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Riportiamo in versione integrale l’intervista che Supernews ha avuto il piacere di realizzare a Paolo Poggi, ex attaccante, tra le altre, di Udinese, Roma e Mantova e attuale Direttore Tecnico del Venezia10 stagioni di Serie Aoltre 250 presenze e 50 goal, con 1 Coppa Italia vinta con il Torino

 

• Partiamo da un record personale: è tuo il goal più veloce della Serie A, 8 secondi, siglato quando giocavi al Piacenza nella gara al Franchi contro la Fiorentina. Una grande soddisfazione.
Un record che dura dal 2001, da 19 anni, tantissimo tempo. Anche se nel calcio di oggi sono cambiate un po’ le regole e potrebbe essere più semplice batterlo. Ricordo che qualche anno fa Icardi, calciando direttamente da metà campo, prese la traversa contro il Napoli. Che sudata! Come tutti i record è fatto per essere battuto, ma questa longevità fa piacere.

 

• Tu hai iniziato la carriera nella tua città, al Venezia in C1: cosa significa difendere i colori “di casa”?
È una grande responsabilità, ma soprattutto un grande onore. È forte il senso di orgoglio. In una città come Venezia, poi, dove non si gira con l’auto, i tifosi ti circondano ad ogni fine partita, la loro vicinanza si sente ancora più forte.

 

• In Serie B, l’anno successivo, sei stato il miglior cannoniere del Venezia di Zaccheroni. Una grande impresa per un ragazzo appena ventenne che già godeva della piena fiducia del tecnico.
L’anno della Serie B ha rappresentato per il Venezia il ritorno allo Stadio Sant’Elena, dopo anni passati a Mestre, e anche per questa ragione è stata una stagione molto significativa per me, essendo nato proprio a Sant’Elena. Questo mi ha spinto a dare ancora di più in campo. In quell’anno ho conosciuto Zaccheroni: era un tecnico giovane che, dopo due campionati vinti al Baracca Lugo, arrivava con un’idea di gioco ben chiara. Il suo modo di essere è stato fondamentale per coinvolgere un gruppo che aveva tanti giocatori di spicco con forti personalità.

 

• Nella stagione successiva arriva la chiamata del Torino e il 22 novembre 1992, a 21 anni, fai il tuo esordio in serie A contro la Juventus. Il tuo ricordo?
È stata una chiamata un po’ a sorpresa quella del Torino. Mi ero appena affacciato ad un calcio “da grandi” con il Venezia, i granata arrivavano da una finale di Coppa Uefa persa male con l’Ajax e Luciano Moggi, direttore sportivo granata dell’epoca, aveva scelto me per sostituire Lentini appena venduto al Milan. In quel novembre tremavano le gambe, esordire al Delle Alpi nel derby di Torino, particolarmente sentito dai tifosi granata, è stato qualcosa di molto bello.

 

• Tra l’altro, la Juventus, nella tua esperienza al Torino e non solo, ha rappresentato una squadra a cui hai segnato goal pesanti.
È vero. Nelle due semifinali della Coppa Italia 1992-93 vinta con il Torino ho segnato sia all’andata che al ritorno. E poi nello spareggio UEFA, qualche anno dopo con l’Udinese, ho messo a segno il goal dell’1-1 che ci ha permesso di qualificarci alla “vecchia” Europa League, mandando la Juventus all’Intertoto.

 

• In serie A hai scritto alcune delle pagine più belle dell’Udinese, conquistando 2 qualificazioni europee e arrivando a lottare, nella stagione 1997-98, anche per lo Scudetto.
Fino alla 27^ giornata di quel campionato, in una partita in casa con la Lazio (ndr persa 0-2), eravamo in lotta per il primo posto. È stato un sogno durato a lungo: la Juventus e l’Inter erano tecnicamente superiori, ma noi avevamo un gruppo molto difficile da affrontare. Alla fine abbiamo conquistato un grande 3° posto: l’unico rammarico è che la qualificazione alla Champions League è stata estesa alle prime 4 classificate soltanto nella stagione seguente.

 

• Tu, insieme ad Amoroso e Bierhoff, componevate un tridente pazzesco in quell’Udinese.
Aggiungo anche Locatelli e Jorgensen. Era ormai una squadra forte non solo nell’undici iniziale, ma avevamo una rosa molto competitiva anche in panchina. Il gruppo era diventato forte mentalmente e chiunque giocasse faceva poca differenza. Avevamo l’abitudine di fare le cose ad altissima intensità: ormai era stata acquisita una mentalità di gioco che faceva la differenza. Un po’ come accade oggi con l’Atalanta. Con Amoroso e Bierhoff mi trovavo benissimo non solo in campo, ma anche a livello caratteriale.

 

• Sempre nella stagione 1997-98 c’è stata la curiosa vicenda della tua figurina introvabile nelle chewing-gum, insieme a quella di Volpi del Bari. Come ti ricordi quell’episodio?
Erano state stampate pochissime figurine. Non sbaglio a dire che più del 99% dei ragazzi che ha fatto quella raccolta non l’ha completata. C’è stata anche un’interrogazione parlamentare e un’inchiesta sulla vicenda che ha portato a capire che fosse una truffa.

 

• Tra i tanti goal che hai fatto con la maglia dell’Udinese, ce n’è uno a cui sei particolarmente legato?
Ce ne sono diversi: quelli all’Ajax e al Widzew Lodz in Coppa UEFA, ad esempio. Ma la rete che ricordo con più soddisfazione è nella stagione 1996-97 ed è il goal che ha sbloccato la partita contro la Roma all’Olimpico, nell’incontro poi terminato 0-3 che ci ha permesso, per la prima volta nella storia dell’Udinese, di qualificarci in Europa.

 

• Qualche anno dopo approdi al Mantova, sfiorando, con una cavalcata incredibile dalla C1, la promozione in Serie A.
La scelta che mi ha permesso di andare a Mantova mi inorgoglisce ancora, un’esperienza bellissima. Nonostante il doppio passaggio indietro, dalla A alla C1, c’erano un paio di cose che mi trasmettevano fiducia: la presenza di Dario Hubner, con cui siamo stati compagni al Piacenza, il presidente Lori e la piazza che, dopo aver vinto la C2, mi raccontavano avere una fame di calcio incredibile. Sono stati due anni stupendi. Abbiamo anche sfiorato la serie A nel play-off contro il Torino: Gasparetto ha avuto una grande occasione a pochi minuti dalla fine dei supplementari. Meritavamo noi di vincere quello spareggio: quella finale persa ha tolto tanto anche al romanticismo del calcio.

 

• Gli ultimi 3 anni di carriera li hai trascorsi a “casa”, tornando a Venezia. Una scelta di cuore?
C’è un momento da calciatore, dopo un’intera carriera, in cui ti accorgi che per continuare a giocare ti servono emozioni quotidiane per svolgere al meglio il tuo lavoro. E il Venezia, a casa mia, era la squadra ideale perché mi dava stimoli importanti e questo mi ha consentito di giocare fino a 38 anni.

 

• Ripensando a tutta la tua carriera, qual è la partita che vorresti rigiocare per le grandi emozioni che ti ha regalato?
Senza dubbio, Udinese-Ajax. Gli olandesi sono stati molto fortunati in quell’occasione, erano una squadra fortissima con Van Der Sar, i fratelli De Boer, Witsel, ma noi avevamo giocato nettamente meglio sia il match d’andata (ndr perso 1-0) che quello di ritorno (ndr vinto 2-1). Vorrei rigiocarla per eliminarli, meritavamo noi di passare.

 

• Il difensore più ostico che ti ha marcato?
Cleto Polonia. Giocava al Piacenza ed è stato uno di quei difensori che ti davano preoccupazioni già prima di giocare la partita: forse un po’ sottovalutato durante la sua carriera, ma era un difensore davvero molto forte, il più fastidioso che ho incontrato.

 

• E il giocatore più forte in assoluto che hai ammirato in campo?
Troppo facile, Ronaldo. Il fenomeno. Era una sintesi delle qualità attuali di CR7 e Messi, era impressionante. Un giocatore senza difetti, se non legati a fragilità e sfortune fisiche, ma in un’ipotetica pagella sulle qualità da calciatore avrebbe preso tutti 10. Non aveva punti deboli: forte, veloce, faceva goal, aiutava la squadra, umile. Un giocatore che non ha paragoni nella storia del calcio.

 

Fonte e Photo Credits: news.superscommesse.it

Riproponiamo una recente intervista al fotografo friulano che racconta la sua passione per la montagna, in particolare per le Dolomiti

 

• Recentemente è uscito un servizio del Tgcom24 su di Lei e le Sue fotografie nella rubrica dedicata all’arte ai tempi del Coronavirus. Cosa ne pensa e come si sente?

Penso che questa sia una delle ottime iniziative che servono a distrarre un po’ dallo stress di stare continuamente a casa per tanto tempo. Di sicuro le particolari foto delle Dolomiti e del Nordest gioveranno a questo scopo, oltre che a pubblicizzarle per quando terminerà l’emergenza sanitaria. Sfruttare per questi motivi la mia arte mi fa stare bene. Mi rendo conto che sarà un piccolissimo contributo, ma è già qualcosa, e tanti di questi contributi messi insieme faranno la differenza.

 

• Lei ha preso in mano giovanissimo la macchina fotografica. C’è un modello a cui è particolarmente affezionato o qualcosa che ricorda con particolare piacere?

Ho ereditato la macchina fotografica da mio padre quando non c’erano ancora le foto a colori. Quando finalmente sono arrivate, ho immortalato gli uccellini che ho sempre allevato e mi sono reso conto di quanto si migliora in poco tempo. Poi, durante il servizio militare, con delle piccole Polaroid ho portato a casa parecchi ricordi. In quel periodo sono arrivate anche le videocamere che registravano filmati di 5 minuti e alla fine degli anni Ottanta avevo una videocamera con nastri che duravano mezz’ora per lato e allora mi sono filmato tutto il mio comune di Codroipo. Tutte le vie, casa per casa, e tutto il territorio.

 

• In passato ha realizzato anche degli MMS con le immagini del suo Friuli. Qual è il suo rapporto con la tecnologia?

Dovrei partire da prima degli MMS per spiegare questa passione. Vede, nel 1997 è comparsa nei cieli del Friuli la bellissima stella cometa Hale-Bopp. Mai vista una cosa simile a memoria d’uomo, a dir poco fantastica. Rincorrendola nelle notti terse, mi ha dato il tempo di fotografarla accanto o sopra tutte le torri, i campanili, i monumenti importanti che mi circondavano. In quel periodo esposi quelle foto a Mortegliano (UD), sotto il campanile più alto d’Italia. Riscontrai di aver fatto un buon lavoro perché vidi arrivare davanti ai miei quadri fotografi importanti.

Nel 2003, grazie ai telefoni cellulari, oltre agli SMS era arrivata per tutti la possibilità con gli MMS di spedire per via postale delle cartoline con commenti, saluti ecc. Così io, da bravo filatelico, entro l’anno ho spedito una cartolina per ogni località riportata sull’elenco telefonico del Friuli “Terra di risorgive”.

 

• La Sua ricerca è divisa in fotografie realistiche e pittografie. Cosa l’ha portata a questa diversificazione? Nel suo lavoro c’è inoltre una forte relazione tra il viaggio e lo scatto. Quanto è importante l’attimo?

Nel Medio Friuli, guardando da Nord-Ovest, l’orizzonte è ricamato dai monti della Slovenia, del Friuli, delle Dolomiti fino ai monti padovani e vicentini. Fin da ragazzo mi sono interessato ai loro nomi e alla loro fisionomia per riconoscerli e viaggiando molto per lavoro ho notato che osservandoli in orari diversi con condizioni climatiche diverse, mostrano dei particolari alle volte curiosi, specie per me che ho un carattere allegro e scherzoso.

Mi porto appresso sempre la macchina fotografica perché credo fermamente nella capacità di sorprendere l’istante. Così ho iniziato a costruire “Mitici e Dolomitici” con migliaia di fotografie. Negli ultimi anni le fotocamere dispongono di un sacco di tecnologia, c’è la possibilità di ravvivare i colori, di dare tonalità diverse, fare immagini posterizzate… Con queste nuove funzioni si possono ottenere immagini reali con colori e sfumature irreali. Con l’esperienza le accentuo o attenuo finché vedo che mi piacciono, allora scatto e ottengo le mie pittografie che stimolano la fantasia e la condivisione.

 

• Ha dei modelli di riferimento oppure la natura è la sua insegnante?

Le mie insegnanti sono la natura e la continua attenzione alla tecnologia che ci permette di sperimentare sempre di più.

 

• Lo scorso anno ha esposto in numerose città con Spoleto Arte e tenuto due personali, una a Belluno, l’altra alla Milano Art Gallery (MI). Qual è ora la sua prossima mossa?

Nel 2019 ho partecipato con soddisfazione a parecchie mostre. Quest’anno intanto sono fermo per l’emergenza sanitaria del COVID-19 che si spera termini al più presto… Poi vedremo dove ci porterà questo imprevedibile mondo.

 

• Rispetto alla pittura, alla scultura, ai video o alle installazioni che cosa può offrire la fotografia oggi?

Tutte le arti sono importanti perché documentano, raccontano situazioni, stimolano l’interpretazione, dimostrano l’abilità umana… Anche la fotografia deve avere tutte queste peculiarità, più quella dell’immediatezza.

 

 

Photo Credits: Massimo Procopio

Domani sera tutta Italia vedrà l’intramontabile icona genovese scendere le mitiche scale del Teatro Ariston. Alla vigilia della sua apparizione su Rai1 a fianco di Amadeus, abbiamo intervistato la splendida Sabrina Salerno, trevigiana d’adozione ormai da molti anni.

 

• Felice o sorpresa per l’invito a partecipare a Sanremo?

Sorpresa no, felice sì. Sanremo per me è tornare un po’ nel posto e nel teatro dove tutto è cominciato, avendo io vissuto a Sanremo dai 5 ai 15 anni, quindi in un periodo della mia vita molto importante.

 

• Che effetto ti fa tornare nella tua terra natale?

Sono legata affettivamente a quella città e al teatro dell’Ariston dove sono successe tante cose. Mi ricordo che lì per la prima volta vidi Grease, perché faceva anche cinema. Da ragazzina, fino ai 12-13 anni, mi imbucavo ogni volta che arrivavo al Festival di Sanremo per chiedere l’autografo e vedere i vari cantanti in gara. Diciamo che da lì sono nati un po’ i miei sogni.

 

• Cosa pensi dell’invito di Amadeus a partecipare al Festival?

Amadeus cercava donne con percorsi diversi, che avessero ancora molto da raccontare.

 

• Credi sia possibile che la tua storica amica Jo Squillo ti raggiunga sul palco dell’Ariston?
Siete sempre molto amiche, vi sentite?

Sì, con Jo siamo ancora molto amiche, ci siamo sentite anche ieri, ma la sua partecipazione non è prevista.

 

• Quali sono le tue impressioni in merito allo studio di incisione delle star della musica riaperto recentemente a Villa Condulmer di Mogliano Veneto?

Condulmer Recording Studio è stato inaugurato da poco e ne sono molto felice, perché di lì sono passate alcune delle più famose star mondiali e italiane al mondo.

 

• Perché hai deciso di vivere nella provincia trevigiana e cosa ti affascina di questi luoghi?

A dire il vero non ho deciso, è stata una scelta dettata dal destino perché come tutti sanno sono sposata con Enrico Monti e stiamo insieme da trent’anni, quindi mi sembrava una scelta fin troppo logica.
Comunque sia in Veneto c’è un’ottima qualità di vita e si sta bene (clima a parte)!

Archiviate ormai le elezioni amministrative che hanno visto la vittoria dello schieramento di Centro Destra, siamo tornati in argomento con uno dei più ascoltati e apprezzati sindaci del passato moglianese, Ugo Bugin, noto per la sua provata appartenenza nella casa di sinistra.

 

Bugin, ora che gli animi si sono raffreddati, penso ti sia possibile dare una lettura della sconfitta del Centro Sinistra alle ultime elezioni comunali.

Devo dire che digerire una sconfitta simile a quella subita dal Centro Sinistra nelle elezioni amministrative a Mogliano, è dura. Il sindaco uscente avrebbe vinto al primo turno se l’ondata leghista non fosse passata per Mogliano.

 

È indubbio che l’elemento predominante di questa sconfitta è stato il fenomeno leghista, ma si sono sommate anche difficoltà specifiche sulla gestione dell’amministrazione Arena.

Faccio notare che il sindaco uscente è sempre privilegiato e Carola ha avuto anche una buona quantità di risorse economiche che ha usato bene.

 

Secondo te si può attribuire la colpa di questa sconfitta a qualcuno o a fatti specifici?

Attribuire a qualcuno la colpa dell’insuccesso è una maniera per non affrontare i problemi esistenti e che io avevo segnalato.

Il rapporto tra la sindaca e parte della popolazione è stato sempre carente. Si dice che la Arena abbia perso per solo 44 voti, io dico che è passata al secondo turno solo per 88 voti,  altrimenti non andava neppure al ballottaggio.

Con convinzione affermo che le semplificazioni non aiutano nessuno. Dare la colpa a qualcuno non è costruttivo ed è pertanto sbagliato. C’erano ragioni profonde che hanno portato a questo risultato.

 

Alcune tue posizioni critiche nei confronti del sindaco Arena, potrebbero aver indotto qualcuno ad addossarti parte della colpa della sconfitta elettorale subita dal Centro Sinistra. Cosa hai da dire in merito?

Dire che è in parte colpa mia è assurdo, anche se qualcuno vorrebbe addossarmi parte dell’esito negativo delle elezioni. Io sono sempre stato uomo di provata fede di sinistra. Pongo ora una domanda, che fine ha fatto e farà  la sinistra moglianese? Ha certamente subito una forte battuta di arresto. Ora che il clima è più freddo posiamo valutare che la sinistra ha avuto a Mogliano non solo ha avuto una forte battuta d’arresto, ma che ha anche forti problemi per la ripresa. È indispensabile fare una seria riflessione che non abbia l’obiettivo, poco costruttivo ma al contrario distruttivo, di ricercare colpe inesistenti, ma che miri a una rinnovata unità delle varie componenti e delle persone collocate a sinistra. Riproporre in definitiva una nuova forza che cominci a fare opposizione seria e costruttiva, non polemica, ma basata sull’esperienza che possiede la sinistra su settori come ad esempio sanità e scuola.

 

In conclusione, secondo te, la sinistra a Mogliano ha ancora molto da dire?

La sinistra qui ha ancora molto da dire. Io vengo dalla pancia di Mogliano, conosco tutto e tutti quindi sono convinto che a Mogliano la sinistra sia ancora molto forte. Credo che ci sia la possibilità di vincere le prossime elezioni amministrative e di riprendere in mano il Comune. Su questa impostazione occorre abbandonare i pregiudizi che sussistono sul passato. Affermo inoltre che c’è bisogno delle esperienze dei vecchi uomini della sinistra, esperienze che non vanno buttate via. Esse sono un fattore di crescita e di aggregazione. Le persone intelligenti recuperano queste esperienze e le affidano ai giovani perché ne facciano tesoro, per trovare spazi per un impegno sociale e politico.

L’assessore al Sociale, Giuliana Tochet, è già in piena attività. Come sua abitudine si è rimboccata le maniche e ha affrontato le problematiche che l’assessorato affidatole presenta.

Ci siamo incontrati con l’Assessore, che ci ha rilasciato una breve intervista.

 

Buon giorno assessore, a pochi giorni dall’insediamento quali sono i primi problemi che ha affrontato?

Siamo una giunta operativa sin da subito. Dopo appena tre giorni dall’incarico tutti eravamo in piena attività. Per quanto mi riguarda ho subito affrontato il problema degli anziani e del caldo. Non potendo per il momento usufruire del Centro Anziani, ho dovuto trovare un luogo idoneo. Ho così risolto questo problema alloggiando gli anziani nel Centro Sociale luogo climatizzato, ora sono in un posto idoneo, al fresco, provvedendo anche a fornirli di bevande fresche.

 

A proposito, quale è la situazione del Centro Anziani? Quali altre problematiche urgenti sta tentando di risolvere?

Sto affrontando il problema apertura Centro Anziani dove si stanno ultimando le ultime cose e prevedo che in settimana sarà possibile l’apertura. Una cosa che necessita immediata soluzione è l’emergenza abitativa. Stiamo già lavorando su questo ed è la cosa che più mi sta a cuore. Inoltre per le pari opportunità devo lavorare sul regolamento per pensare anche agli uomini, non solo alle donne perché anche i padri hanno dei diritti. Sempre nell’ambito delle pari opportunità lavoreremo con progetti atti a combattere la violenza sulle donne, il bullismo, l’emarginazione e che favoriscano l’educazione socio affettiva per genitori.

 

Assessore, ora che è presa dal suo nuovo gravoso incarico abbandonerà l’associazione Il Pesco da lei con tanto amore e dedizione seguita sino ad oggi?

Naturalmente ho lasciato la presidenza de Il Pesco, ma l’associazione continua ad andare avanti, Mercoledì ci sarà la nomina del nuovo presidente, ma io non lo lascerò solo. Seguirò ancora il progetto Sollievo con la possibilità ora di entrare nella Conferenza dei Sindaci portando la voce dei Sollievo a livello regionale.

 

Altri problemi?

È urgente combattere le povertà. Ho appena inaugurato “La Scintilla”. Importantissimo è il fatto che abbiamo già creato una rete tra gli assessori al sociale di Preganziol, Mogliano e Zero Branco, lavoriamo già insieme. Se i territori sono uniti si raggiungono prima i risultati.

Sto lavorando per l’accreditamento del nuovo Centro Diurno per anziani al Gris che è stato realizzato grazie alla donazione di un filantropo. Per novembre dovrebbe essere aperto, ma non ancora accreditato quindi per il momento sarà a pagamento.

Voglio circondarmi di persone entusiaste che lavorano come lavoro io.

Buongiorno Luca Durighetto, quali sono i Suoi trascorsi politici e perché ha deciso di candidarsi a queste elezioni amministrative in veste di Sindaco?

Buongiorno a voi. Sono attivo politicamente da ormai 10 anni.

All’età di 27 anni ho iniziato il mio percorso nell’amministrazione pubblica, la prima carica è stata quella di consigliere con delega alle Politiche giovanili, e ho avuto la possibilità di operare in autonomia.

La seconda carica è stata di assessore allo Sport, all’Istruzione, alla Cultura e alle Politiche giovanili.

Mi chiedono in molti per quale motivo ho deciso di candidarmi. La voglia di rinnovare la squadra dopo l’ultimo mandato era forte da parte della lista civica di cui faccio parte; per questa ragione il gruppo ha deciso che sarei stato la persona ideale per incarnare questo spirito di cambiamento.

 

 

Cosa significa cambiamento?

Cambiamento significa avere un approccio diverso all’amministrazione pubblica.

Quando dieci anni fa abbiamo preso in mano il Comune, ci siamo trovati una situazione debitoria alquanto allarmante.

Il bilancio segnava un disavanzo di oltre 4.000.000 di euro.

Abbiamo iniziato a realizzare una serie di progetti pianificati, volti a sanare il debito e a mantenere lo standard di servizi ai cittadini.

Durante questi anni siamo riusciti a far scendere il debito del Comune fino a 800.000 euro circa, con l’obiettivo di appianarlo definitivamente.

 

 

Com’è andata? Soddisfatto per questa vittoria?

Sono chiaramente felice ma anche determinato e conscio che questo non è punto di arrivo ma di partenza. I cittadini hanno deciso di darci nuovamente fiducia e noi, non vogliamo deluderli.

Questa è stata la vittoria delle persone sui simboli!

Quando si parla di lista civica, noi cerchiamo di incarnare appieno lo spirito che la definisce.

All’interno della lista ci sono, infatti, persone con idee e posizioni politiche diverse, legate però dalla volontà comune di migliorare la nostra bellissima città, Zero Branco.

 

 

A questo punto quali sono i Suoi progetti per i prossimi cinque anni?

I prossimi 5 anni saranno una grande sfida per il nostro comune. Abbiamo grandi progetti pronti, primo fra tutti la realizzazione di una pista ciclabile Green che collegherà Zero Branco alla Via Ostiglia lungo il Rio Vernise.

Abbiamo inoltre predisposto la realizzazione di altri tratti di ciclabile urbana a partire da Via Peseggiana.

Altri progetti prevedono la realizzazione della nuova rotonda Casarin e di una nuova palestra comunale per i nostri ragazzi.

Per i giovani stiamo facendo ripartire gli scambi dedicati ai ragazzi delle scuole superiori e i Paesi esteri.

Per i più piccoli di elementari e medie stiamo organizzando dei camping in lingua inglese, oltre ad attività pomeridiane, svolte insieme alle associazioni del territorio e volte a formare i ragazzi con corsi di inglese, informatica e arti umanistiche.

 

 

Ed ora vuole ringraziare qualcuno?

Certamente, innanzitutto voglio ringraziare i cittadini di Zero Branco per averci dato fiducia.

Senz’altro, inoltre, tutte le persone con cui ho lavorato in questi 10 anni, tutti quelli che sono stati in Consiglio con me, gli amici e, infine, la mia famiglia, che mi sostiene ogni giorno.

 

 

 

Alessio Tonin

Il neo eletto Sindaco Davide Bortolato ha da subito dimostrato la sua disponibilità e vicinanza alla stampa concedendo, a pochissimi giorni dall’insediamento, una breve intervista alla nostra testata.

 

Signor Sindaco, quali saranno i primissimi segnali che darà alla città?

Come priorità ci occuperemo  delle frazioni ed dei quartieri, che ci hanno sostenuto e che sono stati i grandi dimenticati in questi ultimi anni. Conosco le potenzialità del bilancio e vorrei quindi vedere cosa è possibile fare per la passerella sul Rustegon a Campocroce.

 

Come lei sa esiste una emergenza parcheggi in città, come pure esistono problemi per le associazioni sportive, queste due cose sono per lei delle priorità? E cosa pensa di fare in merito?

Sono indubbiamente tra le primissime priorità. Infatti vorrei affidare un incarico per fare il P.U.M. (Piano Urbano Modalità) e rivedere tutta la questione parcheggi allo scopo di risolvere l’emergenza che c’è in centro città.

Mi occuperò da subito anche delle associazioni sportive per le quali in questi ultimi cinque anni ci sono stati zero investimenti. Abbiamo lo stadio Ferretto messo male, e lo stesso vale per i campi da tennis, me ne voglio occupare con investimenti e soldi perché per noi lo sport ha una funzione sociale.

 

Bene, allora queste sono le primissime urgenze, e quando presenterà la squadra che governerà la città per i prossimi cinque anni?

Conto di presentare la squadra ad inizio settimana prossima e poi faremo il primo Consiglio Comunale d’insediamento. Desidero aggiungere che sono pieno di soddisfazione per la fiducia datami dalla città e ringrazio tutti i moglianesi perché intendo essere il sindaco di tutti.

In questi giorni ho avuto molti attestati di fiducia ed auguri di buon lavoro, c’è stato un abbraccio caloroso della città. Continuerò a stare in mezzo alla gente e così faranno tutti i miei assessori.

Il mio primo impegno pubblico è stato l’incontro con i tecnici ed i professionisti della città ed i tecnici comunali di urbanistica.

Il secondo mio impegno pubblico sarà domenica prossima in occasione della festa  per il 250esimo anniversario dell’Arma dei Carabinieri. Sempre domenica prossima in piazza ci sarà anche l’evento “bollicine”.

Una piacevole chiacchierata tra i vigneti della Valpolicella con Marco Benedetti e i suoi vini, una gradevole scoperta del Vinitaly 2019

 

Marco Benedetti, classe 1988, è un ragazzo tenace e volenteroso. Conosce questi territori come le sue tasche. Suo nonno Luigi, per tutti Bieti, nel 1969 compra il terreno dove Marco vive tuttora, con il sogno, un giorno, di produrre il proprio vino.

 

Nel 2009 Marco si diploma e decide di trascorrere l’estate vendemmiando da alcuni parenti che lo assumono per l’anno seguente. Nel 2011 inizia poi a lavorare nella cantina vicino a casa.

Successivamente grazie al corso Sommelier AIS, Marco impara le tecniche di degustazione e di comunicazione, completando così il suo Know How enologico.

 

Il 2013 è l’anno della svolta. Marco prende in affitto gli ettari di vigneto di proprietà di suo zio Elio, portando così i propri possedimenti a 5 ettari totali.

Nasce così DolceVera.

Nei primi tre anni l’azienda sussiste grazie alla vendita di uva, finché nel 2016 inizia la vinificazione dell’intera gamma.

I vini di DolceVera sono i classici rossi della Valpolicella: grandi vini ricchi di gusto, profumo e corpo. 

 

 

 

Caro Marco, la tua è una storia di eccellenza vitivinicola: da dove nasce il nome DolceVera?

Questa è una domanda che mi fanno in molti. Vera è il nome di una suora molto cara a mio padre e che ha funto da guida spirituale in diverse occasioni.

Visto che mio padre ha sempre voluto portare avanti il sogno di mio nonno di produrre vino, ho deciso di omaggiarlo così per l’aiuto che mi ha dato.

 

Com’è stata la vendemmia 2018?

Il 2018 è stata un’annata difficile. Malgrado questo, è stata molto abbondante e con una concentrazione zuccherina elevata, e questo ci fa ben sperare.

Solo il tempo ora potrà rivelarci che tipo di vino sarà.  

 

Come si pone l’azienda verso la questione del biologico e dei trattamenti in agricoltura?

La tendenza è quella di abbracciare sempre più una filosofia green e l’azienda opera in questa direzione.

Nel mondo del vino convertirsi al biologico non è difficile, ma va posta attenzione a quali prodotti “alternativi” mettere sulla pianta, che va nutrita e difesa.

Ciò non significa evitare i trattamenti, ma farne solo quelli strettamente necessario in virtù delle necessità della vite, soprattutto in via preventiva e meno invasiva, contro le infestazioni da parassiti.

Data la delicatezza della pianta, nelle stagioni particolarmente piovose l’agricoltura biologica prevede circa il doppio dei trattamenti rispetto a quella tradizionale.

DolceVera opera partendo dal concetto delle 3 R: riduci, risparmia e rispetta.

 

Quali sono i tuoi mercati esteri di riferimento e su quali ti stai indirizzando?

Quest’anno ho partecipato per la prima volta a Vinitaly. Questa esperienza è stata incredibile per me. Ho avuto modo di conoscere un sacco di colleghi e addetti del settore molto interessati alla mia storia.

Nel futuro vorrei aumentare la quota di mercato negli Stati Uniti e consolidare quella crescente in Polonia.

 

Quante bottiglie riesci a produrre oggi? 

Oggi l’azienda produce circa 10.000 bottiglie all’anno. L’obiettivo da qui ai prossimi 5 anni è quello di raddoppiare e arrivare a 20.000.

La possibilità massima del terreno è di circa 50.000 bottiglie all’anno e DolceVera desidera arrivarci in massimo 10 anni.

 

C’è un vino della tua cantina al quale sei più legato o un’annata in particolare?

Beh in realtà sono molto legato a tutti i miei vini e metto la stessa passione in ognuno. Per quanto riguarda le annate, non abbiamo ancora una produzione così profonda per poterti rispondere.

Il mio vino preferito è sicuramente il Valpolicella Ripasso, esprime a pieno le peculiarità della nostra terra e si fa bere sempre, anche se ha struttura e corpo importanti.

 

Si possono effettuare visite in cantina?

Certamente, durante il periodo estivo, grazie alla collaborazione di una agenzia viaggi, organizzo visite per turisti (sopratutto americani) in mezzo ai vigneti, facendo loro provare l’arte della potatura e del raccolto.

Aspettiamo anche voi, con molto piacere!

 

Ivan D’Amore è un giovane promettente e pieno di entusiasmo che è stato candidato per la coalizione di Centro Destra nelle elezioni amministrative di Preganziol, vinte dal Sindaco uscente Paolo Galeano al primo turno.

 

Il giovane D’Amore, iscritto nelle file di Fratelli D’Italia, pur non essendo stato eletto ha avuto una magnifica affermazione con ben 111 voti di preferenza, che lo hanno posto al terzo posto tra i concorrenti del Centro Destra.

 

La nostra testata quindi ha voluto intervistare la giovane promessa di Fratelli d’Italia.

 

Buon giorno Ivan, allora com’è andata? Soddisfatto per questa prima esperienza politica?

È andata bene, sono sorpreso per le mie 111 preferenze, il terzo in tutta la coalizione, è stato un risultato personale che mi riempie di orgoglio, e che mi incita a continuare su questa strada. Evidentemente sono piaciuti i progetti che ho esposto: sicurezza urbana, lotta all’accattonaggio e alla prostituzione.

 

A questo punto quali sono i Suoi progetti per i prossimi cinque anni?

L’impegno personale è quello di continuare puntando su questi miei progetti. Non sono stato eletto consigliere per una questione di percentuali di partito pur essendo il terzo più votato della coalizione.

Resto comunque a disposizione dell’Amministrazione per dare il mio contributo come tecnico.

 

Bene questa è una posizione costruttiva. Quali invece le Sue posizioni verso Fratelli d’Italia?

Seguirò Fratelli d’ Italia che voglio portare in crescita anche a livello comunale e riuscire a creare anche a Preganziol un circolo forte per attirare i giovani trasmettendo loro i sani ideali. Tra cinque anni dobbiamo essere il partito di punta a Preganziol.

Nello stesso tempo mi impegnerò per portare il circolo al massimo, costruire con gli altri ed essere così protagonisti tra 5 anni. Punterò molto su tre cose: Sport, verde, cultura ( desidero fare una squadra di calcetto con il logo di Fratelli d’Italia).

 

Ed ora vuole ringraziare qualcuno?

Sì, rivolgo un ringraziamento al nostro gruppo Whatsapp “Tuttinsiemesipuò”, che è stato determinante per la mia affermazione e che ormai è come una grande famiglia.

Desidero terminare precisando che noi puntiamo ad essere propositivi verso questa amministrazione, con il dialogo si può costruire per fare l’interesse della comunità e dei cittadini.

Il nostro giornale accoglie oggi un ospite speciale: il tennista nativo di Mestre Gianluigi Quinzi, nonché giovane promessa del tennis italiano a livello mondiale, che ci si è gentilmente concesso per raccontarci quanto ha fatto sino ad oggi, e quelle che sono le sue ambizioni per il futuro.

 

 

Quando hai iniziato a giocare a tennis per la prima volta? Sappiamo che non praticavi solo questa disciplina nell’età della tua fanciullezza.

La prima volta che ho giocato è stata quando avevo 4 anni, praticavo come hai accennato diversi sport: sci e go kart, anche a livelli abbastanza buoni! Ho dovuto poi lasciar tutto quando a 8 anni ho avuto una borsa di studio in America da Nick Bollettieri e da lì è cominciata la mia carriera tennistica.

 

Parlaci del ricordo e del piacere che hai provato per la tua vittoria a Wimbledon Juniores nell’anno 2013, senza dimenticare la tua partecipazione alle Next Generation ATP Finals 2017 a Milano…

Ho bellissimi ricordi di Wimbledon, ogni partita che vincevo provavo un’emozione che non si può descrivere, ogni volta che il sento il nome di quel torneo, anche al giorno d’oggi, provo una sensazione davvero speciale: è stato il torneo più bello della mia vita. Il torneo ‘’Nextgen’’ è stato ugualmente molto bello, anche se venivo da un periodo in cui non giocavo benissimo, non avevo aspettative e non sentivo pressioni, in quanto non essendo in uno dei miei migliori periodi, mi dicevo fra me e me: ’’Vabbè, vado e vediamo come va’’. Partendo poi dalle qualificazioni, sono riuscito ad accedere alla fase finale del torneo ottenendo l’unica Wild Card che attribuivano e da li è cambiato tutto… Avevo tanta voglia di giocare con i miei coetanei (Shapovalov, Chung, Rublev nel suo girone, N.d.R.) che in passato battevo, ma siccome in quel momento erano sopra di me in classifica, la cosa mi faceva sentire un po’ triste. Sono stato comunque contento del torneo giocato.

 

Eri e sei attualmente, nonostante il periodo condizionato dagli infortuni e altre problematiche, una delle maggiori promesse del tennis italiano a livello mondiale: ti ritieni soddisfatto complessivamente di quanto fatto fino ad oggi?


Tra i vari infortuni e altro ho fatto bene, ma non benissimo… Ho qualche rimpianto perché potevo fare meglio in questi anni, ma non mi posso lamentare.

 

L’Italia tennistica e non solo crede ancora molto in te: come stai vivendo il tuo momento e quali i tuoi sogni ed obbiettivi principali?

Il mio sogno è vincere lo Us Open ed il mio obbiettivo è arrivare tra i primi 100 al mondo. C’è tanta gente che mi scrive e che mi cerca e questo è positivo, basta che mi cercano, positivamente o negativamente non importa! L’importante è che mi cerchino (ride, N.d.R.). Devo ringraziare la mia famiglia perché se sono arrivato fino a qui è anche grazie a loro e spero di raggiungere il mio obiettivo.

 

 

Intervista a cura di Edoardo Diamantini

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