiosità e fonti storiche.

 

In onore dei 1600 anni dalla fondazione di Venezia, Lido Oro Benon suggerisce alcuni passaggi contenuti nella narrazione curata da Antonio Fradeletto, politico veneziano che nel 1887 organizzò la prima Esposizione nazionale di pittura e scultura, la futura Biennale.

 

 

LE MACERIE DEL CAMPANILE NEL RACCONTO DI GIACOMO BONI

“Frammenti romani, bizantini e carolingi”

 

“Due giorni dopo il 14 Luglio 1902, accorso alle macerie, mandai in Palazzo ducale gli avanzi della Loggetta ed i frammenti romani, bizantini e carolingi compresi nella Torre diruta. Feci trasportare all’isola di S. Giorgio il materiale architettonico ed all’isola delle Grazie i mattoni e rottami non frantumati, travolti fra le macerie e rinvenuti scomponendo i blocchi o nel demolire il troncone.

 

 

Adunai numerosi laterizi romani, vari per forma e misura, rettangolari, quadrati o tondi, cuneati o ricurvi, giallastri o rossi, in molteplici tonalità; trenta all’incirca i bolli. Da un’unica sigla, giungono ad estesa dicitura come negli esemplari di Caracalla: IMPERATORIS. ANTONINI. AVGVSTI. PII, e nel cospicuo: 1. TITI. PRIMI. IVNIORIS. Come quest’ultimo, provengono nella massima parte da Aquileia e vicinanze i mattoni bollati AEDOS, gli Aidusina castra dell’itinerario lerosolimitano sulla via della Pannonia, e C. Q. VE. S e R. CASSI… e T. R. DIAD e QCLOWP1, iscrizione che richiama Q. Clodi Ambrosi più d’ogni altra frequente sui laterizi aquileiesi esportati per mare e sparsi in ogni porto adriatico. 11. 0.15. N.0.45.11 2.31.

 

 

Un mattone distinto dal bollo LAEP reca impronta di suola, munita di chiodi a capocchie spianate per l’uso. Troviamo altrove, sovrapposte all’inverso, due orme di piede umano destro. Impronte digitali, probabili contrassegni di catasta; se fossero manubri agevolanti la presa ed il trasporto dei pesanti laterizi, non dovrebbero mostrarsi in alcuni soltanto. Per nuovi segni distinguonsi altri mattoni; a rozze spirali Mattone sagomato, grosso m. 0,08. Mattone sagomato, grosso m. 0.07. modanature perfette, ad informi o regolari tracciati ai quali ignoriamo che cosa rispondesse nella semplice mente ideatrice.

 

 

Molte impronte animali, dovute al ferro di giovin cavallo od alle dita e regione plantare di grosso cane od alle zampe anteriori d’altro minore. Più volte è sullo stesso mattone l’orma di un’estremità; così abbiamo triplice unghiata vitulina, mentre che, altrove, s’imprimevano zampe di pecora e di maiale. Mutili riapparivan tra le macerie i bronzi che ornavano un tempo le nicchie sansoviniane; tronche a Mercurio le dita; svelti a Pallade e la lancia e lo scudo, e come da fendente spezzata, per la caduta di un masso, la visiera dell’elmo; priva la Pace del capo e del simbolo, e mozze la testa e le gambe all’Apollo”.

 

 

GIGETA E IL FUNERALE DEI MATTONI DAVANTI AL LIDO

“Go un tochetin de maton del campaniel”

 

«Con pochi intimi, inaugurai stasera il seppellimento a mare, su piroscafo rimorchiante una betta carica dei primi cento metri cubi di macerie. Sul triste carico , biancheggiante come ossa cremate, avevo steso un lauro troncato. La folla stava silenziosa sul Molo mentre, salpate le ancore e sciolti gli ormeggi, il piroscafo si mise in moto trascinando la betta, sulla quale stava a governo un vecchio marinaio.

 

 

Il piroscafo, con la prua a levante, passava lento d’innanzi alla Piazzetta, donde scorgevansi le ruine; d’innanzi alla colonna che porta il leone di bronzo eretto nel 1176 e che pur guarda lontano al Levante; alla riva degli Schiavoni ed alle porte dell’Arsenale; al forte di S. Andrea, opera fiera di Sanmicheli, e tra le dighe del porto di Lido fino a tre miglia in mare, dove uno scandaglio misurava quattordici metri.

L’acqua verde pallida come i bronzi delle necropoli italiche, era mossa da freschi soffi di Borea e le onde, battendo sui fianchi di rovere della betta, ne spruzzavano il carico; parevan Tritoni.

 

 

Era con noi una bambina veneziana, Gigeta, dolce nel viso e negli occhi come un Bellini, e teneva sulla sponda, avviluppato da frondi di lauro, un mattone sul quale avevo inciso: 14 LUGLIO 1902. Uno dei superbi lateres cocti di Aquileia, colonia-baluardo contro le invasioni barbariche; uno dei mattoni impiegati dai Veneziani nella torre-baluardo, non materiale soltanto, contro altre incursioni. Ad un mio cenno la bambina lo buttò a mare ; un tonfo, uno spruzzo; l’affondamento cominciava.

Lontano sull’orizzonte emergeva il profilo dei colli Euganei sede alla civiltà veneta nell’età preistorica.

 

Un’ora dopo eravamo di ritorno all’imboccatura del porto e, sull’ alto mare che aveva coperto per sempre i frantumi del Campanile di S. Marco, e che una Bora più fresca faceva spumeggiare, passava quasi orizzontale la luce scarlatta del tramonto. Un alcione solitario, bianco sul grigio cupo delle nubi temporalesche, volava a fior d’onda. Gigeta aveva qualcosa nella manina chiusa.

Go un tochetin de maton del campaniel, mi disse guardando lontano al volo dell’alcione».

 

 

GIORGIO BORTOLI, PIONIERE NEL RECUPERO DEI MATTONI PER L’ARTE

Woody Allen ne ha diversi a casa sua dentro un campanile in vetro

Lido Oro Benon ringrazia Giorgio Bortoli per il contributo che ci permette di far conoscere il riuso dei mattoni per l’arte. L’affermato artista veneziano ha realizzato l’archiscultura “NycVe Torre di Luce”. Per la sua opera, ideata nel 1999, ha utilizzato anche mattoni del vecchio campanile.

 

 

“Li ho recuperati di persona a San Nicolò – afferma Bortoli con studio agli Alberoni in Via Droma – dove la corrente li ha portati a riva dopo che erano stati gettati in mare. Sono stato un pioniere nel recupero dei resti del vecchio paron de casa. Nell’impresa sono stato supportato dal compianto prof. Bruno Rosada, poi un marmista li ha lavorati così che potessi inserirli nel campanile artistico”.

 

 

Tra le opere create dall’artista, con resti archeologici del campanile, c’è il leone con base in mattone creato per il Consiglio Regionale del Veneto. Tutti i materiali originari avevano ricevuto la recensione del prof. Rosada.

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Bortoli ci tiene a ricordare di aver realizzato “anche un campanile di San Marco per la casa di Woody Allen, tutto in vetro e riempito di mattoni originali ritrovati al Lido”.

 

 

IL ROMANZO E LE FOTO DI RICCARDO ROITER RIGONI

“Mattoni sulla sabbia e viaggiatori in partenza”

Riccardo Roiter Rigoni un sentito ringraziamento per i contributi letterari e fotografici. Le stupende immagini aeree del Lido di Venezia, pubblicate con la collaborazione della Fly Venice Helicopter Service, rendono bene l’idea dei luoghi narrati e dei recenti ritrovamenti.

 

«Mentre stavamo tornando verso l’ospedale mi fece notare alcuni pezzi di mattone seminascosti sulla sabbia. Me ne porse uno: da come si presentava intuii che doveva essere rimasto in acqua per moltissimo tempo e lei subito confermò questa mia ipotesi: “Su questa spiaggia non è raro trovare dei mattoni. Appartengono al vecchio campanile di San Marco, crollato nel 1902”.

 

Per un attimo pensai ad uno scherzo, invece spiegò: “Dopo il crollo le macerie non recuperabili sono state gettate in mare, al largo del Lido, e nel giro di circa ottant’anni le mareggiate e le correnti ne hanno fatto riaffiorare una buona parte”.

Trovai il fatto davvero originale e, tra me e me, considerai che ogni cosa, con il tempo, tutta o in parte, è destinata a tornare in superficie».

 

 

FOTO CON E SENZA EL PARON DE CASA

Profilo di Venezia con e senza il campanile di San Marco

 

 

 

Nella trasmissione “freedom OLTRE IL CONFINE” condotta da Roberto Giacobbo, andata in onda su Rete 4 il 10 gennaio 2019 dal titolo “Dov’era, com’era: la storia del campanile sommerso”, è stato proiettato un video in cui si parla di 1.200.000 mattoni gettati in mare. Nella foto si vede la bambina Gigetta che ne getta uno nelle acque.

 

 

 

Photo Credits: lidorobenon.com (immagini estratte dal libro “IL CAMPANILE DI SAN MARCO RIEDIFICATO”)

Perfettamente allestite, appuntate nell’elenco dei desideri di molti. Eppure chiuse. Sono le mostre che in tutta Italia restano sbarrate in attesa di un sì aprano le porte, con tutte le cautele del caso da parte del Governo.
Certo, molte di queste sono rimaste in contatto con il proprio pubblico grazie al mondo virtuale dei social e del website ma è evidentemente impossibile colmare il vuoto.

 

Vediamone alcune, cominciando da quelle che sono già al loro doppio sonno, nel senso che erano appena partite quando a chiuderle fu il lockdown di primavera, salvo risorgere con il sole d’estate e poi tornare nuovamente al buio.
Nella categoria delle veterane dell’era Covid è, al Palazzo Roncale di Rovigo, La quercia di Dante. Visioni dell’inferno. Dorè, Rauschenberg, Brand, aperta lo scorso 28 febbraio e adesso prolungata sino al 17 gennaio 2021.
Sorte analoga anche per un’altra mostra celebrativa di Centenari. A Rovigo, per quello di Dante, Previati in questo altro caso, è ricordato a Ferrara, al Castello Estense con la mostra Tra Simbolismo e Futurismo. Gaetano Previati. Inaugurata il 9 febbraio 2020, dovrebbe concludersi il 27 dicembre, salvo proroghe.
Accanto a queste due veterane, diverse altre vivono un poco gradito letargo in attesa del colpo di bacchetta magica che le risvegli.

 

In ordine sparso, Marc Chagall anche la mia Russia mi amerà, a Palazzo Roverella di Rovigo. Salvo proroghe, chiuderà il 17 gennaio, mentre a Padova morde il freno Van Gogh. I colori della vita, prevista sino all’11 aprile.
È pronta a farsi ammirare sino a sino al 5 aprile, ad Abano Terme (Pd), nel Museo Villa Bassi Rathgeb, Seicento-novecento. Da Magnasco a Fontana. Collezioni in dialogo sono la Bassi Rathgeb e la Merlini.
Tempi brevi, sempre che non intervengano auspicabili proroghe, per Mio Vanto, Mio Patrimonio. L’arte del 900 nella visione di Leone Piccioni, al Museo della Città di Pienza.
Al Palazzo della Podestà di Montevarchi (AR), luci spente anche per la monografica su Ottone Rosai, che dovrebbe concludersi il prossimo 31 gennaio.
Sempre salvo proroghe, a Cremona, Orazione Gentileschi. La fuga in Egitto e altre storie è, per adesso, prevista sino al 31 gennaio, in Pinacoteca Ala Ponzone.

 

Prolungata invece sino al 14 febbraio (chiusura inizialmente prevista all’8 dicembre), a Camera Centro Italiano per la Fotografia, naturalmente a Torino, per «Paolo Ventura. Carousel».
Ci sarebbe stato tempo sino 13 dicembre, alla Fondazione Magnani-Rocca, in quel di Mamiano di Traversetolo – Parma, per ammirare L’Ultimo Romantico. Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori.
Qualche settimana in più, sino al 14 febbraio, alla Nuova Pilotta di Parma per la mostra Fornasetti. Theatrum Mundi, aperta lo scorso 3 giugno.
Il 31 gennaio è la data prevista per la chiusura di La mano che crea. La Galleria pubblica di Ugo Zannoni (1836-1919). Scultore, collezionista e mecenate, aperto il 27 giugno scorso a Verona, Galleria d’Arte Moderna Achille Forti a Palazzo della Ragione.
Sono, negli scorsi mesi, iniziate a Ravenna le Celebrazioni per il Settimo Centenario Dantesco. L’intensissimo programma ravennate ha preso il via con Dante nell’arte dell’Ottocento. Un’esposizione degli Uffizi a Ravenna. Dante in esilio, ai Chiostri Francescani, dove resterà sino al 5 settembre 2021. Il secondo appuntamento è alla Classense con la mostra Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, di cui è già certa la proroga oltre il 10 gennaio, iniziale data di chiusura.

 

Ma, attenzione! Perché tra tante mostre dormienti, ve ne sono alcune che sono graziate per avere sede in paesi con meno restrizioni anti-Covid oppure per essere accolte in gallerie private, che in quanto esercizi commerciali, sono accessibili al pubblico (ad eccezione naturalmente di zona rossa).
È esempio del primo caso Dentro i Palazzi. Uno sguardo sul collezionismo privato nella Lugano del Sette e Ottocento: le quadrerie Riva, aperta nel pieno di questa ondata di Covid, allestita nella Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst, a Rancate, Canton Ticino, in Svizzera. Tranquillamente visitabile sino al 28 febbraio 2021.
Così come sono regolarmente aperte le sezioni milanese e fiorentina di Arte moderna e contemporanea. Antologia scelta 2021, mostra proposta da Tornabuoni Arte nelle sue Gallerie delle due città.
Per concludere il giro, ecco una Fiera: Flashback, l’arte è tutta contemporanea. Con il tema: Ludens, ha scelto di affrontare il Covid trasformandosi in un’Edizione Diffusa nella città di Torino e nel resto del mondo, dove hanno sede le gallerie partecipanti (www.flashback.to.it). Partendo al grido di non siamo soli, ci invita tutti a giocare con la sua ottava edizione, Ludens, dedicata alla capacità di ciascun individuo di riplasmare la realtà attraverso la creatività.

A cura di Michele Rovoletto

 

Con l’arrivo del 2020 è giunto il momento di festeggiare il tricentenario della nascita del concittadino più famoso al mondo: Giambattista Piranesi. Egli è ritenuto dagli studiosi un artista che ha segnato la storia dell’arte. In cinque episodi andremo a (ri)scoprire un patrimonio culturale moglianese, cercando di conoscere la sua vita e la sua arte.

 

Arte e vita di Giambattista Piranesi
Intervista al Professor Alessandro Martoni

Alessandro Martoni, storico dell’arte, è responsabile scientifico delle collezioni d’arte presso la Fondazione Giorgio Cini onlus di Venezia. Attivo sul fronte della formazione come docente di storia dell’Arte presso l’Università Internazionale dell’Arte di Venezia e su quello della divulgazione culturale, collabora con amministrazioni pubbliche, associazioni culturali, enti di formazione, diocesi.

 

 

• Carissimo Professore, converrà con noi che di Piranesi conosciamo molto della sua arte, ma che la sua vita sia ancora oggi, a trecento anni di distanza dalla sua nascita, foriera di molti interrogativi. Ci aiuti a districarci: intanto, Giambattista o Giovanni Battista Piranesi? Già il nome è declinato nei vari testi e nelle sedi museali in duplice modo.

Mi lasci iniziare con una citazione letteraria: “E non sa di nomi la vita”, sentenzia Pirandello nella strepitosa chiusura dell’Uno, nessuno, centomila. Citazioni a parte, si tratta delle tipiche varianti che si riscontrano sempre nei documenti, nella letteratura artistica, nella storiografia: sono corretti entrambi. Se vogliamo essere aderenti ai documenti settecenteschi, diremmo Giovanni Battista, o ancora meglio, alla veneziana, Zuanne Battista, come appare nell’atto di battesimo dell’8 novembre 1720: “Zuanne Battista fio di Anzolo Piranesi tagliapietra”.

 

• Grazie, stabilito il nome ufficiale, passiamo al grande dibattito degli ultimi decenni intorno a Piranesi: dov’ è nato?

Questione dibattuta. Risponderò semplicemente citando le considerazioni e i documenti trovati dal compianto studioso Lino Moretti, che ci ha lasciato purtroppo qualche anno fa, grande amico e frequentatore della Fondazione Cini. Primo: Piranesi viene battezzato l’8 novembre 1720 nella parrocchia di San Moisè a Venezia; l’atto di battesimo reca la data di nascita, il 4 ottobre, e non dice che sia nato altrove. Secondo elemento; nel medesimo atto si fa riferimento alla levatrice Maddalena Facchinetti, abitante a Santa Maria Zobenigo, confinante con la parrocchia di San Moisè; la donna è la stessa levatrice di tutti gli altri figli di Anzolo Piranesi e Laura Lucchese, tranne Mattio Zuanne. La famiglia Piranesi in quel momento aveva casa in calle o corte Ca’ Barozzi. Per farla breve, lo studioso si chiede: o Anzolo si poteva permettere di far soggiornare a Mogliano la levatrice insieme alla consorte, in attesa del parto; oppure entrambe, gestante e levatrice veneziana, si trovano per fortunata sorte a Mogliano. Tutto può essere; ma le confesso che mi paiono questioni di lana caprina. Cosa più interessante da rilevare è che rispetto a tutti gli altri fratelli, Zuanne Battista è l’unico ad avere un padrino d’alto rango: Zuanne di Ludovico Widmann.

 

• Lei quindi propende, come molti storici del resto, per una nascita veneziana, ma come si spiega l’epigrafe sul suo busto conservato ai Musei Capitolini? Che scopo avrebbero avuto il figlio Francesco e Antonio Canova di professarlo “da Mojano nel territorio di Mestre” come scritto sulla base della sua effige marmorea?

Certo, dice bene. Il busto fatto scolpire nel 1816 da Antonio Canova, “de pecunia sua”, all’allievo, collaboratore e amico, lo scultore veneziano Antonio D’Este, reca sul basamento l’inequivocabile nascita a “Mojano nel territorio di Mestre”. Si è detto che Canova, giunto a Roma nel 1779, a un anno dalla morte di Piranesi, doveva avere informazioni precise e di prima mano sul celebre artista veneziano, avendo frequentato il figlio Francesco, con il quale visitò e misurò numerosi monumenti antichi. Antonio D’Este giunse a Roma nel 1777, dunque doveva avere per forza conosciuto il celebratissimo conterraneo. Ma il busto è del 1816, trent’anni dopo. E il dato si basa in primo luogo sulla vulgata di Legrand, il primo biografo di Piranesi. Moretti a questo punto si chiese: corruzione e cattiva interpretazione di una scrittura che poteva suonare “natus in par. S. Moy. Año 1720”? Pierluigi Panza aggiunge che in nessun scritto di Giovanni Battista si rintraccia una citazione della nascita moglianese; e che Mogliano non è citata in alcun documento legato alla morte. Come la gran parte degli studiosi, propenderei per la nascita veneziana. E l’atto di battesimo è elemento dirimente.

 

• Altra questione poco chiara, la sua famiglia viene descritta come modesta, in alcuni testi addirittura povera. Il padre è talvolta citato quale probabile architetto o comunque direttore di cantiere, altre volte umile tagliapietre. La madre era di buona famiglia, il fratello di lei fu un funzionario della Serenissima. Insomma, abbiamo dati storici che ci diano un’idea più precisa della condizione famigliare di Piranesi?

Ancora una volta ci sostengono i dati d’archivio, che si aggiungono alle notizie ricavate dal Temanza. E non direi che non siano sufficienti ad avere un quadro chiaro. Anzolo Piranesi, figlio del barcaiolo Giovanni, è veneziano e soprannominato “orbo celega”, cieco passerotto; è tagliapietra, come ci dice anche l’atto di battesimo, e come tale segnalato nell’Arte all’anno 1705. Anche la madre Laura Lucchese è figlia di tagliapietra (Valentino), sorella dell’architetto Matteo Lucchese, che introdusse il piccolo Zuanne Battista ai principi del disegno e che svolse il ruolo di architetto e magistrato idraulico presso il Magistrato alle acque; fu lo zio materno ad introdurlo nel mestiere dell’architettura e nella pratica del cantiere, non il padre, che alla morte risultava possedere poche sostanze. Alla famiglia della madre si deve invece forse una maggior agiatezza, se porta in dote, nel 1711, anno delle nozze tra Anzolo e Laura, 500 ducati. Va ricordato che tra i pochi fratelli di Piranesi che scamparono a morte precoce, vi è Valentino Domenico, che divenne monaco certosino e al quale si deve con tutta probabilità qualche rudimento di latino trasmesso al fratello.

 

• Passando dalle vicende umane a quelle artistiche: quali sono le doti che hanno reso celebre Piranesi?

In primo luogo direi la geniale, fervida capacità inventiva, ipernutrita di curiosità e sollecitazioni culturali ed elevata al cubo grazie a caratteristiche umane come la determinazione, l’ambizione, la curiosità, l’intelligenza; e anche grazie agli stimolanti ambienti intellettuali frequentati nel corso di tutta la carriera, già a partire dagli anni giovanili a Venezia –  si pensi al fatto che il giovane Piranesi  si reca per la prima volta a Roma in qualità di ‘disegnatore’ al seguito dell’ambasciatore Francesco Venier, in compagnia dello scultore atestino Francesco Corradini o alle sue frequentazioni con i pensionnaires dell’Académie de France nel periodo di formazione romana. Ambienti che saranno determinanti per la piena affermazione dell’artista Piranesi entro la cerchia antiquaria d’Europa, come protagonista di primo piano del dibattito erudito grazie alle opere sulle antichità e a quelle polemiche; nel 1957 è aggregato, per esempio, alla Society of Antiquaries di Londra. Uno degli aspetti più sorprendenti è che il ‘mancato’ architetto Piranesi – che si firma con orgoglio “Architectus Venetus”, “Architetto Veneziano”, ma che vede realizzato soltanto il progetto di Santa Maria del Priorato sull’Aventino – trasferisce ambizioni, visioni, progetti di una mente che pensa in grande, nella produzione incisoria: architetto ‘con l’acido e con la carta’ è stato detto; e in questo, la magnificenza e la grandezza ingegneristica della Roma antica, di cui egli si sente erede, cantore, latore, gli offrono il bacino privilegiato entro cui saggiare i suoi ‘progetti’ visionari e la sua concezione estetica. Egli ‘ricrea’ sulla carta – con le infinite modulazioni chiaroscurali capaci di catturare ogni palpito della luce sulla pietra, ogni frasca che germina e levita, ogni riverbero del pulviscolo e della polvere del tempo – le antichità di Roma, Tivoli, Pestum in modalità assolutamente inedite e rivoluzionarie; le restituisce certamente attraverso il filtro illuministico della scienza, dello studio dal vero, della topografia, ma allo stesso tempo le ‘rinnova’ profondamente sotto la lente ustoria della ‘riprogettazione totale’, entro una visionarietà immaginifica che resta la sua eredità più grande; così come ‘ricrea e riprogetta’ le tante stratificazioni dell’Urbe, miscelando erudizione e archeologia con la fantasia capricciosa, liquida, mobile, tipica della genia lagunare. L’immagine di Roma non potrà più prescindere dalle restituzioni e dalle visioni del Piranesi. E da questo punto di vista si pensi a come innovi radicalmente il genere della veduta, superando la tradizione seicentesca della veduta didascalica, di formato piccolo, da inserire in guide e compendi per “forestieri”, che gli trasmette il maestro Giuseppe Vasi, giungendo ad una veduta di dimensioni pari a quelle di un quadro; veduta che privilegia topografie e punti di vista inediti dell’Urbe, immerse in una nuova atmosfera luministica, liquida, mobile, viva, che ha già il sapore preromantico della natura naturans. E fa tutto questo con una sistematicità e ampiezza d’interessi e prospettive, sostenuto da una formazione multidisciplinare – scenografia, veduta, cartografia, pratica di cantiere, archeologia – che davvero sorprende; e soprattutto grazie a doti di finissimo disegnatore sollecitate dalle esperienze veneziane a contatto con le opere di Canaletto, Tiepolo, Marco Ricci  (“altro partito non veggo restare a me, e a qualsivoglia Architetto moderno, che spiegare con disegni le proprie idee”, scrive nel 1743). Perché in primo luogo Piranesi è uno straordinario disegnatore e incisore sulla carta e sulla lastra, acquafortista di una raffinatezza e qualità senza pari, che ha saputo restituire senso e misura del tempo su monumenti, rovine, vestigia antiche grazie ai chiari e agli scuri sulla lastra di rame e al controllo perfetto e minuzioso delle morsure in successione. “Rembrandt delle rovine” lo definisce il medico e antiquario bolognese Ludovico Bianconi nell’elogio del 1779.

 

• Nelle sue celeberrime “Carceri”, a suo giudizio, Piranesi esprime il suo virtuosismo barocco, oppure una denuncia in chiave illuministica?

Domanda molto intelligente, che richiederebbe uno spazio esplicativo più ampio di quello concesso dai comprensibili limiti della brevità giornalistica, tali e tante sono le interpretazioni e le letture della serie delle Carceri piranesiane. Opera ‘al nero’, capolavoro ‘notturno’, di sperimentalismo sovraeccitato e di inesauribile polisemia, come hanno genialmente definito Marguerite Yourcenar e Mario Praz i “capricci’ piranesiani, la serie delle Carceri è di tale suggestione e forza evocativa da consacrare la fama del geniale artista veneziano presso i posteri dentro quella lettura ‘romantica’ che ancora oggi è la più diffusa insieme alle analisi psicoanalitiche. Forse grazie al Legrand, primo biografo che ci tramanda della malaria che colpì Piranesi nel 1742 e degli effetti sul suo cervello e sulla sua psiche narcisistica; e grazie soprattutto alle Confessions of an English Opium Eater (1818) di Thomas de Quincey, che riportano le impressioni dell’amico Coleridge innanzi ai “sogni” di Piranesi, visioni realizzate sotto il “delirio della febbre”; poi arrivano Nodier, Musset, Balzac, Baudelaire, Gautier, Hugo, che definisce le Carceri «effrayantes Babels», parto allucinato di un «noir cervau», Walpole e Beckford; sino ad arrivare alla fondamentale analisi di Giuliano Briganti, che riserva alle Carceri un ruolo centrale nella fenomenologia visionaria dello Sturm und Drang e nella ‘rivoluzione psicologica’ preromantica, nell’intuizione informe dell’abisso interiore (l’Unbewusstsein della psicanalisi), collocando Piranesi nella schiera dei ‘pittori dell’immaginario’, accanto a Füssli e Blake e in parallelo con il Sublime di Burke. Gran parte della critica però, va detto, colloca il ‘sublime’ piranesiano nella cultura nella quale egli affonda le radici, cioè nella spazialità barocca della perdita del centro, della moltiplicazione ‘copernicana’ dei mondi e degli spazi, nella destrutturazione della prospettiva monoculare, che trovano nel teatro e nella scenografia l’universo e il genere di massima manifestazione; insomma in quel virtuosismo barocco da lei giustamente richiamato, che intende lo spazio inventato come ‘macchina’ ad altissimo potenziale illusivo ed effimero. Come sottolineano Focillon, Hind, Wilton Ely, Mariani e Praz, le Carceri vanno lette in relazione alla cultura coeva all’artista, alla sua formazione scenografico-prospettica presso gli scenografi romani Giuseppe e Domenico Valeriani, alle sue frequentazioni con i bolognesi Bibiena;  e ovviamente nel rapporto stretto con il tema del capriccio a Venezia; e dunque nel rapporto  con Marco Ricci, Canaletto, Tiepolo (si pensi alla serie dei Grotteschi, che vanno letti insieme alle Carceri, e allo stringente rapporto con gli Scherzi di Fantasia). Il legame imprescindibile delle Carceri con la scenografia barocca e tardobarocca è del resto confermato non solo dalle tante imitazioni delle tavole piranesiane nella scenografia del secondo Settecento (un vero e proprio genere è quello della rappresentazione della prigione), ma anche dalla naturale e persistente ‘vocazione’ teatrale delle Carceri, spesso usate come fonti per la messinscena, nei secoli successivi.

 

Quanto alla seconda letture da lei evocata, ‘denuncia in chiave illuminista’, è evidente che sta facendo riferimento all’acuta analisi di Maurizio Calvesi, che per quanto contestata ha ancora tutta la sua forza e il suo pregio.  Nella seconda edizione delle Carceri, quella con le lastre radicalmente rilavorate pubblicata nel 1761 e quella che potete vedere in mostra a Bassano, Piranesi moltiplica le fughe prospettiche e i piani spaziali, potenzia l’effetto labirintico e ossessivo delle camere, arricchisce gli ambienti di ingranaggi, ruote, catene, funi, patiboli, animando l’inferno carcerario con un accresciuto numero di figure, come se volesse rendere maggiormente esplicita la dimensione di una topografia sotterranea connessa al tema della pena e dell’espiazione. Questo aspetto potrebbe proprio dare ragione a Calvesi, che interpreta i luoghi piranesiani come libera ricostruzione, zeppa di riferimenti alla simbologia della Libera Muratoria, del Carcere Mamertino e degli edifici capitolini, intendendo la serie da un lato come poetica trasfigurazione della grandezza e superiorità della civiltà e dell’architettura romana, dall’altro riconnettendola alle teorie settecentesche sulla lex romana e al pensiero di Gravina, Guarnacci, Montesquieu, Vico, Filangieri. Più che denuncia diremmo così una ‘rappresentazione in figura’ del dibattito illuminista sull’auctoritas civile del diritto e dell’architettura romana pensata pro publica utilitate, con le sue opere ingegneristiche grandiose, con i suoi acquedotti, le sua fogne, le sue mura, le sue carceri; ed ecco che Calvesi ci ricorda nelle incisioni piranesiane le iscrizioni tratte da Tito Livio e i riferimenti alla figura di Anco Marzio, il re che fece edificare il Carcere Mamertino.

 

• Pensando a Maurits Cornelis Escher, qual è il rapporto dell’arte di Piranesi con l’arte moderna e contemporanea?

Possiamo dire un rapporto fecondo e ininterrotto, senza soluzioni di continuità. Con le Carceri a fare da opera trainante, come abbiamo appena detto, nel suo ruolo di fonte di ispirazione inesauribile nell’arte e soprattutto nell’architettura contemporanea; in primo luogo per quella forza generatrice e moltiplicatoria di spazi senza fine che le costruzioni piranesiane propongono, per quelle strutture potenti, ipertrofiche, oniriche –spazi della mente visionaria – che trovano nel verticalismo e nel rapporto di spinte e controspinte modulabili all’infinito del gotico il quid sostanziale della loro stabilità. Non c’è solo Escher, ovviamente il referente contemporaneo più citato e manifesto nel rapporto con la serie piranesiana: i labirinti percettivi surrealisti, gli spazi ipnotici e paradossali dell’incisore olandese, con la loro ossessione per i poliedri, le distorsioni prospettiche e la mistica dell’infinito possibile e rappresentabile, devono molto agli ambienti ‘impossibili’ di Piranesi. Ma in realtà l’influenza delle Carceri sulla destrutturazione e ipertrofia come della surrealtà e della visionarietà nel tema dell’antico, della rovina e del tempo distruttore e modellatore è davvero enorme. Il tempo è tiranno, ma invito a leggere il delizioso libretto di Franco Purini, che a lungo a riflettuto su Piranesi e sulla sua eredità nei secoli a venire, soprattutto nel ’900. Limitandosi a qualche citazione in architettura non si possono non citare “la città nuova” ipermeccanizzata ed esponenziale del futurista comasco Sant’Elia; le esperienze sovietiche degli anni Venti di    Mel’nikov, Trockij, Cˇernichov, indagate dall’amica Federica Rossi; e ancora, per citare solo alcuni nomi, gli edifici e i progetti più ‘piranesiani’, o dove sembra  ravvisarsi più di una suggestione, di Paolo Soleri, John Portman, Franck O. Gehry, Norman Foster, Rafael Viñoly Beceiro, Rem Koolhaas, Daniel Libeskind, Francesco Cellini, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Renzo Piano, dello stesso Purini. E poi c’è il cinema, campo molto prolifico e straordinariamente ricettivo, come quello dei videogames, degli spazi piranesiani: basti pensare alla città stratificata e gerarchica, con quella alta attraversata dalla babele delle passerelle aeree e quella bassa, infernale, del Moloch che divora gli operai, di Metropolis di Fritz Lang; alla Gotham City di Batman; alla Los Angeles visionaria e notturna di Blade Runner di Scott; e persino, omaggio dichiarato, alla grande hall dalle scale semoventi della scuola di Hogwarts nella saga di Harry Potter.

 

• A Bassano del Grappa e Venezia sono in corso due mostre commemorative in onore di Piranesi, entrambe vedono coinvolta la Fondazione Giorgio Cini: quali propositi si pongono queste due distinte manifestazioni? Malgrado la pandemia covid-19, come risponde il pubblico?

Entrambe, pur nate con presupposti e sollecitazioni differenti, hanno in comune un obbiettivo di fondo importante: quello della valorizzazione delle collezioni e del patrimonio grafico che entrambe le istituzioni hanno l’onore di conservare. Nel caso specifico della Fondazione Giorgio Cini stiamo parlando dell’opera incisoria completa di Piranesi, grazie all’acquisto, effettuato tra il 1961 e il 1962 dall’Istituto di Storia dell’Arte e sostenuto da Vittorio Cini, di 24 volumi in folio della prima edizione francese dell’opera piranesiana, edita dalla Piranesi Fréres, fondata dai figli Francesco e Pietro a Parigi. Tiratura di grande pregio e acquisizione di prim’ordine che ha di fatto consegnato alla Fondazione Cini lo scettro di luogo ‘piranesiano’ per eccellenza a Venezia. Fama ribadita dalle importanti mostre che sono state organizzate nei decenni scorsi dall’Istituto di Storia dell’Arte, a partire da quella del 1978 di Alessandro Bettagno per arrivare a quella di Giuseppe Pavanello nel 2010. Ora si aggiunge questa raffinata mostra curata dal direttore Luca Massimo Barbero presso la Galleria di Palazzo Cini, in collaborazione con Giovanna Calvenzi e l’Archivio Gabriele Basilico. La mostra è integralmente dedicata a Piranesi vedutista e alla restituzione fotografica dei luoghi e delle vedute di Piranesi compiuta nel 2010, su commissione della Fondazione Cini stessa, da parte di Gabriele Basilico, maestro indiscusso del paesaggio fotografico contemporaneo, qui lucido, malinconico, disincantato interprete, attraverso la macchina fotografica, della visione e dello sguardo del grande artista veneziano su Roma. Sfogliatevi lo splendido volume edito per l’occasione dalla casa editrice romana Contrasto e capirete immediatamente come non si poteva fare scelta più lungimirante e convincente del coinvolgimento di Gabriele Basilico per questo ‘progetto di restituzione e confronto’; sul filo di affinità elettive che valicano le generazioni e i secoli.

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