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A Gabriele poco importa che oggi sia la giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo. Esattamente come non gli importa in tutti gli altri giorni. Importa però ad Alessandra e Marco, i suoi genitori. E a sua sorella. Anche quella parte di mondo che oggi “si sovviene” di come esistano persone autistiche, domani tornerà a pensare ad altro, al netto dell’emergenza da Coronavirus.

 

Alessandra e Marco, no. Esattamente come fanno ogni giorno. Gabriele ha 14 anni ed è nato già speciale, con un percorso travagliato, come ricorda Alessandra, causato da alcuni problemi di salute. Non mangiava, non dormiva “e noi eravamo focalizzati sul fatto che crescesse normalmente”. “A un certo punto, però, ci siamo accorti che il suo sguardo si muoveva dappertutto, senza posarsi mai su noi genitori. Gabriele non parlava, non cercava mamma e papà”.

 

L’ambiente intorno, inconsciamente, sottovaluta il problema tra un “vedrai che parlerà” e un “non tutti i bambini sono uguali, sei esagerata”. Ma una mamma “sente”, anche quando non vede. Quasi schiacciata da un mondo che non vuole ascoltarla, con la sola eccezione di Marco, a due anni porta Gabriele da una logopedista. Ogni tanto ci vuole anche una botta di fortuna, nella vita, e Alessandra viene indirizzata subito da una neuropsichiatra. Il distretto sanitario fa quello che può, allora come adesso, in realtà, e Alessandra si rivolge al privato. Gabriele ha più o meno due anni.

 

Comincia così un percorso incredibile, fatto di fatica, difficoltà e progressi. Gabriele grazie alla terapia Aba (Applied Behaviour Analysis-Analisi Applicata del comportamento), comincia la sua relazione con genitori e famiglia, con gli specialisti che lo seguono, “imparando” a comportarsi e a stare tra la gente.

 

Ma che significa “imparare a comportarsi”? Dov’è scritto che quelli “giusti” siamo noi? Perché le nostre convinzioni – e convenzioni –  dettano le regole per cui Gabriele sembra inevitabilmente fuori dagli schemi? E se imprigionati in un mondo assurdo di preconcetti fossimo proprio noi?

 

In una società che accetta a malavoglia la diversità, c’è voluta anche una Carta dei Diritti delle persone affette da autismo, adottata dal Parlamento Europeo nel maggio 1996, per mettere un po’ d’ordine. Ma nemmeno questo interessa a Gabriele.

 

Lui ha stupito tutti, specialisti compresi, dimostrando di saper leggere e scrivere. Scansiona testi brevi o lunghi in assoluta velocità. Quando tu sei alla prima pagina, lui ha già finito. Perché tu leggi, mentre il suo incredibile cervello si accende in modalità scanner on, e ti lascia al palo.

 

Bastava trovare la chiave. Alessandra e Marco l’hanno trovata: “Se ti rendi conto che la felicità di tuo figlio è il bene più prezioso che hai, devi dargli la strada giusta. Lui è il centro. Intorno, in concordanza, girano gli altri: specialisti, genitori, famiglia, amici, insegnanti”.

 

Gabriele è un ragazzino fortunato perché nessuno ha mai pensato di negare o nascondere la sua unicità. È attorniato, protetto e supportato dai suoi Avengers, ed è proprio grazie alla loro eroica tenacia che ha trovato il suo personalissimo modo di comunicare col mondo: “Ogni giorno è una sorpresa – dice Alessandra – i bambini autistici hanno tutto dentro, ma non sanno come dirtelo. Gabriele è un miracolo. Abbiamo scoperto che sapeva già leggere, giorno dopo giorno abbiamo imparato a seguirlo, perché lui conosceva già tutto, anche l’ironia”.

 

Intorno a Gabriele è nata l’Associazione Famiglie e Abilità, la cui mission è “dimostrare che le persone con disabilità possono contribuire a rendere la vita migliore. Preziosi donatori di futuro!”. Se volete seguire le imprese di Gabriele e dei suoi eroi, fate un giro per la loro pagina Facebook. Gabriele vi accoglierà e vi porterà a incontrare un mondo meraviglioso, fatto d’amore e di una specialissima bicicletta, ma questa è un’altra storia.

Il nostro lettore Giuseppe Budicin ha condiviso con noi alcune note sull’Impresa di Fiume, comandata dal poeta soldato Gabriele D’Annunzio

 

Quest’anno ricorre il Centenario della Marcia di Ronchi e dell’Impresa di Fiume, comandata dal poeta soldato Gabriele D’Annunzio.

 

È risaputo che, il nucleo originario dei militari partecipanti all’azione fu un battaglione di Granatieri di Sardegna, in quel momento di stanza a Ronchi, vicino a Monfalcone.

 

Lì, il 31 agosto 1919, sette ufficiali dei Granatieri (i sette giurati di Ronchi) si riunirono in una stanzetta e prestarono solenne giuramento di liberare Fiume e di annetterla all’Italia.

 

La formula originale è la seguente:

In nome di tutti morti per l’Unità d’Italia, giuro di essere fedele alla causa santa di Fiume e di non permettere mai, con tutti i mezzi, che si neghi a Fiume l’annessione completa e incondizionata all’Italia. Giuro di essere fedele al motto: Fiume o Morte.

 

Da quel giorno, i sette furono chiamati “giurati”, i militari “legionari” e al nome Ronchi fu aggiunto “dei legionari”, come è l’attuale toponimo.

 

Primario protagonista e promotore dell’iniziativa fu il trevigiano Tenente dei Granatieri Riccardo Frassetto di Crocetta del Montello (Treviso). 

 

Fu lui ad andare a Venezia, alla Casa Rossa, a proporre e convincere D’Annunzio ad assumere il comando dell’Impresa e marciare su Fiume.

 

Fra D’Annunzio e il Frassetto si instaurò un rapporto fiduciario che andò oltre i 16 mesi della tragica avventura Fiumana e che durò fino alla morte del Vate, nel 1938. Molti e importanti gli incarichi che il Comandante affidò all’allora tenente Frassetto fra cui “Ufficiale addetto alla sua persona, per incarichi speciali” e “Primo e unico comandante della Legione di Ronchi.

 

È di Riccardo Frassetto il libro I Disertori di Ronchi del 1926, che D’annunzio approvò, e scrisse: Grazie per il tuo bel libro. Caro Riccardo, ora sei autore fra gli autori.

 

Ancora oggi, il testo de I Disertori di Ronchi è considerato il più attendibile sull’Impresa di Fiume ed è consuetudine degli storici e degli scrittori di consultarlo per la sua affidabilità nella descrizione dei fatti e antefatti della sofferta fase preparatoria. 

 

Le due opere saranno presentate a Treviso il prossimo settembre

Il volume è in corso di ripubblicazione anastatica da parte di Antiga Edizioni e sarà disponibile a partire dai primi giorni di settembre insieme a un libretto scritto dai nipoti titolato Zio Riccardo. La vita, la storia, le imprese.

 

 

Nel pomeriggio di sabato 28 settembre, presso l’Auditorio della Provincia di Treviso, ci sarà la presentazione ufficiale delle due opere, con un importante evento e con un relatore, scrittore e storico, di chiara fama. 

 

Dei violini allieteranno il pomeriggio con musiche di Chopin e Liszt, care a D’Annunzio, mentre un attore leggerà alcuni significativi passaggi dei due libri. Un rinfresco e un brindisi chiuderà la giornata.

 

 

Grande festa a Trieste, in Piazza Unità e Municipio

Sono molte le manifestazioni e le cerimonie che si terranno in tante città italiane, in memoria di una Impresa che molti studiosi e storici interpretano come l’ultimo atto del Risorgimento Italiano.

 

La mattina di mercoledì 11 settembre 2019, a Trieste, in Piazza Unità e in Municipio, i Granatieri di Sardegna organizzano una conferenza e una mostra di fotografie e di inediti documenti dei Granatieri.

Il titolo: “D’Annunzio e i Granatieri-Fiume, l’amore per una città”.

Saranno presenti le autorità civili e militari e tutte le armi con labari, gagliardetti e medaglieri.

 

Nel pomeriggio del successivo giovedì 12 settembre, al monumento dedicato all’Impresa di Fiume, a San Polo di Monfalcone, sarà organizzata una cerimonia solenne per celebrare il Centenario della Marcia di Ronchi.

 

Ci sarà una sfilata di militari e di automezzi d’epoca, alla presenza dei sindaci delle città a quel tempo coinvolte e delle massime autorità sia venete che friulane.

È dato sapere che il monumento fu inaugurato nel 1960 e che l’oratore ufficiale fu il Giurato Riccardo Frassetto.

 

Sono brevi premesse che hanno l’intendimento di ricordare con riconoscenza tutti i legionari veneti, trevigiani e non, che parteciparono con il Tenente Frassetto e con gli altri giurati all’Impresa di Fiume e che rischiarono la loro vita in ragione dei propri ideali, per amor di Patria e per alto senso di giustizia.

 

 

Giuseppe Budicin, Fiumano 

 

 

Fotografie gentilmente concesse da Giorgio Frassetto

In questi giorni, se siete fortunati, potrebbe capitarvi di imbattervi in un signore dai tratti austriaci, con tre dolcissimi asinelli al seguito. Si tratta di Gerd, originario di Graz, che sta attraversando la nostra penisola a piedi, in direzione Sud.

 

Una nostra cara lettrice di Cimadolmo ha avuto il piacere di incrociare il suo cammino e di aggiungere un posto a tavola per farsi raccontare la sua storia.
E noi, sempre ben propensi ad arricchire il nostro giornale di curiosi aneddoti, ci siamo fatti raccontare l’incontro.

 

Ciao Katia, sappiamo che hai avuto il piacere di imbatterti in Gerd e la sua allegra compagnia. Ma come sei venuta a conoscenza della sua storia e soprattutto a riconoscerlo?

In questi giorni mia zia ha letto su Facebook di questo signore che sta attraversando a piedi l’Italia. In questo Post c’era scritto che sicuramente non avrebbe fatto del male a nessuno e anzi, che se qualcuno lo avesse incontrato avrebbe fatto bene a offrirgli un po’ di cibo o del pane per gli asinelli. E insomma mercoledì mattina, intorno all’ora di pranzo, mia zia e mio zio lo hanno avvistato sull’argine che costeggia casa nostra e si sono avvicinati a lui, invitandolo a unirsi a noi per pranzare.

 

Immagino quindi che avrai avuto modo di incontrarlo e di farti raccontare da dove è partito e come mai ha scelto di intraprendere questo viaggio?

Certo! Cercando di parlare un po’ in tedesco e un po’ in inglese, io e mia sorella abbiamo iniziato a chiedergli la sua storia, visto che appunto non è un cosa che capita tutti i giorni. Gerd ci ha raccontato che questo suo viaggio è iniziato a ottobre, quando è partito dall’Austria, dove ha lasciato moglie e figli ad aspettare il suo ritorno. E ora mira ad arrivare in una fattoria di Firenze, dove Olga, l’asina, partorirà un baby donkey, come lo chiamava lui. Lì si fermerà per un periodo e poi proseguirà alla rotta del Sud.

 

Lui questo viaggio lo sta percorrendo da solo? Intendo, lui e i suoi asini soltanto?

Sì, è così. Ci ha raccontato di aver preso questa decisione per cambiare vita, perché a un certo punto si è reso conto di quanto la natura e soprattutto il contatto con gli animali possano regalare. Infatti ho notato che mentre mangiava con noi, si alzava spesso per controllare come stavano i suoi ciuchini, sebbene avesse visto che il giardino fosse recintato e il cancello d’ingresso fosse chiuso.

 

Sicuramente avrete avuto modo di raccontarvi un sacco di cose. La mia curiosità è come ha organizzato il suo viaggio e il suo itinerario.

Questo è interessante! Gerd ha scelto di non portare con sé il cellulare, per cui non ha alcune connessione internet. È partito infatti solo con una cartina e addirittura usa il compasso per capire un po’ la distanza da raggiungere. Anzi, qui mi sento di dire a chiunque lo trovasse in giro di dargli del cibo e soprattutto prestargli il cellulare per una veloce telefonata a casa.

Mi raccontava che comunque muoversi qui è un po’ complicato, perché il nostro territorio è un groviglio di stradine. Però nonostante questo, e se il tempo glielo permette, percorre una ventina di chilometri al giorno. Infatti, in questi ultimi giorni di pioggia la sua preoccupazione maggiore era quella di mettere al riparo gli asinelli sotto una sorta di capanna improvvisata di volta in volta, grazie ad alcuni teli che si porta appresso.

 

Gert ti ha raccontato tante belle cose positive. Al contrario, ti ha parlato di qualche imprevisto o difficoltà?

No, no. Al di là che mi è sembrato una persona che si adatta un po’ a tutte le situazioni. Per lui è stata una grande ricchezza anche la semplice scatoletta di tonno che inizialmente gli avevamo offerto, prima di invitarlo a unirsi a noi per il pranzo.

Ecco, Gerd ha uno sguardo gentile ed è una persona riconoscente. Mia nonna gli ha regalato un paio di vecchi pantaloni e lui l’ha ringraziata mille volte, come l’ha ringraziata mille volte per il pane dato agli asinelli e per il piatto di pasta e la bistecca che ha mangiato. Quello che mi sento di augurargli è che possa incontrare sempre persone disponibili e accoglienti.

 

Diversamente, potrebbero esserci persone che lo criticano, soprattutto sapendo che l’asina è incinta e deve affrontare un viaggio così lungo. 

In realtà, anche se è all’ottavo mese di gravidanza, l’asina sta benissimo. E poi non sono tre ciuchini qualsiasi, ma sono una vera e propria famiglia, perché sono mamma, papà e figlio, oltre a quello in arrivo.

 

E come ti sono sembrati questi tre compagni di viaggio?

Sicuramente molto amichevoli. Si facevano avvicinare e accarezzare. E sono anche molto intelligenti! Mi ricordo questo: a un certo punto ha iniziato a piovere e loro si sono messi sotto la tettoia della casa.

Se dovessero incontrare famiglie o bambini sarà per loro una gioia conoscere Enzo, Burrito e Olga.

 

Un’ultima domanda: come vi siete salutati?

Augurandogli buona fortuna e ringraziandolo per aver portato l’inusuale dentro a una giornata qualsiasi condividendo con me  la mia famiglia questa sua esperienza.

È stato bello mettersi in contatto con la diversità, che in questo casa si trattava di un signore che ha deciso di essere libero, di cambiare vita, di prendere e di fare questo cammino. Sicuramente dovrà confrontarsi con tante sfide, come il tempo atmosferico, l’ostilità o le critiche di certe persone, che potrebbero non comprenderlo oppure non condividere questo suo percorso. Ma gli auguro tanta fortuna. Per questo lo abbiamo messo in contatto con un amico di famiglia che abita poco distante da noi, e ha una azienda agricola con tanti terreni, come prossima tappa del suo viaggio.

 

 

Nonna Antonietta, trevigiana, che lo scorso 15 aprile ha compiuto 103 anni, ci ha rivelato il segreto per una vita longeva e in ottima forma mentale

 

Undicesima di 12 figli, Antonietta Zanchetta in Montagner nasce il 15 aprile del 1916 durante la Prima guerra mondiale a Ponte di Piave.

 

Il segreto di una vita longeva, e soprattutto in ottima forma, è stato quello di lavorare tanto e mangiare poco e buono, come Antonietta racconta con un pizzico di emozione ai nostri microfoni: “Ho trascorso il primo anno di vita in una culla perché mia madre​ non aveva abiti per la mia età, perché quelli delle sorelle, che la mamma aveva messo da parte, erano stati​ trafugati dai soldati.​ Ai miei tempi ci si teneva attivi lavorando tanto; i mezzi pubblici non c’erano per spostarsi e si andava in giro in bicicletta. Quanti chilometri per andare al lavoro a Negrisia…”.

 

 

 

Antonietta riesce comunque a frequentare qualche anno di scuola prima di iniziare a lavorare in filanda. “In casa c’era bisogno di soldi e non c’era il tempo di andare a scuola”. Nel 1939, a 23 anni, si sposa con Emilio Montagner. Quando da fidanzati giravano per le vie di Ponte di Piave venivano descritti come la “coppia più bella del Piave”.

 

Con gli occhi lucidi, Antonietta ci parla della guerra: la perdita del primogenito per una malattia; il ritorno del marito da soldato e la sua morte subito dopo il rientro dovuto a una malattia.

Nonostante le difficoltà, Maria non si è mai persa di coraggio. Ha lavorato per molti anni presso un’azienda della zona che produceva dolci e marmellate.

 

 

 

103 anni portati alla grande, tanto da cantare a microfono in occasione del suo compleanno

Un carattere forte il suo, che ancora oggi le consente di rimanere attiva. Al centro servizi “Villa delle Magnolie” di Monastier, dove vive dal 2017, ama giocare a tombola, stare insieme alle​ amiche e partecipare alle tante feste che vengono organizzate. Come quella di martedì scorso in occasione del suo compleanno, quando è stata festeggiata dalle figlie Maria e Gianna, dai nipoti e dagli ospiti del centro servizi, che hanno avuto modo anche di ballare grazie alla musica dell’orchestra di “Alvise”, fatta arrivare a Monastier per l’occasione.​

Ed è stato proprio martedì che l’arzilla nonnina ha intonato a microfono una delle sue canzoni preferite, La piemontesina, un ricordo di gioventù che nonna Antonietta porta ancora nel cuore.

 

 

l nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto del 1918 e sui tragici eventi della Grande Guerra, riportati alla luce dopo circa vent’anni di ricerche

Per oltre un anno Mogliano aveva assistito il passaggio di truppe e di prigionieri, aveva accolto i feriti nei suoi numerosi ospedali da campo e le salme dei caduti nel suo cimitero.
Aveva offerto inoltre la base di partenza ai così detti missionari della “Giovane Italia” che una volta indottrinati negli attivissimi uffici del Servizio Informazione della III Armata, raggiungevano a bordo di aerei, che decollavano dai vicini aeroporti di Marcon
e di S. Andrea a Venezia, le retrovie austriache nei territori occupati.
Un volta raggiunti i settori assegnati, travestiti da contadini o da pescatori, si mescolavano alla popolazione locale raccogliendo preziose informazioni sulla consistenza dei reparti austro ungarici e sull’entità dei loro armamenti.
Subito dopo le tragiche vicende di Caporetto, quando il fiume Piave ebbe a diventare il nuovo fronte tra l’esercito Austro Ungarico e il ricostituendo Regio Esercito e Mogliano Veneto fu scelta quale sede ideale per il Comando della III Armata, tante ville venete furono requisite, e tra queste, evidenziate nella illustrazione sopra, c’era anche la Villa Favier, dove furono dislocati la sede del Comando Ufficio P.
Informazioni e svariati centralini telefonici e radio telefonici.

 

Nella stessa Villa Favier il Colonnello Smaniotto conduceva anche un servizio d’informazioni particolarmente curato: La Giovane Italia, che assicurava una conoscenza particolareggiata di ogni minima attività degli austriaci al di là dal Piave.
Questo servizio era stato creato allo scopo di evitare quanto era successo pochi mesi prima a Caporetto. Ufficiali volontari, una volta portati, nottetempo, da aerei al di là dalle linee nemiche, si travestivano da contadini e con l’aiuto di conoscenti o parenti,
residenti nelle terre occupate, si dedicavano attivamente alla raccolta di preziose informazioni sulla dislocazione e sulla consistenza delle truppe avversarie, sui loro movimenti e preparativi. Quei giovani, particolarmente competenti e preparati, erano
a conoscenza dei rischi che avrebbero corso qualora fossero stati catturati. Non avrebbero potuto evitare la condanna all’impiccagione per spionaggio. E tutti coloro che agirono, non tanto per ubbidienza agli ordini ricevuti, ma per puro
amor patrio, sono da considerare come dei veri eroi.

 

 

Quella notte tra il 29 e il 30 maggio 1918

A notte fonda un veloce Voisin dalle ali tricolori decollava dall’aeroporto di Marcon (VE). La partenza d’un velivolo in quelle ore notturne non è che fosse un fatto straordinario, eppure, un qualsiasi osservatore, se avesse potuto vedere da vicino l’aereo e i suoi passeggeri poco prima del decollo, avrebbe provato stupore. Il velivolo era pilotato dal capitano Gelmetti; con lui c’erano a bordo un altro ufficiale e un soldato, tutti e due bersaglieri e un gabbia contenente numerosi volatili.
Stava per avere inizio la prima impresa della Giovane Italia.
I due bersaglieri erano il tenente Camillo De Carlo e il soldato Bottecchia appartenenti all’ 8° reggimento; entrambi nati e cresciuti nelle terre invase ed espertissimi dei luoghi, del dialetto e delle persone.
Dopo un volo rapido e tranquillo in una notte limpida l’aereo raggiunse il campo d’Aviano, tutto illuminato per permettere ai velivoli austriaci di individuarlo facilmente al rientro dalle loro scorrerie notturne su Venezia, Padova e Treviso.
Il Voisin discese e atterrò su un prato accanto. I due bersaglieri si separarono dal pilota, che decollava immediatamente per ritornare all’aeroporto di Marcon, dove atterrava due ore e mezza dopo.
Intanto i due arditi procedevano, portando la gabba coi piccioni, in direzione del colle di Savarone. Dopo aver saltato decine di fossi e attraversato siepi e zone cespugliose, una volta arrivati a Polcenigo, guadarono il Livenza e dopo essere giunti in prossimità del roccolo di Chiaradia, nascosero le loro divise in una macchia di sterpi, indossando a loro posto gli umili panni dei contadini della zona.
In quella situazione, se fossero stati catturati, sarebbero stati condannati immediatamente alla forca.
Era ormai giorno inoltrato quando, dopo aver raggiunto Fregona, De Carlo mandò a chiamare il suo fattore che era rimasto a Vittorio. Dopo un incontro assai commovente, vennero presi degli accordi allo scopo di facilitare
la futura attività dei due osservatori.

 

La sorella di Bottecchia avrebbe assicurato il rifornimento dei viveri mentre loro, badando a evitare la sorveglianza delle pattuglie austriache, avrebbero girato di casa in casa a sentir notizie, facilitati dal patriottismo che animava gli anziani e le donne che
erano voluti restare nelle loro case e campagne. Di tanto in tanto un piccione lasciava la gabbia per volare alla sua colombaia acqua e sugli alberi, senza che nessuno si trovasse lì a soccorrerli.
In tal modo veniva assicurata una notevole mole di preziose informazioni tra la riva sinistra del fiume Piave e il Comando Supremo Italiano di Abano.

 

Da un numero della Tradotta, Giornalino della III Armata

Albino Bertazzon, capogruppo delle “penne nere” di Pieve di Soligo e grande appassionato di ciclismo, ha riabbracciato dopo oltre 48 anni l’ex commilitone Dante Stefani. Il ricordo di un episodio accaduto durante il servizio militare quando un mulo imbizzarrito mise in pericolo la vita di entrambi

 

Non si vedevano da circa 50 anni e hanno potuto riabbracciarsi grazie alla Prosecco Cycling. Albino Bertazzon e Dante Stefani hanno prestato servizio militare negli Alpini nel 1970. Poi, come spesso accade, si sono persi di vista.

 

Albino, capogruppo degli Alpini di Pieve di Soligo e grande appassionato di ciclismo (è giudice di gara a livello nazionale), si ricordava di Dante per un episodio capitato durante la naja, quando un mulo imbizzarrito mise in pericolo la vita di entrambi. E ha chiesto aiuto alla Prosecco Cycling per rintracciare l’ex commilitone.

 

L’evento che ogni settembre porta oltre duemila ciclisti a pedalare tra le colline del Prosecco si è messo in moto, sfruttando i tanti contatti maturati negli anni in Italia e all’estero. La ricerca è arrivata sino in Svizzera, dove Dante Stefani ha trascorso da emigrante una parte della sua vita, ma poi l’ex Alpino è stato rintracciato a Pezzaze Val Trompia, nel Bresciano. Qui, nei giorni scorsi, Albino ha potuto finalmente abbracciare Dante e il ricordo è subito andato a quell’episodio di quasi mezzo secolo fa.      

 

Era il 20 febbraio 1970 – racconta lo stesso Bertazzon -. Durante la marcia di rientro dal campo invernale della 115^ Compagnia Mortai del Battaglione Cividale, non lontano da Chiusaforte, in Friuli, mentre attraversavamo una galleria sulla Pontebbana, il rumore di un camion spaventò i muli che si imbizzarrirono e travolsero gli Alpini in marcia. I muli parevano impazziti. Vedevamo le scintille sull’asfalto provocate dalla loro corsa nel buio della notte. Una mula travolse Dante, che cercò invano di trattenerla, e poi mi colpì alle spalle con la bocca da fuoco del mortaio che trasportava sulla schiena, trascinandomi a terra per parecchi metri”.     

 

Tra il mondo degli Alpini e la Prosecco Cycling c’è un rapporto ormai consolidato. Grazie all’intervento della Prosecco Cycling, nel 2017 un Alpino piemontese, Cesare Einaudi, ha ricevuto in dono una bici d’epoca, dopo che la sua era stara rubata in occasione dell’Adunata di Treviso. E l’anno scorso la Prosecco Cycling ha coinvolto alcuni suoi partner nella ricostruzione della sede degli Alpini di Ponte della Priula andata distrutta in un incendio.

 

La Prosecco Cycling esprime un concetto di identità territoriale che è molto vicino alla sensibilità del mondo delle penne nere, e non è un caso che l’organizzazione dell’evento di Valdobbiadene veda in prima fila gli Alpini di ben cinque sezioni (Pieve di Soligo, Falzè di Piave, Lago di Revine Lago, Ponte della Priula e Sernaglia della Battaglia), oltre all’Associazione d’Arma di Miane e all’Associazione Paracadutisti sezione Piave. L’incontro tra Albino Bertazzon e Dante Stefani è anche il segno di un legame sempre più forte tra la Prosecco Cycling e il mondo Alpino.  

Il nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto del 1918 e sui tragici eventi della Grande Guerra, riportati alla luce dopo circa vent’anni di ricerche

 

Dopo la ritirata di Caporetto, quando il territorio di Mogliano Veneto si era ritrovato a essere zona di retrovia, a poca distanza dal fronte del Basso Piave, fu presto scelto quale sede ideale di numerosi ospedali militari. Naturalmente esisteva una certa distinzione tra Ospedaletti da campo e Ospedali da campo; questo perché certe strutture dovevano essere smontate e rimontate in brevissimo tempo in modo da essere disponibili nell’adattarsi alle fasi delle ritirate o delle avanzate.

 

La differenza consisteva anche sulla capienza delle due strutture: 100 posti letto per gli ospedaletti, identificati da una numerazione progressiva 001 a 099, 200 posti per gli ospedali, identificati da 100 a 200. Tutti i numeri vennero però modificati sul finire del 1917, proprio quando Mogliano Veneto fu scelta quale località idonea alla sistemazione dei seguenti ospedali:
1) Apparteneva alla Repubblica di S. Marino l’Ospedale 74, a servizio della III Armata. La prima sede era vicino ad Aquileia. Dopo Caporetto fu trasferito a Strà. Il 10.04.1918 l’Ospedale è a Melma e quindi a Silea. Poiché si trovava sotto il tiro dei grossi calibri austriaci, venne spostato a Preganziol. Durante l’estate fu trasferito in villa Gris a Mogliano, poi a villa Condulmer e infine a Villa Volpi.
2) Villa Gris ospitò un Ospedale da Campo.
3) Villa Bianchi divenne Ospedale su richiesta del Prefetto del Comune di Mogliano. Nel locale Istituto dei Padri Salesiani c’era l’Ospedale da Campo n. 235.
4) Il 22 novembre 1917 arrivò l’Ospedale da Campo n. 017, con sede nelle Scuole Elementari Rossi.
5) L’ Agenzia Bertolini diventò la sede di un ospedale.
6) La C.R.I. risiedeva a Villa Volpi.
7) A Villa Tanga aveva la sua sede la Croce Rossa Americana.
8) Nelle scuole di Campocroce c’era l’Ospedale da Campo n. 101.
9) La Canonica di Zerman ospitava l’infermeria del 226° Reggimento Fanteria.

 

In uno ospedaletto nella Marca Trevigiana

 

Si cercavano le tracce di un ufficiale della Brigata Sassari, ferito il primo giorno dell’offensiva Albrecht (16 giugno 1918 – fronte del Basso Piave tra Musile e Fossalta di Piave) Si cercava in tutti gli ospedali della zona, ubicati in antiche ville veneziane e in moderne scuole, tutti riconoscibili da una bandiera bianca con al centro una croce rossa. Tutti gli ospedali erano gremiti da fanti con ferite più o meno gravi; giacevano in candidi letti attorniati da medici e infermiere impegnati a cercare di lenire le
devastanti tracce della battaglia.

Tutto era stato preparato e ben organizzato ma l’offensiva Austro-ungarica manifestatasi più irruenta in un settore piuttosto che in un altro, la necessità di escludere da certe strade ogni traffico che non fosse quello delle riserve da impiegare senza ulteriori indugi, aveva ostacolato e sconvolto l’attività del soccorrere.
Un ospedaletto per mesi inoperoso in un giardino impreziosito da statue di divinità mutilate e che qualche volta aveva accolto qualche infermo afflitto da patologie dovute alla presenza di acque stagnanti e insalubri, era diventato improvvisamente la meta di autoambulanze che trasportavano in continuazione feriti e moribondi dai luoghi dove infuriava la battaglia. Dentro le sale i letti e le brande si toccavano ravvicinati, mentre i feriti si ritrovavano gomito a gomito a delirare così come quando erano stati intenti a
combattere e questo rifugio di dolore distava pochi chilometri dalle postazioni di combattimento nei presi della stazione di Fossalta.

 

Le ferite emanavano un lezzo opprimente, appena attenuato dall’odore delle sostanze anestetizzanti, ma subito rinnovato da un nuovo arrivo di carni doloranti e tutto ciò non poteva non suscitare una presa di coscienza dell’asprezza della battaglia. In questo
ospedale era stato ricoverato un gruppo di feriti appartenente a un battaglione d’assalto, il cui comandante, il capitano Abbondanza già ferito e decorato a Valbella sull’ Altopiano di Asiago, aveva voluto combattere anche sul fiume Piave, dove era
riuscito a giungere, a combattere e a scomparire.

 

Adesso i suoi soldati giacevano in quell’ospedale feriti, piagati, indocili, smaniosi. Una infermiera torinese, piccola, rosea e alacre raccontava della situazione difficile che aveva causato la loro degenza: “Non ascoltano ragioni, arrivano in ambulanza o
in bicicletta; se la ferita lo permette; entrano trafelati, loquaci, con una certa aria aggressiva e una pretesa di far presto. Sono fanterie d’assalto! Vorrebbero che ci fosse una chirurgia d’assalto”.

 

Improvvisamente si ode un canto di quattro voci; una nenia melanconica con improvvisi acuti che assomigliano a singhiozzi. Erano quattro fanti della Brigata Sassari, colpiti da una granata vicino a Capo d’ Argine. Non avevano alcuna certezza della loro guarigione e pertanto continuavano a cantare per non gridare.

 

Da Giornate sul Piave di E. Maria Gray

Una donna originaria dell’Arizona, 56 anni, mentre si salva per miracolo da un tremendo incidente automobilistico, riesce curiosamente a immaginare solo uno scenario: un paesaggio irlandese. Si fa allora una promessa: “Se mai ne uscirò sana e salva, giuro di ricominciare a vivere, e come prima cosa visitare l’Irlanda”. Fedele a se stessa, prenota i biglietti. Tra non poche difficoltà di connessione la prenotazione riesce, tra poche settimane partirà. Non è mai stata una grande viaggiatrice, ma ora è pronta a partire. Da Phoneix a Londra, da Londra a Dublino. Dopo un bel po’ di ore in aereo, sbarca. Vuole vedere la Regina d’Inghilterra. Quando arriva all’aeroporto, si stranisce. Sebbene le sembri un poco deserto per essere il famoso aeroporto di Londra, si avvicina entusiasta al tassista: “Mi porti a Windsor, ho intenzione di vedere la Regina!” L’unica cosa che riceve è una grossa risata, la Londra in cui si trova non è quella originaria, bensì la Londra che si trova in Canada. C’è solo una cosa da fare: piangere. Chiama suo padre che è sempre stato un gran viaggiatore “Darling, wow this is so stupid”. Ovviamente, si può sempre rimediare. Mette mano al portafoglio e compra i biglietti aerei, questa volta per la vera Londra. Il giorno dopo vede la Regina, e poco più tardi, sorride trionfalmente mentre mette il piede per la prima volta sul suolo irlandese che aveva immaginato.

 

 

 

“Tesoro, questo sì che è stupido!”

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