È iniziata ieri la 79ª mostra del cinema del Lido di Venezia tra novità tecnologiche, dispiegamento di forze per la sicurezza e molta nostalgia delle edizioni degli anni passati, con la certezza che quel modus operandi ante pandemia, disordinato e amichevole, spontaneo e perfino avventuroso, non tornerà più.
Sì, tutto è tornato alla normalità, è stato scritto, ma la normalità è assolutamente cambiata!
Col capo chino sui loro device, gli accreditati camminano tra un varco e l’altro: compilano, leggono, cliccano, scaricano, senza vedere nessuno intorno a loro. E così capita che tu, scrutando tra la barriera dei Security men, intraveda una figura entrare in Sala Grande che assomiglia a Hilary Clinton, l’ex First lady americana, e pensi: non può essere lei, è solo una che le assomiglia che è appena tornata dalla spiaggia e sta andando a riprendersi la borsa di rafia, con l’asciugamano e i solari dentro, che aveva dimenticato. E invece era lei ma nel programma, scaricato sull’iPad, non c’era scritto.
Poi vai a vedere un film, uno che sei riuscita a prenotare nonostante tu non ti sia svegliata alle 6.50 per accaparrarti un posto in sala previa prenotazione, che ti aggiudichi dopo una serie di passaggi, circa 10 se non sbagli mai, altrimenti ricominci tra mille segnalazioni di… errori.
E il film è Living di Oliver Hermanus, fuori concorso, la storia di una vita che si realizza solo in prossimità della morte annunciata. Bello, ben recitato, ben realizzato in un’Inghilterra degli anni 50, ma inutile come tutti i remake.
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