Contro l’ingiustizia è destinato a perdere. Nessun essere umano, d’altronde, è destinato a ereditare la terra. Questa battaglia inizia sin dalla nascita e termina solo con l’ultima agonia – un termine che, non a caso, in greco significa proprio “lotta”. Una lotta ovviamente perdente.
Di fronte a questo scenario le opzioni sono due: combattere sempre, anche quando si sa di perdere, oppure arrendersi prima. Chi sopravvive all’ingiustizia, spesso, si è solo arreso in tempo, evitando guai peggiori. Sembra quasi che solo chi è più ingiusto dell’ingiusto possa spuntarla.
Questo addestramento alla sottomissione inizia da bambini, quando i grandi ci impediscono di continuare a giocare, imponendo regole inutili solo per farci capire una cosa: il mondo è ingiusto. Bisogna saper perdere, abbassare lo sguardo di sfida, sottomettersi. È sempre stato così.
Da giovani siamo soggetti a giudizi senza spiegazioni (“devi fare questo perché così è”), ed è profondamente ingiusto. Da vecchi, siamo costretti ad accettare l’inerzia, la solitudine e i diktat dei figli, sottomessi a ciò che a loro fa più comodo. E non è giusto nemmeno questo.
Persino chi opera “secondo giustizia” finisce per commettere piccole e grandi ingiustizie, mostrandosi indifferente al buon senso comune in nome della legge. “In galera, in galera!”, urlava con voce roca il comico di una vecchia serie radiofonica. Sì, perché la punizione dà soddisfazione all’ingiustizia, la rende ovvia e legittima, anche quando non lo è affatto.
Se un robot riceve ordini contrastanti che interrompono la sua sequenza operativa, si ferma, si blocca. Noi umani no. Noi continuiamo ad andare avanti, ed è questa la vera differenza. Ma andiamo avanti con la testa che fa male, con le viscere che si torcono per il dolore o con la gola stretta da un cappio che ci impedisce di respirare.
Pur di avanzare nonostante l’ingiustizia, finiamo per sviluppare quelle malattie strane che la medicina chiama “autoimmuni”: patologie dove il corpo attacca se stesso, che ci procuriamo da soli a causa del carico interno. E i medici, anziché aiutarci a fermare questo meccanismo, ci riempiono di farmaci per permetterci di continuare a camminare, nonostante i dolori.
Eppure, a volte, piccoli atti di ribellione ci ricordano che lottare è ancora possibile.
Pensiamo al vigile che fa finta di non vedere il bambino affamato che ruba un panino: in quel momento compie un atto di disobbedienza, ma di profonda giustizia contro l’ingiustizia originaria di non essere tutti uguali nei bisogni e nei desideri. Non serve essere eroi o martiri per lottare contro l’ingiustizia. Basta pensare con la propria testa, rifiutandosi di fare ciò che la massa considera “normale”.
Chi commette ingiustizia non ragiona: esegue semplicemente gli ordini, senza pensare alle conseguenze. Al contrario, l’atto del pensare è l’unica cosa che ci rende davvero liberi. E giusti, nonostante tutto.
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