È il titolo di un film di Robert Bresson del 1977. Segue le vicende di un gruppo di giovani al tempo delle contestazioni studentesche a Parigi degli anni ’70. È un’opera da rivedere oggi, perché drammaticamente attuale.
Il titolo riprende la risposta che Ivan Karamazov dà al padre, sciagurato e immorale, quando questi gli chiede: “Chi si prende gioco degli uomini?”. Ivan è il giovane razionale e confuso che pagherà con la pazzia il proprio nichilismo. Il film di Bresson si conclude tragicamente, perché non v’è redenzione in una società che, per quanto ricca e tollerante, si ostina a non voler cambiare.
Oggi è di tendenza ricorrere alla diagnosi di ADHD per spiegare le condotte patologiche e irriducibili di giovani e meno giovani. Spesso il deficit attentivo — sintomo principale di questa formulazione clinica — viene confuso con la fisiologica difficoltà di apprendimento che costituisce la realtà neuro funzionale dello studio. La frustrazione inerente a tale difficoltà viene subito interpretata come espressione di patologia o “neurodivergenza”, senza considerare una verità elementare: apprendere richiede impegno. Molto impegno.
Molte cose che non si comprendono durante gli studi si chiariranno solo dopo anni di esperienza. Riproporre il mantra galileiano del “provando e riprovando” è fondamentale per favorire l’apprendimento anche di ciò che appare, in prima battuta, impossibile da cogliere.
La frustrazione dei giovani nell’apprendere non va distratta né deviata per evitare loro un disagio; quel disagio è necessario alla crescita e allo sviluppo di una personalità sicura e adattata. È ciò che segue il principio di realtà insegnato dalla psicoanalisi, indispensabile per dominare l’impulso a cedere al principio del piacere.
La soluzione al conflitto non sta né nella passiva giustificazione, né nella fiduciosa ma spesso inutile persuasione, e tantomeno nella punizione o nella repressione. Se le prime ritardano l’apprendimento, le seconde non fanno che accentuare la frustrazione, suscitando ulteriore rabbia e distruttività.
La risposta è tornare alla cultura. Questa potrebbe essere la vera risorsa a cui da tempo abbiamo rinunciato. Ciò che chiedevano gli studenti del ’68 non era di essere semplicemente compresi, ma di essere acculturati.
In assenza di cultura — e se manca qualcuno che la faccia apprendere e amare — non resta altra scelta che improvvisarne una propria, comoda e senza sforzo. I “cattivi maestri” sono proprio coloro che, privi di cultura, non possono comunicarla.
Più di cinquant’anni fa, la scuola italiana era tra le più severe al mondo perché era tra le più colte. Chi andava all’estero veniva rapidamente apprezzato perché addestrato alla fatica dell’apprendere.
La scuola più difficile è anche la migliore: la profondità richiede adattamento e assimilazione della realtà non per come vorremmo che fosse, ma per ciò che essa è e chiede.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
