È una parola che il dizionario Treccani definisce come «lo stato d’animo di chi è stato sminuito, mortificato o privato del proprio valore e della propria forza morale». Per la psichiatria e la psicologia clinica non è una malattia e quindi non è una diagnosi: di conseguenza, non è oggetto di attenzione né tantomeno di cura. Eppure, per chi ha provato sulla pelle questa diminuzione, per chi ha sentito morire l’animo per effetto di qualcuno o di qualcosa che ha profondamente oltraggiato il valore della persona e la sua integrità morale, l’avvilimento è molto più di una malattia.
Si avvilisce chi compie il proprio dovere, chi si mette al servizio dell’altro, chi non conosce limiti alla compassione, chi si offre volontariamente sull’altare del sacrificio e della rinuncia. Chi è fatto così si avvilisce quando si vede accusato di non essere cortese, di non essere disponibile, di non provare né pazienza né pena di fronte all’insistenza e alle insidie degli altri.
Perché chi accusa non sa quale delitto commette solo per sostenere le proprie paranoie o la propria cinica insensibilità. Non è un mondo di uguali, quello abitato da chi offende e da chi ne è vittima innocente e, proprio per questo, non ne capisce il perché.
Ora, come curare l’avvilimento? Questo è il dubbio amletico: prendere le armi o sparire, non essere più. Se il mondo ti respinge, o lo combatti o te ne vai.
Ma le parole di Oscar Wilde ci aiutano quando, dal suo De Profundis, grida: «Se l’esistenza per me è un problema, anche io sono un problema per la vita, che devo obbligare ad accogliermi come sono!».
Non bisogna combattere contro chi avvilisce, perché la lotta è l’arma che usano per eliminarci del tutto. Ignorarli, sì. Perché la vita può fare a meno di loro, ma non di me.
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