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Europa, Cina e conflitto Ucraino

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Quel che colpisce di piu’ nel contesto della sanguinosa guerra in Ucraina e’ la passivita’ diplomatica dell’ Europa, la quale appare in una condizione di catalessi tale da impedirle di valutare con lucidita’ gli enormi rischi che un prolungamento indefinito del conflitto comporta e comportera’ ancor piu’ in futuro.

Proviamo infatti ad immaginare il seguente possibile scenario: poniamo che la guerra prosegua fino alle future elezioni presidenziali americane del novembre 2024, con un peggioramento del clima di ostilità tra Occidente e Russia a seguito dell’ escalation militare, nonché con un forte aumento della frizione con la Cina, sempre più stigmatizzata come un puntello al regime di Putin. 

Nel frattempo, poniamo che si consolidi un asse politico ed economico alternativo all‘ Occidente, grazie all’ avvicinamento ( o addirittura all’ adesione) di Arabia Saudita ed Iran – tornati a parlarsi anche grazie all’ azione di Pechino –  al gia’ esistente gruppo dei  Paesi BRICS ( Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Poniamo infine che Trump o Ron De Santis o comunque un repubblicano conquisti la Casa Bianca nel 2024 ( ipotesi assai probabile), sterzando bruscamente verso una posizione isolazionista, con conseguente riduzione o azzeramento del decisivo aiuto USA all’ Ucraina e graduale indebolimento  – se non addirittura eutanasia – della NATO.  Tutto questo significherebbe che l’ Europa si troverebbe sostanzialmente da sola – senza una difesa autonoma  e senza piu’ una vera e solida garanzia di sicurezza americana – di fronte ad un potente gruppo di Paesi non occidentali ( in particolare proprio Cina e Russia) ostili e irritati verso di lei per il comportamento estremamente aggressivo, nei fatti e nelle parole, tenuto nei loro confronti. Viene in mente un aneddoto che si narra sul filosofo francese Voltaire: quando era sul letto di morte, i parenti chiamarono al capezzale –  per il conforto finale – un prete, il quale invito’ il moribondo a rinnegare il diavolo. Al che Voltaire reagi’ esclamando: “Padre, non mi sembra questo il momento di farsi altri nemici!”. Ecco, forse i leader dei nostri Paesi dovrebbero riflettere sulla risposta del filosofo, perche’ noi siamo in una situazione pericolosamente simile, in cui non e’ proprio il caso di alimentare le inimicizie.

Il problema di base e’ che l’ idea iniziale sembrava quella di punire Putin per poi avviare  una dinamica diplomatica, mentre gli attuali Governi di USA e Gran Bretagna danno sempre più l’ impressione di mirare invece al logoramento della Russia attraverso una “vietnamizzazione” del conflitto in corso, che – oltre a limitare l’utilizzo delle risorse militari  da parte di Putin in altri scacchieri, quali l’ Africa e il Medio Oriente – porti auspicabilmente alla caduta del dittatore ( percorso estremamente azzardato, con molti rischi, anche nucleari, per tutto il mondo). Questo intento  traspare anzitutto dalla circostanza che sinora Washington non ha mai fatto una seria offerta a Mosca di sedersi ad un tavolo negoziale senza precondizioni. E’ infatti sufficiente il buon senso comune per capire che chiedere il previo ritiro dai territori occupati non e’ realistico. Semmai, e’ piu’ realistico – se non si vuole dare a Putin il vantaggio di consolidarsi nelle zone occupate grazie alla cessazione delle ostilita’ e non si vuole fermare una possibile offensiva dell’ Ucraina –  proporre un negoziato senza interrompere i combattimenti, almeno per iniziare una qualche forma di dialogo.  D’ altra parte, altri elementi sembrano confermare questa volonta’ di prolungare il conflitto:  la frase che scappo’ in pubblico al Ministro della Difesa USA Austin l’ anno scorso: “ Putin va indebolito sino al punto che non possa piu’ effettuare un’ aggressione analoga a quella contro l’ Ucraina”; la reazione negativa del Segretario Generale della NATO Stoltenberg alle aperture di Zelenski verso le ipotesi di negoziato su neutralita’ ucraina e status della Crimea dopo qualche settimana di ostilita’; il fatto che vengano del tutto ignorate le ricorrenti dichiarazioni dello stesso Comandante in capo delle forze americane Mark Milley, secondo il quale nessuna delle due parti sara’ in grado di prevalere sul terreno; la recente intervista all’ ex Premier israeliano Naftali Bennet, il quale ha rivelato che nella primavera del 2022 , come mediatore tra i due contendenti, era riuscito a trovare un compromesso che pareva soddisfare entrambe le parti, ma USA e Regno Unito hanno bloccato il possibile accordo. Appare  contraddittorio dire che spetta a Zelenski decidere quando fermarsi, in quanto capo del Paese che subisce le conseguenze dirette della brutale aggressione,  e poi  vanificare tutte la sue aperture al momento che si verificano.

Lo stesso schema si sta ripetendo con le proposte di Pechino: gli USA hanno liquidato in pochi secondi il documento cinese, nonostante l’ interesse mostrato da Zelenski  ad approfondirne i risvolti. E’ ovviamente comprensibile che gli USA siano infastiditi dall’ iniziativa di Xi Jinping, che – se di successo – farebbe apparire la Cina come il nuovo arbitro del mondo capace di porre fine ad una guerra in piena Europa,  ma, d’altra parte, se Washington non si sbriga a prendere l’ iniziativa di un negoziato, e’ inevitabile che qualcun altro riempia il vuoto assecondando le crescenti aspirazione di pace della gente comune ( in Italia nei sondaggi il 68% vuole trattative). Quello che i Cinesi hanno messo sul tavolo non e’ un vero progetto di accordo, ma piuttosto un elenco di princìpi a cui ispirarsi per tentare di porre fine alla crisi ucraina. Va notato che i due punti qualificanti sono: a) il rispetto della sovranita’ e dell’ integrita’ territoriale  (caro all’ Ucraina e alla Cina, con un occhio ovviamente a Taiwan) e b) la condanna della mentalita’ da guerra fredda che ispira l’ Occidente ( cara a Mosca e Pechino). Personalmente , credo che il suggerimento implicito in tali riflessioni sia quello di cercare di costruire il punto di equilibrio e pacificazione intorno al concetto di neutralita’ dell’Ucraina (che ne impedisca l’ adesione alla NATO), al contempo evitando o riducendo al minimo le perdite territoriali per Kiev.

In tale contesto, cosa potrebbe fare l’ Europa  – tramite soprattutto la Francia, la Germania e l’ Italia, che sono i suoi Paesi leader  – oltre a continuare ad inviare armi all’ Ucraina  e ad applicare lealmente le sanzioni contro la Russia? Varie cose:

  • avviare seriamente e rapidamente la costruzione di un’autonomia strategica europea in campo militare, energetico e sanitario, che richiedera’ tempo, ma e’ assolutamente prioritaria e indispensabile per sopravvivere nel contesto internazionale che si sta profilando
  • incalzare la Cina – insieme a Zelenski –  chiedendole di esplicitare meglio le implicazioni del principio di sovranita’ e integrita’ territoriale degli Stati menzionato nel documento di Pechino, per passare dall’ astratto al concreto
  • spingere l’ Amministrazione Biden, attraverso una discussione democratica tra alleati in ambito NATO, ad invitare Putin attorno ad un tavolo con Zelenski e gli altri attori ritenuti rilevanti per avviare un negoziato a tutto campo senza precondizioni, pur continuando i combattimenti sul terreno ( come avvenuto in Vietnam). Solo gli USA possono fare tale offerta, perche’ solo ed esclusivamente loro sono potenzialmente in grado di dare a Putin cio’ che veramente vuole: la promessa di limitare in futuro le interferenze militari ed economiche USA in Ucraina. Con l’ avvio delle trattative, l’ Occidente riprenderebbe il controllo della situazione rispetto a Pechino, il cui contributo andrebbe peraltro utilizzato costruttivamente per il raggiungimento di un compromesso accettabile per tutti. In tal modo, si comincerebbe almeno ad intravedere una luce di pace in fondo al tunnel. Se poi il tentativo fallisse, saremmo al punto di prima senza aver perso nulla, ma vale comunque la pena di tentare, almeno per rispetto dei militari e dei civili che ogni giorno stanno morendo o soffrendo (aspetto che in questi terribili mesi sembra davvero ben presente solo nella mente del Papa).
  • calibrare meglio i toni nei confronti di Mosca e non alzarli nei confronti di Pechino, proprio nell’ ottica di non trasformarli definitivamente in nemici per il futuro. L’ Europa dovrebbe assolutamente evitare di trovarsi nuovamente in una situazione di dipendenza come quella dal gas russo, ma dovra’ inevitabilmente elaborare un civile “modus vivendi” con le autocrazie del pianeta, da considerarsi competitori in economia e rivali nel campo dei valori umani, ma non avversari militari. L’ Europa ha una vocazione naturale ad essere la colonna dialogante della NATO e non il doberman zelante dell’ Alleanza
  • convincere gli USA a non cadere nella “trappola di Tucidide”, vale a dire evitare l’ errore  – come potenza attualmente dominante – di cedere alla tentazione di utilizzare lo strumento della guerra per contrastare la Cina, potenza emergente , e il suo alleato russo, anziche’ tentare di trovare un equilibrio multipolare sostenibile, capace di focalizzarsi in maniera solidale sulle sfide comuni ( a partire dal clima globale)

Il Cardinal Richelieu, statista francese del XVII secolo, che di guerra e diplomazia un po’ se ne intendeva, diceva che “negoziare continuamente, apertamente e segretamente, ovunque, persino laddove non si ottengano risultati immediati e ancor più dove non traspaiano prospettive future, è cosa assolutamente necessaria per il bene degli Stati.” Lo ascolteremo ?

27 marzo  2023

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