l nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto del 1918 e sui tragici eventi della Grande Guerra, riportati alla luce dopo circa vent’anni di ricerche
Per oltre un anno Mogliano aveva assistito il passaggio di truppe e di prigionieri, aveva accolto i feriti nei suoi numerosi ospedali da campo e le salme dei caduti nel suo cimitero.
Aveva offerto inoltre la base di partenza ai così detti missionari della “Giovane Italia” che una volta indottrinati negli attivissimi uffici del Servizio Informazione della III Armata, raggiungevano a bordo di aerei, che decollavano dai vicini aeroporti di Marcon
e di S. Andrea a Venezia, le retrovie austriache nei territori occupati.
Un volta raggiunti i settori assegnati, travestiti da contadini o da pescatori, si mescolavano alla popolazione locale raccogliendo preziose informazioni sulla consistenza dei reparti austro ungarici e sull’entità dei loro armamenti.
Subito dopo le tragiche vicende di Caporetto, quando il fiume Piave ebbe a diventare il nuovo fronte tra l’esercito Austro Ungarico e il ricostituendo Regio Esercito e Mogliano Veneto fu scelta quale sede ideale per il Comando della III Armata, tante ville venete furono requisite, e tra queste, evidenziate nella illustrazione sopra, c’era anche la Villa Favier, dove furono dislocati la sede del Comando Ufficio P.
Informazioni e svariati centralini telefonici e radio telefonici.
Nella stessa Villa Favier il Colonnello Smaniotto conduceva anche un servizio d’informazioni particolarmente curato: La Giovane Italia, che assicurava una conoscenza particolareggiata di ogni minima attività degli austriaci al di là dal Piave.
Questo servizio era stato creato allo scopo di evitare quanto era successo pochi mesi prima a Caporetto. Ufficiali volontari, una volta portati, nottetempo, da aerei al di là dalle linee nemiche, si travestivano da contadini e con l’aiuto di conoscenti o parenti,
residenti nelle terre occupate, si dedicavano attivamente alla raccolta di preziose informazioni sulla dislocazione e sulla consistenza delle truppe avversarie, sui loro movimenti e preparativi. Quei giovani, particolarmente competenti e preparati, erano
a conoscenza dei rischi che avrebbero corso qualora fossero stati catturati. Non avrebbero potuto evitare la condanna all’impiccagione per spionaggio. E tutti coloro che agirono, non tanto per ubbidienza agli ordini ricevuti, ma per puro
amor patrio, sono da considerare come dei veri eroi.
Quella notte tra il 29 e il 30 maggio 1918
A notte fonda un veloce Voisin dalle ali tricolori decollava dall’aeroporto di Marcon (VE). La partenza d’un velivolo in quelle ore notturne non è che fosse un fatto straordinario, eppure, un qualsiasi osservatore, se avesse potuto vedere da vicino l’aereo e i suoi passeggeri poco prima del decollo, avrebbe provato stupore. Il velivolo era pilotato dal capitano Gelmetti; con lui c’erano a bordo un altro ufficiale e un soldato, tutti e due bersaglieri e un gabbia contenente numerosi volatili.
Stava per avere inizio la prima impresa della Giovane Italia.
I due bersaglieri erano il tenente Camillo De Carlo e il soldato Bottecchia appartenenti all’ 8° reggimento; entrambi nati e cresciuti nelle terre invase ed espertissimi dei luoghi, del dialetto e delle persone.
Dopo un volo rapido e tranquillo in una notte limpida l’aereo raggiunse il campo d’Aviano, tutto illuminato per permettere ai velivoli austriaci di individuarlo facilmente al rientro dalle loro scorrerie notturne su Venezia, Padova e Treviso.
Il Voisin discese e atterrò su un prato accanto. I due bersaglieri si separarono dal pilota, che decollava immediatamente per ritornare all’aeroporto di Marcon, dove atterrava due ore e mezza dopo.
Intanto i due arditi procedevano, portando la gabba coi piccioni, in direzione del colle di Savarone. Dopo aver saltato decine di fossi e attraversato siepi e zone cespugliose, una volta arrivati a Polcenigo, guadarono il Livenza e dopo essere giunti in prossimità del roccolo di Chiaradia, nascosero le loro divise in una macchia di sterpi, indossando a loro posto gli umili panni dei contadini della zona.
In quella situazione, se fossero stati catturati, sarebbero stati condannati immediatamente alla forca.
Era ormai giorno inoltrato quando, dopo aver raggiunto Fregona, De Carlo mandò a chiamare il suo fattore che era rimasto a Vittorio. Dopo un incontro assai commovente, vennero presi degli accordi allo scopo di facilitare
la futura attività dei due osservatori.
La sorella di Bottecchia avrebbe assicurato il rifornimento dei viveri mentre loro, badando a evitare la sorveglianza delle pattuglie austriache, avrebbero girato di casa in casa a sentir notizie, facilitati dal patriottismo che animava gli anziani e le donne che
erano voluti restare nelle loro case e campagne. Di tanto in tanto un piccione lasciava la gabbia per volare alla sua colombaia acqua e sugli alberi, senza che nessuno si trovasse lì a soccorrerli.
In tal modo veniva assicurata una notevole mole di preziose informazioni tra la riva sinistra del fiume Piave e il Comando Supremo Italiano di Abano.
Da un numero della Tradotta, Giornalino della III Armata
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