È un modo di dire molto comune, soprattutto qui in Veneto. Serve a rompere l’imbarazzo e prelude all’inizio di qualcosa da fare insieme. Lo dicono uomini e donne al loro primo incontro, i partecipanti a un tavolo di lavoro, i viaggiatori che si ritrovano alla partenza.
Afferma una presenza attiva e partecipe, anche se non sempre garanzia di condivisione profonda. Perché è proprio dopo quell’«eccoci» che si svela il seguito. Una premessa forse inutile, visto che ciò che accade dopo è la cosa che conta davvero. Solo dopo quell’inizio si potrà esperire una presenza franca e disponibile, oppure misurare una distanza abissale, di quelle che portano le persone persino a odiarsi o a lasciarsi in malo modo.
Resta il fatto che è proprio sulla presenza che ci si deve basare. Certo, si può dire «eccoci» anche essendo altrove con la testa: uno stare insieme che non conta nulla e dà seguito soltanto a un rapporto formale e freddo. In fondo, «eccoci» sostituisce il buongiorno o la buonasera, dei quali non sappiamo mai se saranno davvero buoni. Dipende da noi.
Se eliminiamo la formalità — e questo è sempre un bene — la presenza deve comunque attrarci e interessarci. Quando le persone si incontrano, hanno sempre qualcosa da dirsi che può cambiare ogni cosa e dare al “dopo” un significato positivo. Dietro ogni evento e dietro ogni incontro emerge con forza l’importanza di esserci.
Malcapitati o ben capitati, spetta sempre a noi, con volontà e intelligenza, trasformare l’inutile in utile, il superficiale in profondo. Sta a noi regolare l’asticella e proporzionarla alle nostre capacità, sforzandoci di alzare il nostro limite come in una sfida da cui non si può che uscire vincitori. Se non altro, per il solo fatto di averci provato, ad esserci effettivamente.
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