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Da domani il Veneto torna in fascia gialla. E perciò, dopo tre mesi, si potrà tornare a visitare anche la grande esposizione Van Gogh. I colori della vita allestita al Centro San Gaetano di Padova.

 

La mostra, che riaprirà ufficialmente martedì 2 febbraio, per il momento, resterà aperta fino al 12 febbraio, data ultima di validità bisettimanale della valutazione ieri diffusa.
Le linee telefoniche sono già state prese d’assalto per l’acquisto dei biglietti per le prossime due settimane, così come il sito con centinaia di utenti collegati in contemporanea.

 

“Tre settimane di apertura in ottobre e poi tre mesi di chiusura. Adesso è come partire daccapo, da zero, con una memoria della bellezza delle opere di Van Gogh da costruire. Ora finalmente davanti ai quadri reali, dopo le tante ore di dirette Facebook che all’artista olandese ho dedicato negli ultimi tre mesi”, ha dichiarato il critico e curatore mostre d’arte, Marco Goldin.

 

Il Sindaco, Sergio Giordani, e l’assessore alla Cultura, Andrea Colasio, della città di Padova aggiungono insieme: “All’interno del sistema di proposte culturali di Padova, la mostra dedicata a Van Gogh si inserisce come una gemma preziosa ed è per questo motivo che siamo veramente felici di poter salutare la sua ripartenza in un tempo che rimane incerto ma che proprio per questo ha fortemente bisogno di bellezza. Van Gogh con le sue opere straordinarie ospitate al Centro San Gaetano offre a tutti proprio la bellezza e lo struggimento dei suoi colori”.

 

 

Orari della mostra “Van Gogh. I colori della vita”

I nuovi orari di visita della mostra saranno per ora i seguenti: dalle 10 alle 13 e dalle 14.30 alle 19.30. Chiuso il sabato e la domenica.
Prenotazione è vivamente consigliata.

 

Le prenotazioni di biglietti d’ingresso, visite guidate, audioguide vanno fatte al call center di Linea d’ombra, allo 0422.429999, o all’indirizzo email biglietto.lineadombra.it.

 

Linea d’ombra, per opportuna cautela, pone in vendita biglietti per date di visita fino al 12 febbraio, data ultima di validità dell’attuale decreto ministeriale.

Dal 7 al 12 giugno 2021 al Teatro Mario Del Monaco le audizioni della 49ma edizione del concorso internazionale per cantanti nato a Treviso nel 1969, trampolino di lancio per prestigiosi nomi della lirica. Iscrizione gratuita a partire dal 12 aprile

 

Come promesso alla città di Treviso dall’Amministrazione comunale e dallo Stabile del Veneto ritorna al Teatro Mario del Monaco il concorso internazionale per cantanti “Toti Dal Monte”. Dopo una pausa di due anni e un rinvio dovuto all’emergenza Covid-19, dal 7 al 12 giugno 2021 si terranno le audizioni per la 49ma edizione del primo concorso in Italia e nel mondo che offre ai vincitori oltre che un premio in denaro anche il debutto in palcoscenico, in questo caso nei ruoli del Don Pasquale, opera buffa in tre atti di Gaetano Donizetti, ovvero Don Pasquale, basso, Dottor Malatesta, baritono, Ernesto, tenore, Norina, soprano, Un Notaro, basso.

 

“Quella di oggi è l’ennesima giornata importante per il Teatro Mario del Monaco. Era fondamentale dare continuità a un Premio straordinario come il “Toti Dal Monte” che darà la possibilità agli artisti di costruirsi un percorso nel mondo della musica – dichiara Mario Conte, Sindaco di Treviso. – Abbiamo mantenuto la promessa di restituire ai trevigiani questo Premio, un vero e proprio pezzo di storia che torna a rivivere oltreché un tassello prestigioso nel percorso di valorizzazione che abbiamo intrapreso in sinergia con il Teatro Stabile.”

 

Il concorso nato nel 1969, per volontà di Antonio Mazzarolli e del celebre soprano Toti Dal Monte, a cui è stato intitolato dal 1975, nel corso degli anni ha premiato ben 260 cantanti, con una percentuale di stranieri che raggiunge quasi il 50%. Molti di essi hanno in seguito intrapreso prestigiose carriere internazionali calcando le scene dei maggiori Teatri al mondo, tra questi si ricordano il soprano Ghena Dimitrova, il soprano Mariella Devia, il basso Ferruccio Furlanetto.

 

“Fin dall’inizio, quando la gestione del Teatro Del Monaco è passata allo Stabile del Veneto, ci siamo impegnati per riportare in città questo prestigioso concorso, un vanto per Treviso che ha lanciato sulla scena internazionale della lirica grandi cantanti e che ha sempre raccolto una numerosa partecipazione dall’Europa e da tutto il Mondo – commenta Massimo Ongaro, direttore del Teatro Stabile del Veneto. – A distanza di due anni siamo di nuovo insieme ad annunciare finalmente il ritorno del premio. Con il Toti Dal Monte vogliamo rilanciare e valorizzare la vocazione musicale di questa città attraverso il talento e la formazione delle giovani generazioni. In questo particolare momento storico con le difficoltà in cui versa il mondo della cultura, abbiamo deciso di rendere gratuita l’iscrizione di questa edizione, proprio per incentivare la partecipazione dei ragazzi e costruire insieme a loro il futuro della musica”.

 

“Il Toti Dal Monte è un concorso storico, che viene da lontano e che ha sempre conservato una vocazione internazionale con partecipanti provenienti da tutta Europa e in molti casi anche dall’Africa – aggiunge Stefano Canazza, direttore artistico della stagione lirica e concertistica del Teatro Mario Del Monaco. – L’edizione di quest’anno, in virtù della precarietà del momento che caratterizza il mondo della cultura e della musica, prevede un elemento di novità del tutto simbolico che è dato dalla gratuità dell’iscrizione. Stiamo inoltre coinvolgendo importanti direttori artistici di realtà internazionali che, dopo una fase di preseleziona on line, andranno a comporre la commissione che dovrà giudicare e selezionare i talenti per i quali questo concorso auspichiamo sia, come è stato per molti in passato, un vero e proprio trampolino di lancio. Il nostro augurio ed obiettivo è di riuscire a continuare ad onorare al meglio Treviso, la memoria del nostro territorio, di Mario Del Monaco e di Toti Dal Monte a cui è dedicato questo premio”.

 

Il bando

Dopo una fase di preselezione online in cui si chiederà ai candidati di inviare un video di prova, una Commissione giudicatrice, costituita da rappresentanti degli Enti co-produttori e da eminenti personalità del settore artistico musicale internazionale, selezionerà i vincitori dei rispettivi ruoli nelle recite programmate nella stagione 2021-2022 al Teatro Comunale Mario Del Monaco e nella stagione lirica 2021 del Comune di Padova. La domanda di iscrizione dovrà pervenire al Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso tra il 12 e il 30 aprile 2021, secondo le modalità previste dal bando.

 

L’opera protagonista del bando è il Don Pasquale, ambientato a Roma agli inizi del XIX secolo, fu composto in undici giorni e rappresentato la prima volta al Theatre des Italiens di Parigi il 3 gennaio del 1843, quando Gaetano Donizetti aveva 46 anni ed era dunque al punto di maturità della sua carriera artistica.

 

Per maggiori informazioni tramite email: [email protected]teatrostabileveneto.it.

Per non lasciare soli e al buio i meravigliosi capolavori riuniti al San Gaetano nella mostra su Van Gogh, Marco Goldin annuncia per lunedì 18 gennaio alle ore 21, un appuntamento in diretta dalle sale della mostra “Van Gogh. I colori della vita”: una diretta che chiunque potrà seguire sulla pagina Facebook di Linea d’ombra e sul sito www.lineadombra.it.

 

L’appuntamento offrirà un grande racconto dal vivo, intitolato “Van Gogh. Sei quadri, sei storie” e, annuncia il curatore, “la serata sarà molto ricercata anche dal punto di vista realizzativo, con varie telecamere dedicate e luci adeguate alla circostanza, di modo che la qualità della visione sia al più alto livello”.

 

“Ho scelto sei quadri compresi nella mostra, accanto ai quali – continua Goldin – parlerò, per raccontare altrettante storie su Van Gogh, la sua vita e la sua opera. I sei quadri sono il sulfureo e meraviglioso Paesaggio al crepuscolo dell’autunno 1885 a Nuenen, poche settimane prima di lasciare l’Olanda. Poi il celeberrimo Autoritratto con cappello di feltro grigio della fine del 1887 a Parigi, quindi Il seminatore del giugno 1888 ad Arles, in mezzo agli assolati campi di grano. Sempre del periodo di Arles, e sempre del 1888, Il postino Joseph Roulin mi darà modo di raccontare la storia di una straordinaria amicizia. Del tempo trascorso da Van Gogh nella casa di cura di Saint-Paul-de-Mausole ho scelto il mio quadro preferito dell’intera mostra, il Paesaggio a Saint-Rémy del giugno 1889, che è una sinfonia di vento e natura. Infine, a chiudere questa strepitosa galleria, il Covone sotto un cielo nuvoloso, uno degli ultimissimi dipinti di Van Gogh, realizzato a Auvers prima della fine di luglio del 1890″, conclude.

 

 

E continua: “Voglio tenere accesa una fiammella. Il proseguire delle chiusure delle mostre, dall’inizio di novembre, per ulteriori, altre settimane, ci getta ovviamente nello sconforto e, non lo nascondo, in una situazione economica che per Linea d’ombra si va facendo complicatissima. Però voglio continuare a parlare di pittura, a raccontarla, a scriverne, e lo farò fin quando sarà possibile”.

 

Ed è per questo motivo che ha deciso di offrire a tutti un nuovo segno di bellezza direttamente dalle sale della mostra meravigliosa “Van Gogh. I colori della vita”, aperta nel Centro San Gaetano a Padova per sole tre settimane a ottobre, e poi chiusa a causa dell’emergenza sanitaria in atto.

 

“È un vero dolore per me – conclude Goldin – attraversare le sale vuote da settimane e settimane quando con i restauratori andiamo a controllare lo stato di conservazione dei dipinti e dei disegni. È quella solitudine dei capolavori, il segno tangibile del tempo disastroso che stiamo vivendo”.

 

Appuntamento (online) a lunedì 18 gennaio alle 21, quindi, in attesa di poter avere la gioia di confrontarsi da vicino con i colori, il mondo e la vita del celebre pittore olandese!

Per ulteriori info: www.lineadombra.it

Perfettamente allestite, appuntate nell’elenco dei desideri di molti. Eppure chiuse. Sono le mostre che in tutta Italia restano sbarrate in attesa di un sì aprano le porte, con tutte le cautele del caso da parte del Governo.
Certo, molte di queste sono rimaste in contatto con il proprio pubblico grazie al mondo virtuale dei social e del website ma è evidentemente impossibile colmare il vuoto.

 

Vediamone alcune, cominciando da quelle che sono già al loro doppio sonno, nel senso che erano appena partite quando a chiuderle fu il lockdown di primavera, salvo risorgere con il sole d’estate e poi tornare nuovamente al buio.
Nella categoria delle veterane dell’era Covid è, al Palazzo Roncale di Rovigo, La quercia di Dante. Visioni dell’inferno. Dorè, Rauschenberg, Brand, aperta lo scorso 28 febbraio e adesso prolungata sino al 17 gennaio 2021.
Sorte analoga anche per un’altra mostra celebrativa di Centenari. A Rovigo, per quello di Dante, Previati in questo altro caso, è ricordato a Ferrara, al Castello Estense con la mostra Tra Simbolismo e Futurismo. Gaetano Previati. Inaugurata il 9 febbraio 2020, dovrebbe concludersi il 27 dicembre, salvo proroghe.
Accanto a queste due veterane, diverse altre vivono un poco gradito letargo in attesa del colpo di bacchetta magica che le risvegli.

 

In ordine sparso, Marc Chagall anche la mia Russia mi amerà, a Palazzo Roverella di Rovigo. Salvo proroghe, chiuderà il 17 gennaio, mentre a Padova morde il freno Van Gogh. I colori della vita, prevista sino all’11 aprile.
È pronta a farsi ammirare sino a sino al 5 aprile, ad Abano Terme (Pd), nel Museo Villa Bassi Rathgeb, Seicento-novecento. Da Magnasco a Fontana. Collezioni in dialogo sono la Bassi Rathgeb e la Merlini.
Tempi brevi, sempre che non intervengano auspicabili proroghe, per Mio Vanto, Mio Patrimonio. L’arte del 900 nella visione di Leone Piccioni, al Museo della Città di Pienza.
Al Palazzo della Podestà di Montevarchi (AR), luci spente anche per la monografica su Ottone Rosai, che dovrebbe concludersi il prossimo 31 gennaio.
Sempre salvo proroghe, a Cremona, Orazione Gentileschi. La fuga in Egitto e altre storie è, per adesso, prevista sino al 31 gennaio, in Pinacoteca Ala Ponzone.

 

Prolungata invece sino al 14 febbraio (chiusura inizialmente prevista all’8 dicembre), a Camera Centro Italiano per la Fotografia, naturalmente a Torino, per «Paolo Ventura. Carousel».
Ci sarebbe stato tempo sino 13 dicembre, alla Fondazione Magnani-Rocca, in quel di Mamiano di Traversetolo – Parma, per ammirare L’Ultimo Romantico. Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori.
Qualche settimana in più, sino al 14 febbraio, alla Nuova Pilotta di Parma per la mostra Fornasetti. Theatrum Mundi, aperta lo scorso 3 giugno.
Il 31 gennaio è la data prevista per la chiusura di La mano che crea. La Galleria pubblica di Ugo Zannoni (1836-1919). Scultore, collezionista e mecenate, aperto il 27 giugno scorso a Verona, Galleria d’Arte Moderna Achille Forti a Palazzo della Ragione.
Sono, negli scorsi mesi, iniziate a Ravenna le Celebrazioni per il Settimo Centenario Dantesco. L’intensissimo programma ravennate ha preso il via con Dante nell’arte dell’Ottocento. Un’esposizione degli Uffizi a Ravenna. Dante in esilio, ai Chiostri Francescani, dove resterà sino al 5 settembre 2021. Il secondo appuntamento è alla Classense con la mostra Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, di cui è già certa la proroga oltre il 10 gennaio, iniziale data di chiusura.

 

Ma, attenzione! Perché tra tante mostre dormienti, ve ne sono alcune che sono graziate per avere sede in paesi con meno restrizioni anti-Covid oppure per essere accolte in gallerie private, che in quanto esercizi commerciali, sono accessibili al pubblico (ad eccezione naturalmente di zona rossa).
È esempio del primo caso Dentro i Palazzi. Uno sguardo sul collezionismo privato nella Lugano del Sette e Ottocento: le quadrerie Riva, aperta nel pieno di questa ondata di Covid, allestita nella Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst, a Rancate, Canton Ticino, in Svizzera. Tranquillamente visitabile sino al 28 febbraio 2021.
Così come sono regolarmente aperte le sezioni milanese e fiorentina di Arte moderna e contemporanea. Antologia scelta 2021, mostra proposta da Tornabuoni Arte nelle sue Gallerie delle due città.
Per concludere il giro, ecco una Fiera: Flashback, l’arte è tutta contemporanea. Con il tema: Ludens, ha scelto di affrontare il Covid trasformandosi in un’Edizione Diffusa nella città di Torino e nel resto del mondo, dove hanno sede le gallerie partecipanti (www.flashback.to.it). Partendo al grido di non siamo soli, ci invita tutti a giocare con la sua ottava edizione, Ludens, dedicata alla capacità di ciascun individuo di riplasmare la realtà attraverso la creatività.

Sabato 14 novembre 2020, presso la galleria Arte Spazio Tempo di Venezia, si terrà l’apertura della mostra “Lo spazio fluido” dell’artista Maddalena Granziera organizzata dall’associazione ATTIVA Cultural Projects e accompagnata da testo critico e presentazione di Giulia Cacciola.

 

L’esposizione è costruita intorno all’opera omonima Lo spazio fluido creata in esclusiva per l’ultimo numero del magazine d’artista Ŏpĕra, edito dall’Associazione Attiva Cultural Projects. Alla base della scelta espositiva, vi è la lettura di una tematica ricorrente nella produzione artistica di Maddalena, che parte dall’osservazione della realtà e trova sviluppo nella sua stessa rielaborazione.

 

Le due sale della galleria accolgono il visitatore in un percorso visivo e immaginario che spazia dalla serie di opere realizzate su tela, fino ai trasferimenti fotografici su carta.

 

Il percorso artistico di Maddalena è decisamente influenzato dal pensiero calviniano, tanto che alcune opere portano come titolo intere frasi dell’autore, tratte, in modo particolare, dal romanzo “Le città invisibili” e dalla raccolta di racconti “Le Cosmicomiche”.

 

Attraverso le tele, Maddalena dona a chi le osserva un viaggio disconnesso dalla realtà, senza specifici riferimenti spazio-temporali: i paesaggi che immortala si dissolvono tramite solventi industriali distribuiti sull’immagine in modo del tutto casuale, ottenendo ogni volta risultati inaspettati e diversi che ritraggono qualcosa di non così riconoscibile, qualcosa che corrisponde solo lontanamente alla realtà così come siamo abituati a classificarla.

 

In nessuna opera l’uomo emerge come soggetto principale ed è del tutto assente nella rappresentazione visiva, ma necessariamente presente come elemento fondamentale della trasformazione del paesaggio.

 

L’artista

Maddalena Granziera (Treviso, 1991) frequenta l’Accademia di Belle Arti di Venezia e nel 2017 consegue il Diploma Accademico di II˚ livello in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo. Espone in diverse collettive tra cui la 103ma Collettiva Giovani Artisti di Fondazione Bevilacqua la Masa; la mostra dedicata ai vincitori della X Edizione del Premio Nocivelli – concorso in cui si aggiudica il Premio Coppa Luigi – e la mostra finalisti dell’ottava edizione del Premio Combat Prize.

 

Nel 2019 Partecipa alla residenza artistica promossa dal Consorzio Brianteo di Villa Greppi a Monticello Brianza (LC) curata da Simona Bartolena, ed espone in altre collettive in Lombardia e in una personale a Padova curata dal Progetto Giovani di Padova. Dal 2019 entra a far parte di Sciame Project, progetto ideato da Miriam Montani, con cui aderisce a diverse iniziative, tra cui una collettiva a Cascia (PG).

Attualmente vive e lavora a Treviso.

 

 

Info sulla mostra

La mostra sarà visitabile dal 14 novembre al 20 dicembre 2020 presso la galleria Arte Spazio Tempo, Campo del Ghetto, 2877, 30121 – Venezia (VE).

Orari: dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00.

 

Nel rispetto delle norme anti-Covid, l’apertura della mostra sabato 14 novembre 2020 avverrà previa prenotazione gratuita alle visite guidate con l’artista e la curatrice durante l’intera giornata, negli orari sopra indicati.

Per prenotare, scrivere a: [email protected]

 

Continuiamo con la pubblicazione a puntate del libro scritto dal nostro concittadino, Nuccio Sapuppo. In questa raccolta l’autore ha voluto raccontare – in forma di monografie – luoghi, avvenimenti e personaggi figli di Mogliano che si sono distinti per le opere che hanno compiuto nella loro vita

 

Il Prof. Giancarlo Zaramella, scomparso di recente, è stato il fondatore del Circolo Piranesi. Apprezzato pittore, aderente fin da giovane alla corrente del Cubismo, era l’anima del mondo culturale moglianese, che ha rappresentato a Mogliano per diversi decenni.

 

Certamente un uomo d’altri tempi sia per il suo portamento che per il modo di porsi con gli altri. Un vero gentleman sempre impeccabilmente elegante in sintonia col suo carattere gentile ed altruista. Un  punto di riferimento per la vita artistica e culturale della città di Mogliano, riconoscibile per il suo immancabile papillon al collo e per i suoi marcati modi garbati che lo contraddistinguevano. Per qualsiasi spostamento adoperava i mezzi pubblici ricusando categoricamente l’uso di qualsiasi mezzo di locomozione moderno e veloce del tipo autovetture o motocicli.

 

Sempre elegante nell’abbigliamento e discreto nel comportamento e nei rapporti con gli altri. A chiunque lo avvicinasse non faceva mai pesare la differenza di cultura e la professione prestigiosa di insegnante d’arte, presso l’Accademia di Venezia, ad alto livello, che occupava.

 

La sua vita ha attraversato tappe importanti della cultura del ‘900 anche a livello nazionale. Fin dal suo apparire nel vasto firmamento artistico e culturale, aderì alla corrente del cubismo e non cambiò mai stile della sua arte. Fece emergere il suo talento esponendo alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma.

 

Pur avendo privilegiato l’insegnamento alla pittura ed all’arte, ha lasciato dei disegni e delle pitture di piccole dimensioni di ottima fattura delle quali sono rimasti pieni i muri non solo dell’appartamento dove aveva fissato il suo studio, ma anche della casa dove abitava.

 

Per Mogliano resterà per parecchio tempo un simbolo e un vero rappresentante della cultura in senso molto esteso, che non si limita cioè alle semplici materie sue professionali, ma va ben oltre nel vasto panorama dello scibile umano..

 

Nel 1962 fondò il Gruppo Artistico Piranesi col quale ha valorizzato l’eredità del celebre incisore nato anche lui proprio a Mogliano Veneto. Ha accolto promuovendone l’attività gli innumerevoli artisti locali e sotto i suoi quadri sono passate intere generazioni di pittori per ammirarne l’arte ed imitarne le tecniche. Mantenne rapporti culturali e frequentazioni con l’amico scrittore Giuseppe Berto ed il poeta Diego Valeri.

 

Esimio Professore, non dimenticheremo facilmente la tua affabilità e il tuo insostituibile papillon attraversare sempre a piedi con passo lesto le strade di Mogliano!

 

 

Photo Credits: FB @centroartepiranesi 

Sarà lo storico e critico d’arte, Giandomenico Romanelli, a presentare la mostra dal titolo “Passato senza fine – Carceri d’Invenzione” dedicata al grande artista Giambattista Piranesi, a 300 anni dalla sua nascita. “È un omaggio doveroso a un genio dell’architettura – ha commentato il Sindaco di Mogliano Davide Bortolato. – Piranesi è un importante artista che ha avuto i natali nella nostra città e del quale siamo molto orgogliosi. Sono molte, in tutto il mondo, le mostre che lo celebrano e noi dovevamo essere tra queste”. L’evento, fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale, Assessorato alla Cultura, in collaborazione con il centro Artistico e Culturale  G.B. Piranesi, è stata curata dal maestro Angelo Zennaro, artista e presidente del Centro Culturale Piranesi.

 

“Non si tratta solo di ricordare i trecento anni dell’Artista ma di offrire alla Cittadinanza un evento culturale di grande importanza, con ingresso gratuito – ha voluto sottolineare il vicesindaco e assessore alla Cultura Giorgio Copparoni aggiungendo che tutto si svolgerà nel pieno rispetto delle normative Covid.

 

Giovambattista Piranesi nacque a Mogliano Veneto, nell’ottobre del 1720 e giovanissimo si trasferì a Roma, allora fulcro di tutta la cultura occidentale, “fonte dove abbeverarsi”, scelta anche da un altro noto veneto come Antonio Canova che raggiunse Roma solo pochi mesi dopo la morte del Piranesi avvenuta a Venezia il 9 novembre del 1778, a 58 anni.

 

Protagoniste della mostra saranno le 16 incisioni dal titolo “Le Carceri d’invenzione” realizzate fra il 1745 e il 1750 in cui Piranesi sperimenta l’architettura “realizzabile” tra luoghi e scenari impossibili; non si tratta di paesaggi comuni bensì di carceri come luoghi della mente, delle infatuazioni e delle paure dell’artista.

 

La mostra, che si avvale anche della collaborazione della Fondazione Giorgio Cini,  rimarrà aperta dal 31 ottobre 2020 al 31 gennaio 2021 presso il Brolo Centro d’Arte e Cultura in via Rozone e Vitale 5 a Mogliano, nei giorni di venerdì, sabato e domenica con orario 16.30 – 19.30, e nelle mattine di sabato e domenica dalle 10.30 alle 12.30. Saranno esposte anche le incisioni del maestro Angelo Zennaro dal titolo Ground Zero.

 

 

Silvia Moscati

Continuiamo con la pubblicazione a puntate del libro scritto dal nostro concittadino, Nuccio Sapuppo. In questa raccolta l’autore ha voluto raccontare – in forma di monografie – luoghi, avvenimenti e personaggi figli di Mogliano che si sono distinti per le opere che hanno compiuto nella loro vita

 

Vincenzo (Enzo) Loria – Pittore
(n. a Caccuri, Calabria, nel 1948)

Enzo Loria rappresenta una tra le tante storie di persone che negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso in massa arrivavano al Nord dal Meridione d’Italia, perché lì non si trovava lavoro e la disoccupazione praticamente si aggirava intorno al cento per cento della popolazione.

 

Approdato a Mogliano aveva trovato subito da lavorare al Cotonificio Veneto Olcese di via Torni. Ma ben presto il Cotonificio chiuse definitivamente i battenti. Lui perse il lavoro e da allora non è più riuscito a trovare un’occupazione stabile e gratificante.

 

In assenza di alternative accettabili per sopravvivere non ha disdegnato però di svolgere lavori modesti e saltuari.

Circostanza questa che gli ha permesso però di dedicarsi quasi a tempo pieno alla pittura, utilizzando il suo abbondante tempo libero fin da subito all’arte pittorica, verso la quale si sentiva maggiormente portato e della quale ha vissuto e vive tutt’ora.

 

In tutti i suoi quadri ha adoperato uno stile originale, tutto suo e personalissimo, senza imitare nessuno fin dai primi lavori. La sua tecnica è fatta non di pennellate ma dall’insieme di minuscoli puntini variopinti che colorano le immagini ed i paesaggi che lui intende rappresentare. In pratica un meraviglioso mosaico multicolore simile a quelli della migliore tradizione.

 

A Mogliano ha frequentato assiduamente l’Artis Domus e il Centro Artistico Piranesi, fondato e presieduto dal Prof. Giancarlo Zaramella, sotto la cui guida illuminata ha mosso i primi passi verso l’arte pittorica.

 

Fortemente schivo e restio ad ogni logica di mercato, difficilmente è propenso a cedere i suoi lavori, ma è più incline a conservarli. Per far conoscere la sua arte ha allestito moltissime mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero, attirando l’attenzione di numerosi critici d’arte di grande rilievo e riscuotendo un grande successo in chiunque abbia visitato le sue mostre.

 

Nei suoi quadri preferisce i colori tenui a quelli sgargianti, e nelle sue opere non nasconde una certa malinconia, forse causata dalla nostalgia della sua meravigliosa terra d’origine, la Calabria.

 

Il suo oggetto preferito è la laguna veneta “della quale egli dipinge nei suoi quadri non tanto il paesaggio lagunare, quanto il sentimento che esso suscita nell’autore” (Luigi Scala). Le sue pennellate mostrano delle sfumature che danno l’idea di una tenue nebbiolina che toglie alle sue opere il senso del tempo ed infonde nell’animo umano un senso di lirismo e sentimenti di pace, di serenità ed amore per il bello ed il giusto.

 

Nel vasto firmamento delle stelle che dedicano giorno per giorno alla pittura e all’arte più genericamente la loro passione Enzo Loria rappresenta un talento puro ed assoluto per bravura e dedizione a quella che col tempo è diventata la sua professione.

 

Enzo, la mia massima ammirazione ed i complimenti più sinceri con l’augurio che tu possa raggiungere ulteriori traguardi e riconoscimenti gratificanti!                

 

Photo Credits: G. Marino

A cura di Michele Rovoletto

 

Con l’arrivo del 2020 è giunto il momento di festeggiare il tricentenario della nascita del concittadino più famoso al mondo: Giambattista Piranesi. Egli è ritenuto dagli studiosi un artista che ha segnato la storia dell’arte. In cinque episodi andremo a (ri)scoprire un patrimonio culturale moglianese, cercando di conoscere la sua vita e la sua arte.

 

Arte e vita di Giambattista Piranesi
Intervista al Professor Alessandro Martoni

Alessandro Martoni, storico dell’arte, è responsabile scientifico delle collezioni d’arte presso la Fondazione Giorgio Cini onlus di Venezia. Attivo sul fronte della formazione come docente di storia dell’Arte presso l’Università Internazionale dell’Arte di Venezia e su quello della divulgazione culturale, collabora con amministrazioni pubbliche, associazioni culturali, enti di formazione, diocesi.

 

 

• Carissimo Professore, converrà con noi che di Piranesi conosciamo molto della sua arte, ma che la sua vita sia ancora oggi, a trecento anni di distanza dalla sua nascita, foriera di molti interrogativi. Ci aiuti a districarci: intanto, Giambattista o Giovanni Battista Piranesi? Già il nome è declinato nei vari testi e nelle sedi museali in duplice modo.

Mi lasci iniziare con una citazione letteraria: “E non sa di nomi la vita”, sentenzia Pirandello nella strepitosa chiusura dell’Uno, nessuno, centomila. Citazioni a parte, si tratta delle tipiche varianti che si riscontrano sempre nei documenti, nella letteratura artistica, nella storiografia: sono corretti entrambi. Se vogliamo essere aderenti ai documenti settecenteschi, diremmo Giovanni Battista, o ancora meglio, alla veneziana, Zuanne Battista, come appare nell’atto di battesimo dell’8 novembre 1720: “Zuanne Battista fio di Anzolo Piranesi tagliapietra”.

 

• Grazie, stabilito il nome ufficiale, passiamo al grande dibattito degli ultimi decenni intorno a Piranesi: dov’ è nato?

Questione dibattuta. Risponderò semplicemente citando le considerazioni e i documenti trovati dal compianto studioso Lino Moretti, che ci ha lasciato purtroppo qualche anno fa, grande amico e frequentatore della Fondazione Cini. Primo: Piranesi viene battezzato l’8 novembre 1720 nella parrocchia di San Moisè a Venezia; l’atto di battesimo reca la data di nascita, il 4 ottobre, e non dice che sia nato altrove. Secondo elemento; nel medesimo atto si fa riferimento alla levatrice Maddalena Facchinetti, abitante a Santa Maria Zobenigo, confinante con la parrocchia di San Moisè; la donna è la stessa levatrice di tutti gli altri figli di Anzolo Piranesi e Laura Lucchese, tranne Mattio Zuanne. La famiglia Piranesi in quel momento aveva casa in calle o corte Ca’ Barozzi. Per farla breve, lo studioso si chiede: o Anzolo si poteva permettere di far soggiornare a Mogliano la levatrice insieme alla consorte, in attesa del parto; oppure entrambe, gestante e levatrice veneziana, si trovano per fortunata sorte a Mogliano. Tutto può essere; ma le confesso che mi paiono questioni di lana caprina. Cosa più interessante da rilevare è che rispetto a tutti gli altri fratelli, Zuanne Battista è l’unico ad avere un padrino d’alto rango: Zuanne di Ludovico Widmann.

 

• Lei quindi propende, come molti storici del resto, per una nascita veneziana, ma come si spiega l’epigrafe sul suo busto conservato ai Musei Capitolini? Che scopo avrebbero avuto il figlio Francesco e Antonio Canova di professarlo “da Mojano nel territorio di Mestre” come scritto sulla base della sua effige marmorea?

Certo, dice bene. Il busto fatto scolpire nel 1816 da Antonio Canova, “de pecunia sua”, all’allievo, collaboratore e amico, lo scultore veneziano Antonio D’Este, reca sul basamento l’inequivocabile nascita a “Mojano nel territorio di Mestre”. Si è detto che Canova, giunto a Roma nel 1779, a un anno dalla morte di Piranesi, doveva avere informazioni precise e di prima mano sul celebre artista veneziano, avendo frequentato il figlio Francesco, con il quale visitò e misurò numerosi monumenti antichi. Antonio D’Este giunse a Roma nel 1777, dunque doveva avere per forza conosciuto il celebratissimo conterraneo. Ma il busto è del 1816, trent’anni dopo. E il dato si basa in primo luogo sulla vulgata di Legrand, il primo biografo di Piranesi. Moretti a questo punto si chiese: corruzione e cattiva interpretazione di una scrittura che poteva suonare “natus in par. S. Moy. Año 1720”? Pierluigi Panza aggiunge che in nessun scritto di Giovanni Battista si rintraccia una citazione della nascita moglianese; e che Mogliano non è citata in alcun documento legato alla morte. Come la gran parte degli studiosi, propenderei per la nascita veneziana. E l’atto di battesimo è elemento dirimente.

 

• Altra questione poco chiara, la sua famiglia viene descritta come modesta, in alcuni testi addirittura povera. Il padre è talvolta citato quale probabile architetto o comunque direttore di cantiere, altre volte umile tagliapietre. La madre era di buona famiglia, il fratello di lei fu un funzionario della Serenissima. Insomma, abbiamo dati storici che ci diano un’idea più precisa della condizione famigliare di Piranesi?

Ancora una volta ci sostengono i dati d’archivio, che si aggiungono alle notizie ricavate dal Temanza. E non direi che non siano sufficienti ad avere un quadro chiaro. Anzolo Piranesi, figlio del barcaiolo Giovanni, è veneziano e soprannominato “orbo celega”, cieco passerotto; è tagliapietra, come ci dice anche l’atto di battesimo, e come tale segnalato nell’Arte all’anno 1705. Anche la madre Laura Lucchese è figlia di tagliapietra (Valentino), sorella dell’architetto Matteo Lucchese, che introdusse il piccolo Zuanne Battista ai principi del disegno e che svolse il ruolo di architetto e magistrato idraulico presso il Magistrato alle acque; fu lo zio materno ad introdurlo nel mestiere dell’architettura e nella pratica del cantiere, non il padre, che alla morte risultava possedere poche sostanze. Alla famiglia della madre si deve invece forse una maggior agiatezza, se porta in dote, nel 1711, anno delle nozze tra Anzolo e Laura, 500 ducati. Va ricordato che tra i pochi fratelli di Piranesi che scamparono a morte precoce, vi è Valentino Domenico, che divenne monaco certosino e al quale si deve con tutta probabilità qualche rudimento di latino trasmesso al fratello.

 

• Passando dalle vicende umane a quelle artistiche: quali sono le doti che hanno reso celebre Piranesi?

In primo luogo direi la geniale, fervida capacità inventiva, ipernutrita di curiosità e sollecitazioni culturali ed elevata al cubo grazie a caratteristiche umane come la determinazione, l’ambizione, la curiosità, l’intelligenza; e anche grazie agli stimolanti ambienti intellettuali frequentati nel corso di tutta la carriera, già a partire dagli anni giovanili a Venezia –  si pensi al fatto che il giovane Piranesi  si reca per la prima volta a Roma in qualità di ‘disegnatore’ al seguito dell’ambasciatore Francesco Venier, in compagnia dello scultore atestino Francesco Corradini o alle sue frequentazioni con i pensionnaires dell’Académie de France nel periodo di formazione romana. Ambienti che saranno determinanti per la piena affermazione dell’artista Piranesi entro la cerchia antiquaria d’Europa, come protagonista di primo piano del dibattito erudito grazie alle opere sulle antichità e a quelle polemiche; nel 1957 è aggregato, per esempio, alla Society of Antiquaries di Londra. Uno degli aspetti più sorprendenti è che il ‘mancato’ architetto Piranesi – che si firma con orgoglio “Architectus Venetus”, “Architetto Veneziano”, ma che vede realizzato soltanto il progetto di Santa Maria del Priorato sull’Aventino – trasferisce ambizioni, visioni, progetti di una mente che pensa in grande, nella produzione incisoria: architetto ‘con l’acido e con la carta’ è stato detto; e in questo, la magnificenza e la grandezza ingegneristica della Roma antica, di cui egli si sente erede, cantore, latore, gli offrono il bacino privilegiato entro cui saggiare i suoi ‘progetti’ visionari e la sua concezione estetica. Egli ‘ricrea’ sulla carta – con le infinite modulazioni chiaroscurali capaci di catturare ogni palpito della luce sulla pietra, ogni frasca che germina e levita, ogni riverbero del pulviscolo e della polvere del tempo – le antichità di Roma, Tivoli, Pestum in modalità assolutamente inedite e rivoluzionarie; le restituisce certamente attraverso il filtro illuministico della scienza, dello studio dal vero, della topografia, ma allo stesso tempo le ‘rinnova’ profondamente sotto la lente ustoria della ‘riprogettazione totale’, entro una visionarietà immaginifica che resta la sua eredità più grande; così come ‘ricrea e riprogetta’ le tante stratificazioni dell’Urbe, miscelando erudizione e archeologia con la fantasia capricciosa, liquida, mobile, tipica della genia lagunare. L’immagine di Roma non potrà più prescindere dalle restituzioni e dalle visioni del Piranesi. E da questo punto di vista si pensi a come innovi radicalmente il genere della veduta, superando la tradizione seicentesca della veduta didascalica, di formato piccolo, da inserire in guide e compendi per “forestieri”, che gli trasmette il maestro Giuseppe Vasi, giungendo ad una veduta di dimensioni pari a quelle di un quadro; veduta che privilegia topografie e punti di vista inediti dell’Urbe, immerse in una nuova atmosfera luministica, liquida, mobile, viva, che ha già il sapore preromantico della natura naturans. E fa tutto questo con una sistematicità e ampiezza d’interessi e prospettive, sostenuto da una formazione multidisciplinare – scenografia, veduta, cartografia, pratica di cantiere, archeologia – che davvero sorprende; e soprattutto grazie a doti di finissimo disegnatore sollecitate dalle esperienze veneziane a contatto con le opere di Canaletto, Tiepolo, Marco Ricci  (“altro partito non veggo restare a me, e a qualsivoglia Architetto moderno, che spiegare con disegni le proprie idee”, scrive nel 1743). Perché in primo luogo Piranesi è uno straordinario disegnatore e incisore sulla carta e sulla lastra, acquafortista di una raffinatezza e qualità senza pari, che ha saputo restituire senso e misura del tempo su monumenti, rovine, vestigia antiche grazie ai chiari e agli scuri sulla lastra di rame e al controllo perfetto e minuzioso delle morsure in successione. “Rembrandt delle rovine” lo definisce il medico e antiquario bolognese Ludovico Bianconi nell’elogio del 1779.

 

• Nelle sue celeberrime “Carceri”, a suo giudizio, Piranesi esprime il suo virtuosismo barocco, oppure una denuncia in chiave illuministica?

Domanda molto intelligente, che richiederebbe uno spazio esplicativo più ampio di quello concesso dai comprensibili limiti della brevità giornalistica, tali e tante sono le interpretazioni e le letture della serie delle Carceri piranesiane. Opera ‘al nero’, capolavoro ‘notturno’, di sperimentalismo sovraeccitato e di inesauribile polisemia, come hanno genialmente definito Marguerite Yourcenar e Mario Praz i “capricci’ piranesiani, la serie delle Carceri è di tale suggestione e forza evocativa da consacrare la fama del geniale artista veneziano presso i posteri dentro quella lettura ‘romantica’ che ancora oggi è la più diffusa insieme alle analisi psicoanalitiche. Forse grazie al Legrand, primo biografo che ci tramanda della malaria che colpì Piranesi nel 1742 e degli effetti sul suo cervello e sulla sua psiche narcisistica; e grazie soprattutto alle Confessions of an English Opium Eater (1818) di Thomas de Quincey, che riportano le impressioni dell’amico Coleridge innanzi ai “sogni” di Piranesi, visioni realizzate sotto il “delirio della febbre”; poi arrivano Nodier, Musset, Balzac, Baudelaire, Gautier, Hugo, che definisce le Carceri «effrayantes Babels», parto allucinato di un «noir cervau», Walpole e Beckford; sino ad arrivare alla fondamentale analisi di Giuliano Briganti, che riserva alle Carceri un ruolo centrale nella fenomenologia visionaria dello Sturm und Drang e nella ‘rivoluzione psicologica’ preromantica, nell’intuizione informe dell’abisso interiore (l’Unbewusstsein della psicanalisi), collocando Piranesi nella schiera dei ‘pittori dell’immaginario’, accanto a Füssli e Blake e in parallelo con il Sublime di Burke. Gran parte della critica però, va detto, colloca il ‘sublime’ piranesiano nella cultura nella quale egli affonda le radici, cioè nella spazialità barocca della perdita del centro, della moltiplicazione ‘copernicana’ dei mondi e degli spazi, nella destrutturazione della prospettiva monoculare, che trovano nel teatro e nella scenografia l’universo e il genere di massima manifestazione; insomma in quel virtuosismo barocco da lei giustamente richiamato, che intende lo spazio inventato come ‘macchina’ ad altissimo potenziale illusivo ed effimero. Come sottolineano Focillon, Hind, Wilton Ely, Mariani e Praz, le Carceri vanno lette in relazione alla cultura coeva all’artista, alla sua formazione scenografico-prospettica presso gli scenografi romani Giuseppe e Domenico Valeriani, alle sue frequentazioni con i bolognesi Bibiena;  e ovviamente nel rapporto stretto con il tema del capriccio a Venezia; e dunque nel rapporto  con Marco Ricci, Canaletto, Tiepolo (si pensi alla serie dei Grotteschi, che vanno letti insieme alle Carceri, e allo stringente rapporto con gli Scherzi di Fantasia). Il legame imprescindibile delle Carceri con la scenografia barocca e tardobarocca è del resto confermato non solo dalle tante imitazioni delle tavole piranesiane nella scenografia del secondo Settecento (un vero e proprio genere è quello della rappresentazione della prigione), ma anche dalla naturale e persistente ‘vocazione’ teatrale delle Carceri, spesso usate come fonti per la messinscena, nei secoli successivi.

 

Quanto alla seconda letture da lei evocata, ‘denuncia in chiave illuminista’, è evidente che sta facendo riferimento all’acuta analisi di Maurizio Calvesi, che per quanto contestata ha ancora tutta la sua forza e il suo pregio.  Nella seconda edizione delle Carceri, quella con le lastre radicalmente rilavorate pubblicata nel 1761 e quella che potete vedere in mostra a Bassano, Piranesi moltiplica le fughe prospettiche e i piani spaziali, potenzia l’effetto labirintico e ossessivo delle camere, arricchisce gli ambienti di ingranaggi, ruote, catene, funi, patiboli, animando l’inferno carcerario con un accresciuto numero di figure, come se volesse rendere maggiormente esplicita la dimensione di una topografia sotterranea connessa al tema della pena e dell’espiazione. Questo aspetto potrebbe proprio dare ragione a Calvesi, che interpreta i luoghi piranesiani come libera ricostruzione, zeppa di riferimenti alla simbologia della Libera Muratoria, del Carcere Mamertino e degli edifici capitolini, intendendo la serie da un lato come poetica trasfigurazione della grandezza e superiorità della civiltà e dell’architettura romana, dall’altro riconnettendola alle teorie settecentesche sulla lex romana e al pensiero di Gravina, Guarnacci, Montesquieu, Vico, Filangieri. Più che denuncia diremmo così una ‘rappresentazione in figura’ del dibattito illuminista sull’auctoritas civile del diritto e dell’architettura romana pensata pro publica utilitate, con le sue opere ingegneristiche grandiose, con i suoi acquedotti, le sua fogne, le sue mura, le sue carceri; ed ecco che Calvesi ci ricorda nelle incisioni piranesiane le iscrizioni tratte da Tito Livio e i riferimenti alla figura di Anco Marzio, il re che fece edificare il Carcere Mamertino.

 

• Pensando a Maurits Cornelis Escher, qual è il rapporto dell’arte di Piranesi con l’arte moderna e contemporanea?

Possiamo dire un rapporto fecondo e ininterrotto, senza soluzioni di continuità. Con le Carceri a fare da opera trainante, come abbiamo appena detto, nel suo ruolo di fonte di ispirazione inesauribile nell’arte e soprattutto nell’architettura contemporanea; in primo luogo per quella forza generatrice e moltiplicatoria di spazi senza fine che le costruzioni piranesiane propongono, per quelle strutture potenti, ipertrofiche, oniriche –spazi della mente visionaria – che trovano nel verticalismo e nel rapporto di spinte e controspinte modulabili all’infinito del gotico il quid sostanziale della loro stabilità. Non c’è solo Escher, ovviamente il referente contemporaneo più citato e manifesto nel rapporto con la serie piranesiana: i labirinti percettivi surrealisti, gli spazi ipnotici e paradossali dell’incisore olandese, con la loro ossessione per i poliedri, le distorsioni prospettiche e la mistica dell’infinito possibile e rappresentabile, devono molto agli ambienti ‘impossibili’ di Piranesi. Ma in realtà l’influenza delle Carceri sulla destrutturazione e ipertrofia come della surrealtà e della visionarietà nel tema dell’antico, della rovina e del tempo distruttore e modellatore è davvero enorme. Il tempo è tiranno, ma invito a leggere il delizioso libretto di Franco Purini, che a lungo a riflettuto su Piranesi e sulla sua eredità nei secoli a venire, soprattutto nel ’900. Limitandosi a qualche citazione in architettura non si possono non citare “la città nuova” ipermeccanizzata ed esponenziale del futurista comasco Sant’Elia; le esperienze sovietiche degli anni Venti di    Mel’nikov, Trockij, Cˇernichov, indagate dall’amica Federica Rossi; e ancora, per citare solo alcuni nomi, gli edifici e i progetti più ‘piranesiani’, o dove sembra  ravvisarsi più di una suggestione, di Paolo Soleri, John Portman, Franck O. Gehry, Norman Foster, Rafael Viñoly Beceiro, Rem Koolhaas, Daniel Libeskind, Francesco Cellini, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Renzo Piano, dello stesso Purini. E poi c’è il cinema, campo molto prolifico e straordinariamente ricettivo, come quello dei videogames, degli spazi piranesiani: basti pensare alla città stratificata e gerarchica, con quella alta attraversata dalla babele delle passerelle aeree e quella bassa, infernale, del Moloch che divora gli operai, di Metropolis di Fritz Lang; alla Gotham City di Batman; alla Los Angeles visionaria e notturna di Blade Runner di Scott; e persino, omaggio dichiarato, alla grande hall dalle scale semoventi della scuola di Hogwarts nella saga di Harry Potter.

 

• A Bassano del Grappa e Venezia sono in corso due mostre commemorative in onore di Piranesi, entrambe vedono coinvolta la Fondazione Giorgio Cini: quali propositi si pongono queste due distinte manifestazioni? Malgrado la pandemia covid-19, come risponde il pubblico?

Entrambe, pur nate con presupposti e sollecitazioni differenti, hanno in comune un obbiettivo di fondo importante: quello della valorizzazione delle collezioni e del patrimonio grafico che entrambe le istituzioni hanno l’onore di conservare. Nel caso specifico della Fondazione Giorgio Cini stiamo parlando dell’opera incisoria completa di Piranesi, grazie all’acquisto, effettuato tra il 1961 e il 1962 dall’Istituto di Storia dell’Arte e sostenuto da Vittorio Cini, di 24 volumi in folio della prima edizione francese dell’opera piranesiana, edita dalla Piranesi Fréres, fondata dai figli Francesco e Pietro a Parigi. Tiratura di grande pregio e acquisizione di prim’ordine che ha di fatto consegnato alla Fondazione Cini lo scettro di luogo ‘piranesiano’ per eccellenza a Venezia. Fama ribadita dalle importanti mostre che sono state organizzate nei decenni scorsi dall’Istituto di Storia dell’Arte, a partire da quella del 1978 di Alessandro Bettagno per arrivare a quella di Giuseppe Pavanello nel 2010. Ora si aggiunge questa raffinata mostra curata dal direttore Luca Massimo Barbero presso la Galleria di Palazzo Cini, in collaborazione con Giovanna Calvenzi e l’Archivio Gabriele Basilico. La mostra è integralmente dedicata a Piranesi vedutista e alla restituzione fotografica dei luoghi e delle vedute di Piranesi compiuta nel 2010, su commissione della Fondazione Cini stessa, da parte di Gabriele Basilico, maestro indiscusso del paesaggio fotografico contemporaneo, qui lucido, malinconico, disincantato interprete, attraverso la macchina fotografica, della visione e dello sguardo del grande artista veneziano su Roma. Sfogliatevi lo splendido volume edito per l’occasione dalla casa editrice romana Contrasto e capirete immediatamente come non si poteva fare scelta più lungimirante e convincente del coinvolgimento di Gabriele Basilico per questo ‘progetto di restituzione e confronto’; sul filo di affinità elettive che valicano le generazioni e i secoli.

È la Galleria Nazionale d’Arte Antica Palazzo Barberini Corsini di Roma ad aver dato notizia ufficiale sui propri canali Instagram e Facebook della visita della popolare imprenditrice, avvenuta ieri.

 

Nel Post si legge:
“Si scateneranno polemiche? Lei è Chiara Ferragni e ha scelto di visitare Palazzo Barberini per scoprire uno dei più importanti musei romani. E voi quando verrete a scoprire le nostre meraviglie?”.

 

Le foto della nota influencer, immortalata accanto alla Giuditta e Oloferne di Caravaggio e all’Amor Sacro e Amor Profano di Giovanni Baglione, sono state postate anche sul suo canale Instagram che conta oltre 20 milioni di follower.

 

Numerosi e immediati i commenti degli alcuni, tra cui: «Marchetta pubblicitaria», «Ringrazio gli Uffizi, i Musei Vaticani e le gallerie Barberini Corsini per avermi fatto conoscere Chiara Ferragni, non avevo idea di chi fosse», «Triste pensare che le persone debbano essere stimolate in questo modo». Altri, al contrario, hanno replicato positivamente: «La sua visita porterà sicuramente nuovi visitatori alle Gallerie. Mi pare un fatto molto positivo», «Ritengo bellissimo vedere la Ferragni provare interesse per uno dei Musei più belli di Roma».

 

Già il “caso mediatico” era nato a luglio con un selfie che ritraeva l’influencer agli Uffizi di Firenze accanto alla Venere di Botticelli e se allora il Direttore del Museo Eike Schmidt aveva manifestato tutta la sua verve “giovanilista” dichiarando una «visione democratica» dell’arte dall’altro lato c’era chi, tra gli studiosi, non ne aveva condiviso la scelta come Tommaso Montanari il quale, criticandone “l’operazione”, sosteneva come la Primavera di Botticelli fosse diventata una “testimonial alla Ferragni” e non l’inverso.

 

Sarcastico e pungente stavolta è stato l’intervento di Daniele Radini Tedeschi, uno tra gli autorevoli studiosi del Caravaggio, che dal suo canale Instagram seguito da oltre 36mila follower ha vivacemente commentato l’accaduto, ponendo l’attenzione sulla necessità di una emancipazione dei Musei, specie se pubblici e statali, da mode, social, scelte di marketing o testimonial e scatenando così una querelle di interazioni negative degli utenti verso il Museo.

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