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Dolore, incertezza, perplessità, stranezza, solitudine, agitazione, sconforto, ma anche amore, serenità, divertimento, gioia, felicità. Un viaggio tra le tante parole ed emozioni dei ragazzi raccolte a scuola dagli educatori dell’Operativa di comunità in 11 Comuni della Marca trevigiana

 

Come stai, come ti senti, quali emozioni ti accompagnano maggiormente in questo periodo della tua vita?

Sono solo alcune delle domande rivolte a 500 ragazze e ragazzi di 25 classi prime delle scuole secondarie di primo grado di 11 Comuni dell’area coneglianese.

 

Codognè, Gaiarine, Godega di Sant’Urbano, Mareno di Piave, Orsago, San Fior, Santa Lucia di Piave, San Pietro di Feletto, San Vendemiano, Susegana e Vazzola, sono alcuni dei 28 Comuni della Sinistra Piave dove è presente il servizio di Operativa di Comunità dell’Ulss 2 Marca Trevigiana, all’interno del quale le equipe di educatori e educatrici della Cooperativa sociale Itaca, che gestisce l’OdC, stanno realizzando in questi giorni una serie di laboratori educativi in classe e in presenza. Entro maggio di quest’anno verranno coinvolte ulteriori 70 classi dalla prima alla terza media e 20 classi quarte e quinte delle scuole primarie, altri 1800 studenti per un numero complessivo di 2300 ragazzi nella fascia 9-14 anni.

 

Gli obiettivi dei laboratori sono articolati e mirano a sviluppare relazioni positive in classe, stimolare la conoscenza tra i ragazzi, favorire la comprensione delle dinamiche del gruppo. Le attività sono quanto più possibili interattive, nonostante le diverse limitazioni dettate dall’emergenza sanitaria da Covid-19, e il grafico riportato sotto rappresenta un esempio delle risposte date dagli studenti di una classe prima di Codognè relativamente allo stato d’animo del periodo.

Gli stati d’animo dei ragazzi

La realizzazione del grafico viene fatta al momento classe per classe e, grazie alla buona strumentazione di lavagne Lim e pc presenti in aula, consente a tutti di visualizzare le risposte del gruppo. A partire da questa prima attività, che promuove la consapevolezza del proprio e dell’altrui stato d’animo, gli educatori accompagnano gli studenti a condividere le proprie riflessioni, stimolando il dialogo e il confronto con i compagni, per comprendere se in classe tutti si sentano a proprio agio e percepiscano un clima sereno e di reciproco rispetto. A volte, accade che qualche studente senta il bisogno di socializzare con i compagni le sue difficoltà, in quel caso l’équipe favorisce l’ascolto e condivide quanto emerso con il gruppo.

 

Le classi incontrate sono tante e la composizione delle torte o pizze, come suggerisce qualcuno verso l’ora di pranzo, è un caleidoscopio di colori e di fette dalle dimensioni diversissime, un grafico sempre diverso per ogni classe, un’altalena di emozioni variopinte, mai uguali. Dire come stanno i ragazzi in questo periodo non è facile e generalizzare non è possibile.

 

Nel grafico le emozioni positive come gioia (17%) e felicità (17%) sono presenti nella classe in meno della metà del gruppo, il resto è colorato da tristezza (17%), ansia e preoccupazione (13%), rabbia (13%), paura (8%), noia (4%) che prontamente fanno nascere in educatori e insegnanti in ascolto alcune domande aperte: perché questi stati d’animo? Da che cosa sono generati? Quali i possibili riscontri tra questi vissuti e la situazione che stiamo affrontando?

Le parole delle emozioni

In ogni classe i ragazzi usano parole diverse per definire le loro emozioni, tanto che una stessa parola non sempre corrisponde alla medesima emozione per tutti: dolore, incertezza, perplessità, stranezza, solitudine, agitazione, sconforto, amore, serenità, divertimento. Quante di queste emozioni sono riconducibili ai vissuti della pandemia?

 

Gli educatori in classe cercano di comprendere gli stati d’animo che i ragazzi mostrano in quel momento, perché tutti possano partecipare e trovare posto senza esclusione, senza sentirsi estranei, diversi, incompresi, giudicati. Ciascuno sta nel proprio banco con il proprio carico nel cuore, con tanti pensieri nella mente, oppure con un chiodo fisso, con le farfalle nella pancia, con quel non so che non si riesce a dire, ma che porta anche a piangere silenziosamente…

I ragazzi cercano ascolto

“Quello che possiamo raccontare di questi mesi di incontri a scuola, da settembre ad oggi – riferiscono gli educatori della Cooperativa Itaca -, è il forte bisogno dei ragazzi di dire e di essere ascoltati, forse un po’ più intenso degli scorsi anni. Emerge, infatti, che c’è meno bisogno di dedicare del tempo alla conoscenza tra gli educatori e la classe perché il clima diventi quello delle confidenze, e che ci sono meno studenti da riprendere perché disturbano o si distraggono, perché l’interesse è più alto. All’attività delle emozioni segue il racconto personale di ciascuno per spiegare meglio quello che prova”.

 

Ho scritto paura per tutte le volte che sento delle notizie brutte al telegiornale e mi preoccupano, e tristezza perché da quando è cominciato il Covid certi amici mi parlano alle spalle e dopo mi scrivono su WhatsApp se sono triste… E poi ho paura che succeda qualcosa a mia nonna che si deve operare, ma essendo in questo periodo sono preoccupata…

Non solo Covid

Un ragazzo chiede: Posso parlare anche di una paura momentanea? E racconta del timore per il padre che lavora in rianimazione, del timore di perderlo a causa del suo lavoro, un timore passeggero ma totalizzante, di quelli che accompagnano anche durante le lezioni. Il bisogno di raccontarsi è forte e parlando di tante cose, anche d’altro rispetto al Covid-19, perché la vita comunque si fa spazio e l’energia della crescita è potente: Le emozioni che mi accompagnano in questo periodo sono il coraggio, perché affrontare le medie non è mica uno scherzo; il divertimento perché ci si diverte di più delle elementari; la felicità perché si cambia il corpo, ma soprattutto il cuore e il cervello.

 

Un altro ragazzo si rivolge alla classe: Si alzi in piedi chi è innamorato e tanti accolgono l’invito nella meraviglia generale. I primi innamoramenti, le nuove amicizie si fanno largo come sempre, anche se lo sfondo è drasticamente cambiato. Le questioni importanti nella vita di questi giovanissimi sono la solitudine o i genitori che si separano, e a questo si aggiungono le preoccupazioni legate alla pandemia, come la paura della morte dei propri cari, dei genitori, ma soprattutto dei nonni, il punto di riferimento per tanti pomeriggi. Oppure la paura di morire giovani, di morire nudi: una paura così strana che inizialmente, detta ad alta voce, fa scoppiare la classe in una risata; ma poi si torna in sé e la commozione prevale. Si parla maggiormente di perdita e di lutto, del dolore ancora vivo e inconsolabile.

La distanza frena la conoscenza

“Uno degli aspetti che ci ha maggiormente colpiti entrando in classe – proseguono gli educatori – è vedere ragazzi meno vivaci, meno affiatati, ancora in fase di conoscenza”. Come si fa a fare nuove amicizie in questo periodo, se non ci si può vedere fuori dalla scuola e fare cose assieme… “Per questo motivo sono importanti le attività educative che si realizzano in presenza, perché diventano un’occasione in cui essere se stessi e conoscersi. Quando la paura più grande è quella che tutto possa cambiare nuovamente, dall’oggi al domani, ci si sente insicuri. È difficile fidarsi della situazione e immaginare quale sarà il domani”.

 

E così la commozione di un compagno si allarga presto ad altri: Erano anni che non piangevoNon mi immaginavo che il mio compagno potesse soffrire così. Quando le emozioni esplodono con tale intensità, la presenza dell’adulto è fondamentale per accogliere, contenere, condividere, lasciare libertà di espressione, far sentire empatia, comprensione. Il ruolo dell’educatore, in un momento in cui il rapporto scuola-genitori è fragile, facilmente perturbabile, diventa necessario per dare nuova definizione alla fiducia reciproca.

Genitori preoccupati

Il rapporto con i genitori è stato messo a dura prova durante il lockdown, quando padri e madri si sono sentiti investire di un ruolo che non era il loro, quello di insegnante: A casa dovevo fare da maestra ai miei figli, allora adesso ti dico io come è meglio insegnare, confida una mamma. E, nell’incertezza, succede che ciascuno investa l’altro delle responsabilità (e mancanze) maggiori.

 

Il patto scuola-famiglia va ridefinito e rivissuto a fronte delle nuove necessità. “I genitori che abbiamo incrociato in alcuni incontri formativi dal titolo Scuola bene comune sono molto preoccupati che le restrizioni sociali come il distanziamento fisico, il non potersi scambiare il materiale scolastico, il non tenersi per mano, il non abbracciarsi possano, a lungo andare, diventare abitudine; sono comportamenti che poco si conciliano con i valori della collaborazione, dell’aiuto reciproco, della vicinanza emotiva con cui ogni genitore desidera crescere i figli”.

La DAD è causa di demotivazione?

Il rischio è che la DAD si traduca in mera trasmissione di conoscenze, incentivando il ruolo passivo di chi è a casa. La voglia di apprendere e la proattività sono compromesse e la motivazione cala. Il senso dell’impegno non è un concetto astratto, ma si conosce attraverso il fare, il fare bene e in modo continuativo. Un ragazzo incontrato per strada dice: Ho iniziato le superiori quest’anno. Ho fatto il primo mese in presenza e… Sembrava potesse essere bello! Lo dice con uno sguardo e un’intonazione che raccontano molto altro. Vuoi mettere prendere l’autobus, entrare in un mondo fatto di nuove libertà, nuove scoperte? Lo dicono come se sapessero che alcune cose sono perse e non torneranno nello stesso modo: ricominciare tra un mese in presenza o direttamente in seconda superiore, non sarà la stessa cosa. Altri raccontano che ormai è una sfida a chi ha la media più bassa: 2.8 uno, 3.8 l’altro. Dicono che al rientro in presenza hanno già 7 giorni di sospensione da “scontare”, ma che più di tanto, stando così le cose, non gliene importa. Raccontano di molti ritardi e uscite senza permesso, che stando in DAD non immagineresti mai possano essere collezionati. Manca la parte umana, lo stare insieme tra pari… Addirittura mi manca vedere dal vivo gli insegnanti.

DAD: all’inizio sembrava tanto bello ma ora fa sentire soli

E la leggerezza, la simpatia, sono sparite del tutto? Alcuni ragazzi, in una classe che ha dovuto sottoporsi al tampone, ci hanno tenuto a raccontare del video che diversi di loro si sono fatti, subito condiviso via WhatsApp nella chat di classe. Come è cambiato l’uso della tecnologia, lo strumento che fa sentire comunque vicini anche se distanti? I ragazzi e le ragazze dai 14 ai 17 anni incontrati per strada o al campetto (che, anche se non si può, frequentano almeno finché la Polizia locale non li invita ad andare a casa), dicono che sono stanchi della DAD: All’inizio sembrava tanto bello ma ora ci fa sentire soli, ci lascia una sensazione sospesa, incompiuta. Un ragazzo aggiunge: Non è mica facile fare i compiti sullo stesso tavolo in cui segui le lezioni!

Voglia di condividere i pensieri

Ognuno ha il suo pensiero e la sua opinione e tutti sono ben disposti a condividerli. Qualcuno parla del lavoro, del futuro e chiede consiglio, chiede agli educatori come si evolverà la situazione. Durante un laboratorio (realizzato online) rivolto agli studenti rappresentanti di classe di una classe prima di scuola secondaria di primo grado, alla domanda “Come state/come vi sentite?”, le risposte sono stateChiusa in gabbia – spaesato – in confusione – bene/si studia meglio – è più difficile fare tutto – ho perso le abitudini – sono positivo rispetto al rientro a scuola – Normale, non mi cambia la vita perché non uscivo neanche prima – In tensione/confusione – ansia – stressato e nervoso (perché non esco mai) – deluso per la chiusura della scuola – Curioso. E ancora: incertezza, tranquillo ma sulle spine, in disordine, pesante, scoraggiato, in confusione, sto bene, rinchiusa, stressata, in tensione, nervoso, deluso.

Le videochiamate sono molto d’aiuto

I pomeriggi sono vuoti, liberi da qualsiasi impegno e così anche le attività degli educatori sono cambiate. In alcuni casi è stato possibile mantenere delle piccole proposte in presenza, in altri la modalità online diventa l’unico strumento per mantenere i contatti. Ci si ritrova a progettare concorsi, a scrivere libri sul lockdown, giornalini, video, a sfornare dolci ognuno dalla propria cucina, a fare origami, a ragionare assieme sul metodo di studio e molto altro. Tutti nelle loro case, con le loro famiglie, ma senza amici vicino… Le videochiamate sono l’unica salvezza: si svolgono assieme gli esercizi, ci si interroga reciprocamente, si scambiano due chiacchiere, si mangia la merenda, si guarda addirittura un film…

La pandemia ha aperto nuove strade 

I giovani che abbiamo incontrato ci dicono che la pandemia non ha bloccato o sospeso le loro vite, sono state necessariamente trasformate le modalità di relazione con gli altri. Ma i pensieri, le amicizie, la condivisione, l’amore hanno trovato nuove strade. La spinta alla crescita è inarrestabile e noi adulti dobbiamo aiutarli a comprendersi più che comprenderli, ad ascoltarsi nel profondo, a riconoscere le proprie emozioni e sentimenti.

Nel giorno in cui in Cina è arrivata la squadra di esperti scientifici dell’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), la Commissione sanitaria nazionale rende noti 138 nuovi casi di contagio da Covid-19, nonché il primo decesso dopo mesi. A perdere la vita, come riferisce l’Agenzia di stampa nazionale Dire, un abitante della provincia dell’Hebei, che circonda la capitale, Pechino.

 

Proprio ieri le autorità, riscontrando un nuovo focolaio in questa provincia, hanno imposto un nuovo lockdown nell’intera regione settentrionale dello Heilongjiang (nota anche come Manciuria) che riguarda oltre 28 milioni di persone, dopo che qui negli ultimi giorni sono stati confermati circa un centinaio di nuovi contagi al giorno, con un picco di 138 annunciati nelle ultime 24 ore dalle autorità sanitarie.

 

Come ha confermato l’emittente cinese Cgtn, il team di scienziati dell’Oms è arrivato a Wuhan con il compito di studiare le origini della pandemia di Covid-19.

Il mercato immobiliare non è certo statico, ma negli ultimi sei mesi si è trasfigurato ancora più del solito, avendo come causa scatenate la pandemia.

 

Nonostante gli Stati Uniti non si trovino in un momento favorevole della loro storia, hanno ancora la capacità di scatenare una nuova moda. Questa ha il nome di “Zoom towns”. Zoom proprio come l’app che tanti si sono ritrovati a usare durante la quarantena per continuare a lavorare. Non a caso. In questo periodo dove ci si è ritrovati a trascorrere la maggior parte del tempo nel luogo di residenza, gli americani si stanno ridimensionando, almeno per quanto riguarda l’alloggio. Si trasferiscono in città meno affollate o si dirigono verso la periferia e reinventano la loro casa dei sogni. La tendenza deriva dalla crescente popolarità del lavoro a distanza.

 

Queste peculiari città sono luoghi che in un recente passato attiravano acquirenti che cercavano di investire in proprietà per le vacanze, e che ora invece stanno vedendo un afflusso di residenti più permanenti. Dal momento che molte più persone attualmente hanno la possibilità di lavorare da remoto, senza più preoccuparsi dei loro spostamenti quotidiani, non devono nemmeno vivere vicino all’ufficio. Significa che non devono spendere la maggior parte dello stipendio per pagare l’affitto e che si possono permettere un qualità di vita migliore.

 

Quando è data la possibilità di vivere in un posto che si ama di più senza dover sacrificare la vita lavorativa, senza rinunciare a un’opportunità di lavoro a causa della posizione, non servono molti altri incentivi per fare il grande passo.

Secondo un articolo apparso su IFN, la pandemia potrebbe contribuire a far estinguere intere popolazioni nei prossimi decenni. È questo lo scenario scaturito da un inverno demografico dettato dalla crisi attuale. Giusto per fare un esempio, il Giappone, che è uno dei Paesi al mondo con la natalità più bassa e il più alto tasso di invecchiamento, è prossimo a registrare un nuovo record negativo di nascite. E nemmeno lo scenario italiano è dei più rosei, anzi.

 

2020 annus horribilis

Secondo fonti governative citate dall’agenzia di stampa Kyodo, il 2020 potrebbe chiudersi con 845mila nuovi nati in Giappone: mai così pochi nel Paese nipponico dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il dato è difatti molto inferiore rispetto a quello del 2019, quando le nascite erano state 865.239.
Per avere numeri certi bisognerà attendere ancora: il governo di Tokyo pubblicherà una prima stima a dicembre, mentre le statistiche definitive arriveranno all’inizio del nuovo anno. Tuttavia i funzionari del ministero della Salute sono già convinti che il 2020 segnerà un picco negativo sulla natalità.

 

Giappone, terra di centenari

Come riportano i dati pubblicati il 15 settembre dal ministero della Salute, in Giappone oggi abitano 80.450 ultracentenari, aumentati di 9.176 rispetto al 2019, che ha registrato il 50° aumento annuo consecutivo.
Nel 1963 (anno in cui il Paese ha iniziato il computo) le persone di età pari o superiore ai 100 anni erano appena 153.
Più o meno vent’anni dopo, nel 1981, il numero aveva già superato il migliaio e nel 1998 i giapponesi ultracentenari erano oltre 10mila. L’aspettativa di vita è certamente aumentata grazie ai progressi della scienza, ma l’invecchiamento del Paese rappresenta anche un campanello d’allarme demografico.

 

Rischio estinzione?

Nel corso di una recente conferenza stampa, Tetsushi Sakamoto, il ministro responsabile delle risposte al calo di natalità, ha dichiarato come: «La diffusione del coronavirus stia facendo preoccupare molte persone di rimanere incinte, dare alla luce e allevare bambini». Sul tema si espone anche la Japan Pediatric Association, rilevando che anche nei prossimi dieci anni potrebbe flettersi gravemente la curva delle nascite a causa della pandemia. La fase di incertezza dovuta al Covid-19 si riflette anche sui matrimoni, in netto calo rispetto allo scorso anno, con un -36,9%. Secondo Masaji Matsuyama, ex titolare del dicastero che si occupa del calo delle nascite, se la tendenza demografica resterà la stessa, sarà messa a rischio «l’esistenza stessa della nazione come la conosciamo».

 

I giapponesi siamo (anche) noi italiani

Questo scenario ci riguarda da vicino perché, se il Giappone guida la classifica mondiale per invecchiamento della popolazione, l’Italia gli è seconda. L’esistenza della popolazione, pertanto, è minacciata anche qui da noi. Qualche tempo fa il presidente dell’ISTAT Gian Carlo Blangiardo aveva lanciato l’allarme su come crisi economica, paura e incertezze incidano negativamente sulla natalità. Certamente non sono d’aiuto gli appelli dei medici all’astinenza sessuale o all’autoerotismo, e nemmeno la drastica riduzione dei rapporti sociali.

Secondo uno studio scientifico citato anche da Piero Angela, nell’anno 2100 la popolazione del nostro Paese passerà dagli attuali 60 milioni a non più di 28milioni. La riduzione comporterà un crollo del PIL, collocandoci al 25° posto tra i Paesi del mondo, e non più tra i primi dieci.

 

 

Fonte: ifamnews.com

Riceviamo e pubblichiamo una analisi a firma di Luigi Giovannini sull’attuale panorama politico-sanitario italiano

 

Mi sembra difficile capire chi deve fare cosa e perché. Se l’Italia avesse un territorio immenso, il problema del contagio sarebbe estremamente ridotto, ma nella situazione data ci è stato giustamente ricordato che noi cittadini siamo il virus e i nostri comportamenti soffocano o alimentano la pandemia.

 

Questa tesi è stata sostenuta e divulgata sia da scienziati governativi, che da esperti di recente notorietà televisiva e mi riferisco ai vari Ricciardi, Locatelli, Ippolito, Capua, Galli, Crisanti e Viola che ci hanno frequentemente intrattenuto e informato sulla natura e l’aggressività di quanto ci sta dannando.

 

Certo, prima della scorsa estate abbiamo anche sentito dire che il virus clinicamente non esisteva più e che le notizie sul suo dilagare erano irresponsabilmente terrorizzanti e queste tesi ottimistiche furono abbracciate sia da alcuni politici, che dai promotori di un convegno negazionista anche troppo declamato, creando molte incertezze e confusioni.

L’esperienza ha purtroppo evidenziato la correttezza delle indicazioni più allarmanti, e se nella prima fase il governo, conscio dell’inesperienza dei cittadini, si adoperò giustamente per promuovere un dovuto e, per quanto possibile, risolutivo lockdown, successivamente lo stesso, sapendo la forzatura economica e sociale insita nel rimedio, all’inizio dell’estate aprì le porte ad una ripresa lavorativa e ludica assolutamente necessaria.

 

Naturalmente questa apertura fu accompagnata da precise indicazioni di comportamento, indicazioni decisamente complesse e costose per le gestioni aziendali, ma più che elementari per tutti gli altri cittadini che dovevano evitare assembramenti, usare la mascherina, stare per lo più in famiglia e lavarsi le mani: insomma, dovevamo comportarci con una certa accortezza.

Tutto ciò però non è evidentemente avvenuto e già al rientro in città si sono segnalati motivi di preoccupazione sempre più allarmanti, dovuti a una pluralità di fattori che hanno visto molti cittadini, aziende e studi professionali comportarsi in maniera profondamente inadeguata rispetto alle attese.

 

E così ora siamo ricaduti nel problema, ma per fortuna il settore medico ha nel frattempo acquisito maggiore esperienza, per cui le probabilità di guarigione dei malati sono fortemente aumentate non solo nelle persone giovani, ma anche negli anziani o in chi soffre di altre gravi patologie.

 

C’è un persistente conflitto istituzionale, ma le Regioni hanno la responsabilità del funzionamento del servizio medico nazionale e questa incombenza è stata da loro a suo tempo fortemente voluta: Conte veniva anche incolpato di applicare con i Dpcm un dirigismo democraticamente borderline e quindi oggi, con le deleghe ai poteri territoriali, le polemiche su questo argomento dovrebbero rientrare.

 

Alcune Regioni però, nel periodo trascorso non hanno assolutamente risolto i problemi sanitari evidenziati dalla prima ondata, per cui ancora oggi non tutte offrono ai cittadini un’adeguata organizzazione medica territoriale e conseguentemente gli ospedali sono presi d’assalto dai nuovi ammalati covid, a scapito – purtroppo – di qualsiasi altra esigenza curativa; le mascherine sono insufficienti e non si capisce perché l’Emilia Romagna e il Veneto le stiano comprando al costo unitario di 5 euro e la Lombardia a 26; i test rapidi sono già stati autorizzati da mesi dal ministro Speranza e sono disponibili, ma scarsamente utilizzati; i mezzi pubblici sono inadeguati e così alle fermate gli assembramenti si moltiplicano, nonostante che il governo abbia già stanziato specifiche risorse per il noleggio di altre vetture. Governo che però è incerto e 3 Dpcm in poco tempo ne costituiscono una prova evidente: non va dimenticato che la recrudescenza infettiva a cui stiamo assistendo non è esclusivamente italiana, ma la speranza che le linee guida a suo tempo indicate fossero maggiormente seguite e potessero fornire un risultato duraturo era molto concreta.

 

Con l’obiettivo di evitare un nuovo lockdown generalizzato, il Presidente del Consiglio – dopo un confronto con il responsabile dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro – ha fatto scelte che provocheranno molti scontenti e, comunque deve prendere una nuova spinta propositiva perché, ad esempio, le procedure di tracciamento non completate sono essenziali anche per Immuni, che però – a detta di molti cittadini – viene poco utilizzata per grossi problemi di privacy, problemi che, invece e miracolosamente, non ostacolano l’utilizzo intensivo di Amazon, Apple o Google. Non c’è niente da fare siamo fatti così, Immuni è pericolosa, gli assembramenti per una giornata di sci o per una bicchierata tra amici sono del tutto trascurabili e gli effetti negativi sono responsabilità governative. Nel frattempo l’opposizione scalpita, ma l’unico suggerimento innovativo riportato dalle pagine dei giornali si è concretizzato nell’ipotesi di una bicamerale, a conduzione Brunetta, per la gestione delle risorse del next generation eu.

 

 

Luigi Giovannini

Siamo all’assurdo: mentre ieri è stato diramato un nuovo DPCM con il quale vengono anticipatamente chiuse attività di ogni genere a causa di una grave situazione dei contagi, attività commerciali vitali
gente ridotta quasi alla fame. Sconsigliato vivamente trasferirsi da un comune all’altro se non per lavoro, studio o urgenza, chiuse palestre e piscine, fermi i locali pubblici alle 18, ed ora… durante un’intervista fatta al primario dello Spallanzani di Roma ci sentiamo dire che il vaccino anti Covid prodotto in Italia verrà probabilmente testato in Sudamerica perché la situazione contagi qui da noi non è così grave come dicono.
E allora, a che gioco stiamo giocando? Dobbiamo credere ai politici che ci rinchiudono e ci impauriscono o al medico delle Spallanzani, che ci rassicura?

 

Ascoltate voi stessi il video girato da Matteo Gracis, giornalista e libero pensatore, che ringraziamo.

 

 

Il Presidente del Veneto Luca Zaia è apparso oggi in conferenza stampa molto critico nei confronti del Governo e dell’ultimo DPCM emanato da Conte, stanco delle lunghissime ore trascorse in conferenze che non hanno portato nessun risultato.

 

“Mi auguro che vengano fatti dei correttivi”, ha detto riferendosi anche alla chiusura alle 18 di bar, ristoranti, pasticcerie, gelaterie: “In effetti il problema è chi si mangia un cono dopo le 18…”.

 

“Inutile che vi dica la mia posizione e quella delle Regioni – ha esordito. – Abbiamo discusso per 4-5 ore in videoconferenza. Io ho portato subito le ragioni di una comunità che sta cercando di gestire al meglio la pandemia da Covid, ho posto la questione che avevamo preparato: insistere di più sul contrasto agli assembramenti nelle aree pubbliche, piazze e zone di passeggio, e poi insistere ancora sull’obbligo di mascherine e dispositivi di protezione. Per le scuole avevo proposto 50% a scuola e 50% a casa. Avevo posto la questione dei tamponi dai medici di base, e quest’ultima, almeno, è andata avanti”. A quanto pare la proposta di far fare i tamponi direttamente ai medici di base per non intasare gli ospedali, è andata a buon fine.

 

L’avvocato Franco Botteon ha inoltre spiegato che alle regioni è stata tolta la possibilità di fare ordinanze ampliative, ma solamente restrittive.

 

“Ho firmato l’ordinanza per la chiusura delle scuole al 75%, un atto dovuto e già scritto – ha fatto capire il presidente Luca Zaia di non aver avuto altra scelta. – Dal 28 ottobre, un giorno in più per dare il tempo ai dirigenti scolastici di organizzarsi, fino al 24 novembre le scuole superiori statali e paritarie dovranno adottare la didattica a distanza con criteri di rotazione fra le classi. La Dad deve essere utilizzata per non meno del 75%. Vale questa norma per circa 200mila ragazzi veneti. Le matricole, quelli dei primi anni delle superiori, potrebbero essere tenuti a scuola ma saranno i dirigenti scolastici a decidere; ho fiducia in loro. Sarà sempre garantita la didattica in presenza agli alunni con disabilità certificata.”

 

Posti alternati anche per i giornalisti, sempre con la mascherina ben indossata anche quando pongono le domande e naturalmente si entra, come sempre, solo dopo esser passati davanti il termoscanner.

Una notizia che servirà ad allontanare il pensiero dal Coronavirus per chi non è scaramantico, e che invece sarà foriera di disgrazie per chi crede nei presagi.

 

Oggi è un venerdì 17 di un anno bisestile, tragedia per chi crede alla cabala, ma non basta perché gli astronomi ci informano che è prossimo il passaggio vicino alla terra di un grosso asteroide. Sembra sia grande quanto il monte Everest.

 

Per finire, come tutti purtroppo sappiamo, siamo nel bel mezzo di una pandemia che sta mietendo vittime e sta riducendo al lumicino l’economia mondiale.

 

Insomma una giornata da chiudersi in casa, per chi crede a tutti questi segnali negativi, nella speranza che non ci caschi il lampadario in testa. Una giornata normale, a prescindere il COVID-19, per chi non crede alla cabala.

La storia umana è piena di epidemie e pandemie ma quelle degli ultimi anni hanno avuto in comune un rapporto diretto con lo sfruttamento degli animali.

La diffusione e la crescita degli allevamenti intensivi di animali nel pianeta è oggi una delle principali cause di diffusione di malattie animali (zoonosi) e di passaggi di virus da animali a uomini con la conseguente diffusione di epidemie o peggio pandemie.

 

Esempi ne sono l’epidemia di influenza aviaria, proveniente dalle concentrazioni di volatili in est asiatico, o dei suini in Messico, da uno dei maggiori allevamenti di suini del Pianeta. Dal 2018 in Cina si sta diffondendo la peste suina, che ha costretto le autorità di diversi Paesi dell’Asia ad uccidere circa 450 milioni di suini nel corso del 2019, costringendo la Cina ad approvvigionamenti di carne congelata, anche dal nostro Paese. Ciò nonostante in Cina si costruiscono allevamenti di maiali alti come grattaceli, dentro i quali milioni di vite vengono recluse per tutta la loro breve esistenza. Da noi le fabbriche degli animali sono a un piano, ma non hanno nulla da invidiare come prigione, per un suino che deve vivere al buio, nel letame e stressato dalla concentrazione di confratelli.

 

Il nuovo Coronavirus si è diffuso nel mercato degli animali Huanan, nella città di Wuhan. I mercati dove si vende carne cruda, sono presenti in tutto il mondo, e in Cina la loro situazione è tra le peggiori: vi si trovano volpi, cammelli, conigli, struzzi, capre, cani e una lista infinita di altri animali, tra cui il pangolino. Ogni animale porta con sé il suo virus e, all’interno del mercato, lo trasmette ad altre specie. Questi mercati sono un esempio di crudeltà verso gli animali, di comportamenti alimentari capaci di consumare qualsiasi essere, e dell’adozione di comportamenti sanitari pericolosi per tutti, come ormai ampiamente provato.

 

Sul Coronavirus

È successo con il Coronavirus, con l’influenza aviaria, che ancora oggi costringe al massacro centinaia di milioni di volatili in tutto il mondo nel tentativo di fermare la diffusione di questa epidemia. Succederà di nuovo, se non impariamo dagli errori che questo modello di sviluppo e di alimentazione sta determinando.

 

La più grande estinzione di specie animali è in corso e i suoi effetti sono paragonabili a uno dei 5 eventi dell’era fossile. Le specie diminuiscono ad un tasso percentuale di oltre il 30 % negli ultimi 5 anni e l’accelerazione è incontrollabile, con effetti negativi anche sui cambiamenti climatici.

 

L’emergenza Coronavirus impone a tutti noi, alla politica, alle istituzioni nazionali e internazionali, cambiamenti radicali e profondi sul mondo interconnesso, casa sempre più piccola e angusta per più di 7 miliardi di persone ed oltre 70 miliardi di animali allevati e consumati ogni anno.

 

“Dobbiamo scegliere se vogliamo usare il nostro suolo per alimentare gli animali o le persone – afferma Roberto Bennati, Vicepresidente LAV. – La nostra agenda è semplice: vogliamo impiegare un ettaro di terra per dare nutrimento a 30 persone con proteine vegetali, o trasformare le proteine vegetali in proteine animali e far mangiare solo 5 persone?”

 

L’80% della soia, infatti, oggi viene impiegata come mangime negli allevamenti intensivi e l’80% degli antibiotici prodotti negli Stati Uniti è destinato agli animali. “Ogni anno 2 milioni di persone contraggono un’infezione resistente agli antibiotici e 90 mila di esse muoiono: questo a causa della resistenza generata dalla somministrazione agli animali” (Centri per il controllo delle malattie umane – USA).

 

Questa moderna pandemia insegna a tutti noi che dobbiamo cambiare il rapporto con la Natura, con l’alimentazione e con gli animali. Fermiamo il traffico di specie per riempire le nostre case di animali esotici provenienti da tutto il mondo, cambiamo la nostra alimentazione verso le proteine vegetali, adottiamo comportamenti che siano più rispettosi e leggeri sull’ambiente, miliardi di animali, noi e la nostra casa-Pianeta potremo sopravvivere ed evitare nuove pandemie e una vita più sicura per tutti gli esseri viventi”, conclude Bennati.

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