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Rosso d'Inverno

Alfredo e Augusta

5 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Agli occhi di una bambina di otto anni, quella mattina sarebbe potuta sembrare una bella giornata.
Il sole era alto e caldo come solo le giornate di giugno sanno essere.
Avrebbe potuto passare davvero una bella giornata, se solo la notte prima non avesse dovuto nascondersi con i suoi fratelli, ad oltre cinque chilometri da casa.

Augusta li aveva percorsi a piedi, al tramonto, correndo molti più rischi di quanti, forse, non ne avrebbe corsi rimanendo a casa.
Voleva proteggersi, proteggere i suoi fratelli e sua sorella.
Non era la più grande, ma era quella che prendeva l’ iniziativa.

E Alfredo lo sapeva.
Quella mattina non era di turno in fabbrica, alcuni reparti erano chiusi. Distrutti.
L’Italia, nel 1943, era anche e soprattutto questo.
Incertezza, perdita, paura.
Ci si poteva addormentare con una famiglia e svegliarsi orfani.
Si poteva finire caricati su quei vagoni nascosti agli occhi del mondo, solo per essere nati nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.
Senza nessuna colpa, senza nessuna logica.
Non poteva essercene in effetti.
Alfredo e Augusta stavano percorrendo la strada che dai campi che abbracciavano il centro, portava verso casa.
Dal cielo limpido, arrivò improvviso il fragore a cui oramai erano sempre più abituati.
Gli aerei, che sorvolavano almeno tre volte al giorno la zona.
Spesso erano innocui.
Quello invece, nel tempo, impararono perfino a chiamarlo per nome. Pippo.
Arrivò alle loro spalle e neanche il tempo di alzare lo sguardo verso l’ alto, che stava già sorvolando la fabbrica.
Una virata, un assestamento.
L’aereo sembrava immobile.
Dopo pochi secondi cominciarono a vedersi decine e decine di piccoli oggetti scendere dal cielo.
– Papà, guarda! Guarda tutti quei manifestini!
Aspettiamo e vediamo cosa c’è scritto.

Augusta aveva immaginato che quegli oggetti che fluttuavano in aria, fossero manifesti di carta che sarebbero serviti a informare la popolazione.
Erano Bombe.
– Andiamo a casa, cerchiamo i tuoi fratelli.

Tornarono senza dire una parola e il percorso, benchè non fosse così lungo, sembrò interminabile.
I due più piccoli li trovarono in fondo alle scale, impauriti. Guardavano con la coda dell’ occhio nella fessura che riuscivano a mantenere aperta tra le ante del portone.
Alfredo e Augusta salirono le scale precedendoli e una volta entrati in casa tirarono un sospiro di sollievo vedendo il più grande sull’ uscio del salotto.
Aveva un espressione strana.
Entrarono e capirono immediatamente.
Del primo soldato si vedeva soltanto la parte sinistra, era in cucina, di spalle.
Dalle voci avevano capito che non era solo.
La lingua era incomprensibile, e Alfredo, dal tono impastato nella pronuncia, capì che probabilmente erano ubriachi.
Augusta rimase vicino a suo fratello, ma si spostarono un po’ più avanti, da un angolazione in cui potevano vedere l’ interno della cucina.
Il soldato di cui avevano soltanto udito la voce, aveva in mano una pistola.
Era in piedi davanti al tavolo e la scuoteva a mezz’aria.
La mamma di Augusta era seduta sulla destra.
Non capiva cosa stessero dicendo.
Li guardava ma non capiva.
Era preoccupata.
Alfredo entrò nella stanza con le mani in alto.
Augusta vide che sul volto aveva un sorriso, si, un sorriso di cortesia.
Non riusciva a capirlo.
I due, rallentati dall’ alcool, ci misero qualche secondo ad individuarlo.
Quello con la pistola si voltò di scatto.
Ma Alfredo aveva già deciso cosa fare, Augusta lo aveva capito dal movimento della mano. Sorrideva in segno di cortesia, aveva le mani in alto, ma una era già in direzione del bottiglione vicino al lavello.
Li guardava fissi e sorrideva.

Poi prese la bottiglia e tre bicchieri.
Continuava a sorridere.
Il tedesco che aveva in mano la pistola, rimase qualche secondo immobile, forse incredulo.
Rivolse due parole incomprensibili al soldato che aveva affianco.
Alfredo poggiò i bicchieri sul tavolo e li riempì.
A quel punto il tedesco aveva capito e fece cenno al compare di avvicinarsi.
Riempì i bicchieri colmi fino all’ orlo.
I due mandarono giù tutto il boccale di vino novello in un sorso, asciugandosi la bocca con il polsino della divisa.
Augusta aveva guardato tutta la scena, ma con la coda dell’ occhio rimaneva a fissare la pistola che il soldato aveva appoggiato sul tavolo.
– È buono?
Alfredo pronunciò quelle parole con il sorriso, ma con una voce che Augusta non credeva gli appartenesse.
I due fecero ampi cenni con il capo e Lui gli verso un’ altro bicchiere.
Lo mandarono giù, se possibile, ancora più velocemente di prima.
Fu in quel momento che il sorriso dal volto di Alfredo svanì.
Improvvisamente era diventato serio, la mascella serrata, lo sguardo dritto.
Il tono della voce era calmo, ma le parole le aveva pronunciate lente, decise e senza mai distogliere lo sguardo da quello che sembrava essere il capo squadra.
– Adesso andate via. Il vino è finito.
I secondi parevano minuti.
Augusta senza rendersene conto aveva stretto il fratello.
I due soldati si guardarono e il capo prese la pistola.
Se ne andarono.
Augusta tornò veloce in cucina e abbracciò Alfredo, che nel frattempo si era lasciato scivolare sulla sedia.
– Hai visto? Volevano solo bere quegli ubriaconi!

***
Erano passati oramai più di 50 anni da quella giornata di inizio estate.

La guerra era lontana, Alfredo si era spento dopo una vita di lavoro, troppo dura per chi ha dovuto crescere una famiglia attraversando la guerra e la speranza, in così poco tempo.

Augusta si era sposata, aveva avuto dei figli e proprio in quel momento, affacciata alla finestra del tinello di cucina, con suo nipote, ripensava a quei momenti.
Non erano poi così diversi da quanto succedeva in quegli istanti nel mondo, i Balcani, il centro Africa, il medio oriente.

Sembrava banale pensare che l’umanità non avesse imparato niente.
Ma in fondo cosa poteva esserci di diverso se ci si chiede se è giusto salvare dal mare degli esseri umani?
Cosa poteva esserci di diverso se si parlava di una persona sentendo il bisogno di specificarne ancora la provenienza per nazione o per il colore della pelle.
Non c’era niente di diverso.
Cosa poteva raccontare a suo nipote mentre fuori dalla finestra stava calando il sole e il tepore della casa confortava i ricordi?
Ogni tanto gli raccontava una storia, non c’entrava niente con la guerra, niente con la cattiveria inaudita di quegli anni, ma inseriva il racconto di quei manifestini che planavano dal cielo, e di quel bicchiere di vino offerto ai nemici.
Lo faceva con il sorriso, con la leggerezza e mai con l’odio verso quel tempo.
Solo qualche volta, suo nipote, riusciva a vederlo dai suoi occhi. Sembravano dire: erano uomini, si, ma quanto male hanno fatto.
L’ insegnamento più semplice, poi, per un bambino e forse anche per gli adulti non poteva essere che quella frase che pronunciava quando voleva spiegargli perché essere giusti, educati e rispettosi, non volesse dire che non si poteva vincere, lottare , combattere.
– Lo si può fare, lo sai perché?
– Perché Nonna?
– Perché con il miele, si prendono le api.

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