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Un fischio nella notte

6 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Mancano ancora una decina di chilometri per la volata.

Sono in fuga e mi giro a guardare le mie compagne, le gregarie che con sacrificio hanno fatto gioco di squadra, rimangono abbastanza distanziate da me così come le mie avversarie.

Pedalo e penso all’ultima volta in cui ho visto mio padre.

Mi ha baciata sulla fronte, ha aggiustato il mio copricapo, pregandomi di tenerlo addosso fino a che fossi stata all’interno del territorio iraniano. Ha sussurrato parole incoraggianti: “Corri Zhaleh! Se corri veloce non possono prenderti. Rammenta sempre ciò che sei per tua madre e me. Danza sulla bici, trova il tuo buon vento e decidi tu dove planare”.

Zhaleh, non correre.

Fermati. Non puoi prendere la bicicletta, è solo per i tuoi fratelli.

Zhaleh, hai otto anni ora, copriti!

Il mio nome in persiano significa rugiada, ma io, a differenza dell’acquerugiola, non sono usa posarmi lieve sugli eventi della vita.

Nata in una cittadina di mare che si affaccia sul Golfo Persico, sono stata una bambina felice. Le mie prime foto mostrano una neonata un po’ paffuta, con i lineamenti che non si discostano di molto da quelli delle bimbe italiane, una massa di capelli bruni, carnagione chiara e grandi occhi scuri.

Da piccola mi è sempre stato permesso di fare ciò che volevo, giocare con le amichette, sfidare i maschi nella corsa, nella lotta, anche a braccio di ferro. Ammetto, il più delle volte mi vincevano, ma, nonostante ciò, io mi guadagnavo il loro rispetto.

La mia passione era la bicicletta, in sella alla due ruote mi sentivo invincibile e libera, pedalavo fino a perdere il fiato per poi finire la corsa con leziosa lentezza.

I miei amichetti spesso mi dicevano: “Zhaleh sei una forza della natura, peccato che sei femmina!”

Vedendo i miei fratelli che godevano di molta più libertà rispetto a me, me lo chiedevo spesso, perché non ero nata maschio!

Un’altra cosa che amavo era pettinare i lunghi capelli scuri di mia madre, li toccavo e li sentivo seta sotto le mani e con la stessa cura, la medesima meticolosità, spazzolavo i miei.

Poi la mamma indossava l’hijab, mentre io, la pregavo: “Mâmân non coprirli, sono belli così!”. Con pazienza, ogni volta, lei mi spiegava che coprire i capelli delle donne faceva parte della nostra cultura, della nostra religione, ma io, che ho sempre dimostrato un temperamento testardo, quella cosa proprio, testardamente, non l’accettavo.

Diventai più grande e mia madre si premurò ad abituarmi all’indosso del velo, così quando compii gli otto anni fui pronta a coprire il capo, nonostante il mio spirito ribelle che voleva i miei capelli liberi di danzare con il vento.

Con il capo coperto continuai a svolgere tutte le attività all’esterno di casa mia.

Da sempre curiosa, a mano a mano che crescevo, mi soffermavo a osservare la vita intorno a me.

E più mi guardavo intorno e più vedevo le diseguaglianze di genere.

Osservavo le ragazze e le donne che desideravano fare attività sportiva riunirsi al parco, vestite di tutto punto, capelli rigorosamente coperti seguire le lezioni di ginnastica che venivano impartite loro da un uomo. Libero di indossare la tuta, libero di mostrare il capo. Libero!

In piscina, al mare le donne nuotavano con il corpo coperto e con i capelli ben celati, non si dovevano vedere, così come non dovevano essere mostrate le forme femminili.

Nello stesso tempo accadevano cose inconcepibili, come una ciocca di capelli sfuggita al velo che scatenava una barbarie inaudita. La polizia interveniva con atroci punizioni.

Si chiama polizia morale. Cosa c’è di morale nell’inviare messaggi minatori sul cellulare di donne sorprese a guidare l’auto con i capelli scoperti, nel torturarle, nell’arrivare ad ammazzarle. È un immorale abominio!

Fu così che iniziai, non più tardi dei miei dodici anni, appena ne avevo l’occasione, a vestirmi da maschio e a prendere la bicicletta di uno dei miei fratelli. Mi mettevo una tuta e una maglia larga, così anche quando sbocciarono le mie forme di donna riuscii a mimetizzarle per bene. Sul capo calavo un berretto scuro che copriva tutta la mia capigliatura. Nei periodi freddi era di una lana spessa e calda, mentre in estate preferivo un berretto in tela con la visiera che mi copriva finanche lo sguardo. Quel berretto era una sorta di lasciapassare, per me un simbolo di ribellione.

Quando a furia di pedalate mi inerpicavo per le salite, coglievo il profumo della natura. Osservavo la bellezza del mio Paese. Bello, come le campanelle candide che profumavano e ingentilivano le distese verdi ai lati delle strade, belle, delicate proprio come il mio Paese e come esso altrettanto velenose.

Arrivata in altura, ammiravo il panorama sottostante e i miei occhi planavano sulla città, quando, appena prima dell’inizio del crepuscolo, iniziava l’illuminazione degli edifici. Lo sguardo si perdeva nella contemplazione del mare che staccava dal colore del cielo con un grado di blu violetto appena più scuro.

La culla della civiltà. La Mezzaluna fertile. Come avevano potuto farlo cambiare così tanto!

In quegli attimi, guardandomi furtivamente intorno, mi sinceravo di essere da sola, respiravo a fondo e liberavo i capelli che, come fiori mossi da una lieve brezza, si muovevano in una danza ribelle e liberatoria. In leggerezza!

Pedalando, svariate volte incontrai la polizia morale, la primissima volta ebbi una paura che quasi mi paralizzò il respiro, si fece sentire pesante il terrore. Nelle volte successive, confidente

nel fatto che il mio travestimento reggeva, passavo davanti agli agenti sfrecciando sulla mia due ruote con un’aria sicura che solo un uomo poteva mostrare.

I miei genitori e i miei fratelli mi reggevano il gioco. La sera, quando ci riunivamo a tavola per la cena, dopo le preghiere di ringraziamento, a turno mia madre e mio padre mi facevano promettere di essere prudente, di non sfidare la sorte.

Mia madre mi esortava: “Ti prego Zhaleh, ricorda, devi allungare il passo secondo la grandezza del tuo tappeto”. Ero fortunata, vivevo in una famiglia aperta, che mi voleva bene e mi sosteneva.

Arrivai ai miei diciassette anni e mio fratello Nadir, di quattro anni più grande di me, un giorno portò a casa un suo amico di università. Scrutai i suoi occhi e capii che era un giovane a modo, degno di entrare nella nostra casa.

Arash cominciò a frequentare casa nostra e iniziammo una buona amicizia, sotto l’occhio vigile di mia madre. Un giorno mi disse che gli piacevo e che ammirava la mia risolutezza, ma quello che mi sorprese di più fu che mi parlò di biciclette e della possibilità di disputare delle gare.

Mio fratello, in totale fiducia di quell’amico, gli aveva raccontato della mia propensione per lo sport, della mia totale dedizione al ciclismo. Nuovamente guardai Arash nei profondi occhi scuri e non vi colsi ombre nascoste, vi lessi la sua buona fede e la volontà di mantenere il segreto. Arash professava la sua convinzione che nessun essere umano è più forte di un altro, che non ci deve essere prevaricazione dell’uomo nei confronti della donna, che si deve fare il viaggio nel tempo uno di fianco all’altra. La mia stima, il mio affetto per lui crescevano.

Un giorno dimostrò tutto l’amore che provava per me, tutto il rispetto che dimostrava verso la donna. Non furono solo parole, non fu l’effimero “Ti amo”, fu molto di più.

A mia insaputa, con l’avvallo di mio fratello, aveva preso contatti per farmi uscire dal Paese e farmi vivere il sogno, aveva pensato a tutto.

Era rischioso, non fu facile.

Quando tutto fu pronto, dovetti stare ore nascosta ai bordi di una boscaglia, una di quelle che costeggiavo durante le mie pedalate. La bruma autunnale danzava sinistra nel vento, mentre attendevo il segnale, il verso di un gufo.

Il mio gancio nel cielo. Un fischio nella notte.

Arrivai nel Nord-Est dell’Italia, dove fui accolta da un’associazione, qualche ex ciclista con un enorme cuore, che aiutava ragazze come me a perseguire i propri sogni. Studiai la lingua, mi trovarono un’occupazione, mi diedero la possibilità di allenarmi giornalmente sulle salite collinari che come bellezza nulla avevano da invidiare a quelle di mia provenienza.

Non rinnego il mio Paese, mi ha reso la donna che sono, rinnego piuttosto la sua deriva, quello che è diventato, una bussola che ha perso i punti cardinali. Ne sono certa, un giorno rivedrò la mia famiglia, il mio innamorato.

A pochissimi chilometri, io mantengo la mia posizione, sono in volata.

Plano verso il traguardo, ora con totale leggerezza di pensieri.

È come riudire il mio fischio nella notte, lieve e fidato, finalmente mi risulta chiaro come vorrò vivere la mia vita. La mia vista sarà come una freccia scoccata, mi indicherà la via da seguire.

Dopo la salita godrò della leggerezza della discesa, come metafora di vita. A passo svelto e cuor leggero, con una acquisita leggerezza mentale che non mi farà più soffocare nella pesantezza degli eventi.

Onorerò il mio nome. Sarò rugiada che si cala leggera sui fatti della vita, con occhio vigile e attento sull’obiettivo.

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