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Com’era in principio

6 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Domattina torno a casa. Aspetterò l’alba ascoltando i rumori della notte, quelli che emergono timidi quando il frastuono del giorno smette di ruggire e nella quiete della sera, le anime notturne riempiono il buio con le loro piccole voci.
Resterò sveglia perché non voglio che il sonno traditore mi colga di sorpresa facendomi ritardare l’appuntamento. Da quando vivo con mio figlio, uno sfinimento mortale mi fa crollare addormentata sulla sedia, appena dopo cena. Dicono che sia normale alla mia età. Stasera, per non rischiare, ho fatto un patto segreto con il cane, un’anima in pena sempre pronta a mendicare qualcosa da mangiare. È bastato allungare la mano sotto al tavolo, ora è lì che dorme tranquillo, vicino alla mia sedia.

È da un po’ che vivo a casa di mio figlio, una villetta appena costruita, in un nuovo quartiere residenziale. Dicono che non potevo più stare da sola. Mi hanno destinato una stanzetta bianca come d’ospedale. I muri di casa mia, sono spessi muri di pietra, intonacati a calce. Decine di strati di vernice di colori diversi, stesi da chissà quante mani, creano un arcobaleno di sfumature sulle crepe agli angoli delle finestre. Un anno, con il terremoto, si è staccato un pezzo di intonaco e Ninetta ci ha visto l’immagine dipinta della Madonna! Diceva che era un segno ed è voluta rimanere lì in ginocchio a pregare tutta la notte. Dopo qualche ora le si è incrinata un poco la voce, le mani hanno cominciato a tremare, un movimento quasi impercettibile ma che ho notato subito. Sono rimasta immobile, le dita ferme sulla perla del rosario. Temevo che anche un respiro potesse farla crollare. Si è appoggiata alla mia spalla e ha abbassato la testa per non far vedere la lacrima scura come mercurio che le rotolava lungo la guancia…Povera Ninetta, eri una roccia ma anche tu, quante ne hai dovute sopportare… Ti ho voluto bene come a una sorella!

“Guarda che bella stanza ti abbiamo preparato, non come quella topaia che puzza di muffa”.

Quella che mia nuora chiama topaia, è sempre stata la mia casa. Fa parte una serie di casupole addossate l’una all’altra, una processione di finestre che arriva fino ai piedi della chiesa. Case semplici ma che hanno saputo resistere a guerre, bombardamenti, alle peggiori calamità naturali.

Sono sempre state abitate da gente umile ma onesta, i padri l’hanno tramandata ai figli per generazioni. Quanti segreti hanno custodito quelle stanze, quante preghiere, sussurrate nella notte.
Il pavimento in cotto è stato levigato da generazioni di piedi che lo hanno calpestato. Quand’ero più giovane ci passavo la cera, in ginocchio, coi panni di lana, finchè non diventava così lucido e morbido da sembrare velluto.

Sui fornelli della cucina a legna un fuoco dolce fa borbottare una minestra, nei pochi mobili in legno massiccio, la biancheria profuma di sapone di Marsiglia.
In quella casa ho imparato la felicità che si raggiunge con la parsimonia, l’amore per le cose fatte con cura, il piacevole conforto dell’abitudine.

Mi hanno convinta a tornare, non che ce ne fosse bisogno, ma mi hanno detto che sono tutti lì che mi aspettano a braccia aperte, che non devo preoccuparmi di niente. E io lo so che li troverò tutti lì ad aspettarmi.
Primo fra tutti incontrerò Maurizio, un ragazzone grande e grosso che ha aperto una bottega sulle stanze dove Santina aveva la cucina e il tinello. Davvero un bravo giovanotto quel Maurizio. Ogni mattina gli portavo il caffè e gli riservavo il frutto migliore che compravo al mercato. Quante cerimonie e quanti complimenti. “Cara la Signora Maria, solo lei è capace di scovare della frutta così buona, senti questa pesca, nettare addirittura!”.

C’è da dire che ho sempre avuto occhio nel riconoscere la merce migliore e al miglior prezzo. Così riuscivo sempre a fare buoni affari. Non è ancora nato quello capace di fregarmi… Quando andavo a ritirare i soldi della pensione, sapevo come fare a nasconderli: in un vasetto vuoto del caffè mettevo quel che mi serviva per pagare le bollette. Nell’ultimo cassetto del comò, in un paio di calze, infilavo i soldi per la spesa. Quel poco che riuscivo a risparmiare lo mettevo vicino alla foto del mio povero Ugo, e puntandogli il dito contro facevo finta di sgridarlo: “Visto che oramai ti tocca star qua senza far niente, bada ben di starci attento!”. Ovviamente non dimenticavo di mettere in borsetta qualche spicciolo da dare in elemosina, la domenica durante la messa.

“Quella imbuca i soldi dove capita, finisce che se li dimentica, chissà quanti ne ha già persi…”

Mi hanno detto che non sta bene tenere i soldi in casa, che è pericoloso perché possono venire i ladri. Mi hanno detto che i soldi si possono mandare direttamente in banca, senza dover andare in posta a ritirarli. Mi hanno detto di non preoccuparmi, ed è per questo che ho firmato. Così tanti fogli da far girare la testa e la penna era diventata così pesante che mi sfuggiva dalle dita. Nemmeno la maestra Volpi mi aveva fatto scrivere così tante volte Bisetto Maria Luigia…

Adesso però non riesco più a dare la mancia a mio nipote! Un caro ragazzo, il mio Simone. Uno spilungone taciturno, studioso e intelligente come suo padre. Frequenta l’università, sta per laurearsi. Quando ogni mese veniva a trovarmi, io lo vedevo che era contento se gli allungavo la mancetta. Lui si scherniva e faceva il timido ma io lo sapevo che in fondo veniva soprattutto per questo.

Ho deciso di lasciare a lui la casa. E’ passato a trovarmi con la morosa, vogliono sposarsi. Lei è bella come una bambola di porcellana, e che testa di riccioli rossi!… E’ rimasta in silenzio quasi tutto il tempo e quando ha parlato, non sono riuscita a capire cosa stesse dicendo. Forse son diventata un po’ sorda o forse non ho capito bene quale fosse l’argomento. Sapere che un giorno ci abiteranno insieme mi rende orgogliosa: “Qualche aggiustatina e vedrete come ci starete bene!”. “Fossimo almeno riusciti a venderla! Sono mesi che c’è il cartello e ancora non ce l’ha chiesta nessuno.”

Ho sempre fatto la sarta, finchè i miei occhi me lo hanno permesso. Rammendavo, facevo orli, giravo polsini e colletti. Non era un gran guadagno ma aiutava ad arrotondare. Poi, nei ritagli di tempo, mi piaceva ricamare. Nel baule in camera da letto custodisco un tesoro. Quando lo aprivo per dare aria ai capi, Ninetta e Agata accorrevano ad ammirarli: “Maria che favola le tue camicie da notte” dicevano sfiorando con la punta delle dita la trama delicata dei ricami, “E le lenzuola con le cifre e l’orlo a punto gigliuccio, un corredo degno di una regina!”. Poi, valutando il tessuto non smettevano di meravigliarsi: “Un lino così bello non si è mai visto e queste tovaglie ricamate, guai anche solo pensare di usarle!”.

“Solo vecchi stracci che mi hanno intasato il filtro della lavatrice. Ho dovuto buttare via tutto.”

Proprio in questo istante, al borgo, risuonano quattro rintocchi della campana: l’alba si avvicina in punta di piedi. Sono stupita di come il tempo sia passato così in fretta. Mi alzo piano, la casa è avvolta nel silenzio. Mi sfilo la biancheria, la insapono e la sciacquo con cura sotto l’acqua del rubinetto: non voglio che rimanga nulla di sporco dopo che sarò andata via.

La porta sul retro si apre facilmente, da lì si arriva alla terrazza. E’ delimitata da un muretto basso oltre il quale scorre un piccolo torrente. Mi siedo spesso vicino a quel muretto e ascolto le fresche cantilene che l’acqua produce. All’inizio sembravano filastrocche in una lingua che non capivo, poi ho ascoltato con attenzione e ho sentito che contenevano il mio nome e infine le ho intese chiaramente: sono le voci delle persone a me care, di Ninetta, di Agata, di Santina. Mi raccontano quello che succede al borgo, mi ricordano le storie di quando eravamo giovani spose, delle nostre battaglie quotidiane, dei tanti affanni, delle piccole gioie.

Ieri è venuto a trovarmi anche il mio Ugo. Allora ho capito che è arrivato il tempo di tornare a casa, mi aiuteranno loro, non c’è motivo di preoccuparsi.
L’alba dipinge di rosa l’orizzonte, è l’ora che stavo aspettando, l’ora in cui scendo in cucina, accendo il camino, preparo il caffè. Una nuova giornata da organizzare, i soliti riti da celebrare. Chiudo gli occhi per ricordare meglio: il primo gradino è il più alto e per questo il più scomodo, le mie gambe gonfie faticano. Nel secondo invece bisogna fare attenzione perché è un po’ in pendenza, potrebbe trarre il piede in fallo. Un ultimo passo e sono già sulla soglia. Ugo, Ninetta, Santina, Agata, manca solo Maurizio, ma lui è giovane, non sarà ancora arrivato il suo momento. Un respiro profondo ed è già tutto com’era. Com’era in principio, ora e sempre, nei secoli, dei secoli…

Nessuno udì la preghiera trasportata a pelo d’acqua dalle rapide correnti del torrente.
Nessuno la sentì spegnersi nella quiete dei canali che lambivano il borgo ancora immerso nel buio della notte.

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