Restituire dignità, favorire la rieducazione e preparare al reinserimento sociale: sono stati questi i temi al centro del primo incontro del 2026 promosso dalla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice (FCAPP), organizzato dal gruppo di Venezia e Treviso e ospitato nella Sala Ca’ Brittoni della Fondazione Cassamarca.
TREVISO. L’evento, dedicato a carcere, giustizia riparativa e dignità della pena, ha riunito magistrati, operatori del settore penitenziario, rappresentanti ecclesiali e studiosi per discutere di percorsi concreti di reinserimento per chi ha scontato una pena detentiva.
Tra i protagonisti c’era don Gianni Fusco, sacerdote e docente, esperto in diritto penale canonico, ha parlato dell’importanza di un approccio che metta al centro la persona, più che il semplice adempimento della pena.
«Quando parliamo di carcere — ha spiegato Fusco — parliamo di persone che hanno commesso un reato e devono pagare un debito con la società. Ma non possiamo fermarci a questo. Il reinserimento è un’esigenza antropologica: significa accompagnare la persona a tornare nella comunità, dopo aver compreso l’errore e ricostruito se stessa».
Il sacerdote ha illustrato le tappe di questo percorso: «La rieducazione non è solo imparare regole o procedure, è comprendere in profondità il danno che si è fatto, ristrutturare la propria personalità e aprirsi a percorsi diversi, quelli del bene e della riconciliazione». Solo così, secondo Fusco, il reinserimento può essere credibile e duraturo.
Fondamentale, ha aggiunto, è un approccio differenziato: «All’interno di una famiglia i figli sono gli stessi, ma non tutti hanno bisogno dello stesso tipo di intervento. Lo stesso vale in carcere. Non si può trattare allo stesso modo chi ha commesso un errore in un momento di fragilità e chi ha un percorso criminale radicato». L’attenzione alle storie personali, alla gravità del reato e alla sensibilità del detenuto diventa così una condizione imprescindibile per progettare percorsi di reinserimento efficaci.
Don Fusco ha sottolineato anche il ruolo della società e delle istituzioni nel garantire un ritorno sicuro e dignitoso dei detenuti: «Il reinserimento non è responsabilità solo del carcere. La comunità, le istituzioni e chi opera nel sociale devono accompagnare queste persone, evitando che l’isolamento e la marginalizzazione alimentino la recidiva».
Il messaggio centrale del suo intervento è chiaro: «Il carcere e la pena hanno senso solo se preparano al reinserimento e alla riconciliazione. Senza un percorso di rieducazione e senza un approccio umano, il rischio è perpetuare l’esclusione invece di costruire cittadini responsabili».
L’incontro della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice ha così rilanciato la sfida culturale e sociale di ripensare il carcere non come luogo di sola pena, ma come spazio di crescita e recupero, dove il reinserimento non è un optional, ma un diritto del detenuto e una responsabilità della società.
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