Il lago di Tiberiade scintillava sotto la luce del mattino e Cafarnao, adagiata sulle sue rive, viveva il consueto movimento degli uomini, delle barche, dei mercanti e dei pellegrini. Ma presso il banco delle imposte sedeva un uomo che il popolo guardava con sospetto: Matteo, il pubblicano. Il suo nome, tuttavia, avrebbe attraversato i secoli non come il nome di un esattore, ma come quello di un Apostolo, di un Evangelista, di un uomo raggiunto dalla grazia proprio là dove gli uomini vedevano soltanto il suo passato.
GERUSALEMME. Il Vangelo secondo Matteo racconta con una semplicità che ha la potenza delle grandi pagine della Scrittura: Gesù vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse una parola breve, terribile e sublime nella sua semplicità: “Seguimi”. E Matteo si alzo e lo segui. In quella frase, apparentemente povera, è racchiuso uno dei misteri piu profondi della vocazione cristiana: Dio non attende che l’uomo sia perfetto per chiamarlo; lo chiama affinche, incontrando Lui, possa diventare nuovo.
Matteo era seduto. Cristo lo mette in cammino. Matteo era legato al denaro. Cristo gli apre davanti la strada del Regno. Matteo aveva un posto assegnato dagli uomini. Cristo gli consegna una missione che nessun uomo avrebbe potuto immaginare. E cosi il banco delle imposte diventa la soglia di una vocazione, il luogo della trasformazione, il punto esatto nel quale una vita apparentemente gia scritta viene improvvisamente riscritta dalla misericordia di Dio.
Il pubblicano diventa discepolo; il disprezzato diventa Apostolo; l’uomo seduto al banco diventa colui che annuncerà al mondo il Vangelo del Regno. Non è soltanto una conversione: è una resurrezione interiore. Non cambia semplicemente la professione di Matteo; cambia il centro della sua esistenza. Egli non appartiene piu al banco delle imposte, ma a Cristo. E quando la grazia entra nella vita di un uomo, nulla puo rimanere esattamente come prima.
Il Vangelo racconta poi la festa. Matteo prepara un grande banchetto e Gesu entra nella casa di colui che gli altri avrebbero preferito evitare. Alla mensa siedono pubblicani e peccatori e, ancora una volta, la misericordia di Cristo infrange le misure troppo strette con le quali gli uomini pretendono di delimitare la santità.
Gli scribi e i farisei mormorano, ma Gesù pronuncia una delle parole piu luminose dell’intero Vangelo: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”. E poi aggiunge: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Infine viene la parola che illumina tutta la vicenda di Matteo: “Non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori”.
Qui sta il cuore dell’agiografia di Matteo: non la celebrazione di un uomo che non aveva bisogno di essere salvato, ma la contemplazione di un uomo che lasciò entrare la salvezza nella propria vita. La Chiesa non ricorda Matteo perché fosse senza ferite, ma perche si lasciò raggiungere dal Medico delle anime. La santità cristiana non consiste nel non essere mai caduti; consiste nel permettere alla grazia di rialzare l’uomo e di trasformare perfino le sue rovine in una testimonianza.
Matteo compare poi stabilmente negli elenchi dei Dodici Apostoli e gli Atti degli Apostoli lo ricordano nella comunità apostolica di Gerusalemme. Il suo nome, che significa “dono di Dio”, sembra quasi contenere in anticipo il sigillo della sua vocazione: Matteo diventa dono per la Chiesa proprio dopo essere stato raggiunto dal Donatore della grazia.
E la sua missione non sarebbe rimasta confinata sulle rive del lago. La tradizione ecclesiale lo avrebbe consegnato alla memoria come Apostolo ed Evangelista, e il suo nome sarebbe stato posto in apertura del primo Vangelo canonico. La tradizione antica ha collegato Matteo alla predicazione rivolta anche ai cristiani provenienti dal giudaismo.
Nel Vangelo di Matteo, infatti, Cristo appare come il compimento delle promesse, colui nel quale le antiche attese di Israele trovano la loro pienezza. La storia della salvezza non viene spezzata dall’avvento di Cristo: in Lui giunge alla sua pienezza. Le profezie trovano il loro compimento, le attese acquistano un volto, le antiche promesse incontrano la carne del Messia.
Ed ecco che colui che era stato seduto al banco delle imposte diviene il custode di una delle piu grandi testimonianze scritte della fede apostolica. C’e qualcosa di immensamente potente nella vicenda di Matteo: Dio non cancella il passato come se non fosse mai esistito; lo attraversa, lo redime e lo trasfigura. La misericordia non distrugge la storia dell’uomo: la riscatta.
Per questo Matteo è una figura luminosa per ogni generazione cristiana. Egli annuncia che nessun banco delle imposte è abbastanza pesante da impedire a Cristo di chiamare, nessun passato è abbastanza oscuro da impedire alla grazia di accendere una luce, nessuna miseria umana è tanto profonda da essere sottratta allo sguardo del Redentore.
E questa luce raggiunse anche la grande arte. A Roma, nella chiesa di San Luigi dei Francesi, Caravaggio consegnò alla storia una delle piu potenti rappresentazioni della Vocazione di San Matteo. La scena sembra fermare il tempo: uomini raccolti attorno al denaro, un ambiente oscuro, Cristo che entra e una luce che attraversa la stanza come se il cielo avesse deciso di irrompere improvvisamente nella miseria quotidiana.
Il gesto della mano di Cristo non è soltanto un’indicazione: è una sentenza di misericordia. Il dito che indica Matteo sembra dire all’umanita intera che la grazia sa trovare il proprio destinatario anche quando egli non sa ancora di esserlo. Caravaggio dipinge cosi non soltanto una vocazione, ma il dramma eterno dell’uomo davanti alla chiamata di Dio.
La luce non chiede permesso alle tenebre: entra. E quando entra, le tenebre non possono piu avere l’ultima parola.
Secoli dopo, quella stessa scena avrebbe assunto una risonanza particolare nella vita di Papa Francesco. Il Pontefice aveva scelto come motto episcopale e poi pontificio le parole “Miserando atque eligendo”, tratte dalla riflessione di San Beda il Venerabile sulla chiamata di Matteo.
Nel giorno della festa dell’Apostolo, Francesco tornó proprio su quella scena e la descrisse attraverso tre parole: incontro, festa, scandalo. Prima l’incontro con lo sguardo di Cristo; poi la festa della misericordia; infine lo scandalo di una misericordia che non accetta i confini imposti dagli uomini.
E non è casuale che Francesco, parlando della propria vocazione, abbia ricordato la figura di Matteo e quella particolare esperienza dello sguardo del Signore rivolto al peccatore. La Civiltà Cattolica ha documentato le parole con cui Bergoglio si definiva “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”, collegando tale espressione alla misericordia e alla fiducia nella pazienza di Cristo.
Ma la storia di Matteo non si conclude a Cafarnao. La tradizione cristiana lo ha consegnato alla Chiesa come uomo dell’annuncio, e il suo nome è rimasto indissolubilmente legato alla missione apostolica. Quanto alle circostanze della sua morte, le fonti antiche e le tradizioni successive non sono uniformi e non consentono di trasformare in certezza storica ogni racconto tramandato nei secoli.
La Chiesa, tuttavia, ne custodisce la memoria con una venerazione che ha attraversato generazioni e continenti. A Salerno, nella cripta della Cattedrale, sono custodite quelle che la tradizione identifica come le reliquie dell’Apostolo ed Evangelista Matteo. San Giovanni Paolo II, recandosi a Salerno, venerò quelle spoglie e le presentò come un segno eloquente della continuità dell’annuncio apostolico nella Chiesa.
E così il viaggio di Matteo sembra compiere un arco misterioso: dal banco delle imposte alla mensa di Cristo, dalla mensa alla missione, dalla missione alla memoria della Chiesa, dalla memoria alla liturgia, dalla liturgia alla cripta di una cattedrale dove ancora oggi il popolo cristiano si raccoglie nella venerazione.
Matteo aveva creduto di possedere una vita ordinata attorno alle monete, ai registri e ai tributi; Cristo gli rivelò che esiste una ricchezza che nessun denaro può acquistare. Il mondo gli aveva insegnato a contare il denaro; Cristo gli insegnò a contare le anime salvate dalla misericordia. Il mondo gli aveva dato un banco; Cristo gli diede una strada. Il mondo gli aveva assegnato un’etichetta; Cristo gli diede un nome nuovo nella storia della salvezza.
Per questo, quando la Chiesa pronuncia il nome di San Matteo, non ricorda semplicemente un uomo del passato. Ricorda la potenza di una chiamata. Ricorda che Dio passa ancora accanto ai banchi dove l’uomo è seduto, guarda ancora negli occhi coloro che si sono abituati alla propria solitudine, pronuncia ancora quel “Seguimi” che spezza le catene invisibili dell’esistenza.
E la grandezza di Matteo sta tutta qui: egli non domandò quanto sarebbe costato seguire Cristo. Si alzò. Non domandò quale sarebbe stato il suo futuro. Seguì. Non chiese garanzie al Signore. Gli consegnò la vita. E da quel momento il suo passato non fu più il suo destino.
La grazia aveva pronunciato l’ultima parola. E quella parola era Cristo.
San Matteo, Apostolo ed Evangelista, uomo raggiunto dallo sguardo della misericordia, interceda per la Chiesa affinché nessun cuore rimanga prigioniero del proprio passato e affinché ogni uomo sappia riconoscere, quando Cristo passa accanto alla propria vita, la voce che non si ascolta soltanto con le orecchie, ma con l’anima: “Seguimi”. Perché vi sono chiamate che durano un istante, ma cambiano l’eternità.
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