Home / Posts Tagged "arte"

A cura di Michele Rovoletto

 

Con l’arrivo del 2020 è giunto il momento di festeggiare il tricentenario della nascita del concittadino più famoso al mondo: Giambattista Piranesi. Egli è ritenuto dagli studiosi un artista che ha segnato la storia dell’arte. In cinque episodi andremo a (ri)scoprire un patrimonio culturale moglianese, cercando di conoscere la sua vita e la sua arte.

 

Arte e vita di Giambattista Piranesi
Intervista al Professor Alessandro Martoni

Alessandro Martoni, storico dell’arte, è responsabile scientifico delle collezioni d’arte presso la Fondazione Giorgio Cini onlus di Venezia. Attivo sul fronte della formazione come docente di storia dell’Arte presso l’Università Internazionale dell’Arte di Venezia e su quello della divulgazione culturale, collabora con amministrazioni pubbliche, associazioni culturali, enti di formazione, diocesi.

 

 

• Carissimo Professore, converrà con noi che di Piranesi conosciamo molto della sua arte, ma che la sua vita sia ancora oggi, a trecento anni di distanza dalla sua nascita, foriera di molti interrogativi. Ci aiuti a districarci: intanto, Giambattista o Giovanni Battista Piranesi? Già il nome è declinato nei vari testi e nelle sedi museali in duplice modo.

Mi lasci iniziare con una citazione letteraria: “E non sa di nomi la vita”, sentenzia Pirandello nella strepitosa chiusura dell’Uno, nessuno, centomila. Citazioni a parte, si tratta delle tipiche varianti che si riscontrano sempre nei documenti, nella letteratura artistica, nella storiografia: sono corretti entrambi. Se vogliamo essere aderenti ai documenti settecenteschi, diremmo Giovanni Battista, o ancora meglio, alla veneziana, Zuanne Battista, come appare nell’atto di battesimo dell’8 novembre 1720: “Zuanne Battista fio di Anzolo Piranesi tagliapietra”.

 

• Grazie, stabilito il nome ufficiale, passiamo al grande dibattito degli ultimi decenni intorno a Piranesi: dov’ è nato?

Questione dibattuta. Risponderò semplicemente citando le considerazioni e i documenti trovati dal compianto studioso Lino Moretti, che ci ha lasciato purtroppo qualche anno fa, grande amico e frequentatore della Fondazione Cini. Primo: Piranesi viene battezzato l’8 novembre 1720 nella parrocchia di San Moisè a Venezia; l’atto di battesimo reca la data di nascita, il 4 ottobre, e non dice che sia nato altrove. Secondo elemento; nel medesimo atto si fa riferimento alla levatrice Maddalena Facchinetti, abitante a Santa Maria Zobenigo, confinante con la parrocchia di San Moisè; la donna è la stessa levatrice di tutti gli altri figli di Anzolo Piranesi e Laura Lucchese, tranne Mattio Zuanne. La famiglia Piranesi in quel momento aveva casa in calle o corte Ca’ Barozzi. Per farla breve, lo studioso si chiede: o Anzolo si poteva permettere di far soggiornare a Mogliano la levatrice insieme alla consorte, in attesa del parto; oppure entrambe, gestante e levatrice veneziana, si trovano per fortunata sorte a Mogliano. Tutto può essere; ma le confesso che mi paiono questioni di lana caprina. Cosa più interessante da rilevare è che rispetto a tutti gli altri fratelli, Zuanne Battista è l’unico ad avere un padrino d’alto rango: Zuanne di Ludovico Widmann.

 

• Lei quindi propende, come molti storici del resto, per una nascita veneziana, ma come si spiega l’epigrafe sul suo busto conservato ai Musei Capitolini? Che scopo avrebbero avuto il figlio Francesco e Antonio Canova di professarlo “da Mojano nel territorio di Mestre” come scritto sulla base della sua effige marmorea?

Certo, dice bene. Il busto fatto scolpire nel 1816 da Antonio Canova, “de pecunia sua”, all’allievo, collaboratore e amico, lo scultore veneziano Antonio D’Este, reca sul basamento l’inequivocabile nascita a “Mojano nel territorio di Mestre”. Si è detto che Canova, giunto a Roma nel 1779, a un anno dalla morte di Piranesi, doveva avere informazioni precise e di prima mano sul celebre artista veneziano, avendo frequentato il figlio Francesco, con il quale visitò e misurò numerosi monumenti antichi. Antonio D’Este giunse a Roma nel 1777, dunque doveva avere per forza conosciuto il celebratissimo conterraneo. Ma il busto è del 1816, trent’anni dopo. E il dato si basa in primo luogo sulla vulgata di Legrand, il primo biografo di Piranesi. Moretti a questo punto si chiese: corruzione e cattiva interpretazione di una scrittura che poteva suonare “natus in par. S. Moy. Año 1720”? Pierluigi Panza aggiunge che in nessun scritto di Giovanni Battista si rintraccia una citazione della nascita moglianese; e che Mogliano non è citata in alcun documento legato alla morte. Come la gran parte degli studiosi, propenderei per la nascita veneziana. E l’atto di battesimo è elemento dirimente.

 

• Altra questione poco chiara, la sua famiglia viene descritta come modesta, in alcuni testi addirittura povera. Il padre è talvolta citato quale probabile architetto o comunque direttore di cantiere, altre volte umile tagliapietre. La madre era di buona famiglia, il fratello di lei fu un funzionario della Serenissima. Insomma, abbiamo dati storici che ci diano un’idea più precisa della condizione famigliare di Piranesi?

Ancora una volta ci sostengono i dati d’archivio, che si aggiungono alle notizie ricavate dal Temanza. E non direi che non siano sufficienti ad avere un quadro chiaro. Anzolo Piranesi, figlio del barcaiolo Giovanni, è veneziano e soprannominato “orbo celega”, cieco passerotto; è tagliapietra, come ci dice anche l’atto di battesimo, e come tale segnalato nell’Arte all’anno 1705. Anche la madre Laura Lucchese è figlia di tagliapietra (Valentino), sorella dell’architetto Matteo Lucchese, che introdusse il piccolo Zuanne Battista ai principi del disegno e che svolse il ruolo di architetto e magistrato idraulico presso il Magistrato alle acque; fu lo zio materno ad introdurlo nel mestiere dell’architettura e nella pratica del cantiere, non il padre, che alla morte risultava possedere poche sostanze. Alla famiglia della madre si deve invece forse una maggior agiatezza, se porta in dote, nel 1711, anno delle nozze tra Anzolo e Laura, 500 ducati. Va ricordato che tra i pochi fratelli di Piranesi che scamparono a morte precoce, vi è Valentino Domenico, che divenne monaco certosino e al quale si deve con tutta probabilità qualche rudimento di latino trasmesso al fratello.

 

• Passando dalle vicende umane a quelle artistiche: quali sono le doti che hanno reso celebre Piranesi?

In primo luogo direi la geniale, fervida capacità inventiva, ipernutrita di curiosità e sollecitazioni culturali ed elevata al cubo grazie a caratteristiche umane come la determinazione, l’ambizione, la curiosità, l’intelligenza; e anche grazie agli stimolanti ambienti intellettuali frequentati nel corso di tutta la carriera, già a partire dagli anni giovanili a Venezia –  si pensi al fatto che il giovane Piranesi  si reca per la prima volta a Roma in qualità di ‘disegnatore’ al seguito dell’ambasciatore Francesco Venier, in compagnia dello scultore atestino Francesco Corradini o alle sue frequentazioni con i pensionnaires dell’Académie de France nel periodo di formazione romana. Ambienti che saranno determinanti per la piena affermazione dell’artista Piranesi entro la cerchia antiquaria d’Europa, come protagonista di primo piano del dibattito erudito grazie alle opere sulle antichità e a quelle polemiche; nel 1957 è aggregato, per esempio, alla Society of Antiquaries di Londra. Uno degli aspetti più sorprendenti è che il ‘mancato’ architetto Piranesi – che si firma con orgoglio “Architectus Venetus”, “Architetto Veneziano”, ma che vede realizzato soltanto il progetto di Santa Maria del Priorato sull’Aventino – trasferisce ambizioni, visioni, progetti di una mente che pensa in grande, nella produzione incisoria: architetto ‘con l’acido e con la carta’ è stato detto; e in questo, la magnificenza e la grandezza ingegneristica della Roma antica, di cui egli si sente erede, cantore, latore, gli offrono il bacino privilegiato entro cui saggiare i suoi ‘progetti’ visionari e la sua concezione estetica. Egli ‘ricrea’ sulla carta – con le infinite modulazioni chiaroscurali capaci di catturare ogni palpito della luce sulla pietra, ogni frasca che germina e levita, ogni riverbero del pulviscolo e della polvere del tempo – le antichità di Roma, Tivoli, Pestum in modalità assolutamente inedite e rivoluzionarie; le restituisce certamente attraverso il filtro illuministico della scienza, dello studio dal vero, della topografia, ma allo stesso tempo le ‘rinnova’ profondamente sotto la lente ustoria della ‘riprogettazione totale’, entro una visionarietà immaginifica che resta la sua eredità più grande; così come ‘ricrea e riprogetta’ le tante stratificazioni dell’Urbe, miscelando erudizione e archeologia con la fantasia capricciosa, liquida, mobile, tipica della genia lagunare. L’immagine di Roma non potrà più prescindere dalle restituzioni e dalle visioni del Piranesi. E da questo punto di vista si pensi a come innovi radicalmente il genere della veduta, superando la tradizione seicentesca della veduta didascalica, di formato piccolo, da inserire in guide e compendi per “forestieri”, che gli trasmette il maestro Giuseppe Vasi, giungendo ad una veduta di dimensioni pari a quelle di un quadro; veduta che privilegia topografie e punti di vista inediti dell’Urbe, immerse in una nuova atmosfera luministica, liquida, mobile, viva, che ha già il sapore preromantico della natura naturans. E fa tutto questo con una sistematicità e ampiezza d’interessi e prospettive, sostenuto da una formazione multidisciplinare – scenografia, veduta, cartografia, pratica di cantiere, archeologia – che davvero sorprende; e soprattutto grazie a doti di finissimo disegnatore sollecitate dalle esperienze veneziane a contatto con le opere di Canaletto, Tiepolo, Marco Ricci  (“altro partito non veggo restare a me, e a qualsivoglia Architetto moderno, che spiegare con disegni le proprie idee”, scrive nel 1743). Perché in primo luogo Piranesi è uno straordinario disegnatore e incisore sulla carta e sulla lastra, acquafortista di una raffinatezza e qualità senza pari, che ha saputo restituire senso e misura del tempo su monumenti, rovine, vestigia antiche grazie ai chiari e agli scuri sulla lastra di rame e al controllo perfetto e minuzioso delle morsure in successione. “Rembrandt delle rovine” lo definisce il medico e antiquario bolognese Ludovico Bianconi nell’elogio del 1779.

 

• Nelle sue celeberrime “Carceri”, a suo giudizio, Piranesi esprime il suo virtuosismo barocco, oppure una denuncia in chiave illuministica?

Domanda molto intelligente, che richiederebbe uno spazio esplicativo più ampio di quello concesso dai comprensibili limiti della brevità giornalistica, tali e tante sono le interpretazioni e le letture della serie delle Carceri piranesiane. Opera ‘al nero’, capolavoro ‘notturno’, di sperimentalismo sovraeccitato e di inesauribile polisemia, come hanno genialmente definito Marguerite Yourcenar e Mario Praz i “capricci’ piranesiani, la serie delle Carceri è di tale suggestione e forza evocativa da consacrare la fama del geniale artista veneziano presso i posteri dentro quella lettura ‘romantica’ che ancora oggi è la più diffusa insieme alle analisi psicoanalitiche. Forse grazie al Legrand, primo biografo che ci tramanda della malaria che colpì Piranesi nel 1742 e degli effetti sul suo cervello e sulla sua psiche narcisistica; e grazie soprattutto alle Confessions of an English Opium Eater (1818) di Thomas de Quincey, che riportano le impressioni dell’amico Coleridge innanzi ai “sogni” di Piranesi, visioni realizzate sotto il “delirio della febbre”; poi arrivano Nodier, Musset, Balzac, Baudelaire, Gautier, Hugo, che definisce le Carceri «effrayantes Babels», parto allucinato di un «noir cervau», Walpole e Beckford; sino ad arrivare alla fondamentale analisi di Giuliano Briganti, che riserva alle Carceri un ruolo centrale nella fenomenologia visionaria dello Sturm und Drang e nella ‘rivoluzione psicologica’ preromantica, nell’intuizione informe dell’abisso interiore (l’Unbewusstsein della psicanalisi), collocando Piranesi nella schiera dei ‘pittori dell’immaginario’, accanto a Füssli e Blake e in parallelo con il Sublime di Burke. Gran parte della critica però, va detto, colloca il ‘sublime’ piranesiano nella cultura nella quale egli affonda le radici, cioè nella spazialità barocca della perdita del centro, della moltiplicazione ‘copernicana’ dei mondi e degli spazi, nella destrutturazione della prospettiva monoculare, che trovano nel teatro e nella scenografia l’universo e il genere di massima manifestazione; insomma in quel virtuosismo barocco da lei giustamente richiamato, che intende lo spazio inventato come ‘macchina’ ad altissimo potenziale illusivo ed effimero. Come sottolineano Focillon, Hind, Wilton Ely, Mariani e Praz, le Carceri vanno lette in relazione alla cultura coeva all’artista, alla sua formazione scenografico-prospettica presso gli scenografi romani Giuseppe e Domenico Valeriani, alle sue frequentazioni con i bolognesi Bibiena;  e ovviamente nel rapporto stretto con il tema del capriccio a Venezia; e dunque nel rapporto  con Marco Ricci, Canaletto, Tiepolo (si pensi alla serie dei Grotteschi, che vanno letti insieme alle Carceri, e allo stringente rapporto con gli Scherzi di Fantasia). Il legame imprescindibile delle Carceri con la scenografia barocca e tardobarocca è del resto confermato non solo dalle tante imitazioni delle tavole piranesiane nella scenografia del secondo Settecento (un vero e proprio genere è quello della rappresentazione della prigione), ma anche dalla naturale e persistente ‘vocazione’ teatrale delle Carceri, spesso usate come fonti per la messinscena, nei secoli successivi.

 

Quanto alla seconda letture da lei evocata, ‘denuncia in chiave illuminista’, è evidente che sta facendo riferimento all’acuta analisi di Maurizio Calvesi, che per quanto contestata ha ancora tutta la sua forza e il suo pregio.  Nella seconda edizione delle Carceri, quella con le lastre radicalmente rilavorate pubblicata nel 1761 e quella che potete vedere in mostra a Bassano, Piranesi moltiplica le fughe prospettiche e i piani spaziali, potenzia l’effetto labirintico e ossessivo delle camere, arricchisce gli ambienti di ingranaggi, ruote, catene, funi, patiboli, animando l’inferno carcerario con un accresciuto numero di figure, come se volesse rendere maggiormente esplicita la dimensione di una topografia sotterranea connessa al tema della pena e dell’espiazione. Questo aspetto potrebbe proprio dare ragione a Calvesi, che interpreta i luoghi piranesiani come libera ricostruzione, zeppa di riferimenti alla simbologia della Libera Muratoria, del Carcere Mamertino e degli edifici capitolini, intendendo la serie da un lato come poetica trasfigurazione della grandezza e superiorità della civiltà e dell’architettura romana, dall’altro riconnettendola alle teorie settecentesche sulla lex romana e al pensiero di Gravina, Guarnacci, Montesquieu, Vico, Filangieri. Più che denuncia diremmo così una ‘rappresentazione in figura’ del dibattito illuminista sull’auctoritas civile del diritto e dell’architettura romana pensata pro publica utilitate, con le sue opere ingegneristiche grandiose, con i suoi acquedotti, le sua fogne, le sue mura, le sue carceri; ed ecco che Calvesi ci ricorda nelle incisioni piranesiane le iscrizioni tratte da Tito Livio e i riferimenti alla figura di Anco Marzio, il re che fece edificare il Carcere Mamertino.

 

• Pensando a Maurits Cornelis Escher, qual è il rapporto dell’arte di Piranesi con l’arte moderna e contemporanea?

Possiamo dire un rapporto fecondo e ininterrotto, senza soluzioni di continuità. Con le Carceri a fare da opera trainante, come abbiamo appena detto, nel suo ruolo di fonte di ispirazione inesauribile nell’arte e soprattutto nell’architettura contemporanea; in primo luogo per quella forza generatrice e moltiplicatoria di spazi senza fine che le costruzioni piranesiane propongono, per quelle strutture potenti, ipertrofiche, oniriche –spazi della mente visionaria – che trovano nel verticalismo e nel rapporto di spinte e controspinte modulabili all’infinito del gotico il quid sostanziale della loro stabilità. Non c’è solo Escher, ovviamente il referente contemporaneo più citato e manifesto nel rapporto con la serie piranesiana: i labirinti percettivi surrealisti, gli spazi ipnotici e paradossali dell’incisore olandese, con la loro ossessione per i poliedri, le distorsioni prospettiche e la mistica dell’infinito possibile e rappresentabile, devono molto agli ambienti ‘impossibili’ di Piranesi. Ma in realtà l’influenza delle Carceri sulla destrutturazione e ipertrofia come della surrealtà e della visionarietà nel tema dell’antico, della rovina e del tempo distruttore e modellatore è davvero enorme. Il tempo è tiranno, ma invito a leggere il delizioso libretto di Franco Purini, che a lungo a riflettuto su Piranesi e sulla sua eredità nei secoli a venire, soprattutto nel ’900. Limitandosi a qualche citazione in architettura non si possono non citare “la città nuova” ipermeccanizzata ed esponenziale del futurista comasco Sant’Elia; le esperienze sovietiche degli anni Venti di    Mel’nikov, Trockij, Cˇernichov, indagate dall’amica Federica Rossi; e ancora, per citare solo alcuni nomi, gli edifici e i progetti più ‘piranesiani’, o dove sembra  ravvisarsi più di una suggestione, di Paolo Soleri, John Portman, Franck O. Gehry, Norman Foster, Rafael Viñoly Beceiro, Rem Koolhaas, Daniel Libeskind, Francesco Cellini, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Renzo Piano, dello stesso Purini. E poi c’è il cinema, campo molto prolifico e straordinariamente ricettivo, come quello dei videogames, degli spazi piranesiani: basti pensare alla città stratificata e gerarchica, con quella alta attraversata dalla babele delle passerelle aeree e quella bassa, infernale, del Moloch che divora gli operai, di Metropolis di Fritz Lang; alla Gotham City di Batman; alla Los Angeles visionaria e notturna di Blade Runner di Scott; e persino, omaggio dichiarato, alla grande hall dalle scale semoventi della scuola di Hogwarts nella saga di Harry Potter.

 

• A Bassano del Grappa e Venezia sono in corso due mostre commemorative in onore di Piranesi, entrambe vedono coinvolta la Fondazione Giorgio Cini: quali propositi si pongono queste due distinte manifestazioni? Malgrado la pandemia covid-19, come risponde il pubblico?

Entrambe, pur nate con presupposti e sollecitazioni differenti, hanno in comune un obbiettivo di fondo importante: quello della valorizzazione delle collezioni e del patrimonio grafico che entrambe le istituzioni hanno l’onore di conservare. Nel caso specifico della Fondazione Giorgio Cini stiamo parlando dell’opera incisoria completa di Piranesi, grazie all’acquisto, effettuato tra il 1961 e il 1962 dall’Istituto di Storia dell’Arte e sostenuto da Vittorio Cini, di 24 volumi in folio della prima edizione francese dell’opera piranesiana, edita dalla Piranesi Fréres, fondata dai figli Francesco e Pietro a Parigi. Tiratura di grande pregio e acquisizione di prim’ordine che ha di fatto consegnato alla Fondazione Cini lo scettro di luogo ‘piranesiano’ per eccellenza a Venezia. Fama ribadita dalle importanti mostre che sono state organizzate nei decenni scorsi dall’Istituto di Storia dell’Arte, a partire da quella del 1978 di Alessandro Bettagno per arrivare a quella di Giuseppe Pavanello nel 2010. Ora si aggiunge questa raffinata mostra curata dal direttore Luca Massimo Barbero presso la Galleria di Palazzo Cini, in collaborazione con Giovanna Calvenzi e l’Archivio Gabriele Basilico. La mostra è integralmente dedicata a Piranesi vedutista e alla restituzione fotografica dei luoghi e delle vedute di Piranesi compiuta nel 2010, su commissione della Fondazione Cini stessa, da parte di Gabriele Basilico, maestro indiscusso del paesaggio fotografico contemporaneo, qui lucido, malinconico, disincantato interprete, attraverso la macchina fotografica, della visione e dello sguardo del grande artista veneziano su Roma. Sfogliatevi lo splendido volume edito per l’occasione dalla casa editrice romana Contrasto e capirete immediatamente come non si poteva fare scelta più lungimirante e convincente del coinvolgimento di Gabriele Basilico per questo ‘progetto di restituzione e confronto’; sul filo di affinità elettive che valicano le generazioni e i secoli.

È la Galleria Nazionale d’Arte Antica Palazzo Barberini Corsini di Roma ad aver dato notizia ufficiale sui propri canali Instagram e Facebook della visita della popolare imprenditrice, avvenuta ieri.

 

Nel Post si legge:
“Si scateneranno polemiche? Lei è Chiara Ferragni e ha scelto di visitare Palazzo Barberini per scoprire uno dei più importanti musei romani. E voi quando verrete a scoprire le nostre meraviglie?”.

 

Le foto della nota influencer, immortalata accanto alla Giuditta e Oloferne di Caravaggio e all’Amor Sacro e Amor Profano di Giovanni Baglione, sono state postate anche sul suo canale Instagram che conta oltre 20 milioni di follower.

 

Numerosi e immediati i commenti degli alcuni, tra cui: «Marchetta pubblicitaria», «Ringrazio gli Uffizi, i Musei Vaticani e le gallerie Barberini Corsini per avermi fatto conoscere Chiara Ferragni, non avevo idea di chi fosse», «Triste pensare che le persone debbano essere stimolate in questo modo». Altri, al contrario, hanno replicato positivamente: «La sua visita porterà sicuramente nuovi visitatori alle Gallerie. Mi pare un fatto molto positivo», «Ritengo bellissimo vedere la Ferragni provare interesse per uno dei Musei più belli di Roma».

 

Già il “caso mediatico” era nato a luglio con un selfie che ritraeva l’influencer agli Uffizi di Firenze accanto alla Venere di Botticelli e se allora il Direttore del Museo Eike Schmidt aveva manifestato tutta la sua verve “giovanilista” dichiarando una «visione democratica» dell’arte dall’altro lato c’era chi, tra gli studiosi, non ne aveva condiviso la scelta come Tommaso Montanari il quale, criticandone “l’operazione”, sosteneva come la Primavera di Botticelli fosse diventata una “testimonial alla Ferragni” e non l’inverso.

 

Sarcastico e pungente stavolta è stato l’intervento di Daniele Radini Tedeschi, uno tra gli autorevoli studiosi del Caravaggio, che dal suo canale Instagram seguito da oltre 36mila follower ha vivacemente commentato l’accaduto, ponendo l’attenzione sulla necessità di una emancipazione dei Musei, specie se pubblici e statali, da mode, social, scelte di marketing o testimonial e scatenando così una querelle di interazioni negative degli utenti verso il Museo.

A partire da mercoledì 2 settembre, a distanza di 3 mesi esatti da quel 2 giugno in cui la Collezione Peggy Guggenheim riapriva timidamente le porte ai visitatori dopo un lungo lockdown durato 13 settimane, il museo veneziano torna ad aprire i cancelli di Palazzo Venier dei Leoni 6 giorni la settimana, rendendo così accessibile il suo straordinario patrimonio artistico dal mercoledì al lunedì, dalle 10 alle 18. L’accesso sarà esclusivamente su prenotazione online effettuabile sul sito guggenheim-venice.it a partire dal 31 agosto, e continuerà ad essere contingentato e per fasce orarie nel rispetto della normativa per il contenimento del Covid-19. I soci e i visitatori che hanno diritto all’ingresso gratuito potranno prenotare la propria visita scrivendo una mail a [email protected] o chiamando lo 041. 2405440/419 il lunedì e dal mercoledì al venerdì dalle ore 10 alle ore 15, specificando giorno e fascia oraria.

 

Il Museum Shop esterno, che si trova lungo la fondamenta che porta all’ingresso della biglietteria, e il Museum Café seguono l’orario di apertura del museo, rimane invece chiuso il Museum Shop interno agli spazi museali.

 

Questo graduale ritorno a una nuova normalità è reso possibile anche grazie ai risultati ottenuti finora dalla campagna di raccolta fondi “Insieme per la PGC” avviata l’8 luglio, a seguito delle ingenti perdite economiche subite dalla Collezione dopo i 90 giorni di chiusura forzata e tutt’ora non colmate. La strada per raggiungere il traguardo è ancora lunga, affinché la riapertura quotidiana possa essere assicurata anche per il futuro e il museo torni a garantire la programmazione delle mostre temporanee, al momento limitate a una all’anno, e una piena ripresa delle tante attività educative gratuite per il pubblico.

 

La generosa accoglienza finora dimostrata da chi ha risposto all’appello a sostegno della collezione ha permesso di costruire giorno dopo giorno la riapertura post lockdown e continua a trasmettere segnali di forte ottimismo e positività per il futuro. Ogni contributo, anche il più piccolo, è oggi fondamentale affinché il museo torni a essere quel luogo libero e accessibile, di dialogo e scambio che il pubblico da sempre ama. Per donare basta un clic > https://www.guggenheim-venice.it/it/sostienici/dona-ora/.

 

Infine, per chi desiderasse visitare la Collezione fuori dal consueto orario di apertura, dal mercoledì al lunedì, dalle 9 alle 10, è possibile prenotare una visita guidata con un operatore didattico del museo. Per informazioni e prenotazioni [email protected].

Continuiamo con la pubblicazione a puntate del libro scritto dal nostro concittadino, Nuccio Sapuppo. In questa raccolta l’autore ha voluto raccontare – in forma di monografie – luoghi, avvenimenti e personaggi figli di Mogliano che si sono distinti per le opere che hanno compiuto nella loro vita

 

 

Fu fondato nel 1962 dal professor Giancarlo Zaramella, che fissò la prima sede in un appartamento in via Alcide De Gasperi, ma ben presto l’appartamento risultò insufficiente a ospitare le opere degli iscritti e degli allievi che volevano lasciare al Centro le loro opere esposte a disposizione dei visitatori allo scopo di farsi conoscere. Allora il suo presidente fu costretto a trasferire la sede del Centro in altra sede più consona, e soprattutto più ampia, per soddisfare le esigenze del numero sempre crescente dei suoi soci.

 

L’anno successivo alla fondazione del Centro infatti, cioè nel 1963, il professor Zaramella, essendosi reso conto della necessità di corredare il talento naturale di un artista con una approfondita disciplina intellettuale e condurlo attraverso ad una costante identificazione etica e, per favorirne l’aggregante crescita socio culturale, aggiunse una perla al suo progetto lungimirante accorpando al Centro l’Accademia Artis Domus. Subito dopo istituì la sezione “il Torchio Piranesi” dando inizio all’organizzazione dei vari corsi di incisione, di pittura su tela, acquarello e parallelamente a quelli di composizione, di interpretazione, di figure, di estetica e di
tecnica. Probabilmente nelle intenzioni del fondatore all’inizio il Centro non doveva essere altro che un punto di incontro tra amanti di arte e cultura per scambiarsi notizie, opinioni ed esperienze. Col tempo invece, seppur lentamente ma decisamente ed in maniera costante, ha accresciuto la sua polivalenza abbracciando un po’ alla volta praticamente tutte le branche dell’arte in ogni sua espressione.

 

 

È diventata una istituzione unica nel suo genere in Italia dove l’arte è per tutti respiro esistenziale generato dalla indipendenza intellettuale dei singoli e da una congenita dissociazione critica dagli iniqui percorsi mediatici.

 

Vi si tengono periodicamente dei:
– Corsi di pittura e di tecniche pittoriche
– Corsi di incisione e di scultura
– Corsi di modellazione dei materiali
– Corsi di acquarello e di disegno.

 

Tutti i lavori realizzati da tutti gli allievi delle varie forme d’arte indicate, vengono esposti per un lungo periodo di tempo all’interno della sede del Centro per essere giudicate ed ammirate dai numerosi visitatori che si avvicendano durante l’arco dell’anno.

 

Il Centro possiede anche una biblioteca lasciata in donazione da Duno Burresi. Una biblioteca d’arte ben fornita con opere di un certo valore sia formativo che didattico sempre a disposizione di tutti.

 

Attualmente ne è Presidente e degno successore del compianto professor Zaramella, il pittore Angelo Zennaro, il quale, già affermato artista del restauro e dell’affresco e conosciuto nel veneziano, è approdato con pieno merito alla pittura producendo delle vere opere d’arte.

 

Il Centro organizza periodicamente delle mostre personali e collettive in Italia ed anche all’estero promuovendo l’arte in tutte le sue accezioni soprattutto fra i giovani talenti e favorisce collaborazioni con scuole ed enti pubblici che hanno come scopo di promuovere la cultura e l’arte.

 

Il Centro si presta anche come sede per conferenze, incontri culturali e seminari a sfondo culturale di vario genere privilegiando ovviamente le forme grafiche dell’arte.

La scoperta a conclusione del restauro dell’opera di via Indipendenza, 4 che svela anche il bellissimo volto della Madonna

 

In questo delicato periodo in cui tutto inevitabilmente è stato costretto a rallentare, il Lions Club Treviso Host, con l’aiuto di CentroMarca Banca, ha proseguito nel suo progetto di recupero delle opere d’arte che caratterizzano il progetto trevigiano “Città Museo Aperto”.
È ritornato al suo antico splendore l’affresco raffigurante “La Madonna con Bambino tra Sant’Antonio a sinistra e la Santa Donatrice a destra”, risalente al XVI secolo, che si trova collocato in via Indipendenza (civico 4). Ciò ha consentito quindi di poter riammirare il dolcissimo volto della Madonna che accudisce amorevolmente il Bambino disteso sulle sue ginocchia, che le intemperie del tempo e l’inquinamento avevano finora precluso.

 

Un restauro che è stato possibile grazie al supporto di CentroMarca Banca Credito Cooperativo di Treviso e Venezia e che consente ora di veder concretizzarsi il percorso espositivo all’aperto della città affrescata di Treviso diventando quindi un’ulteriore attrattiva per l’economia turistica del territorio.

 

 

“Non potevamo  rimanere indifferenti al cospetto di questo affresco, sito proprio a ridosso della nostra Filiale in centro città, che rischiavamo di perdere perché usurato dal tempo- commenta il Presidente di CentroMarca Banca Tiziano Cenedese -Ne abbiamo sostenuto convintamente l’opera di restauro, confermando quel tratto distintivo del nostro Istituto e del Credito Cooperativo a cui non cessiamo di guardare come alla nostra stella polare: la dimensione localistica e la promozione dell’economia, della cultura e dell’identità storica di paesi e città nei quali siamo insediati” ribadisce Tiziano Cenedese.

 

Nessuno infatti avrebbe mai immaginato che la pulitura della superficie pittorica rivelasse una qualità e una raffinatezza straordinaria di esecuzione degni di un pittore da cavalletto che ricorda la scuola di Tiziano o il Pordenone.
Se l’opera nel sottoportico di via Indipendenza è ritornata a trasmettere quelle emozioni d’origine lo si deve alla restauratrice Benedetta Lopez Bani, alla soprintendenza con il responsabile dottor Luca Maioli e all’intenso lavoro del responsabile del progetto “Treviso Città Museo Aperto” il restauratore Antonio Costantini referente per il Lions Club Treviso Host.

 

“La grande superficie affrescata era in condizioni veramente critiche e il pessimo stato di conservazione della scena ne impediva addirittura un’attenta analisi stilistica e iconografica, nascondendo il volto della Vergine Maria – ricorda il restauratore Antonio Costantini referente per il Lions Club Treviso Host – Inoltre i depositi scurissimi superficiali coerenti e spessi appiattivano la magnifica cromia distorcendo la tavolozza dei colori più vibranti e celando la qualità pittorica. È un importante segnale di ritorno alla vita alla bellezza non solo di un affresco che fa parte nel patrimonio culturale trevigiano ma anche un vero messaggio di speranza di cui tutta la città ha bisogno per ritornare a guardare con ottimismo al futuro” conclude Costantini.

 

Dopo un’approfondita fase di studio preliminare e della composizione delle patine superficiali dei loro spessori è stata formulata, da parte dei restauratori, la metodologia più mirata sia per arrestare la perdita di colore che per la delicata fase di pulitura. Un laborioso lavoro di recupero è stato effettuato nel restauro, anche per la presenza di sali che avevano causato degli importanti sbiancamenti superficiali creando, con l’aumento di volume dovuto all’umidità, la perdita della finitura cromatica ormai in fase di diffuso rigonfiamento.

 

Tutto ciò ha consentito di rimuovere accuratamente le spesse sostanze di deposito ed alterazione superficiali, che nascondevano completamente la qualità pittorica del dipinto originale ritornato ora al suo antico splendore.

L’artista trevigiana, con all’attivo il premio ricevuto dopo le selezioni, debutta nella rassegna di Palazzo Ivancich dove sino al 7 agosto saranno esposte 260 opere tra pittura, scultura, fotografia e video

 

L’Italia della bellezza riparte dal Veneto con la Pro Biennale di Venezia, mostra internazionale d’arte contemporanea curata da Salvo Nugnes e dal professor Vittorio Sgarbi.

 

Taglio del nastro ieri – giovedì 23 luglio – a Palazzo Ivancich, a pochi passi da Piazza San Marco. Tra i presenti, Vittorio Sgarbi, la giornalista Silvana Giacobini (già direttrice di “Chi” e “Diva e Donna”), il fotografo internazionale Roberto Villa, la critica d’arte Flavia Sagnelli, il comico Pippo Franco e molti altri. Attesi nei prossimi giorni il vicepresidente del Senato Ignazio La Russa, il sociologo Francesco Alberoni, Katia Ricciarelli, il musicista Morgan, la scrittrice Maria Rita Parsi, il direttore del Tgcoom24 Paolo Liguori, il maestro Josè Dalì figlio di Salvador Dalì, Carlo Motta dell’Editoriale Giorgio Mondadori.

 

 

Tantissimi gli artisti provenienti da tutto il mondo: ben 260 le opere esposte, tra pittura, scultura, fotografia e video. Tra gli artisti presenti, ambasciatrice della terra del Prosecco, c’è anche la trevigiana Eleonora Bottecchia che ha presenziato all’apertura della rassegna artistica e ha già all’attivo il Premio “Pro Biennale Venezia”, conferitole subito dopo le selezioni.

 

L’artista, conosciuta per le sue marine materiche, è presente alla Pro Biennale con due opere, una dedicata alle colline del Prosecco Conegliano Valdobbiadene Patrimonio dell’Umanità, opera che le ha fatto vincere il riconoscimento, e una seconda realizzazione, “Preghiera Blu”, un telaio a forma di crocifisso scolpito nel mare, realizzato durante il lockdown.

 

L’ispirazione? L’indimenticabile Urbi et Orbi di Papa Francesco in Piazza San Pietro durante il Covid. “La mia ‘Preghiera Blu’ l’ho concepita come simbolo di speranza – afferma Eleonora -. Mi ha ispirata la benedizione di Papa Francesco, un momento che ha scritto la storia del mondo. È stata così potente e piena di energia che mi sono messa subito a dipingere”.

 

Rassegna aperta al pubblico tutti i giorni fino al 7 agosto

La Pro Biennale è il primo grande evento dopo il lockdown e anche ieri, in occasione della conferenza stampa di apertura della rassegna, il messaggio fortemente promosso dal curatore Salvo Nugnes è proprio quello che la Pro Biennale Venezia vuole essere simbolo di rinascita e di ripartenza. Un elemento che ricorre anche nelle opere di moltissimi artisti. Per Eleonora Bottecchia, dopo Milano, Miami e Roma, è la prima esposizione in Veneto. Si può dire che questa volta gioca in casa.

 

“Sono emozionatissima – aggiunge Eleonora -. Esporre a pochi passi da Piazza San Marco, in un contesto internazionale come la Pro Biennale, è un sogno! Venezia e il Veneto, ospitando questa rassegna culturale, danno un grande segnale di ripartenza e futuro, oltre ad essere un grande volano di promozione per la città lagunare. Onorata di esserci”.

 

La rassegna sarà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle 10 alle 19, con ingresso gratuito, fino al 7 agosto.

Grazie al successo della prima edizione, che ha visto artisti di varia provenienza con esposte opere di pittura, scultura, fotografia, grafica e merletti di Burano, la “Fiera del miniquadro” viene riproposta presso la Elle Galleria d’arte di Preganziol come la precedente, ospitando opere di artisti contemporanei e opere di artisti storici provenienti da collezioni private e tutte entro le misure richieste.

 

Questa edizione vedrà la partecipazione straordinaria del prof. Vittorio Sgarbi in veste di presentatore della manifestazione e gli artisti contemporanei aderenti.

 

Criteri di ammissione

L’adesione è aperta a tutti senza limiti di età, sesso, nazionalità.

Le opere dovranno rispettare le seguenti misure:

– elaborati di qualsiasi tipo e supporto comprese le fotografie, non dovranno superare il formato A3 ( 297 x 420 mm.) esclusa cornice.

– elaborati pittorici su tela o cartoncino telato se non di formato A3, non dovranno superare i cm 30 x 45, esclusa cornice.

– le opere scultoree dovranno avere dimensioni simili anche in profondità ed essere accompagnate da adeguato supporto.

Ogni artista può partecipare con una o più opere, a tema libero ed in piena libertà stilistica e tecnica.

Le opere bidimensionali potranno essere con o senza cornice, con o senza vetro purché dotate di apposita attaccaglia.

 

Info

Termine delle iscrizioni: 15 agosto 2020*

Consegna o invio opere: dal 2 al 7 ottobre 2020

Inaugurazione: sabato 17 ottobre 2020 dalle ore 18.30

Cena conviviale: sabato 17 ottobre 2020 dalle ore 20.00

Durata della mostra: dal 10 al 23 ottobre 2020

Per altre info sul bando si prega di contattare il 347.9225107 oppure [email protected] [email protected]

 

 


*AGGIORNAMENTO DEL 17 AGOSTO 2020

La data di scadenza per l’adesione alla Fiera del Miniquadro con Vittorio Sgarbi è stata posticipata al 22 agosto.

Il percorso espositivo è un’indagine sulla natura dei virus e sugli effetti delle epidemie in genere, tra cui la peste a Venezia del 1630. Novità: una sezione sulle start-up innovative italiane avviate durante la pandemia di Covid-19

 

Il virus torna protagonista a Venezia sotto forma di mostra internazionale con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sulla patogenesi dei contagi, fornire corrette informazioni e raccontare l’inedita storia evolutiva di questi microrganismi. L’esposizione culturale e scientifica, “Human Virus”, curata da Venice Exhibition Srl, sarà allestita da settembre 2020, nell’anno del cambiamento epocale delle abitudini planetarie dovute al Coronavirus, nella sede museale privata di Palazzo Zaguri in campo San Maurizio. L’evento internazionale, in collaborazione con alcune università statunitensi, avrà il compito di approfondire l’aspetto scientifico del corpo umano sul tema delle malattie infettive, con un focus particolare sui virus, che nella storia hanno causato grandi epidemie.

 

“Fra le sezioni principali di Human Virus una sarà dedicata all’epidemia di peste che colpì Venezia nel 1630” anticipano gli organizzatori “immergendo i visitatori nel clima di scelte epocali adottate dalla Repubblica Serenissima per fronteggiare l’epidemia di peste che decimò un terzo della sua popolazione. Fra i reperti anche un corpo riprodotto devastato dai sintomi della peste, oltre alle medicine ed ai rimedi, arrivando perfino a far sperimentare al visitatore con l’olfatto l’effluvio di erbe contenute nel becco della maschera indossata dai medici dell’epoca. Altre sezioni presenteranno da un punto di vista evoluzionistico la natura dei virus e di conseguenza come siano legati in modo indissolubile alle specie animali e come i nostri comportamenti possano divenire causa di squilibri nel loro universo. Il tutto per offrire al senso critico del visitatore un punto di vista che vada oltre l’ovvietà per comprendere il fenomeno virus senza pregiudizi e al di là delle attribuzioni morali”.

 

Seguendo il percorso espositivo e didattico arricchito dalle testimonianze concrete di alcuni ricercatori, il visitatore prenderà coscienza degli step necessari ad identificare un virus comprendendo i parametri di classificazione seguiti dalla scienza. In una sezione della mostra sarà presente perfino un mini reparto ospedaliero predisposto al virus Sars-2 conosciuto come Covid-19 per illustrare la situazione dell’emergenza virale, facendo toccare con mano la tecnologia e i mezzi dispiegati oggigiorno in un reparto di terapia intensiva per salvare le vite umane. Il percorso espositivo si chiuderà con un’area che saluterà il visitatore aggiornandolo sullo stato dell’arte della ricerca scientifica riferita alla Pandemia in corso. L’obiettivo principale sarà responsabilizzare i visitatori e orientarli alla prevenzione dei contagi.

 

“La mission di Human Virus nell’ambito di Real Bodies” chiosano da Venice Exhibition srl “è di fornire al pubblico una chiave di lettura scientifica per decifrare la realtà controversa dei virus. Sul tema la mostra vuole trasmettere messaggi positivi: che i virus esistono, sono sempre esistiti e sempre esisteranno, responsabilizzando i visitatori che a fare la differenza sono i comportamenti delle persone, per questo Human Virus si pone come obiettivo principale la prevenzione a tutti livelli”. Ampio spazio verrà dato anche alle start-up avviate nello scenario pandemico, soprattutto quelle che il genio italiano ha saputo avviare durante la quarantena forzata, presentando in mostra molti progetti innovativi sulle protezioni individuali anti-contagio e sulle macchine sanificatrici. “Non mancheranno momenti di approfondimento con esperti in materia” garantiscono gli organizzatori “Human Virus sarà un reale interlocutore anche per i media per fare luce sulla natura dei virus”.

Di tutto è rimasto un poco /
Rimane sempre un poco di tutto /
A volte un bottone /
A volte un topo.

 

Questi versi, tratti da una bellissima poesia del poeta brasiliano Drummond De Andrade, rimandano in qualche modo al tema dell’impermanenza / permanenza, motivo predominante di questa riflessione pittorica. La tela bianca, smisurata – a prescindere dalla sua grandezza –, ci rammenta che comunque resterà sempre qualcosa (dopo), ma anche ora che sono dinanzi ad essa e provo a risolverla scrutandone attento la trama, che ne occulta l’accesso.

 

Resta sempre qualcosa persino nel gesto iniziale, di “attacco” alla tela, per sottrarle il dipinto, che scandisce il mio tempo addomesticato, o il presente sospeso in un gesto, che tarda a svelare l’ignoto appena trascorso nei segni. A volte un quadro permane. A volte l’emozione indistinta, che ravviva un ricordo negletto, forse un viso, che è anche un suono o un profumo di un altro ricordo. Certe linee che alterano un equilibrio cromatico, mi procurano angoscia, il disagio medesimo percepito a Madrid un mattino d’estate ad un incrocio di strade ostruito. Ogni cosa che passa pure un poco permane, ci racconta del tempo che abbiamo trascorso, che forse allora non abbiamo “afferrato”, ma ci può capitare d’incontrarlo di nuovo, di riviverlo nei soliti gesti, che ci sorprendono ancora.

 

I quadri, prevalentemente di grande formato, documentano un periodo di lavoro piuttosto lungo nel quale il motivo dell’impermanenza, ma anche di ciò che resta della nostra esperienza sensoriale e dell’incontro con gli altri, vengono rappresentati attraverso temi meramente emozionali (dipinti astratti), o più facilmente riconoscibili quali il sogno o la rivisitazione in forma simbolica della maternità. La parola, poi, si rende “visibile”, si espone, accompagnando due quadri a rinnovare l’impegno, l’azzardo, di un’espressione possibile, necessaria al di là di ogni forma.

 

Con il patrocinio del Comune di Mogliano Veneto, al Centro d’Arte e Cultura Brolo (via Rozone e Vitale n. 5) sarà ospitata la mostra (Im)permanenza di Leonardo Checchia, a ingresso libero, visitabile dal 24 al 27 luglio, in orario 10-12 e 18.30-21.

«In Toscana la Ferragni promuove gli Uffizi e fa il pieno sui social. Da noi sono più i musei chiusi di quelli aperti, e degli influencer promessi e sbandierati da Zaia si è persa traccia. Qualcuno li ha visti? Se il Veneto vuole rilanciare la cultura abbinandola al turismo e usando i media digitali, direi che siamo ancora fermi ai box». Così Erika Baldin, consigliera regionale veneta del Movimento 5 Stelle, dopo il grande risalto (con altrettanto clamore, polemiche e ancor più visualizzazioni) che hanno avuto sui social media le immagini di Chiara Ferragni, testimonial degli Uffizi di Firenze. La celebre influencer è stata protagonista di uno shooting per una rivista e ne ha approfittato per effettuare un tour del museo, guidata dal direttore. La Ferragni ha definito – in un Post su Instagram – la galleria toscana come “uno dei posti più speciali del mondo”.

 

«Proprio martedì ho partecipato alla protesta dei lavoratori dei musei veneziani: avere 400 lavoratori in cassa integrazione da marzo, perché i musei restano chiusi, è una sconfitta per la città e per l’intera regione. Prendo atto – ribadisce la consigliera M5S – delle promesse riaperture, a spizzichi e bocconi, ma certo che il confronto con il colpo mediatico degli Uffizi segna la nostra mancanza di intraprendenza. Che sia Ferragni o un altro personaggio di fama mondiale, l’operazione di Firenze (e simili in altre città italiane ed europee) mostra una forte volontà di rilanciare la cultura e un disegno preciso, che valorizza l’offerta museale per dare ossigeno al turismo».

 

Prosegue la consigliera Baldin: «Come ho ripetuto in più occasioni, non sostenere la cultura è un grave errore strategico. Rappresenta un baluardo della nostra economia per il forte legame con il turismo e, come ricadute, con l’alberghiero e la ristorazione. A Firenze l’hanno capito e lo shooting fotografico agli Uffizi ha colpito nel segno, anche con le polemiche suscitate, che generano visualizzazioni, interesse, coinvolgimento, passaparola. In una parola, benzina per far arrivare nuovi visitatori.

«A noi – conclude Baldin – tra musei mezzi chiusi e lavoratori sul lastrico, non resta che chiedere alla Regione: che fine hanno fatto gli influencer desaparecidi? In attesa di una (speriamo) solerte risposta, al Veneto “social” serve qualche rissa da movida in meno e qualche museo in più».

RIMANI SEMPRE AGGIORNATO SULLE ULTIME NEWS
ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER!

Notizie da Venezia, Treviso, Mogliano e dintorni