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A Venezia dal Ghetto a Tintoretto

2 minuti di lettura

Una gradevole passeggiata culturale dove la curiosità fa capolino nella storia e nell’arte

L’appuntamento è nel primo pomeriggio a Venezia in stazione, dove la prossimità dei treni arriva alla scalinata esterna, sulla sinistra sotto l’orologio, ma questa è logistica spiccia. Quello che conta è la perfetta organizzazione della nostra guida turistica, puntuale e precisa nel presentarsi e farci partire verso l’inizio della promenade culturale, ça va sans dire, che si avvale anche della temperatura, non particolarmente fredda e della pioggia che fortunatamente non arriva. Si parte dalla popolare Lista di Spagna, nome che deriva dall’usanza di listare, delimitando con pietre d’Istria l’area, all’epoca attorno al palazzo dell’ambasciatore di Spagna, per approdare al Ponte delle Guglie, l’unico ponte veneziano adornato dai pinnacoli. Si vira a sinistra con il cammino svelto e per il nostro gruppo è un attimo arrivare al primo “ghetto d’Europa“, il Ghetto di Venezia, dove solo entrare equivale ad emozionarsi, immergendosi nei tre secoli che hanno percorso il luogo, le cinque sinagoghe e gli squisiti e perspicaci excursus storici che la nostra inappuntabile guida ha il piacere di inanellare, in modo semplice e al contempo efficace. È ora la volta di raggiungere la casa di Jacopo Tintoretto, lungo fondamenta dei Mori, siamo sempre immersi nel Sestiere di Cannaregio, ma lontano dall’overtourism, dove si respira l’aria della Venezia autentica, desueta per certi versi, e comprendiamo immediatamente di trovarci al cospetto di un luogo imperdibile, dal fascino pressoché immutato, dove Jacopo Robusti, detto il Tintoretto nacque nel 1519, siamo in aprile, quasi sicuramente l’ultimo grande pittore del Rinascimento. Il suo soprannome ha una storia che deriva dal mestiere del padre, tintore di stoffe e sete. Ma la dotta camminata ha una sorta di piccolo grande traguardo, la chiesa della Madonna dell’orto, che raggiungiamo subito dopo, con la nostra consueta e benevola curiosità. Entrare in una chiesa ci pone sempre in uno stato emotivo che ascolta la storia raccogliendone l’eredità e anche questa volta è così, quando “veniamo a conoscenza“ dell’origine del nome, dato dalla statua della Vergine, scolpita da Giovanni De Santi, su committenza del parroco di Santa Maria Formosa, il quale non trovandola di suo gradimento, la rifiutò. Da lì la sistemazione nell’orto dello scultore, dove immediatamente la statua iniziò ad emanare bagliori, diventando meta agognata di innumerevoli fedeli. Fu il vescovo della cattedrale veneziana che allora, chiese al De Santi di collocare la sua splendida opera in una chiesa pubblica e la scelta cadde su sulla neonata Chiesa di San Cristoforo, con alcune richieste dello stesso, che arrivavano, oltre alla corresponsione di danaro, alla sua sepoltura nei pressi della statua e ad una messa in suo onore ogni dì. La scuola di San Cristoforo chiuse il cerchio acquistando la statua. In ogni caso la fama e la celeberrima notorietà della chiesa portano la firma del Tintoretto, che lasciò nel santuario almeno dieci opere, oltre a riposare nel lato sinistro dell’abside. È ora dei titoli di coda e nel salutare il gruppo e la nostra guida siamo colti da un sussulto di sana malinconia per la dipartita, ma al contempo consapevoli di un pomeriggio ricco e avvincente. E ci arriva notizia della prossima uscita a febbraio, dove ci si potrà immergere nella storia delle comunità greche e dalmate a Venezia. Ci contiamo.

Zero Biscuit di Mauro Lama

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Giornalista pubblicista, cura personalmente rubriche di arte e cinema.
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