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Quando il Cammino chiama. Terza puntata.

Mi svegliai che era solo l’alba. A destarmi erano stati i rumori dei sacchetti di plastica, del chiacchiericcio, di chi si mette su un paio di braghe e di chi si prepara lo zaino. Era

Mi svegliai che era solo l’alba. A destarmi erano stati i rumori dei sacchetti di plastica, del chiacchiericcio, di chi si mette su un paio di braghe e di chi si prepara lo zaino. Era chiarissimo che quei bastardi degli altri pellegrini stessero facendo più casino del necessario apposta, vendicandosi di quello che avevamo fatto noi la notte prima. Nessuno di noi osò lamentarsi però, e la ragione si dà da sola. Stanca com’ero non me ne m’importava granché, mi rigirai dall’altra parte e mi riaddormentai. Dato che il lupo perde il pelo ma non il vizio, fui l’ultima a alzarmi. Perfino Brian, la sera prima in uno stato pietoso, era già in piedi, agghindato e profumato, e pure pronto a partire; nonostante fossimo ancora dentro l’albergue aveva su un paio di occhiali da sole, e lo stesso Paddy; la sbornia doveva pesare ancora parecchio. Tutti i pellegrini se ne erano già andati, la coppia di spagnoli, la robusta ragazza con i rasta, l’altro tedesco, Adriano, a eccezione dei miei fedeli e il ragazzo americano. “Maledizione” mi tirai su di scatto, feci una doccia, indossai la prima cosa a portata di mano. Indossai i miei occhiali da vista e l’americano mi squadrò stranito “Dio, devono starmi proprio male” rimuginai. “Io pensavo di andare a questo albergue. Magari possiamo ritrovarci là stasera?” chiese l’americano con un’occhiata speranzosa mentre indicava con il dito un punto sulla mappa, e pensai che fosse un vero peccato dividersi carino com’era “Certo ci possiamo trovare” “Noi dobbiamo andare avanti. Prenderemo un treno questo pomeriggio per bruciare qualche tappa, dobbiamo essere a Porto dopodomani, mi dispiace ragazzo” e poi Paddy si girò verso di me “Ti aspettiamo al bar. Ok, darling? Noi mettiamo qualcosa sotto i denti per colazione. Tu raggiungici là, e muoviti”, e se ne uscì insieme a Brain e Rosa. “Però in posta non ci andiamo?” non mi sentirono, erano già fuori.

 

Continuai a impacchettare la mia roba, l’americano intanto ancora là “Non ce l’hai un sacco a pelo? Scusa l’invadenza, l’ho notato stamattina” “No, guarda lascia stare, pensavo avessero delle coperte negli albergues ma niente. Che freddo la scorsa notte, ecco vedi che i jeans mi sono tornati utili. Senza sarei morta” “Come, non hai visto le coperte?” “Come, le coperte?” e mentre indagavo l’americano aprì la porticina di un mobiletto bianco: era piena di calde, morbide coperte in lana. Avevo gelato tutta una notte per nulla. “Bom dia” entrò il volontario: era tornato a controllare che l’albergue fosse ancora in piedi. Lo trattai malissimo, fui di gelo si può dire, con ancora tutto il freddo che avevo nelle ossa. Non si fece scomodare dal mio cattivo umore, e quando uscimmo, ci salutò calorosamente con il classico “Bom Camino, peregrinos”. Con il cielo celeste a farle da cornice, Azambuja era radiosa, sempre bianca com’era a arrostire sotto il sole iberico. Quando raggiungemmo il bar, gli altri si stavano alzando. “Possiamo andare all’ufficio postale? Ho dato un occhio, è proprio qui dietro, cinquanta metri, non di più. Solo che” respirai profondamente  e spavalda la buttai “apre tra venti minuti” con Paddy che alzò gli occhi al cielo e rivolse lo sguardo a Brian, confabularono tra di loro, per riportarmi infine il loro verdetto “Facciamo così, darling, tu stai qui, fai colazione con calma, vai in posta e intanto noi ci avviamo che siamo tutti un po’ anziani e andiamo piano. Poi tra circa dieci chilometri, qui lo puoi vedere sulla mappa ecco proprio questo punto, ci fermiamo al bar, ti aspettiamo così intanto ci facciamo anche una bella pausa, e ci ribecchiamo. Tutto chiaro?” mi disse Paddy conciso, mentre Brian non più loquace come la sera prima se ne stava in silenzio a braccia conserte, sempre con gli occhiali a coprirgli le emozioni e le occhiaie. Ero inorridita dalla sola idea di essere lasciata sola alle poste. “A dopo allora, spero di non metterci troppo” li salutai distrattamente, ordinai la colazione alla cameriera scorbutica e mi sedetti sconsolata. Se ne andarono.

 

 

L’americano nel frattempo era rimasto là “Dois pasteis para mi tambièn, por favor!” a metà tra lo spagnolo che sapeva e il portoghese che supponeva. Facemmo colazione. “Bene, allora casomai a stasera” feci per salutarlo, dava l’idea di essere sul punto di mettersi in marcia “Posso accompagnarti” “Sul serio? Non sei obbligato. È già tardissimo” “No, no, fa niente ti aspetto” e considerando che era una giornata della bellezza di 32 chilometri era sicuramente pazzo, scemo o santo. La ragione m’importava poco, fintanto che stesse con me. Chiedemmo indicazioni alla gente del posto, finalmente un ufficio postale aperto. Che gioia. La mia schiena non era mai stata tanto grata. Dentro controllai l’ultima volta ciò che dovevo spedire, incerta, con il computer tra le mani e l’indecisione sulla faccia “Non starai mica pensando di tenerlo, vero?” “Veramente, sai scrivo articoli per un giornale, e non ho idea di come fare se non ce l’ho, anche se, ecco non il carica con me, se ne sta a Berlino ora perché una mia amica se lo è intascato per sbaglio pensando fosse suo e ora” ma non finii, mi resi conto che il mio blaterare era assurdo. Non sapevo più che dire; lui aveva ragione; ma l’idea di lasciare il mio computer e con esso tutte le attività che mi facevano sentire mezzo impegnata nella vita mi terrorizzava. Lo appoggiai, poi lo ripresi, lo rimisi nella scatola da spedire. Presi con me almeno i miei disegni sui nudi di Manara dalla custodia, accuratamente cercando di non farglieli notare, e li misi tra le pagine del libro di Chatwin che mi sarei portata dietro; sarebbe stato già abbastanza doloroso perdere il mio costoso computer. Mi misi in coda, controllai una decina di volte che l’indirizzo che Veronica mi aveva dato di casa sua fosse corretto e pagai. Pagai una fortuna, più di quaranta euro, ma ci guadagnai in salute mentale e fisica. Che buona idea avevo avuto a sbolognare quella roba a Ben a Lisbona, anche se non avevo idea di quando sarei mai andata prossimamente a Oxford. Intanto l’americano aspettava, mi fece un cenno d’incoraggiamento. Misi giù il computer, tenni con me i jeans.

 

 

E finalmente, partimmo. Lasciammo Azambuja alle spalle e camminammo. Camminammo, camminammo e camminammo. Era la piena, rustica, anacronistica campagna portoghese. “Cosa mi dicevi ieri sui Normanni?” mi domandò l’americano, piacevolmente interrogata, continuai a sommergerlo di nozioni come se fossi in cattedra “dicevo che quando arrivarono e iniziarono a colonizzare il territorio” e raccontai quanto sapevo, e anche di più, e dove non sapevo inventavo, curioso com’era su tutto. Che meraviglia quei chili di meno da sopportare! Camminammo, camminammo e camminano, per lo più tagliando per i campi, sporcandoci di erba e di terra. “Mierda!” realizzai disperata “Che c’è ora?” lui fece un ghigno radioso “Ho lasciato la mia credenziale a Paddy. Quei bei timbri”, rise di me “E chi lascerebbe mai la sua credenziale a un altro pellegrino? Scusa. Li troveremo presto al bar, non ti preoccupare” “Giusto, giusto”. Com’era cambiato il Cammino in soli due giorni, dalla mia solitudine e dal peso, dallo squallore del paesaggio e dalla decadenza della mie aspettative fino a quell’odore di fieno, a quei nuovi amici, al tocco dell’erba alta, a quello zaino poco pesante a quella fila di denti bianchi e quel cappello da cowboy. Nel giro di due giorni ero rinata, stata adottata e la mia mano concessa per un giro di birre. Ora iniziavo a vedermela con un’altra magagna nota ai pellegrini e di cui ero già stata ampiamente avvertita: vesciche. I miei piedi iniziavano a ribellarsi a tutto quel moto inconsueto e strette nelle scarpe da ginnastiche, imprigionati in un forte e prolungato attrito iniziavo a far intravedere quelle bolle disgustose ripiene di liquido sieroso. L’americano no, lui se andava con passo deciso in ciabatte. Non ne sapevo ancora molto delle pratiche pellegrine per fiutare che quel suo fare ero più unico che inconsueto.

 

 

Il traguardo dove ci aspettano i miei era ora in fronte a noi. Era uno di quei classici bar da paesino gestito da una coppia di nonnetti che erano nati, cresciuti, vissuti, maritati e che sarebbero stati sepolti là e che se ne sapevano qualcosa del mondo là fuori era solo perché il mondo aveva deciso di camminare proprio per quella sperduta stradina di terra battuta. Pareva che tutta la famiglia fosse là, dal figlio, un buon zotico da campagna e pure la nuora, che era troppo impegnata a farsi i fatti suoi per badare al figlio grassoccio che implorava un gelato alla nonna. Doveva essere il paese della cuccagna quel posticino per il loro figliolo, con tutti i gelati della città a disposizione concessi gratuitamente dal beneplacito di un amore familiare. La nonna gli allungò un gelato e il bambino smise di frignare.  “Li vedi?” “No, siamo sicuri che sia questo? Controlla un po’ la mappa va’”. Il posto era quello giusto. “Che ore sono? È già l’una. Tardissimo” “Ecco, ci abbiamo messo troppo alle poste. Chiedo a loro, magari sono passati per di qua. Señor, has visto dois hombres y una mujer esta mañana? Otros peregrinos” lo spagnolo che sapevo si confondeva sempre con il poco di portoghese che avevo orecchiato “Eles já foram uma hora atrás. Partiti. Non avevamo nessuna speranza di guadagnare abbastanza terreno da raggiungerli. E le nostre strade si erano separate semplicemente così: con un triste, distratto addio. E dannazione, si erano portai via con loro la mia credenziale. C’erano solo tre cose che un pellegrino dovrebbe avere con sé: portafoglio, credenziale e guida. Me ne mancavano due su tre e uno era quasi vuoto. Era solo uno stupido passaporto di carta del valore di due euro, senonché aveva reso le mie vicissitudini tangibili e legali, e certo volte un documento, si sa, cambia la vita. “Bene, è meglio se mangiamo qui. Guarda sulla mappa, questo è l’ultimo punto di ristoro di cui ci hanno parlato Paddy stamattina, è dopo questa cittadina è solo campagna e non potremmo trovare né acqua né un riparo ma solo campi per altri dodici o più chilometri. Dobbiamo rifornirci di acqua il più possibile” ma non l’ascoltavo, pensavo ancora alla mia credenziale. Non rividi mai più i miei papà irlandesi, e nemmeno Rosa. Quelle poche ore insieme avevano significato quasi una vita. Ero contenta almeno che Rosa fosse in buone mani ora, forse lei ne aveva ancora più bisogno di me. E io ora non ero più sola. Riprendemmo a camminare, già stanchi dal sole e da quella fretta che ci aveva lasciato con le mani in mano e con solo un po’ di malinconia.

 

 

Non facemmo in tempo a uscire dalla locanda, che un malandato motorino ci si affiancò ancora scoppiettante e si parò davanti a noi bloccandoci la strada. Mi figurai che qualcuno volesse derubarci. “Peregrinos!” proferì allegramente, allargando la bocca più che potè, mostrandoci quei cinque denti che gli erano rimasti. Il suo sorriso non stava certo in una fila di marmorei denti bianchi come quelli del cowboy che camminava con me, quanto nelle profondità delle linee tra le migliaia di rughe che gli incorniciavano gli occhi, per tutte le volte che aveva accennato la stessa espressione di gioia. Era un veterano del posto “Peregrinos! Vem comigo, ven comigo! você está com sede? Existe le Grande Cafè! Ven comigo” queste devono essere state più o meno le parole che uscivano dalla bocca sdentata, anche se ciò che capimmo fu solo Le Grande Café, e pareva davvero che ne sarebbe morto di crepacuore se non lo avessimo accontentato. Era tutto pepe e sorrisi e un gridare “Le Grande Cafè” che doveva essere una cinquantina di metri più avanti a giudicare dal suo gesticolare entusiasta. Le nostre aspettative erano altissime, devo ammettere, dato il tono altisonante e il fervore con cui ci guidava. Come dirgli che ci eravamo giustapposto riposati e eravamo in procinto di divorare ferocemente con la nostra andatura quella landa di terra desolata in cui non avremmo trovato un goccia d’acqua; non si poteva. Le Grande Cafè era un disadorno postaccio con panche in legno e i vecchietti del paese che bevevano ombre e giocavano a scacchi. Aggrottai le sopracciglia “Penso che dovremmo continuare” “Gracias señor, pero tenemos que ir ahora” non lo convincemmo per niente, sarà stato il suo disperato bisogno di aiutare dei pellegrini,  il mio zoppicare sgraziato dato delle vesciche o il sole che cuoceva la testa a tutti, fatto sta che non mollava per niente: per lui dovevamo fermarci a riposare. Con il senno di poi sappiamo che era stato Santiago a avercelo mandato come angelo custode. “Tem banheiros, banheiros” “Bene, senti non ci devo andare, vado però, ci tiene tanto” e andai in bagno. Il matusa continuò a seguirci con il suo motorino traballante, sempre sorridente, insistendo ancora perché ci fermassimo. Aprì il portofoglio, che era per lo più miseramente vuoto, e  ci mostrò fiero un biglietto giallo, imbellito da un disegno di Hello Kitty, con su scritto un indirizzo e un numero di telefono. Ci assicurò che là avremmo trovato ristoro, che ci avrebbero dato un giaciglio dove riposarci, dell’acqua per dissetarci e se eravamo fortunati un tocco di pane e un po’ di formaggio. Prendemmo nota e lo ringraziammo, sperando non fosse un posto come Le Grande Café. Ci salutò, e partì.

 

 

Continuammo a camminare, ora anche con l’idea che avremmo potuto farci un bagno nel fiume che costeggiavamo, senza più la fretta addosso, quando ci si presentò davanti la casa dell’indirizzo: Quinta Buba, n. 177 o meglio “Casa de Paula”. Una casa gialla, le fronde degli alberi che cascano fuori dalle mura e un grande portone in legno battuto. Tutto sommato prometteva qualcosa di più del Le Grande Cafè. Suonammo il campanello, e quasi immediatamente una donna ci aprì il portone; fu proprio quando il nostro caro molestatore si fece di nuovo vivo in motorino. Parlottarono tra di loro in quello che doveva essere lo stretto dialetto di quella landa, e poi lei lo cacciò con le buone. Probabilmente quei due c’avevano un accordo, una percentuale su ogni pellegrino, ecco perché aveva insistito tanto. “Possiamo riposarci?” non che ne avessimo bisogno data tutta la strada, ma ora che avevamo suonato non c’era scelta. Paula, era lei la proprietaria della pensione, ci portò dentro. “Non so davvero perché insista tanto a mandarmi dei pellegrini qui, non glielo ho mai chiesto” scosse il capo infastidita e mi parve davvero ridicolo che si lamentasse di ciò che tornava a suo favore. Paula era robusta di carattere, tra l’amabile e il burbero in una composizione rara, un tantino scorbutica nel fare e parecchio avveduta; non sembrava dovesse averci niente a che fare con quel posto lontano dalla civiltà. La Casa de Paula era un amore, con il giardino interno colmo di piante e la casa ocra in stile coloniale.

 

 

Ci fece sedere, mollammo gli zaini pesanti e ci stendemmo sotto il portico fiorito. Non eravamo gli unici, c’erano altri pellegrini, solo una coppia anziana e un uomo sulla cinquantina, che non ci diedero nemmeno  un’occhiata e continuarono imperterriti a borbottare tra di loro in tedesco, mentre distesi sugli sdrai si scaldavano al sole. Paula tornò: nelle mani delle birre fresche. Non ce ne andammo più. Se mai avessimo avuto un poco di tempra con l’idea di proseguire nonostante il sole, le vesciche, la calura, la mancanza d’acqua, la stanchezza, le emozioni e quanto più pesava materialmente e spiritualmente sulle nostre spalle, la birra ci diede il colpo di grazia e ci fece rimanere. Era un eclatante esempio della gratuità: la grande riscoperta del Cammino. Viziati come si stava a paludare nelle nostre comodità di ogni tipo non si era grati di niente a casa propria. Poi si veniva qui, con solo l’intento di camminare, e ci si ritrovava nella sabbia e nei campi o sull’asfalto bollente, sotto il sole a morire di sete e di noia, con un masso sulla schiena e uno sgambettare continuo, e non si riceveva nemmeno la punta del mignolo di quanto si era usi godersi solitamente e allora bastava una doccia, un pasto caldo, un frutto dal melo o un giaciglio di paglia dove appoggiare la testa stanca a farci contenti come un bambino che poppa il latte beato. Si diventava grati come monaci anche solo alla vista di una birra. Paula ci fece vedere le camere. Non avrei mai pensato che in culo al mondo com’eravamo ci potesse essere una camera tanto bella: ordinata, pitturata di bianco con qua e là qualche trave di legno, comodi letti immacolati, era da togliere il fiato a umili pellegrini come noi. Trattammo sul prezzo “Quanto volete pagare?” “Quanto chiedi di solito?” “Venti a testa, cena compresa” Guardai l’americano, venti era una bella cifra per una notte “E se facessimo dieci a testa?” proposi allettante, ci squadrò e annuì. La fortuna continuava a girare a mio favore. Feci una doccia e mi cambiai; sentirmi pulita, con i vestiti freschi addosso a godermi una birra con un bel cowboy. Non era certo il pellegrinaggio che avevo immaginato: era di gran lunga migliore.

 

 

Passammo più di un ora buona a cercare i nostri compagni perduti, usammo ogni indizio che avevamo a disposizione, riuscì perfino a farmi i loro nomi veri da Amber e chiamammo dappertutto, niente da fare, di loro non vi era traccia in nessun albergue. Diedi definitivamente addio alla mia credenziale, e con lei, ai miei compagni. Paula ci chiamò per cena. La casa dentro, con il mobilio in quercia, la ceramica dipinta dei piatti e il blu ceruleo dei muri appena pitturati, era ancora un richiamo a un lusso che non era proprio da aspettarsi là alla fine del mondo. A tavola erano seduti anche i tedeschi e il marito di Paula, un altro anziano portoghese sdentato, con le mani ruvide da anni di lavoro manuale e di buon cuore. Tentava ogni tanto di prendere parola, e senza tenere conto della moglie, che chiaramente era quella che in casa portava i pantaloni, nessuna gli dava corda perché gli spazi tra i denti facevano risuonare in modo incomprensibile la sua parlata; con la moglie troppo impegnata a servire e gli altri che non riuscivano a capirlo, si rintanava dopo ogni tentativo nuovamente nel suo silenzio. Feci di tutto per farci una chiacchierata, perché di tutta la gente che ho incontrato nessuno mi aveva mai fatto tanta pena come quel nonnetto portoghese dagli occhi acquosi che voleva solo fare due parole con un altro essere umano, sebbene la conversazione ruotasse vorticosamente in una specie di spagnolo tra Paula, l’americano e la signora tedesca che pure lo conosceva bene. Purè, pollo arrosto casereccio, una pasta tremendamente cotta, pane nero, piselli e vino rosso sfuso a profusione: era un banchetto in piena regola e ci ingozzammo come dei porci. Si aveva sempre l’idea che in fondo si era camminato tanto, anche se quel giorno erano stati solo dieci chilometri e non di più. “E voi siete insieme vero?” per poco il pezzo di pane non mi andò di traverso e l’americano arrossì come un pomodoro “Ci siamo conosciuti solo ieri”. I tedeschi non erano certamente la compagnia migliore con cui avere a che fare a cena, e se andarono subito dopo il dolce. Finimmo di cenare, rimanemmo con Paula a fare due chiacchiere, sempre frustrata da quella vita grezza e da quel marito taciturno, e che nonostante l’animo agrodolce ogni tanto ci tirava un ghigno tra l’intesa e il compiacimento. Provai a aiutare con i piatti e Paula ci cacciò benevolmente dal suo territorio; li lasciammo sparecchiare.

 

 

Ce ne stemmo, io e l’americano, a chiacchierare sul muretto che accerchiava il tronco di un albero, mentre il freddo cominciava a avanzare e i cani puzzolenti cercavano affetto mordicchiandoci le braccia e saltandoci addosso, rimuginando sulla giornata scorsa e ridendo della nostra buona stella. “Sono stanca, meglio se andiamo a dormire, non credi?” “Certo, domani ne abbiamo di chilometri da fare. Sveglia presto” “Sveglia presto. Ma non contare su di me”. Entrammo piano, in silenzio sulle punte dei piedi; avevamo imparato dai nostri errori. Non vi era però l’ombra di un’anima; gli altri erano sistemati in altre camere, nonostante quella fosse abbastanza grande per contenerci tutti. “Credo proprio che abbiamo la stanza tutta per noi”, fu una buona ragione per continuare a chiacchierare comodi sul letto. Eravamo tutt’altro che rilassati però, soli così in quella stanza. Paula doveva avere pensato che fossimo una coppia. Parlammo fino a che non mi si chiusero gli occhi, e lui tornò sul suo letto. Se lui dormiva a pancia in su, dritto come un baccalà, io nella stessa posizione, pancia in giù. Chiusi gli occhi. Non avevo affatto idea di chi fosse questo cowboy americano che dormiva a qualche metro da me e per quanto ne sapevo finora, nonostante l’educazione e la pazienza e l’aria da bravo ragazzo, avrebbe benissimo potuto essere un maniaco o un assassino. Chissà se mi avrebbero sentito nel caso in cui avessi gridato. Una donna queste domande se le fa, o se le deve fare. Pregai di no. Mi misi comoda, e mi addormentai.

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