27 dicembre 2020. E’ la data di ingresso in Europa del vaccino contro il Covid. La grande pandemia che per due anni ha fermato il mondo
ITALIA. Dopo cento anni dalla Febbre Spagnola (1919-1922), gli umani dovevano affrontare un nuovo flagello. Nessuno lo avrebbe mai immaginato. Così sicuri e fiduciosi nei progressi della medicina, ci siamo ritrovati, a causa di un piccolo virus dalla forma a corona di re, senza difese. L’unico rimedio era coprirsi il volto, come nei films dei cow boy, e stare lontani uno dall’altro, chiusi in casa, senza poter mai uscire né di giorno né di notte.
Con qualche eccezione però. Portare gli animali a spasso e fare la spesa. Le forze dell’ordine non erano più impiegate per la caccia ai ladri ed assassini, o per dirigere il traffico, ma a sorprendere i trasgressori dell’ordine perentorio di portare la mascherina e stare a casa. E ce ne erano tanti di trasgressori, ai quali non stava bene mascherarsi come banditi o restarsene da soli, quando volevano vedere amici e amanti. Ricordo l’inseguimento sulla spiaggia di un giovane runner che in perfetto assetto da jogging era rincorso da due affannati militari in divisa e sorvegliato da un elicottero chiamato in aiuto.
Ricordo che un signore usciva di notte con il suo pappagallo al guinzaglio. Altri, di soppiatto, uscivano dal loro appartamento per ritrovarsi con altri amici in un appartamento di un condominio vicino, per giocare a carta o a tombola, ovviamente in silenzio e al lume di candela, per non essere sorpresi in flagranza di reato. Ma ci furono morti, tanti morti. Morti soffocati dopo una lunga agonia, in posizione prona, attaccati a macchine respiratorie, già rivestiti di plastica, avvicinati solo da sanitari in tuta e casco di protezione, come nei films di fantascienza.
Morti, senza il conforto dei parenti, non visitabili neanche da morti, sepolti in fretta e senza nessuno al funerale. Ai morti era negato il funerale e l’ultimo saluto. Le Chiese erano chiuse, e i fedeli non potevano accedere ai sacramenti. E’ paradossale, ma ancor oggi, il sacerdote che distribuisce la comunione, in qualche parrocchia si sfrega le mani con il disinfettante. E poi c’erano gli esperti, che ogni sera riempivano i palinsesti radiotelevisivi, esponendo dati e previsioni.
Tutti esperti, anche se nessuno lo era veramente per esplicita confessione, perché essere pneumologi non voleva dire essere virologi, e così i virologi non erano statistici, e gli statistici non si occupavano di medicina interna e i medici non erano rianimatori. Tutti esperti ma nessuno lo era. Quei medici che tentavano di suggerire dei rimedi non validati, solo sulla base di ipotesi e alchimie, venivano presto tacitati. Mancarono medici e infermieri, posti letto negli ospedali, medicine. Abbiamo vissuto alcune settimane nel terrore che la peste del 21° secolo diventasse la fine del mondo.
Abbiamo temuto di essere colpiti, ognuno di noi, o i nostri cari. Ricordo una tromba che ogni sera al vespero suonava il silenzio. L’inizio della fine della pandemia giunse il 27 dicembre 2020 con l’arrivo del vaccino. Per non dimenticare quello che è stato, è giusto ricordare e celebrare la data. Ci furono comunque episodi che è bene citare. Ci fu più tolleranza e solidarietà. Anziani, invalidi e malati venivano accuditi e aiutati dai vicini, visto che i parenti non potevano muoversi e i soccorsi socio-sanitari erano scarsi e riservati alle urgenze.
Molti i volontari, e non soltanto medici e infermieri, che rischiando di persona si prodigarono senza limiti di orario, nelle cure e nelle vaccinazioni. La pandemia cessò, per il vaccino, per il sacrificio collettivo di attenersi alle regole, per la partecipazione solidale della gente ad aiutare i più deboli, e perché il virus aveva seguito le regole della biologia. Il virus aveva cessato la sua virulenza perché nutrendosi dei corpi che uccideva, uccideva se stesso.
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