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Chiacchere e distintivi

3 minuti di lettura

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un nuovo intervento a firma di Luigi Giovannini sulla manovra di Renzi e la crisi di Governo che ha interessato il nostro Paese negli ultimi giorni

 

Non credo che questa crisi politica sia stata chiaramente raccontata, perché Renzi è andato in battaglia non per l’entità delle risorse economiche riservate alla sanità o per la delega nei servizi, ma solo ed esclusivamente per i no (ripeto no) del ministro del Tesoro Gualtieri, che ha eretto insormontabili muri alle sue richieste.

 

Renzi infatti voleva usare tutti i prestiti del recovery plan (127 miliardi) per progetti nuovi (additivi), azzerando qualsiasi risorsa per i sostitutivi (finanziano progetti già iniziati) e aveva quindi espresso la sua assoluta contrarietà alla scelta governativa che – già modificata rispetto al progetto iniziale – prevede 52 miliardi per i primi e 75 per gli altri.

 

Anche nell’incontro con la delegazione condotta dall’intraprendente Maria Elena Boschi, Gualtieri aveva ripetuto “l’insostenibilità” delle richieste Iv, perché la loro approvazione avrebbe mantenuto nel 2026 il nostro debito pubblico abbondantemente sopra al previsto limite del 143% del Pil, e l’Europa non avrebbe certamente gradito.

 

Dobbiamo infatti ricordare che a Bruxelles per ora non ostacolano alcuna violazione al Patto di Stabilità, ma vogliono comunque un costante impegno alla riduzione del debito pubblico e la rigida posizione di Gualtieri, in definitiva, non permetteva a Italia Viva di sedersi proficuamente a tavola e questa immodificabile realtà, per Renzi, è stata una bruciante mazzata che andava comunque respinta.

 

L’altro tema di contrasto, si concentrava sul Mes, banale crocevia di tutte le battaglie insensate di questo difficilissimo periodo, perché il desiderato utilizzo dei suoi 36 miliardi (quindi meno dei 127 ma comunque importo interessante), avrebbe accresciuto il debito pubblico, creando conseguentemente un’ulteriore difficoltà bilancista: per cui, anche qui, gli appetiti dei richiedenti sono stati stoppati da un ulteriore e immodificabile muro che, una volta in più, li ha contrariati.

 

Questa è la sostanza del dissidio che ha impedito a Renzi di considerare adeguato il suo coinvolgimento in un piano economico di particolare appetito, sostanza che negli interventi parlamentari è stata naturalmente rappresentata con argomenti – come sopra dicevo – di maggiore comprensione e sensibilità pubblica e con cornici dialettiche convenientemente edificanti.

 

Ma la contrarietà di Renzi al corretto confronto con la realtà economica non è una novità, perché durante il “suo regno” come Segretario Pd (15.12.2013-12.03.2018, periodo in cui per qualche tempo è stato anche Presidente del Consiglio), il debito pubblico è salito dai 2.070 miliardi del 31.12.2013 ai 2.269 del 31.12.2017, con un aumento quindi di circa 199 miliardi scaricati dalla sua politica sulle generazioni future, nonostante una congiuntura favorevole e gli interventi salvifici di Draghi.

 

E non posso nemmeno dimenticare Roberto Perotti, che nel settembre 2014 fu chiamato da Renzi al governo per assumere la carica di suo consigliere economico (carica assunta gratuitamente), ma diede poi rumorose dimissioni perché la sbandierata tesi renziana che dal 2014 al 2016 la spesa si fosse ridotta di 25 miliardi “….non è un’affermazione inesatta, ma altamente ingannevole. I capitoli che sono stati ridotti, lo sono stati per circa 25 miliardi, ma nel frattempo altri sono stati aumentati in maniera equivalente, quindi la spesa non è scesa….” (Corriere 04.09.2016).

 

Attenzione, il Professor Perotti ha fatto scrivere “altamente ingannevole”.

 

Questa ingordigia economica però non è solo renziana, ma si rispecchia nella cultura della classe politica e dirigente che da trent’anni ci governa e quindi non possiamo pensare che l’attuale Presidente del Consiglio, uscito praticamente dal nulla, possa improvvisamente superare trent’anni di continua dissoluzione organizzativa e culturale del Paese, perché anche la Ferrari – e dico la Ferrari – non vince il campionato costruttori  dal 2008, visto che non ha saputo concentrarsi con le dovute risorse economiche e con la necessaria competenza sulla sua power unit, mentre la Mercedes, dopo puntuali, continui e approfonditi studi e investimenti, mantiene il titolo dal 2014 ad oggi: i soliti tedeschi si potrebbe dire, ma probabilmente a Maranello si piange sul latte versato.

 

Noi no: noi non solo non piangiamo, ma pretendiamo che il governo Conte agisca oggi con uno stuolo di Cottarelli sorti dal nulla, e non presenti invece le naturali crepe aperte da collaboratori con preparazioni offuscate da anni in cui il merito è stato sempre piegato all’appartenenza.

 

Così facendo non facciamo altro che agevolare il rientro di chi ha egoisticamente e pervicacemente fatto arrivare il Paese in questa situazione e ha tutte le convenienze per bruciare il Capo e riprendere le redini.

 

Nelle mie negative riflessioni sul condottiero Renzi, sono stato fortunatamente rafforzato anche dagli apprezzamenti politici di Briatore e, con gradita coincidenza temporale, attenderei una felice adesione ai piani renziani anche da parte dell’attuale Vicepresidente della Lombardia Letizia Moratti, le cui recenti espressioni sulla vaccinazione non possono meravigliare, perché già da tempo è conosciuta e navigata espressione della poco qualificata classe dirigente di casa nostra e indica infatti obiettivi del tutto consequenziali ai suoi livelli.

 
 

                                                                                                                                               Luigi Giovannini

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