È una domanda fondamentale e universale. Non intendo la domanda che si pone lo scienziato e il ricercatore. Neanche la domanda che si pone il filosofo.
È la domanda che si pongono i disperati che hanno perso tutto, anche la speranza. È la domanda che ci poniamo noi osservatori e consolatori di chi non ce la fa. Ma può essere anche la domanda che si lancia al vento semplicemente per mettere in difficoltà l’interlocutore, o quella che induce a riflettere sul fatto che nulla ha senso, nulla è utile — compreso il riposo, l’arte, il passatempo e tutto ciò che è superfluo ma ci permette di godere e di vivere, almeno un passo in più.
In questi giorni ho saputo di un famoso calciatore, che nella sua vita è stato premiato e riconosciuto, il quale ha confessato di volersi iscrivere ad una scuola per prendere il diploma di maturità. Il personaggio ha confessato che il diploma presentato fino ad ora era un falso, comprato senza la paura e la fatica delle interrogazioni, dello studio e degli esami. Il celebre calciatore ha comunicato che il suo diploma lo aveva comprato e quindi non era, dal punto di vista scolastico, quello con cui si era sempre presentato. Ha anche detto di essere pentito di questo errore, come di tanti altri che aveva commesso nella sua vita, e intendeva ora mettersi a studiare veramente per ottenere finalmente un meritato titolo di studio.
Il nostro campione — anche di sincerità — ha parlato di errore. Ma gli errori si commettono senza volerlo. In realtà lui era ben consapevole quando ha comprato il diploma; quindi non si può parlare di errore. Ma gli errori, agli eroi di sistema, si perdonano facilmente. Sono gli eroi del vivere quelli a cui gli errori non si perdonano né si dimenticano. Gli eroi del vivere che, senza rumore e tra l’indifferenza di tutti, continuano a fare quello che devono fare, senza tanti premi, né riconoscimenti, né fama.
Diversi anni fa chiamai una mia compagna di liceo, che non avevo più visto da oltre trent’anni. Mi era tornata in mente come una luminosa apparizione di una vestale. Mi rispose al numero fisso di casa che io avevo conservato e ritrovato in un’agendina dimenticata nel cassetto: «Pronto…», rispose. «Sono Franco, ti ricordi? Eravamo in classe vicini di banco.» «Ah ciao… che sorpresa. Come stai?» «Elsa ciao, in questi anni ho sempre pensato a te!», le dissi con entusiasmo.
Un breve silenzio dall’altra parte del telefono. Poi la domanda inattesa: «Perché?».
La domanda che vorremmo fare al nostro campione. Dietro questo perché non c’è mai una risposta. Ma ci attenderemmo comunque una pausa, e dopo quella risposta più motivante e sincera: «Non lo so…»
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