E non a perdere, perchè non si parla di bottiglie d’acqua ma di schede convalidate recanti un segno su di un simbolo o un nome scritto in cui si crede
La passione di un ideale porta alle urne per avvalorare una candidatura in cui si ripone fiducia, che viene tradotta da un candidato che impersona valori e ideali in cui si crede, per mille e uno motivi, con la certezza indefessa che proprio questo voto possa vincere e quindi servire. Fino a tradursi in quello che noi desideriamo per la nostra comunità o per la famiglia. Con la prima idea di voler anche il bene degli altri e non necessariamente solo il nostro, ma tant’è.
E ci si ritrova il pomeriggio dell’Election Day a rincorrere notifiche e a imperversare sui siti istituzionali che minuto dopo minuto, voto dopo voto dispiegano i risultati, centellinando percentuali ed emozioni, battiti e vibrazioni. Sezione dopo sezione, fino all’ultimo voto scrutinato.
Che, a dire la verità fino in fondo, la personale previsione di come andrà è già stata bella impacchettata in tutto il mese precedente, tra programmi, squadre ed incontri atti al “riconoscimento del programma“. Gira tutto intorno a quest’ultimo concetto, che prevede promesse e intenzioni in buona fede, con la malcelata tentazione a volte di promettere imprese difficilmente raggiungibili, che sia primo o secondo mandato.
Ma questo fa parte del gioco, la buona fede è riconosciuta, i candidati, corrono a perdifiato, arrivando al traguardo come Dorando Petri, esausti ma fieri, allontanando spauracchi come l’astensionismo, vero e proprio primo partito.
Votato senza la necessità di recarsi alle urne.
Voti a perdere o voti a rendere? L’agone politico contempla entrambe le soluzioni.
Instacult di Mauro Lama
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