E’ una frase presa dal romanzo La Storia di Elsa Morante che, anche estratta dal suo contesto originale, non perde la sua sintetica drammaticità.
In queste poche parole si nasconde una verità che tendiamo a dimenticare: le piccole storie individuali, quelle apparentemente insignificanti di fronte alla grande Storia, contano enormemente. Sono proprio esse a fornirci la chiave di lettura più autentica per comprendere gli eventi che viviamo e di cui, spesso, non siamo nemmeno pienamente consapevoli.
Eppure, quando entriamo nel dettaglio della nostra vita quotidiana e di quella di chi ci sta accanto, il resto, ovvero proprio «la storia degli altri», rischia di non riguardarci più di tanto. Diventa perfino poco interessante. Accade a noi, ma accade in fondo anche ai grandi della Terra: nell’intimo del loro ordinario, negli affetti, nelle emozioni, nella gioia e nel dolore, non sono diversi da noi. Non basta una divisa, una laurea, un patrimonio o il potere a renderci differenti.
Tuttavia, il confronto continuo tra vite percepite come “interessanti” e le nostre vite ordinarie è un’ombra che costantemente ci investe. È da questo scarto che nascono la depressione e quel senso di insignificanza dell’essere al mondo — un’esistenza che non abbiamo scelto di avere e che, a volte, pensiamo persino di non volere.
Soltanto quando ci fermiamo di fronte a un fatto che ci sorprende, un evento che ci costringe a pensare, allora ci rendiamo conto della realtà: nessuno è inutile, niente è superfluo, tutto ci è prossimo. La storia degli altri è, in verità, la nostra stessa storia. E il secolo che stiamo attraversando è il secolo di tutti coloro che lo camminano insieme a noi, simili anche quando appaiono assai diversi.
Restare nello spirito del proprio tempo significa questo: lottare per le cose che vogliamo raggiungere, ma senza arrenderci né distruggerci di fronte all’impossibilità. Dobbiamo avere la lucidità e la generosità di sapere che chi verrà dopo di noi otterrà ciò che noi non siamo riusciti a conquistare.
Anche dietro l’abbandono forzato causato da una malattia o da una sventura di cui siamo solo in parte responsabili, si nasconde la svolta decisiva: la capacità di accettare il limite, non certo da vinti, ma da superstiti. Superstiti sempre degni di esserlo, anche e soprattutto per rispetto di tutti quelli che non appartengono più alla nostra storia.
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