A proposito di ADHD e di altre diagnosi nell’infanzia. C’è un riflesso condizionato che si attiva ogni volta che la cronaca ci sbatte in faccia la violenza gratuita di un minore: la ricerca spasmodica di una sigla, di un disturbo, di una casella medica in cui confinare l’inspiegabile. Oggi quella sigla è sempre più spesso l’ADHD. Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività è diventato, nel dibattito pubblico, il grande contenitore da riempire con tutto ciò che è “deviante”, cioè ciò che non rientra nel perimetro della legge e della conformità sociale.
Se posso sintetizzare i movimenti e le relative teorie della psicologia moderna, ritengo si possano distinguere due principali impostazioni. La prima riguarda il trauma e quanto questo incida sullo sviluppo anomalo o deviante della personalità e dei suoi comportamenti. L’altra si basa sull’importanza di considerare solo parzialmente gli eventi come fattori di determinazione e di costruzione dell’esistenza.
In questo secondo scenario, la biologia e la storia familiare si intrecciano con le regole, i conformismi e le pressioni di una società che impone i suoi modelli e i suoi standard di conformità, confondendo stati emotivi, comportamenti leciti e illeciti, malattie e norme di convivenza. Il destino di un ragazzo si plasma in questo attrito tra il “dentro” e il “fuori”.
Ma è proprio qui che la diagnosi facile diventa pericolosa. All’individuo appartengono la biologia, la biografia, la storia familiare e le relazioni, passate e presenti. All’ambiente appartiene la società, con i suoi sviluppi, le sue regole e i suoi conformismi: tutto ciò che viviamo e siamo costretti a condividere, anche quando non lo vogliamo. Esperienze traumatiche e sistema sociale plasmano la persona e il suo destino nel mondo.
Oggi si torna a parlare di ADHD ogni qual volta emergono drammatiche storie di violenza tra ragazzi di qualsiasi età. La diagnosi diventa così una spiegazione facile dei comportamenti violenti e devianti nei bambini e negli adolescenti: quelli che si ribellano, che appaiono maleducati, dispettosi, incuranti delle regole e delle punizioni.
Spiegare queste situazioni con una diagnosi è semplicistico e, credo fermamente, anche sbagliato. Sbagliato perché, in linea di principio, non esiste malattia che giustifichi i comportamenti. Sbagliato perché l’ADHD è una condizione complessa, la cui diagnosi non può essere ridotta a pochi sintomi. Sbagliato perché attribuire un’etichetta così impegnativa richiede estrema cautela, anche per evitare processi di emarginazione e stigma.
Se usiamo la medicina per giustificare il fallimento educativo o la pressione di un sistema sociale che non riesce a comprendere e gestire ciò che accade, non stiamo attivando veri processi di cura o di riabilitazione. Forse stiamo solo cercando di placare la nostra ansia di adulti, che hanno bisogno di trovare rapidamente colpe e colpevoli.
La prudenza diagnostica non è un optional burocratico, ma un dovere etico. Perché dietro una diagnosi frettolosa non c’è una soluzione, ma spesso l’inizio di un processo di esclusione che può segnare un’intera vita.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
