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Il neo eletto Sindaco Davide Bortolato ha da subito dimostrato la sua disponibilità e vicinanza alla stampa concedendo, a pochissimi giorni dall’insediamento, una breve intervista alla nostra testata.

 

Signor Sindaco, quali saranno i primissimi segnali che darà alla città?

Come priorità ci occuperemo  delle frazioni ed dei quartieri, che ci hanno sostenuto e che sono stati i grandi dimenticati in questi ultimi anni. Conosco le potenzialità del bilancio e vorrei quindi vedere cosa è possibile fare per la passerella sul Rustegon a Campocroce.

 

Come lei sa esiste una emergenza parcheggi in città, come pure esistono problemi per le associazioni sportive, queste due cose sono per lei delle priorità? E cosa pensa di fare in merito?

Sono indubbiamente tra le primissime priorità. Infatti vorrei affidare un incarico per fare il P.U.M. (Piano Urbano Modalità) e rivedere tutta la questione parcheggi allo scopo di risolvere l’emergenza che c’è in centro città.

Mi occuperò da subito anche delle associazioni sportive per le quali in questi ultimi cinque anni ci sono stati zero investimenti. Abbiamo lo stadio Ferretto messo male, e lo stesso vale per i campi da tennis, me ne voglio occupare con investimenti e soldi perché per noi lo sport ha una funzione sociale.

 

Bene, allora queste sono le primissime urgenze, e quando presenterà la squadra che governerà la città per i prossimi cinque anni?

Conto di presentare la squadra ad inizio settimana prossima e poi faremo il primo Consiglio Comunale d’insediamento. Desidero aggiungere che sono pieno di soddisfazione per la fiducia datami dalla città e ringrazio tutti i moglianesi perché intendo essere il sindaco di tutti.

In questi giorni ho avuto molti attestati di fiducia ed auguri di buon lavoro, c’è stato un abbraccio caloroso della città. Continuerò a stare in mezzo alla gente e così faranno tutti i miei assessori.

Il mio primo impegno pubblico è stato l’incontro con i tecnici ed i professionisti della città ed i tecnici comunali di urbanistica.

Il secondo mio impegno pubblico sarà domenica prossima in occasione della festa  per il 250esimo anniversario dell’Arma dei Carabinieri. Sempre domenica prossima in piazza ci sarà anche l’evento “bollicine”.

Una piacevole chiacchierata tra i vigneti della Valpolicella con Marco Benedetti e i suoi vini, una gradevole scoperta del Vinitaly 2019

 

Marco Benedetti, classe 1988, è un ragazzo tenace e volenteroso. Conosce questi territori come le sue tasche. Suo nonno Luigi, per tutti Bieti, nel 1969 compra il terreno dove Marco vive tuttora, con il sogno, un giorno, di produrre il proprio vino.

 

Nel 2009 Marco si diploma e decide di trascorrere l’estate vendemmiando da alcuni parenti che lo assumono per l’anno seguente. Nel 2011 inizia poi a lavorare nella cantina vicino a casa.

Successivamente grazie al corso Sommelier AIS, Marco impara le tecniche di degustazione e di comunicazione, completando così il suo Know How enologico.

 

Il 2013 è l’anno della svolta. Marco prende in affitto gli ettari di vigneto di proprietà di suo zio Elio, portando così i propri possedimenti a 5 ettari totali.

Nasce così DolceVera.

Nei primi tre anni l’azienda sussiste grazie alla vendita di uva, finché nel 2016 inizia la vinificazione dell’intera gamma.

I vini di DolceVera sono i classici rossi della Valpolicella: grandi vini ricchi di gusto, profumo e corpo. 

 

 

 

Caro Marco, la tua è una storia di eccellenza vitivinicola: da dove nasce il nome DolceVera?

Questa è una domanda che mi fanno in molti. Vera è il nome di una suora molto cara a mio padre e che ha funto da guida spirituale in diverse occasioni.

Visto che mio padre ha sempre voluto portare avanti il sogno di mio nonno di produrre vino, ho deciso di omaggiarlo così per l’aiuto che mi ha dato.

 

Com’è stata la vendemmia 2018?

Il 2018 è stata un’annata difficile. Malgrado questo, è stata molto abbondante e con una concentrazione zuccherina elevata, e questo ci fa ben sperare.

Solo il tempo ora potrà rivelarci che tipo di vino sarà.  

 

Come si pone l’azienda verso la questione del biologico e dei trattamenti in agricoltura?

La tendenza è quella di abbracciare sempre più una filosofia green e l’azienda opera in questa direzione.

Nel mondo del vino convertirsi al biologico non è difficile, ma va posta attenzione a quali prodotti “alternativi” mettere sulla pianta, che va nutrita e difesa.

Ciò non significa evitare i trattamenti, ma farne solo quelli strettamente necessario in virtù delle necessità della vite, soprattutto in via preventiva e meno invasiva, contro le infestazioni da parassiti.

Data la delicatezza della pianta, nelle stagioni particolarmente piovose l’agricoltura biologica prevede circa il doppio dei trattamenti rispetto a quella tradizionale.

DolceVera opera partendo dal concetto delle 3 R: riduci, risparmia e rispetta.

 

Quali sono i tuoi mercati esteri di riferimento e su quali ti stai indirizzando?

Quest’anno ho partecipato per la prima volta a Vinitaly. Questa esperienza è stata incredibile per me. Ho avuto modo di conoscere un sacco di colleghi e addetti del settore molto interessati alla mia storia.

Nel futuro vorrei aumentare la quota di mercato negli Stati Uniti e consolidare quella crescente in Polonia.

 

Quante bottiglie riesci a produrre oggi? 

Oggi l’azienda produce circa 10.000 bottiglie all’anno. L’obiettivo da qui ai prossimi 5 anni è quello di raddoppiare e arrivare a 20.000.

La possibilità massima del terreno è di circa 50.000 bottiglie all’anno e DolceVera desidera arrivarci in massimo 10 anni.

 

C’è un vino della tua cantina al quale sei più legato o un’annata in particolare?

Beh in realtà sono molto legato a tutti i miei vini e metto la stessa passione in ognuno. Per quanto riguarda le annate, non abbiamo ancora una produzione così profonda per poterti rispondere.

Il mio vino preferito è sicuramente il Valpolicella Ripasso, esprime a pieno le peculiarità della nostra terra e si fa bere sempre, anche se ha struttura e corpo importanti.

 

Si possono effettuare visite in cantina?

Certamente, durante il periodo estivo, grazie alla collaborazione di una agenzia viaggi, organizzo visite per turisti (sopratutto americani) in mezzo ai vigneti, facendo loro provare l’arte della potatura e del raccolto.

Aspettiamo anche voi, con molto piacere!

 

Ivan D’Amore è un giovane promettente e pieno di entusiasmo che è stato candidato per la coalizione di Centro Destra nelle elezioni amministrative di Preganziol, vinte dal Sindaco uscente Paolo Galeano al primo turno.

 

Il giovane D’Amore, iscritto nelle file di Fratelli D’Italia, pur non essendo stato eletto ha avuto una magnifica affermazione con ben 111 voti di preferenza, che lo hanno posto al terzo posto tra i concorrenti del Centro Destra.

 

La nostra testata quindi ha voluto intervistare la giovane promessa di Fratelli d’Italia.

 

Buon giorno Ivan, allora com’è andata? Soddisfatto per questa prima esperienza politica?

È andata bene, sono sorpreso per le mie 111 preferenze, il terzo in tutta la coalizione, è stato un risultato personale che mi riempie di orgoglio, e che mi incita a continuare su questa strada. Evidentemente sono piaciuti i progetti che ho esposto: sicurezza urbana, lotta all’accattonaggio e alla prostituzione.

 

A questo punto quali sono i Suoi progetti per i prossimi cinque anni?

L’impegno personale è quello di continuare puntando su questi miei progetti. Non sono stato eletto consigliere per una questione di percentuali di partito pur essendo il terzo più votato della coalizione.

Resto comunque a disposizione dell’Amministrazione per dare il mio contributo come tecnico.

 

Bene questa è una posizione costruttiva. Quali invece le Sue posizioni verso Fratelli d’Italia?

Seguirò Fratelli d’ Italia che voglio portare in crescita anche a livello comunale e riuscire a creare anche a Preganziol un circolo forte per attirare i giovani trasmettendo loro i sani ideali. Tra cinque anni dobbiamo essere il partito di punta a Preganziol.

Nello stesso tempo mi impegnerò per portare il circolo al massimo, costruire con gli altri ed essere così protagonisti tra 5 anni. Punterò molto su tre cose: Sport, verde, cultura ( desidero fare una squadra di calcetto con il logo di Fratelli d’Italia).

 

Ed ora vuole ringraziare qualcuno?

Sì, rivolgo un ringraziamento al nostro gruppo Whatsapp “Tuttinsiemesipuò”, che è stato determinante per la mia affermazione e che ormai è come una grande famiglia.

Desidero terminare precisando che noi puntiamo ad essere propositivi verso questa amministrazione, con il dialogo si può costruire per fare l’interesse della comunità e dei cittadini.

Il nostro giornale accoglie oggi un ospite speciale: il tennista nativo di Mestre Gianluigi Quinzi, nonché giovane promessa del tennis italiano a livello mondiale, che ci si è gentilmente concesso per raccontarci quanto ha fatto sino ad oggi, e quelle che sono le sue ambizioni per il futuro.

 

 

Quando hai iniziato a giocare a tennis per la prima volta? Sappiamo che non praticavi solo questa disciplina nell’età della tua fanciullezza.

La prima volta che ho giocato è stata quando avevo 4 anni, praticavo come hai accennato diversi sport: sci e go kart, anche a livelli abbastanza buoni! Ho dovuto poi lasciar tutto quando a 8 anni ho avuto una borsa di studio in America da Nick Bollettieri e da lì è cominciata la mia carriera tennistica.

 

Parlaci del ricordo e del piacere che hai provato per la tua vittoria a Wimbledon Juniores nell’anno 2013, senza dimenticare la tua partecipazione alle Next Generation ATP Finals 2017 a Milano…

Ho bellissimi ricordi di Wimbledon, ogni partita che vincevo provavo un’emozione che non si può descrivere, ogni volta che il sento il nome di quel torneo, anche al giorno d’oggi, provo una sensazione davvero speciale: è stato il torneo più bello della mia vita. Il torneo ‘’Nextgen’’ è stato ugualmente molto bello, anche se venivo da un periodo in cui non giocavo benissimo, non avevo aspettative e non sentivo pressioni, in quanto non essendo in uno dei miei migliori periodi, mi dicevo fra me e me: ’’Vabbè, vado e vediamo come va’’. Partendo poi dalle qualificazioni, sono riuscito ad accedere alla fase finale del torneo ottenendo l’unica Wild Card che attribuivano e da li è cambiato tutto… Avevo tanta voglia di giocare con i miei coetanei (Shapovalov, Chung, Rublev nel suo girone, N.d.R.) che in passato battevo, ma siccome in quel momento erano sopra di me in classifica, la cosa mi faceva sentire un po’ triste. Sono stato comunque contento del torneo giocato.

 

Eri e sei attualmente, nonostante il periodo condizionato dagli infortuni e altre problematiche, una delle maggiori promesse del tennis italiano a livello mondiale: ti ritieni soddisfatto complessivamente di quanto fatto fino ad oggi?


Tra i vari infortuni e altro ho fatto bene, ma non benissimo… Ho qualche rimpianto perché potevo fare meglio in questi anni, ma non mi posso lamentare.

 

L’Italia tennistica e non solo crede ancora molto in te: come stai vivendo il tuo momento e quali i tuoi sogni ed obbiettivi principali?

Il mio sogno è vincere lo Us Open ed il mio obbiettivo è arrivare tra i primi 100 al mondo. C’è tanta gente che mi scrive e che mi cerca e questo è positivo, basta che mi cercano, positivamente o negativamente non importa! L’importante è che mi cerchino (ride, N.d.R.). Devo ringraziare la mia famiglia perché se sono arrivato fino a qui è anche grazie a loro e spero di raggiungere il mio obiettivo.

 

 

Intervista a cura di Edoardo Diamantini

Il centro commerciale Valecenter di Marcon sta subendo una ennesima ristrutturazione, allo scopo di renderlo più vicino ai sempre più pressanti adeguamenti imposti dall’evoluzione della clientela e del commercio.

 

Su quanto si sta preparando in Valecenter, Federico Cimbelli di Multi Italy, che si occupa delle trasformazioni e adeguamenti del centro commerciale di Marcon, ha rilasciato alla nostra testata la seguente intervista.

 

Dott. Cimbelli, il centro Commerciale Valecenter deve essere sottoposto ad una revisione degli spazi commerciali?
Premetto che la proprietà crede nel Valecenter e intende continuare ad investire sul territorio. Il Centro Commerciale sta subendo una ennesima ristrutturazione sia negli spazi commerciali, sia per quanto riguarda l’ipermercato Carefour.

 

Bene, come sta per essere ristrutturato l’ipermercato Carefour?
L’ipermercato, che copriva una superficie di 17,000 mq, perde 7.000 mq che sono stati assegnati e tre grandi marchi che hanno già aperto, o stanno per aprire, mega punti vendita di abbigliamento. Quindi Carefour avrà una superficie di 10.000 mq, restando comunque una mega struttura di vendita di alimentari. Sarà eliminato tutto il non food mentre resterà pochissimo del settore elettronica.

 

A quanto sembra state incentivando le attività commerciali della galleria?
Infatti. Cosi facendo la galleria avrà un offerta più adeguata alle attuali esigenze della clientela. Alcuni negozi sono stati spostati di ubicazione ed è stata rinforzata l’offerta della ristorazione. Al piano superiore è stato aperto anche uno studio dentistico.

Negli ultimi due anni sono state inserite  nuove attività al piano terra di brand nazionali e locali ed incrementata notevolmente l’offerta della ristorazione.

Tutte attività funzionali e iniziate già due anni fa. I lavori continuano senza sosta tanto che in autunno prevediamo due nuove aperture di grandi marchi.

 

È vostra intenzione coinvolgere in tutto questo anche il Comune di Marcon e il territorio?

In questa nostra opera intendiamo collaborare con il Comune per essere vicini ai consumatori ed alle maestranze. Mi sento di poter dire che i dipendenti saranno gli stessi di ora, magari spostati ad altre mansioni.

Abbiamo coinvolto anche il territorio e infatti il 4 giugno sarà inaugurata una mostra di disegni fatti dagli alunni delle scuole del territorio. I dieci disegni che saranno premiati diventeranno cartelloni stradali pubblicitari.

Ci impegniamo anche per divulgare il buon uso dell’acqua e del corretto utilizzo della plastica. Infatti sarà creata una campagna pubblicitaria incentrata su dieci buone abitudini sul tema dell’utilizzo corretto dell’acqua e sul riuso delle plastiche, temi questi interessanti dal punto di vista politico ed economico.

Cristina Manes Portavoce del Movimento 5 Stelle Mogliano Veneto, capogruppo per cinque anni del Movimento in Consiglio Comunale, nell’imminenza delle elezioni amministrative del prossimo 26 maggio, ha rilasciato un’intervista al nostro quotidiano.

 

Consigliera Manes, quali sono le sue riflessioni sui cinque anni passati in Consiglio Comunale? Quali i risultati della sua azione politica?

Devo dire innanzitutto che per me ‘è stato un onore poter rappresentare il Movimento 5 Stelle come sua portavoce nell’istituzione moglianese. Ho cercato di declinare al meglio i valori del Movimento, attraverso la mia attività politica, nel rispetto e nell’osservanza di tutte le sue regole. Questi cinque anni li ho vissuti con determinazione, che non è mancata neppure quando ho subito forti attacchi personali da parte della maggioranza, tanto
impegno e tanto studio. I risultati? Abbiamo messo in atto il nostro programma, seppur dall’opposizione.

 

Lo testimoniano oltre 56 atti presentati, le 10 mozione approvate, gli atti ispettivi che hanno indirizzato la giunta sui nostri temi. Confrontateli con quelli degli altri gruppi consiliari che hanno fatto da spettatori in questi cinque anni! Ho lavorato sodo anche per trasferire questa “eredità”, formando la squadra che si presenterà alle imminenti elezioni, unica lista certificata del M5S in provincia di Treviso, che sto supportando.

 

Con tanta passione ho partecipato attivamente alla vita del Movimento in tutti i suoi livelli, molte mie proposte in Consiglio comunale sono state condivise da altri Consiglieri M5S del Veneto e non solo. Ora mi occupo di un progetto per le Pari Opportunità del M5S in Veneto e collaboro con un gruppo di lavoro nazionale su questo argomento.

 

Consigliera Manes, qual è il suo giudizio sul sindaco uscente?

Penso che la Sindaca uscente abbia perso una grande opportunità: con i consiglieri di opposizione avrebbe potuto avviare un dialogo costruttivo di cui ne avrebbe beneficiato l’intera cittadinanza, oltre se stessa. Ne esce una figura che amministra in modo autoritario ed autoreferenziale non applicando le regole della condivisione, un esempio su tutti? Il bilancio partecipato. Era nel programma della maggioranza, lo abbiamo chiesto con una nostra mozione e lo hanno bocciato. Ha perso una grande opportunità: ha puntato a soluzioni di facciata nei vari contesti, come specchietti per le allodole, non è entrata nel merito dei punti che sono veramente necessari per i cittadini.

 

Cosa ne pensa di questa campagna elettorale?

Ci presentiamo per vincere, come al solito corriamo da soli, contro le ammucchiate degli altri partiti. La nostra è una sfida difficile, impari, la vinceremo solo se i cittadini capiranno la differenza tra noi e gli altri. Bisogna informarsi in modo autonomo, attingendo alla fonte delle notizie, non attraverso quello che ci vogliono far credere. Oggi entrambi i candidati si intestano nostre battaglie che hanno combattuto o snobbato. Abbiamo una bella squadra che lavorerà per far emergere e soddisfare le vere priorità per i cittadini. La differenza più importante è il rapporto con la legalità, a partire dalla scelta dei nostri candidati: da noi solo incensurati e senza carichi pendenti. Ci fanno ridere le recenti levate di scudo di Bortolato (Lega) contro Arena (Pd) per il mancato rispetto delle regole in campagna elettorale: “Il bue che dice cornuto all’asino”.

 

Solo il M5S può portare la bandiera della legalità perché è l’unico ad aver fissato delle regole certe, e a farle rispettare, per i propri portavoce innanzitutto. E a Mogliano stiamo rispettando in questa, come nella scorsa competizione elettorale, le regole della campagna elettorale, a differenza di altri. Per noi moralità e legalità nelle istituzioni stanno alla base e la nostra azione in Consiglio lo dimostra. Arena sta conducendo una campagna elettorale molto spinta, inaugurando a pochi giorni dalle elezioni: parcheggi, Centro Anziani, Mercato, non preoccupandosi di quel che dice la legge.

 

Ci rendiamo conto che dopo un ulteriore contributo di 800 mila euro di soldi pubblici al Centro Anziani, il suo Presidente è candidato del Centro Sinistra in appoggio alla Sindaca/Candidata Sindaca? E questo si aggiunge al fatto che la ristrutturazione del Centro Anziani, non è ancora terminata, lo sarà solo tra qualche mese, ma questo è stato
inaugurato ad una settimana dalle elezioni dalla Sindaca, con tanto di fascia tricolore.

 

Vige il divieto per le pubbliche amministrazioni di svolgere attività di comunicazione (art. 9, c.1, della legge 22 febbraio 2000, n. 28) e di propaganda (art. 29, c. 6, della legge 25 marzo 1993, n. 81). Infatti dalla data di convocazione dei comizi elettorali (11 aprile 2019) e fino alla conclusione delle operazioni di voto, è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni.

 

Inoltre, per quanto riguarda le elezioni amministrative, nei trenta giorni antecedenti l’inizio della campagna elettorale, e cioè dal 27 marzo 2019, e per tutta la durata della stessa, è fatto divieto a tutte le pubbliche amministrazioni di svolgere attività di propaganda di qualsiasi genere, ancorché inerente alla loro attività istituzionale.

 

Il suddetto divieto, assistito dalla sanzione penale, per il principio della personalità della responsabilità penale non può che indirizzarsi direttamente ai soggetti titolari di cariche pubbliche a livello locale).

 

Ma ricordiamo tutti, anche attraverso articoli di stampa (La Tribuna di Treviso 18/05/16, Oggi Treviso 17/05/16, etc…), che Bortolato è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Treviso nel 2016, insieme ad altri consiglieri di altri partiti/liste per aver raccolto firme false in occasione della campagna elettorale di cinque anni fa; non
sappiamo se abbia ricorso in appello o abbia sanato la sua posizione con il pagamento di una sanzione.

 

Ad ogni modo, sia il “moralizzatore” Bortolato che la Sindaca uscente hanno infranto anche questa volta come cinque anni fa, la legge, anche perché hanno affisso materiale elettorale fuori dagli spazi consentiti.

 

Infatti per la Legge 4 aprile 1956 n. 212. “Dalla data dell’avvenuta assegnazione degli appositi spazi per la propaganda elettorale e fino alla chiusura delle votazioni, è vietata: l’affissione o l’esposizione di stampati, giornali murali od altri e di manifesti, inerenti alla propaganda elettorale in qualsiasi altro luogo pubblico o esposto al pubblico, nelle vetrine dei negozi, su portoni, sulle saracinesche, sui chioschi, sui capannoni, sulle palizzate, sugli alberi, sugli autoveicoli in sosta, etc. , …… l’esposizione di materiale di propaganda elettorale nelle bacheche, vetrine o vetrinette appartenenti a partiti, movimenti o gruppi politici”.

 

Divieti che non sono stati rispettati né a destra né a sinistra. Siamo solo noi che possiamo parlare di correttezza e di rispetto delle regole! Se il buongiorno si vede dal mattino, Cittadini attenzione a chi affidate il vostro voto!

Domenica Fazzello, detta Rita, è una figura storica della Mogliano politica e culturale. Laureata in Filosofia, insegnante di filosofia e lettere e Dirigente scolastico in pensione. È stata collaboratrice scientifica della Biblioteca Vaticana. Negli anni è stata Consigliere Provinciale e Comunale, Assessore alla Sicurezza Sociale a Mogliano negli 1980-1985, Vicesindaco ed Assessore alla Cultura anni 2006-2007, Consigliere comunale uscente.

 

Domenica Fazzello ha concesso una intervista alla nostra testata, in questo momento storico che vede la città di Mogliano impegnata in una tornata elettorale di notevole valenza politica per la concomitanza delle elezioni europee e di quelle amministrative.

 

Signora Fazzello, in generale, come valuta la situazione politica europea e le possibilità di cambiare questa Europa con le imminenti elezioni?

Prima raccomandazione, alle europee andare a votare sicuramente, il non votare non esiste, magari scegliere anche un partito che non supera lo sbarramento del 4%, ma votare. Il PD è in situazione di stagnazione, di disorientamento, sempre le stesse facce, non hanno combinato nulla.

Per l’Europa prossima non vedo cambiamenti, ipotizzo un modesto aumento delle forze sovraniste che non cambierà gli equilibri esistenti.

Il futuro per me sono gli stati uniti d’Europa con più equilibrio politico e meno ingerenza dell’economia. Sono positiva in questo, gli ideali sono una gran bella cosa, ma ora ce ne sono pochi. Sono un obbiettivo da perseguire con le persone giuste, per ora in Italia la sinistra non ne ha e la stessa cosa è a destra. A grandi ideali devono corrispondere grandi uomini, bisogna contare sui giovani, ma la scuola per il momento non è un grado di sfornarne. Spero solo che questo sia un momento di transizione durante il quale mi sento una persona libera.

 

A Mogliano sono imminenti le elezioni amministrative, come valuta la situazione politica attuale e cosa ne pensa dell’Amministrazione uscente?

Ho terminato il mio mandato da consigliere e non è stato un periodo facile, amo Mogliano che è il mio paese adottivo al quale ho dedicato le mie energie e la mia vita lavorativa. Mi sento in dovere di precisare che la nostra città non meritava e non merita questa amministrazione.

Votare a destra? Penso che ogni situazione va affrontata in ogni singolo momento storico, qui c’è bisogno di cambiamento. Se in Europa necessitano persone capaci di misurarsi e di comportarsi a livello europeo,  a maggior ragione ce ne è bisogno a livello locale.

 

Colgo nelle sue parole un certo sconforto ed un giudizio non positivo verso l’attuale amministrazione, quale è il suo parere sull’operato del sindaco uscente?

La sindaca dice tante parole ma bisogna fare i fatti, bisogna andare verso gli altri. Mogliano merita un nuovo sindaco perché bisogna rispettare le persone e le idee. Bisogna ascoltare e non abbattere chi non la pensa come te. In cinque anni ho visto solo grandi battaglie portate contro l’opposizione e gli stessi comportamenti sono stati adottati anche con la maggioranza e con i propri assessori  che ha defenestrato.

Mogliano merita un altro sindaco. Quando ha fatto dimettere Carla Iorio mi ha chiamata per offrirmi un assessorato, ma non c’erano le condizioni politiche perché accettassi avendo capito chi era il personaggio, sono rimasta al mio posto in Consiglio e mi sono dispiaciuta quando maltrattava le minoranza. Tutto questo spero che termini.

 

Per chiudere, ritiene che questo sindaco possa essere ricordato per dei meriti?

Meriti? Non sono suoi i meriti per le strade rifatte con i soldi del Vega, accordo risalente alla precedente amministrazione, e non è certo un merito il centro commerciale che sta sorgendo dietro la parte più antica di Mogliano con i reperti storici ivi giacenti che non si sa che fine abbiano fatto. Per quanto riguarda il PAT non era forse meglio accettare quello già fatto apportando delle correzioni? Meriti quindi non ne vedo.

Persona di grande spessore politico e culturale nella lista dei candidati di Forza Italia per le prossime elezioni amministrative, è certamente Chiara Di Giusto, laureata in lettere antiche ed insegnante appunto di lettere antiche nel liceo classico Antonio Canova di Treviso. Politicamente da sempre fedele a Forza Italia.

Chiara Di Giusto ha rilasciato al nostro giornale una intervista sulla situazione attuale di Forza Italia e sul suo impegno futuro per il comune di Mogliano.

 

 

Signora Di Giusto, come valuta la situazione di Forza Italia a Mogliano in questo momento storico, nel quale alcuni vedono il partito in una fase di stallo?

Forza Italia non ha avuto nessun consigliere in comune a Mogliano negli ultimi cinque anni, solo silenzio. Nessuno era delegato e quindi nessuno poteva darsi da fare per ricostruire il partito, eravamo spariti.

 

 

Qualcosa è cambiata nel 2018 con le elezioni politiche, quando Raffaele Baratto è stato eletto alla Camera dei Deputati e ha deciso insieme a Fabio Chies di prendere in mano la situazione moglianese dove il partito era spaccato ed era la cenerentola della provincia di Treviso?

Devo dire che nel 2018 ero scettica, ma poi ho visto l’interesse da parte di Baratto il cui scopo era quello di riunificare e costruire.

Oggi la Lega è al massimo e noi avevamo la difficoltà di creare una F.I. credibile, ma ora ci siamo riusciti. F.I. è il partito delle mie radici familiari.

 

 

Il partito ora, almeno a Mogliano, è in ripresa? Com’è la lista dei candidati che avete presentato?

Ci siamo ritrovati io e Carlo Nespolo soli, abbiamo trovato spazio ed ora il partito a Mogliano è in mano nostra e in netta ripresa. Abbiamo messo su una lista bella sotto il punto di vista della cultura, del lavoro ed anagraficamente interessante.

Il nostro obbiettivo politico è impegnarsi sì, ma puntando alla purezza nel fare la politica nel senso più antico e vero del termine.

 

 

E per la sfida europea cosa mi dice?

Prossima sfida è dare un buon risultato a F.I. soprattutto alle elezioni europee. Nel nostro collegio corre un giovane Consigliere provinciale ed Assessore nel comune di Cessalto, ed è Emanuele Crosato. Vogliamo sfatare la leggenda che F.I. non ha un processo di costruzione e svecchiamento, per chi se ne va c’è sempre chi è valido e resta. Queste elezioni europee saranno fondamentali come punto di una nuova partenza.

 

 

In chiusura, informi gli elettori su quale sarà il suo impegno in città qualora fosse eletta.

Mi sono candidata a Mogliano dove desidero interessarmi della scuola e dell’istruzione dei giovani, mio vero e grande interesse. Il mio obbiettivo, se sarò eletta, sarà quello di fondere la mia passione  per la scuola e quello per la politica.

Concludo precisando che naturalmente siamo parte integrante della coalizione che presenta Davide Bortolato come candidato sindaco, quindi collaboreremo al massimo, ma metteremo in atto anche le nostre iniziative.

Fabrizio de Andrè, Luigi Tenco, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Adriano Celentano, Lucio Dalla… tutti noi conosciamo i loro nomi. C’è un nome, invece, che sebbene tutti loro conoscano, ai più è rimasto sconosciuto: Gian Franco Reverberi.

 

Sono riuscita a mettermi in contatto con Gian Franco attraverso una conoscenza in comune e in breve tempo abbiamo fissato una data per l’intervista. Per questo, in una di quelle tipiche giornate di sole romane incastonate nel blu, il compositore e musicista genovese mi accoglie nella sua casa, pur essendo afflitto da una tremenda bronchite. Ci accomodiamo; il clima pungente mi fa preoccupare sulle conseguenze che potrebbe avere sul suo stato di salute. Lui non sembra farci caso. Gian Franco è caloroso e genuino, e con i suoi pantaloncini color kaki e i baffi spruzzati di bianco, a prima vista potrebbe dare l’idea di essere un pensionato qualunque, ma l’effetto dura poco. Basta guardarsi attorno, nel suo reame, per realizzare che quest’uomo non è come tutti gli altri. Nell’anticamera, prima del suo studio di registrazione, c’è la stampa di una fotografia in bianco e nero che lo ritrae nei suoi tardi vent’anni, sempre con gli stessi baffi -in questo caso neri-, insieme a degli amici intimi. Da sinistra a destra: Giorgio Gaber, Gian Franco Reverberi, Pallino Tomelleri, Luigi Tenco e Rolando Ceragioli. La foto venne scattata al Santa Tecla, un club di Milano, dove si trovano a suonare quella sera, dando inizio a un complesso che formeranno in seguito sotto il nome “I Cavalieri”. Per guadagnare qualche lira e partecipare alle feste studentesche, formarono anche un gruppo che accompagnava il cantante. La formazione era composta da Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Pallino Tomelleri, Nando de Luca, Luigi Tenco e Gian Franco. Il cantante era Il ragazzo della via Gluck, Adriano Celentano. Nella foto portano tutti e cinque la stessa camicia bianca e pantaloni della stessa fattura, e se ognuno mostra tra le mani uno strumento musicale, sulla faccia ognuno v’ha un’espressione diversa.

 

Quando accendo il registratore Gian Franco si innervosisce visibilmente. Anche se è evidente che si sente a disagio, non mi chiede di spegnerlo. Per cui, iniziamo. Insieme a suo fratello Gian Piero (il celebrato arrangiatore di Fabrizio de Andrè, Mina e Lucio Battisti, nonché geniale inventore del Rondò Veneziano), Gian Franco fece parte dei fondatori della rinomata Scuola Genovese. Tale scuola fu il movimento culturale e artistico sviluppatosi e radicatosi, a partire anni sessanta dello scorso secolo nel capoluogo ligure e prevalentemente legato alla canzone d’autore italiana. C’è una ragione se fu proprio questa città abbarbicata sui monti a diventare in quegli anni la culla della rivoluzione musicale dello stivale. Genova, che nella sua larga storia non ha mai avuto posto per pascolare il bestiame, per coltivare i campi o sfuggire alle invasioni straniere e dove non s’incontravano lagune romantiche, non v’erano grandi opere, e nemmeno c’è stata una nascita del rinascimento, ha ricevuto un altro grande dono. C’è sempre stato il mare da navigare e dominare, dove liberare le galee che venivano fabbricate in città. Il mercanteggiare, o la pirateria, a seconda della prospettiva, non aveva sempre nobili intenti, ma era fatto con spietata determinazione. E ancora più importante, il Mar Ligure è sempre stato il veicolo per una consistente comunicazione interculturale attraverso il commercio. Gian Franco corrobora tale teoria delucidandomi ancor di più su come la motivazione per cui gran parte della musica post-guerra fiorì proprio a Genova è di tipo geografico. La capitale della Liguria, come d’altronde Napoli, era all’avanguardia in fatto di musica proprio in virtù di essere fronte mare. Grazie all’oceano, entrambi questi porti erano collegati all’America più di quanto lo fossero altre città italiane. E se la città campana, con la sua radicata e forte tradizionale musicale, fece fatica ad assorbire l’influenza oltreoceano prima dello sbarco degli americani, Genova assimilò quel ritmo già in tempo di guerra. Durante le ostilità i marinai statunitensi che sbarcavano in Liguria smerciavano di contrabbando dischi allora proibiti dal fascismo. I musicisti genovesi erano allora costretti a radunarsi in cantine insonorizzate per ascoltare di nascosto note proibite, con la paura che i vicini li denunciassero per oltraggio alla patria. Un’incisiva influenza sull’esecuzione della musica genovese venne anche dalla vicinanza con la Francia e l’attinenza con i poeti francesi. La musica americana, impastata insieme alla poesia francese, sarebbe diventata la ricetta ideale per far lievitare il successo dei cantautori italiani. Parte del merito per la diffusione di queste melodie va dato a un marchingegno tecnologico che ci fu regalato dal nuovo continente: il juke box. Fu una rivoluzione sotto forma di rock and roll e blues. Prima della sua introduzione c’era solo la radio a dettare l’avanguardia, smorzata dall’uso dei soliti noti strumenti musicali e da solfe delicate. Nemmeno a loro piaceva la musica del loro tempo, troppo tradizionale, troppo antiquata, anche se alcune cose erano bellissime. Loro ascoltavano jazz. Erano orientati a un altro tipo di musica da quello offerto. Si trovarono improvvisamente nel vortice di un rinnovamento, ed erano preparati perché desideravo ardentemente che accadesse.

 

 

Un ulteriore vantaggio che alimentò a creare quest’irripetibile era musicale era che nessuno dei futuri cantautori sognava di dedicarsi completamente a una carriera nella musica, c’era piuttosto chi pensava di fare l’ingegnere, o chi si era dedicato alla chirurgia, come Enzo Jannaci. La circostanza per la quale nessuno facesse musica per sopravvivere fece in modo che ciascuno di questi artisti suonò il tipo di musica che gli piaceva di più, senza doversi mai conformare al gusto della massa. Non doverci guadagnarci sopra era una liberazione dalla bramosia per il successo e il denaro. Il privilegio di comporre senza sottomettersi alla moda contribuì a creare forti personalità. In più, si possedeva la tecnica. Il potenziamento tecnologico degli ultimi decenni ha avuto, secondo Gian Franco, la propensione a contribuire a un’ignoranza della sapienza tecnica. La parola qui – in greco τέχνη – assume il significato che aveva per i Greci, ossia la capacità pratica di operare per raggiungere un dato fine, in quanto basata sulla conoscenza e esperienza del modo in cui è possibile raggiungerlo. Il termine di τέχνη, nella sua latitudine di significato, viene con ciò a corrispondere a quello latino di ars. I diretti eredi semantici di ars nel mondo moderno (come ad esempio arte, art, Kunst) sono sempre maggiormente volti a significare l’esperienza artistica nel suo più proprio valore estetico. Nel concetto di “tecnica” viene infatti a riversarsi quanto nell’antica τέχνη e ars dell’artista era propriamente pratico-strumentale, e insieme basato su esperienza conoscitiva e non su immediata ispirazione e genialità. Questo accade perché se prima per fare musica bisognava impadronirsi delle arti e della manualità degli strumenti, ora per compiere lo stesso procedimento basta possedere un computer. Sebbene anche lui si sia adattato ai tempi correnti, assicura di essere ancora in grado di riempire i buchi lasciati da una macchina. Se la tecnologia non sa fare quello che le si chiede, se lo fa da solo. E ammette: “Certo, la macchina sa creare qualcosa tecnicamente migliore di quello che possono essere capaci le nostre mani, ma per un musicista la problematica è che può farlo per chiunque”. Se si fa musica con le proprie mani, invece, si produce il solo esemplare. Tecnicamente peggiore, sicuramente, ma irrimediabilmente originale. Non si aveva grandi attrezzature, in parte perché molte ancora non erano state inventate. Talvolta l’unica camera riflettente che si aveva a disposizione per produrre l’eco era il gabinetto, e se lo si voleva più lungo bisogna tirare su il coperchio della tazza. Quando si registrava nessuno poteva usufruire dei servizi. Per ogni tecnologia mancante, esistevano almeno cento espedienti. Per essere musicista bisogna studiare seriamente. Per queste ragioni, concordiamo, ultimamente sembra di ascoltare per via radiofonica sempre le stesse melodie. Se i cantautori si distruggevano nella finalità di essere per forza unici, oggigiorno non è una priorità. La tendenza è invece quella di prendere della note già orecchiate di un pezzo famoso, unirle a quelle di un altro e un altro ancora e farne un collage. Con il ritmo che rimbomba nella testa della gente inconsapevole, è probabile che la canzone venda. Almeno per una settimana. Più che incolpare gli ascoltatori, i mezzi di comunicazione come la radio sono i veri responsabili. Anziché puntare all’individualità e alla qualità, preferiscono trasmettere qualcosa di orecchiabile. Cosicché, pur avendo il potere di avere a disposizione praticamente tutta la musica del mondo, e dunque la facoltà di poter ascoltare tutto, si finisce per non ascoltare niente: le melodie finiscono per mescolarsi nello stesso calderone.

 

Non c’è da stupirsi con il cambiamento finanziario nel panorama della musica. Con i dischi non si guadagna più. La musica ormai si espande e rimbalza solo su internet. Come dimostra la tirata di Thom Yorke e Nigel Godrich contro Spotify e annessa decisione di cancellare dal servizio di streaming i dischi di “Atoms for Peace” e dello stesso Thom Yorke solista. Spotify fa guadagnare una miseria agli artisti e questo blocca il possibile sviluppo di nuova musica, nonostante il servizio di streaming versi circa il 70% dei suoi guadagni in diritti pagati alle case discografiche, che equivale a una media, per ogni artista, cha va dai 0.006 dollari ai 0.0084 dollari per ascolto. Se prima di internet c’era abbastanza torta da poter essere sparita tra il cantante, il compositore, il paroliere, il tecnico, quello che si occupava dell’ufficio stampa, insomma una intera équipe intenta a fabbricare e modellare un dettagliato prodotto, oggi il guadagno basta a malapena per l’artista. Il resto se lo mangia la piattaforma che trasmette. Se il prodotto aveva successo, dava da mangiare a tutti: la collaborazione portava a grandi risultati. Ora un cantante deve fare il cantante, ma anche il compositore, l’arrangiatore, il paroliere, il tecnico e alla fine magari, investirci da solo. Non sono certo dei nuovi assi a mancare, quanto la possibilità di supportare il loro talento. Il tempo è un altro fattore incisivo. L’economia non risparmia Euterpe. Se in passato la bella musa si poteva permettere di camminare a piedi scalzi e bere un bicchiere di vino prima di ispirare i fortunati, oggi anche lei indossa un tailleur e dei tacchi e corre tutto il giorno con il telefonino all’orecchio, intrappolata nella trappola del capitalismo. Come avesse anticipato questa visione, mi risuonano nelle orecchie le strofe di Se ti tagliassero a pezzetti di Fabrizio De Andrè “presa in trappola da un tailleur grigio fumo, i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino, camminavi fianco a fianco al tuo assassino”. Potendo dare un nome a quell’assassino, lo chiamerei “rapidità”. È questo l’argomento principe di cui mi interessa discutere con Gian Franco: cos’è successo alla musica italiana? Con tutto rispetto per i nuovi artisti, perché non si intende fare di tutta l’erba un fascio, è improbabile che le canzoni moderne sboccino in classici. Invece di produrre elefanti musicali, produciamo farfalle. Quest’ultime nascono, vivono e muoiono rapidamente. Per questa ragione alla radio è più comune ascoltare ancora Cara di Lucio Dalla che un qualsiasi brano uscito solo l’anno scorso.

 

Questa situazione mi ricorda Italo Calvino quando precisa, nel suo saggio Lezioni americane, una differenza acuta sulla parola “leggerezza” nella letteratura, che può anche venire applicata alla musica: esiste una leggerezza della pensosità, così come esiste una leggerezza della frivolezza; e ancora, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca. Il tema è così scottante, o forse talmente evidente, che quest’anno il premio Oscar alla miglior canzone originale è andata a Shallow di Lady Gaga, in cui rimbombano languidamente le parole “dimmi qualcosa ragazza, sei felice in questo mondo moderno? Oppure hai bisogno di qualcosa altro? C’è qualcos’altro che stai cercando?”. Il solo titolo porta il significato di “superficie”; in sintesi, i cantanti sono stufi di un mondo superficiale e vogliono lasciarsi cadere nelle profondità delle loro emozioni. Contrariamente ai cantautori degli anni Sessanta e Settanta. Esternamente, mi racconta Gian Franco, ci si destreggiava per apparire musicisti maledetti, ma poi, internamente, non si poteva fare a meno di essere dei commedianti. La propensione si è inserita nella corrente contraria, come pesci che nuotano verso la montagna e si allontanano dal mare. I cantanti danno l’impressione di portarsi addosso una grande tristezza interna che, quando emerge, indossa una maschera allegra. “Sebbene si volesse essere quel tipo di cantante dannato, alla fine non c’era mai la tristezza, veniva sempre fuori qualcosa di ridente”, ricorda. Senso dell’umorismo e ironia sono riconosciuti come tratti tipici dei liguri. Tanto che si vocifera che quando gli inglesi sono venuti a Genova, loro hanno insegnato agli italiani il gioco del calcio e in cambio i liguri hanno insegnato loro l’umorismo inglese. Per questo, sostiene lui, in tutte le opere dei cantautori, anche le più drammatiche, c’è sempre stato un lato ironico, nonostante fosse l’epoca di James Dean e si faceva a gara per giocare agli introversi, principalmente per piacere alle ragazzine. Cantare non era certo facile nemmeno a quei tempi, eppure v’alleggiava una grande allegria post-guerra. Gian Franco ammette che sono stati fortunati: si sono trovati al momento giusto, nel posto giusto. E aggiunge che un periodo come quello degli anni sessanta e anni settanta non verrà mai più: i cantautori furono i prodotti della loro epoca. Un’approccio che ricorda quello della “scuola storica”, di cui faceva parte Wilhelm Dilthey, in cui si crede che le culture, le istituzioni, le visioni umane non sono eterne, ma costituiscono il prodotto della coscienza collocata in un determinato contesto storico. Oltre alla fortuna, l’altro ingrediente essenziale è la passione. Gian Franco mi confida di come suo padre lo spinse a cercarsi un lavoro serio una volta diplomato. Per accontentarlo, lavorò per un’azienda come venditore per ben tre mesi. Il primo mese fece un bel po’ di grana. Già dal secondo mese, però, riprese a andare alla Piccola Baita con Giorgio Gaber e Luigi Tenco per mettere su una specie di piano bar. Ghigna ancora, tornando al ricordo dei tentativi dell’uomo che abitava al piano di sopra per chiamare la questura per gli schiamazzi fino a tarda notte, al fine di lamentarsene. Peccato che il numero che gli avevano dato era quello del locale, e non dei carabinieri. Quando telefonava, regolarmente, si udiva il proprietario chiedere loro “Ragazzi, non si può fare un po’ più piano?”, e sempre si sentiva rispondere “No, ci spiace”, seguito da un “Ah, pazienza”. Morale della favola: il terzo mese sbottò con suo padre, dichiarando che avrebbe preferito vivere sotto i ponti con la musica piuttosto che diventare ricco facendo l’imprenditore. La risposta, forse, vi suonerà familiare: “La vita è la tua. Fai quello che ti pare”; ma dopo questo breve scontro il padre fu sempre di sostegno, a lui, e anche a suo fratello, nella loro carriera. Del resto, anche il loro babbo era un appassionato di musica. Quando tornava a casa dal lavoro, ancor prima di mettersi a tavola, usava sedersi al piano e suonare un pezzo, malissimo. Solo dopo si riunivano per mangiare un piatto di pasta.

 

 

In sintesi, Gian Franco chiama la sua vita un trionfo. Pur con i suoi momenti tristi, in particolare quello che lo ha segnato di più, ossia la perdita del suo amato amico Luigi Tenco. Quando gli dicono che Tenco era triste, gli viene in mente la brillante risposta che ha Bruno Lauzi ha dato a un giornalista che gli chiese perché tutte le canzoni che scriveva erano lacrimevoli: “Perché quando sono felice esco”. La sua relazione con il cantante, in seguito alla sua morte, si potrebbe nominare quasi “paranormale”. Quando accade Gianfranco abitava con sua moglie e la loro bambina di due anni in una favolosa casa sopra Monte Mario. Era un idilliaco luogo isolato in mezzo al verde. Gian Franco, essendo nato dentro il Museo Civico di Storia Naturale di Genova, predica sicuro di non aver avere mai avuto paura di niente. All’età di cinque anni i suoi compagni di giochi si risolvevano essere feti, scheletri, animali feroci imbalsamati e tutte quelle peculiarità che lo circondavano nella pinacoteca. Pur con il suo cuor di leone, dopo la tragica serata al Festival di Sanremo del 1967, diventò ansioso, e tutte le sere, come rientrava, controllava se le porte fossero chiuse anche tre o quattro volte, ispezionando ogni angolo. Aveva la semplice percezione di non essere solo.

 

E tutte le notti, era lo stesso sogno: il suo caro compagno appena mancato veniva a fargli visita e si chiacchierava fino all’albeggiare. Durò così per almeno sei mesi. parlavano, scherzavano e poi, cantavano. Qualche volta Tenco gli dava ragione, altre volte lo prendeva in giro, come era solito fare in vita. Nel frattempo, durante le sue giornate Gian Franco doveva sbrigarsela con i suoi problemi finanziari alla R.C.A. Anche se produceva Lucio Dalla, non si vendevano i suoi dischi, e lui finiva per pagare tutto. Fino a che una notte, sconsolato, confidò a Tenco che non aveva più idea di che cosa fare per poter rimediare ai suoi debiti. Era rovinato. L’amico lo rassicurò, dicendogli che presto avrebbe risolto tutto. Proferendosi, gli diede una gomitata sulla nuca. Gian Franco ancora rammenta come percepì fisicamente quel colpo. Fu questa l’ultima notte che Tenco approdò nella sua visione onirica. Un mese dopo La prima cosa bella fece 1.750.000.000 copie, che gli permisero finalmente di pagare i debiti e pure godersi un po’ di lusso. Durante quelle nottate con Tenco non citarono mai la sua morte, che rimane ancora un mistero, anche se ormai dichiarato suicido. Gian Franco ha ancora nella mente lo scenario di quella tremenda notte a Sanremo quando entrò nella camera dell’amico, e ne vide il cadavere. L’immagine che gli si presentò era scioccante e amara: sotto la sua camicia aperta notò la “famosa maglietta di lana” tanto raccomandata dalla mamma, per la quale spesso avevano bonariamente riso di lui, e gli prese un nodo alla gola pensando che lei non era ancora a conoscenza della perdita del figlio. Anche se non era più tormentato da questi incontri notturni alla fine decise di cambiare casa. Traslocò nel centro della capitala romana, e funzionò. Ogni tanto, ancora a questi giorni, gli capita di sognarlo.

 

Mi viene spontaneo chiedergli se non gli abbia mai dato fastidio non diventare famoso come alcuni dei suoi compagni. Risoluto, nega ogni invidia. Se lo avesse desiderato, la fama sarebbe stata a portata di mano. Come ad esempio quando Luigi Tenco scrisse Quando con l’intento che fosse Gian Franco a cantare, ma non sono mai riusciti a convincerlo. Il suo motto è: “I cantanti muoiono, i produttori rimangono”. Per questo ha sempre preferito mandare avanti gli altri sul palcoscenico. Non a torto, dato che lui è ancora qui, a dirigere dietro le quinte. Da bambino prodigio fino a dei salutari ottantacinque anni, è ancora immerso nei suoi progetti. Non ha mai smesso di fargli piacere aiutare gli altri, far raggiungere loro la cima quando racchiudono tra le mani qualcosa che valga la pena. Semplicemente, lo entusiasma. Certe volte il suo ardore lo ha portato alla deriva, come quando lavorava al R.C.A. e investiva su Lucio Dalla e Nicola di Bari, che erano buoni a vendere nemmeno una copia. Solo lui credeva in loro. “Sono brutti e alle ragazzine non piacciono!”, gli ripeteva l’addetto vendite, “In più Lucio ha la voce del vecchietto del West”. Non certo una bugia. Gian Franco riconobbe solo che era un jazzista formidabile. Gli domando come se la cavava a riconoscere il talento in questi artisti emergenti. “Il talento è chiunque riesca a darmi un emozione. Se non accade, è magari un buon professionista, ma non talentoso”. In molti gli hanno portato i propri figli per indagare se avevano propensione alla musica. Pensa di avere il pregio di essere sincero, per questo spesso era costretto a proferire “Se non ha talento, no, non glielo faccia fare, piuttosto qualsiasi altra cosa, altrimenti sarà un infelice per tutta la vita, mentre potrebbe diventare un talento in un altra disciplina, anche fosse il migliore degli elettricisti. Perché tutti abbiamo un dono. Tutti abbiamo qualcosa più di un altro, bisogna solo capire in quale settore”. È convinto di avere risparmiato a molti un gran tormento. Magari si sono dedicati a qualcosa che piaceva loro di meno ma in cui erano davvero bravi. Mi interessa sapere se gli è mai capitato che qualcuno a cui aveva detto “no” diventasse famoso. Che ne sa lui, dice che non è accaduto, e aggiunge che se lui si può sbagliare, suo fratello mai. Quando ha dei dubbi e non vuole chiedergli esplicitamente una mano, gli fa sentire il pezzo su cui sa di dover lavorare e esulta con un “senti che bella”, solo per sentirsi rispondere “fa schifo, e ti spiego anche perché!”.

 

Certi lavori che lo annoiano, li rifiuta. “Mi sono divertito tutta la vita, non vedo perché devo cominciare a lavorare ora”. Oggi è tornato al suo primo amore, i musical. Il principio è che “se non c’è Ziefield non si possono fare, non si possono mandare in scena”. Il successo ormai c’è stato, e se non viene più, sarà per i suoi nipoti. I figli si sono dedicati a tutt’altro. È tipico dei Reverberi, anche se hanno sempre creato qualcosa che potesse essere sicuro per i loro figli. Il sogno è sempre stato “Ditta Reverberi & figli”, ma ci fosse stato uno che seguisse le orme del padre. Forse è meglio così, non è facile mettere il piede nella stessa impronta. Contando anche che quando lui viveva a Milano la Ricordi era nel suo momento di gloria. Ora non esiste più, quel che ne resta è mezza cinese e mezza americana. Gian Franco racconta di cosa provava ogni mattina quando andava allo studio di registrazione, e saliva su questo scalone enorme, e all’ingresso v’era un’austera statua di Verdi che ti fissava e ti faceva sentire importante. Gli uffici, ora, sono tutti in cristallo, le pareti hanno lo stesso colore spento, “Ho alzato la testa e c’era Giuseppe Verdi che appariva triste. Ci sono rimasto male”. Quando Nanni Ricordi se ne è andato, i maggiori azionisti soprannominati “Gli scarpai di Varese”, a cui non importava granché della cultura, lo sostituirono con uno di loro. A poco a poco, se ne sono andarono via tutti. Quando Gian Franco produceva alla Ricordi, il vice direttore, Franco Crepax, si comportava da filtro. Gian Franco proponeva nuove idee a lui, che le sottoponeva a Nanni, che si esaltava e le portava avanti. Con un filtro pulito tra gli artisti e la direzione, i successi accadevano facilmente. L’ambiente era molto bello. Quando Gian Franco si coricava per dormire alla sera, non vedeva l’ora di svegliarsi per andare a lavorare. In seguito seguì Franco Crepax come direttore artistico quando questo si trasferì alla CGD. Presto scoprirono che non era lo stesso. Là si sentiva a disagio a proporre le proprie canzoni ai cantanti. Poi Gino Paoli, che lui aveva portato alla Ricordi, lo convinse a spostarsi al RCA e tentare la sorte come produttori indipendenti, “In questo momento è quella che sta vendendo di più”. Da poco sposati, è partito con sua moglie. Insieme a Gino Paoli iniziò a produrre Lucio Dalla. Per i troppi impegni del socio la società si sciolse e lui rimase solo a seguirlo. Di Dalla, gli sovviene che era geniale in tutto, compresa l’arte della bugia, improvvisava continuamente e aveva un gusto sadico e molto raffinato. Nonostante facesse molte serate, non riusciva a sfondare. Pur curando i dischi in tutti i particolari, non c’era verso di farli passare né alla radio, né alla televisione. Solo molto tempo dopo Gian Franco venne a sapere che durante un provino televisivo, allora indispensabile per poter apparire in video, il suo protetto aveva fatto una pernacchia alla commissione, decretando così il suo bando nazionale. Se glielo avesse accennato, forse avrebbero potuto riderci insieme, ma non essendone a conoscenza i tentativi furono uno spreco di sforzi. Finché non arrivò l’edizione di Sanremo del 1966. Con la necessità di farlo notare, si inventarono qualcosa di spettacolare, che l’organizzatore di allora Gianni Ravera bocciò. L’idea era troppo all’avanguardia. La soluzione di ripiego fu Paff…Bum, un brano che Gian Franco scrisse in un’ora, divertendosi. E venne il successo…“all’improvviso”. Lo interrogo se tra i suoi 1456 pezzi registrati, c’è ne uno che gli sta più a cuore di tutte. E mi sento rispondere, “È sempre l’ultima quella mi sembra la migliore. Faccio la canzone, la registro, la metto da parte e la riascolto dopo tre mesi. Se dopo tre mesi mi piace ancora vuol dire che era bella, se non mi piace più vuol dire che era l’euforia del momento”. Quando gli domando quale crede fosse la chiave del successo per ottenere un buon pezzo, mi dà la risposta senza soffermarsi a pensare: “non c’erano SMS, si comunicava davvero”. Questo tipo di comunicazione interpersonale aiutò tutti loro musicisti a capire come si scrivevano i testi. Ognuno componeva per proprio conto ma poi si collaborava, come per gioco. “Come i cani, ci si annusava per vedere se ci si piaceva l’un l’altro”, prima di saldare un’amicizia. Le persone si incontrano, si annusano e infine si scelgono, secondo Gian Franco. Come Michele, nome d’arte per Gianfranco Maisano, che gli introdusse Nicola di Bari. Quando Nicola cominciò a esibirsi era tutto vestito di nero dalla testa ai piedi, con una cicatrice che cercava di coprire con un lungo ciuffo, e con tanto di occhiali neri. Prima di tutto, lo spinsero a passare a degli occhiali trasparenti, e finirono per rifargli l’intero guardaroba. Il produttore allora aveva anche questo compito. Cominciarono facendogli cantare un repertorio nobile, anche se non avrebbero venduto, solo per far notare questo cantautore che canticchiava bene su belle canzoni. Ne valse la pena: fu Nicola a sfondare a Sanremo con La prima cosa bella. Queste dolci parole “La prima cosa bella che ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane, sei tu” fecero loro guadagnare il secondo posto e poi un record di 1.750.000.000 copie vendute. Se non c’era Luigi Tenco a dargli una gomitata, mi confida Gian Franco, forse non si sarebbe nemmeno preso la briga di andare a Sanremo.

 

Il Festival di Sanremo era inizialmente condotto nel Salone delle Feste, che contribuiva a creare un’atmosfera dionisiaca. Tra una prova e l’altra era s’uso giocare, d’altronde il Festival stesso nacque proprio per rilanciare il casinò. Alle prime edizioni c’erano soltanto le sedie del ristorante, con annesso un Casinò. Ogni anno otteneva sempre giù attenzione, fino a che i pezzi diffusi a Sanremo non solo andavano in voga, ma determinavano l’ascesa o meno di una canzone. Più che una rassegna della canzone, Sanremo è ora uno spettacolo del sabato sera che dura per una settimana e dove la musica sembra essere assolutamente marginale. Sapreste essere in grado di citare quali sono i brani che hanno vinto a Sanremo negli ultimi dieci anni? Però Volare (che ottenne il primo posto nel 1958) se lo ricordano tutti. Perché fare uno spettacolo sulla musica quando la musica non si vende più? Perché anche se non ci si fa più soldi, è indispensabile, ci vuole sempre. Le nuove generazioni dovrebbero poter ascoltare tutti i generi di musica e avere la possibilità di scegliere. “Se ti faccio sentire solo porcherie penserai che sia solo quella la musica, finirai per abituartici, ma se a un ballerino fai vedere un video di Gene Kelly la sa riconoscere la bellezza. Il problema è quando non si è più circondati dalla bellezza, e quindi non si può più eleggere. Fare le corse oggi per vendere cinquanta copie è umiliante. Bisogna avere un riscontro”, è l’opinione di Gian Franco. Di nuovo, torniamo a argomentare sulla comunicazione. C’e n’era di più in passato proprio in virtù di avere meno mezzi. È quello che manca oggi, ma i giovani che dialogano tra di loro non possono fare a meno di stare attaccati allo smartphone. Addirittura, Gian Franco suggerisce che uno che scrive un testo dovrebbe prodigarsi a farlo a matita, giusto per il gusto di ascoltare il rumore della grafite che fa nascere l’arte sulla carta. 

 

Molta della musica italiana che amiamo non esisterebbe, senza Gian Franco. Fu lui a portare tanti dei grandi nomi a Milano per introdurli, se non alla Ricordi, a un’altra casa discografica. Prendiamo una canzone ad esempio, e anticipiamo solo che tale brano conserva un posto d’oro nel nostro panorama artistico, e non solo, essendo stato trasmesso in numerosi paesi e tradotto in diverse lingue. La cronaca della sua nascita è esilarante: Gian Franco sta facendo carriera alla Ricordi, quando invita un certo Gino a Milano.

Qui accade che Gian Franco sta facendo ascoltare La notte a Mina nell’Ufficio delle Edizioni. Poiché anche Gino si trovava lì, decide di farle ascoltare anche Il cielo in una stanza, quando d’improvviso la porta sbatte e qualcuno urla feroce: “Basta con queste lagne da chiesa!”. È l’editore, il Maestro Mariano Rapetti (padre di Giulio Rapetti, meglio conosciuto come Mogol), che sta sbraitando. I due brani uscirono sullo stesso 45 giri. Il cielo in una stanza fu il trionfo dell’estate 1960. Il brano, entrato al sesto posto, rimase in classifica fino all’inizio dell’anno successivo, dopo che ebbe raggiunto il primo posto per quattordici settimane, registrandosi come il 45 giri più venduto dell’anno, sfiorando nel tempo i due milioni di copie vendute. Quindici giorni dopo avere inciso la canzone, lo stesso Mariano Rapetti confidò per telefono a un giornalista: “È sicuramente il pezzo più bello degli ultimi dieci anni”. La notte invece proseguì per una strada curiosa, dato che venne eletta come la canzone di punta per gli striptease. Per leggere altri di questi aneddoti, vale la pena leggere la sua autobiografia La testa nel secchio. Sfogliandone le pagine vi capiterà di scoprire com’è stata creata una delle vostre canzoni preferite di sempre. L’altra caratteristica affascinante delle sue storie è la normalità dei geni dei quali raccontano. Ci ricordano che anche loro hanno avuto bisogno di una combinazione di talento e fortuna per poter sfondare. Mi fa salire la pelle d’oca quando Gian Franco mi narra come scoprirono uno dei cantautori più apprezzati dagli italiani; è come ascoltare Jack Kerouac leggere personalmente un brano da Sulla strada

 

Fermo il registratore, ho interrogato Gian Franco abbastanza a lungo. Una volta che l’ho spento, si è finalmente rilassato. Ora ride e scherza, molto più a suo agio. Al contrario di quanto credevo, continuiamo a chiacchierare per almeno un’altra ora di musica, di politica e più in generale della vita. Ma non prendo appunti; posso percepire che lui abbia voglia di parlare senza farsi ascoltare, chi gli dà torto, con un pubblico come quello di oggi così critico e attento al politically correct. Per di più, lui è un personaggio ben lontano dalla tentazione dell’auto-celebrazione. Decido di lasciare questa parte della nostra conversazione all’oblio della mia memoria, come forma di rispetto. In fin dei conti, medito, Gian Franco Reverberi ci ha lasciato un’eredità musicale che va oltre l’inimmaginabile. Sarebbe da avidi chiedergli di più.

I Verdi Metropolitani sono una forza politica che intende presentarsi alle prossime elezioni europee con la volontà di essere un’onda verde per trasformare l’Europa in un’Europa Verde. Per questo hanno formato una lista con “Possibile” – movimento politico fondato da Pippo Civati – e con l’appellativo di “Europa Verde”.

 

La lista è composta da 15 persone (Silvia Zamboni, Angelo Bonelli, Chiara Bertogalli, Marco Affronte, Fiorella Belpoggi, Norbert Lantschner, Tiziana Cimolino, Davide Nava, Fatou Boro Lo, Alice Brombin, Eugenia Fortuni, Judith Kienzl, Giuseppe Prašel, Luca Saccone, Mao Valpiana) e si pone l’obbiettivo di raggiungere il 4%.

 

Eugenia Fortuni, candidata in lista alle europee, è stata intervistata dalla nostra testata. Eugenia Fortuni è laureata i sociologia ed è presidente dell’associazione Mater Femina a sostegno della genitorialità.

 

 

Signora Fortuni, chi siete e quali sono i vostri obbiettivi?

Questa è la rinascita di un’onda verde anche politica. Siamo come una Band: ognuno di noi ha il suo ruolo, ma insieme formiamo una squadra. Il nostro obbiettivo è ristabilire una forza politica ecologista in Italia. La forza dei Verdi si è depauperata, dissolta in altre forze politiche. Ora vogliamo ricostruire e rafforzarci per entrare nella governance europea. Se ce la faremo, poi a cascata vogliamo entrare nel parlamento e nella Regione.

 

 

Sarebbe bene arrivare in Regione per applicare le direttive sul consumo del suolo. Distruggere il territorio vuol dire distruggere le fonti di guadagno futuro.

Vogliamo inserirci in Europa, in Regione e anche in Venezia città con una forza autonoma e forte. Formare un asse Europa-Regione per costruire un lavoro verde e sostenibile.

 

 

Come vi ponete di fronte al problema grandi navi a Venezia?

È un problema dibattuto. Bene il turismo, bene il lavoro, ma per chi? L’indotto ormai a Venezia è costituito principalmente da stranieri malpagati con uno svilimento del lavoro. Se le cose vanno avanti così dobbiamo aspettarci un incidente tipo Isola del Giglio. Bisogna quindi portare le grandi navi fuori da Venezia. Troviamo un punto di approdo bloccando subito però la speculazione edilizia nei dintorni. Dare sì permessi di costruire, ma con una compensazione, come ad esempio l’impianto di un bosco.

 

 

E come giudicate la soluzione dei varchi a Venezia?

Di per sé non sono negativi. Abbiamo un turismo mordi e fuggi, con la costruzione di grandi alberghi, a Mestre, destinati per lo più a giovani che cercano solo la cartolina o il souvenir malfatto da artigiani non veneziani. Mestre ormai è piena di cemento, si stanno costruendo grandi alberghi con manodopera sottopagata che complicheranno la vita a tutta la popolazione A Venezia si deve iniziare a dire di No, onere che spetta a sindaco e giunta.

Noi intendiamo tutelare il territorio non solo dal punto di vista della natura ma anche da quello della cultura e Venezia ne ha molto bisogno.

 

 

Infine tornando all’Europa, quali sono le vostre priorità europee?

Desideriamo difendere ogni singolo albero e salvare dall’inquinamento l’atmosfera. L’Europa in questo potrebbe fare tanto, come il passare da energia fossile e energie rinnovabili e quindi combattere i cambiamenti climatici. Manca solo la volontà politica. Investire in un’economia verde, difendere il diritto d’asilo, proporre i treni come alternativa agli aerei, produrre cibi privi di OGM e pesticidi, garantire una buona istruzione gratuita, battersi contro la violenza di genere e fermare l’esportazione di armi. Infine un occhio particolare per l’infanzia, per l’educazione, per l’istruzione e il risanamento delle scuole, perché molto sono ancora contaminate da manufatti in amianto.

 

Questa è la battaglia politica che vogliamo portare in Europa e combattere le grandi lobby.

 

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