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Bon cao de ano, Veneti!

Il Capodanno veneto? È il 1° marzo.   All’epoca della Serenissima, il Capodanno cadeva, infatti, il 1° di Marzo, non a gennaio come indicato dal calendario giuliano e poi gregoriano.   Una tradizione che sembra affondare le proprie radici

Il Capodanno veneto? È il 1° marzo.

 

All’epoca della Serenissima, il Capodanno cadeva, infatti, il 1° di Marzo, non a gennaio come indicato dal calendario giuliano e poi gregoriano.

 

Una tradizione che sembra affondare le proprie radici in un antico calendario che i Romani usavano prima di Giulio Cesare, che faceva appunto cominciare l’anno a marzo, rispettando il ritmo di Madre Natura. Ma è molto vicino anche al Capodanno cinese, che si festeggia il 12 febbraio.

 

È facile imbattersi in antichi documenti della Serenissima che riportano la data accompagnata dall’acronimo m.v., in altre parole “more veneto” per specificare come il calendario fosse al modo veneto.

 

L’Anno “more veneto” inizia quindi a marzo, che diventa il mese numero uno. Se facciamo i calcoli, ci accorgiamo come i mesi abbiano una numerazione diversa, con dicembre al numero 10.

 

Come diceva Cicerone “Naturam si sequemur ducem, numquam aberrabimus“, ovvero “Se seguiremo i dettami della Natura, non sbaglieremo mai”. Il Capodanno Veneto quindi segna l’inizio del risveglio della natura: gli animali escono dal letargo, compaiono i primi fiori nei prati, le gemme sugli alberi e gli agricoltori tornano nei campi.

 

Come si festeggiava il Cao De Ano Veneto? Il risveglio della natura era celebrato con i riti del suono e del fuoco.

 

Famosi il batimarso, fatto sbattendo tecie e coverci in giro per strade e piazze allo scopo di far baccano per far scappare l’inverno e propiziare l’arrivo della primavera e l’avvio ai lavori agricoli e il bruzamarso con piccole cataste di ramaglie accatastate e bruciate per esorcizzare la morte apparente della natura e festeggiarne la rinascita.

 

Vegnì fora zente, vegnì
vegnì in strada a far casoto,

a bàtare Marso co coerci, tece e pignate!
A la Natura dovemo farghe corajo, sigando e cantando,

 par svejar fora i spiriti de la tera!
Vegnì fora tuti bei e bruti.

Bati, bati Marso che ‘l mato va descalso,
femo casoto fin che riva sera

e ciamemo co forsa ea Primavera!

Vegnì fora zente, vegnì fora!

 

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