Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
– Pensi che sia un atteggiamento troppo leggero?
– No, non credo esista una misura universale per valutare serietà o frivolezza, pesantezza o leggerezza dei comportamenti. Contano i vissuti, e quelli sono sempre individuali.
Ritornavo con il pensiero a un po’ di tempo prima, quando Gino mi raccontava della sua vita solitaria da pensionato e mi illustrava i molteplici vantaggi della situazione, improvvisamente arenatisi sulla spiaggia di una diagnosi medica infausta. Si era interrotta la normalità. Eppure lui continuava imperterrito a decantare la bellezza del tempo libero, la fortuna di potersi muovere seguendo personalmente le sue cure, l’autonomia, la possibilità di leggere e scrivere. Insomma, non voleva piangersi addosso. Leggerezza? No, non era leggerezza, ma una serietà fresca e confidente. Condita con una sorprendente autoironia.
– Non vorrai che tutto mi vada sempre bene, no?
In realtà non gli era andata proprio sempre bene: vedovo da anni, una vita spesa nell’educazione dei suoi due ragazzi e nell’insegnamento – la maggior parte nel ruolo di Dirigente – i figli, ora grandi, residenti in altre città. Ma una buona centratura su se stesso, un equilibrio invidiabile: molte passeggiate in montagna, qualche viaggio, molte letture, molte amicizie ad allietare le giornate. E anche qualche donna, si intuiva al di là di un velo di pudore. Ma niente di serio, sai – scherzava – Nessuna mi sopporta per più di un mese!
E poi. I guai fisici non li ordiniamo noi, spesso capitano senza preavviso.
– Il mio medico mi ha comunicato una grande verità, solo apparentemente banale: “Mio caro, il più delle volte il passaggio dal benessere al malessere è repentino – ha affermato – Si sta bene oggi, domani si sta male. Possiamo solo lavorare molto sulla prevenzione”. Eccomi servito, è arrivato il giorno dopo.
– …
– Non fare quella faccia, per piacere. Ho vissuto più che bene, ora in qualche modo affronterò anche questa storia.
– Non hai paura?
– Moltissima.
– Sono qui.
– Lo so, grazie. Ma voglio continuare a vivere senza pesare su alcuno e senza drammatizzare. Almeno finché mi sarà possibile.
Era stato il mio Preside per anni, esperienza di grande impegno e condivisione: da vicario, avevo imparato moltissimo da lui. Innovazione, aggiornamento, sperimentazione: avevamo creduto fortemente in una scuola protesa verso il futuro, attenta agli studenti, democratica e partecipativa. Quante volte mi aveva citato – a memoria – l’articolo 3 della Costituzione: una Bibbia per lui, soprattutto in quel compito di “rimuovere gli ostacoli” che impediscono la piena realizzazione della persona umana. Ecco cosa doveva fare la scuola, a suo parere. E in tal senso aveva incarnato un modello di Dirigente “molto avanti”, come dicevano i ragazzi: grande motivatore, in grado di mobilitare tutte le buone energie dell’istituto, straordinariamente capace di ascolto, tenace sostenitore della funzione emancipatrice della scuola.
Non senza limiti e sbavature: qualche tratto ansioso, una certa rigidità, un approccio con le persone sempre aperto all’inizio ma poi sostanzialmente selettivo. Una persona non sempre facile, insomma. Ma era lui: entusiasta, visionario, fiducioso. E contagioso nel suo slancio!
Tra noi un’amicizia che travalicava il sodalizio nel lavoro: sincera e franca fino alla ruvidezza, ma anche ironica e capace di frivolezza. E di scherzi, moltissimi scherzi a costellare un percorso di anni, con uno spirito goliardico incredibile per due adulti di irreprensibile rigore nel loro impegno lavorativo. Eppure.
– Ti terrò aggiornato passo a passo, stai tranquillo.
– Ci conto.
Erano trascorsi tre anni: un’operazione, molte terapie, qualche chilo in meno, un sostegno psicologico, ma Gino resisteva discretamente. Nessuna rassicurazione e nessuna garanzia sul futuro, ma una ragionevole fiducia di poter andare avanti ancora un po’. Almeno finché la testa funziona – precisava sorridendo – poi non garantisco.
Ammiro il suo attaccamento alla vita, tenace ma non morboso, che lo porta a parlare di ogni cosa con il sorriso, senza mai perdere quel senso del piacere che lo ha sempre contraddistinto: la buona tavola, i vini, le osterie, i libri, il cinema poi, la sua grande passione, e la montagna, i viaggi, il tempo conquistato al pensiero, all’ozio creativo, alle amicizie. Ora è meno ciarliero, il procedere della malattia e l’incombenza delle cure hanno limato le punte del suo brio, ma non manca di segnalarmi la Barbera dei colli piacentini – anche se il senso del gusto è pregiudicato dai farmaci – e quella finocchiona meravigliosa che mangiava da suo fratello in Mugello.
È un atteggiamento leggero? Mi rimbomba in testa il suo dubbio: dovrebbe attraversare questo passaggio in modo più serio? No. Gino ama la vita, e nulla può a togliergli questo amore. Crede, e la fiducia gli scorre come il sangue nelle vene. Ieri mi ha raccontato un episodio molto eloquente: un dialogo di parecchi anni fa, con un suo vecchio maestro.
– Era molto anziano, mi aveva chiamato a casa sua per donarmi dei libri. Diceva di volersi alleggerire delle cose materiali. In quella conversazione mi raccontò alcune vicende della sua infanzia e giovinezza, concludendo che lui la vita la rispettava ma non l’aveva mai amata: mai amata, capisci? Uscii dalla sua casa molto turbato, chiedendomi quale fosse il mio rapporto con la vita: e mi dissi che, al contrario, io forse non l’avevo sempre rispettata ma amata sì, e molto.
– Ti era sembrato depresso?
– Niente affatto, ecco il punto: anche senza entusiasmo o gioia si può vivere dignitosamente. Mi aveva raccontato i suoi dolori e i suoi lutti precoci, ma non ne faceva un alibi né un capo accusatorio. Aveva comunque vissuto a lungo con leggerezza, in una sorta di danza che non aveva escluso l’impegno l’amore il dolore e le mani sporche: ma lieve e sobrio.
Aveva concluso questo racconto con un sorriso e lo sguardo sognante, come dopo aver rivisto un vecchio film molto amato. E ancora mi chiedo, ogni volta che vado a trovarlo, se creda alla guarigione o sia sfiduciato, se accompagni la cura con la forza della volontà o con una serena rassegnazione, se stia riavvolgendo la pellicola dei ricordi o traguardando i mesi e gli anni a venire. Non può sapere quanto resta: manca ogni evidenza che lo condanni così come è incerto ogni pronostico sul futuro. La diagnosi resta grave, ma non disperata.
E così lui non si dispera. Rassicura i figli, quando vengono. Tranquillizza il fratello minore, che ora vive all’estero. E con alcuni amici – anche giovani: quanti ex studenti! – si concede la chiacchiera, la battuta, il motto scherzoso, la condivisione di qualche articolo o libro, il ricordo di una trattoria nelle nebbie padane o di un buon calice di vino. Ma la confidenza fraterna solo con me: almeno, così mi piace pensare.
Non parla della morte, se non in termini scherzosi: abbiamo sempre fatto il gioco del necrologio, non è una novità portata dalla malattia. Ce li dedichiamo da anni, raschiando il barile della nostra fantasia: io prefiguro la sua morte violenta per mano di un’amante delusa, lui fantastica sul mio decesso in cattedra nell’attesa di una pensione sempre più distante ed improbabile. E via così: potremmo farne un’antologia, tanti ne abbiamo scritti e tanto ne abbiamo riso.
Eppure. Pochi giorni fa, tra il serio e il faceto, mi ha chiesto un discorso breve al suo funerale: Non fare uno di quei tuo sermoni da letterato, noiosi quanto le tue lezioni! Devi dire che ci siamo divertiti parecchio. Ma aveva gli occhi lucidi, non so se per commozione o alterazione febbrile. Ho sorriso, ma poi mi è venuto spontaneo cercare il suo abbraccio. No, scusami – si è ritratto fisicamente – mi vergogno del mio corpo fragile.
Allora ho capito. Anzi, ho sentito: ho sentito la paura, il dolore, la dignità, la coerenza, l’umanità autentica, da sempre ostaggio del grande dubbio filosofico sul nostro destino e sulla stazione di arrivo: dove andiamo? Così mi sono tornate in mente le battute finali di quel film in cui la Smutniak e Giallini, commentando un’imbarazzante serata tra amici, riconoscono che “siamo tutti frangibili”. E in questa frangibilità siamo seri e frivoli, forti e deboli, trasparenti ed opachi, pesanti e leggeri, tristi ed allegri. Siamo tutte queste cose insieme, e molto altro ancora. Un po’ mona, anche. Come mi apostrofa Gino, risvegliandosi da un torpore farmacologico nella poltrona dove siede avvolto da un plaid: Avrei un grande desiderio, proprio come una donna incinta – mi dice – Un bel goto di Carmenere… Sei ancora qua, mona?
Mi tuffo nelle strade cercando la cantina che produca questo meraviglioso e profumato rosso, incerto sul significato del suo desiderio: annuncio della fine o positivo segnale di ripresa? Sento un groppo alla gola e corro corro corro alla ricerca del Carmenere: è sabato, la gente affolla le strade festosa e spensierata. C’è vita nel mondo. Tornerò con la bottiglia, e so già che Gino proporrà un brindisi Alla salute! facendomi l’occhiolino.
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