Ripartire dai fondamentali, rimettere al centro la persona e ricucire la frattura tra colpevole e vittima. È attorno a questi assi che si è sviluppato l’intervento del procuratore della Repubblica di Napoli Nord, Domenico Airoma, ospite dell’incontro promosso dalla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice (FCAPP), organizzato dal gruppo di Venezia e Treviso
TREVISO — Un confronto ad ampio raggio sul senso della pena, sulla dignità della persona e sulle prospettive di riforma del sistema giudiziario ha animato il primo incontro del 2026 promosso dalla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice (FCAPP), organizzato dal gruppo di Venezia e Treviso e ospitato nella Sala Ca’ Brittoni della Fondazione Cassamarca. L’appuntamento ha riunito magistrati, studiosi e operatori del settore per riflettere sul rapporto tra carcere, giustizia e società civile.
Tra i protagonisti dell’incontro, il procuratore della Repubblica di Napoli Nord, Domenico Airoma, che ha offerto una lettura lucida e diretta delle criticità del sistema giudiziario italiano, indicando nell’etica il punto di partenza imprescindibile per qualsiasi riforma.
«Per riformare la giustizia bisogna ripartire dai fondamentali», ha affermato. «Si parla molto di risorse, e certamente tutto il sistema giustizia ha bisogno di investimenti importanti. Ma per riformarlo a fondo occorre porre al centro la questione etica e deontologica che riguarda magistrati, avvocati e tutti gli operatori».
Per Airoma, il punto di partenza non può essere esclusivamente tecnico o normativo. «Oggi per riformare la giustizia bisogna ripartire dai fondamentali», ha affermato. «Si parla molto di risorse, e certamente tutto il sistema giustizia ha bisogno di investimenti importanti. Ma per riformarlo a fondo occorre porre al centro la questione etica e deontologica che riguarda magistrati, avvocati e tutti gli operatori».
Il procuratore ha insistito su un concetto chiave: nessuna riforma legislativa può essere efficace senza una riforma delle coscienze. «Possiamo fare tutte le riforme di questo mondo, ma se non puntiamo alla riforma degli uomini, tutto è vanificato». Una posizione netta, che richiama la responsabilità personale di chi opera nel sistema giudiziario e invita a superare una visione meramente procedurale della giustizia.
Nel suo intervento, Airoma ha legato il tema dell’etica a quello della pena e della dignità. «Occorre porre al centro il condannato, il detenuto, e dunque la dignità nel trattamento sanzionatorio, che oggi purtroppo nel nostro Paese non è sempre assicurata». Ma accanto alla dignità del reo, il magistrato ha evidenziato anche quella della vittima, «che molto spesso viene marginalizzata».
Secondo Airoma, la mancata ricomposizione di questa frattura produce una società permanente conflitto. «Se non si riconcilia il colpevole con la vittima, avremo sempre una società dilaniata e conflittuale». La giustizia, dunque, non può limitarsi a infliggere una pena: deve saper ricostruire un equilibrio spezzato.
Il dibattito si è inevitabilmente intrecciato con il tema delle carceri e del sovraffollamento, questione ricorrente nel panorama italiano. Interrogato sulla possibilità di ridurre il ricorso al carcere per alcune fattispecie di reato, Airoma ha richiamato il rischio del cosiddetto “panpenalismo”, ovvero la tendenza a utilizzare la risposta penale come soluzione universale a problemi che hanno radici sociali e culturali.
«La risposta penale deriva spesso dal fatto che le altre risposte non funzionano», ha spiegato. «Pensiamo che con la sanzione si possano risolvere problemi che in realtà hanno una radice sociale e culturale. Ma i problemi non si risolvono così».
Pur ribadendo l’importanza della sanzione, che resta uno strumento fondamentale dello Stato di diritto, il procuratore ha messo in guardia dall’illusione che essa possa essere l’unica risposta praticabile. Senza un investimento sulla prevenzione, sulla cultura e sulla responsabilità individuale, il rischio è quello di alimentare un circuito che produce recidiva e tensione sociale.
L’incontro promosso dalla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice ha così offerto un momento di confronto ad ampio raggio sul senso della giustizia oggi. Dal dibattito è emersa una linea condivisa: il carcere e la pena non possono essere considerati mondi separati dalla società. Riformare la giustizia significa interrogarsi sul modello di convivenza che si vuole costruire, partendo non solo dalle norme, ma dall’etica di chi quelle norme è chiamato ad applicarle.
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