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Con la Giornata aperta delle fattorie didattiche, domani, domenica 13 ottobre, ritorna anche il concorso per i più piccoli “Agricoltura, che avventura”: un invito rivolto ai bambini dai 6 ai 10 anni a vivere la natura e l’ambiente nei laboratori allestiti nelle fattorie didattiche e a cimentarsi in testi e disegni. Gli elaborati migliori saranno premiati con gift card per l’acquisto di libri, materiale scolastico e attrezzature per lo sport e con biglietti per il cinema.

 

Le fattorie didattiche che ospitano i laboratori creativi sono: La Contarina (Grantorto, Padova), Corte Carezzabella (San Martino di Venezze, Rovigo), Di Fiore in Fiore (Calto, Rovigo), Borgoluce-Tenuta di Collalto (Susegana, Treviso), Biofattoria sociale Casa di Anna (Zelarino, Venezia), il Rifugio dei Colori (Sarego, Vicenza), la Genovesa (Verona).

Indirizzi e contatti sono scaricabili qui.

 

Il concorso ‘Agricoltura che avventura”, promosso dall’Autorità di gestione del Programma di sviluppo rurale per il Veneto 2014-2020 in collaborazione con la Direzione regionale Turismo, è alla sua seconda edizione: a partire da domani e fino al 30 novembre i bambini che vorranno partecipare al concorso potranno creare un racconto e un disegno sul mondo rurale, scegliendo tra i temi “Esplorando l’ambiente e la natura”, “Scoprendo i segreti della buona agricoltura”, “Assaporando le delizie della terra pura”. I partecipanti dovranno richiamare anche la loro fattoria didattica preferita, che hanno avuto occasione di cooscere durante la Giornata aperta o in altre situazioni. 

 

A spiegare in maniera facile e divertente come partecipare sarà Chicco, testimonial virtuale che nell’album “Le avventure di Chicco” e nei video promozionali stimolerà i piccoli creativi a dare il meglio.

Per partecipare si può scaricare l’album “Le avventure di Chicco” e il modulo di autorizzazione su psrveneto.it, dove sono disponibili ulteriori informazioni e il regolamento del concorso. È possibile inoltre rivolgersi ai seguenti indirizzi email: [email protected] oppure [email protected].

Le api sono in declino, minacciate da pesticidi, perdita di habitat, monocolture, parassiti, malattie e cambiamenti climatici.

 

Se le api muoiono, a farne le spese saranno l’ambiente, il nostro cibo e l’agricoltura. Le api, infatti, non producono solo miele: dalla loro opera di impollinazione dipende un terzo degli alimenti che consumiamo abitualmente – come mele, fragole, pomodori e mandorle – e la produttività del 75% delle nostre principali colture agricole.

 

L’attuale sistema di agricoltura industriale basato sulla dipendenza dai pesticidi chimici, come i neonicotinoidi, non è più sostenibile!

 

Il 27 aprile 2018 l’Unione Europea ha approvato il bando permanente di tre insetticidi neonicotinoidi dannosi per le api: l’imidacloprid e il clothianidin della Bayer e il tiamethoxam della Syngenta.
Il loro utilizzo resta però consentito all’interno di serre permanenti. Inoltre, è ancora consentito l’uso di altri neonicotinoidi: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone e altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e clorpirifos, tutti insetticidi potenzialmente pericolosi per le api e gli altri insetti impollinatori.

 

Con una petizione, Greenpeace chiede al Governo italiano e alla Commissione europea di:
1. Bandire l’uso di tutti i pesticidi dannosi per le api e gli altri insetti impollinatori
2. Applicare rigidi standard per la valutazione dei rischi da pesticidi
3. Aumentare i finanziamenti per la ricerca, lo sviluppo e l’applicazione di pratiche agricole ecologiche.

 

Recenti studi hanno confermato che i neonicotinoidi danneggiano non solo le api, ma anche i bombi, le farfalle, gli insetti acquatici e persino gli uccelli, con possibili ripercussioni su tutta la catena alimentare.

 

 

Fonte: www.greenpeace.org

SEI MORTO: è la scritta riportata in un biglietto contenuto in una busta recapitata nei giorni scorsi all’indirizzo di casa dell’assessore regionale all’Ambiente Gianpaolo Bottacin

 

All’interno della missiva anche una copia di un articolo di giornale, tratto dall’edizione nazionale de “Il Gazzettino” del gennaio scorso, dal titolo: Telecamere obbligatorie contro i roghi di rifiuti.

 

L’assessore ha immediatamente provveduto a presentare denuncia ai Carabinieri che procederanno alle indagini sull’accaduto.

È possibile avere cibo sano e di qualità, a costi e prezzi equi, anche nelle città? Sì, se agricoltori e abitanti si alleano, creando reti locali solidali, fiduciarie, senza intermediazioni inutili e costose, così da poter decidere assieme come, cosa, quanto coltivare, trasformare e consumare.

 

Si chiamano “politiche locali del cibo”. Coinvolgono le famiglie, il commercio di prossimità, la ristorazione collettiva, i produttori agricoli, gli enti pubblici. Vi sono esperienze positive in tutto il mondo. Sono comunità alimentari di sostegno all’agricoltura, distretti di economia solidale, filiere, reti di economia solidale.

 

Se ne parlerà sabato 6 aprile nel corso di un incontro patrocinato dal Comune di Mogliano assieme a quello di Preganziol, che si svolgerà alle 14.30 presso la Sala Graziol, a Preganziol. L’iniziativa nasce per dialogare sulle politiche del cibo e costruire con le amministrazioni una proposta chiara e concreta di food policy per il territorio ed è di Oltre Confine, Distretto di economia solidale, e dell’associazione Comunità che supporta l’agricoltura.

 

 

 

Relatori saranno i professori Andrea Calori (EStà – Economia e Sostenibilità) e Francesca Forno (Università di Trento), preceduti dai saluti degli assessori Riccardo Bovo (Preganziol) e Oscar Mancini (Mogliano Veneto).

 

La domanda di cibo di una comunità si combina con le capacità produttive del sistema agricolo locale. Produttori e consumatori condividono rischi e benefici; adeguano rispettivamente metodi di coltivazione e stili di consumo in modo da liberarsi progressivamente dal giogo della grande distribuzione organizzata che sempre di più decide cosa mangiamo, a quale prezzo e secondo quali sistemi produttivi industrializzati.

 

Nell’area tra il Sile e il Marzenego esistono gruppi di acquisto solidale, mercati contadini, aziende agricole, fattorie didattiche, consumatori critici, gruppi di volontari che recuperano le eccedenze alimentari e molto altro. L’idea per la serata è mettersi attorno a un tavolo, e chiedere agli amministratori locali di farsi garanti anche della autonomia e sovranità alimentare delle popolazioni del territorio.

Venerdì 18 gennaio alle 20.45, presso l’Auditorium delle Scuole Medie di Casale, si terrà la conferenza “Alimentazione ambiente agricoltura” – come scegliere in maniera informata e consapevole il cibo salutare degli agricoltori biologici del proprio territorio, per la prevenzione del cancro, delle malattie degenerative (es. Alzheimer) e dei cambiamenti climatici.

 

L’evento, organizzato da Oltreconfin – Distretto di Economia Solidale e patrocinato dal comune di Casale sul Sile, vedrà come relatore il biologo nutrizionista Giuseppe Vivan.

Al termine assaggi di prodotti locali e tisane.

 

L’ingresso è libero.

 

Gli istituti agrari del Veneto, che per ragion didattiche hanno al proprio interno delle vere e proprie aziende agricole con una propria capacità produttiva, potranno partecipare ai bandi regionali per lo sviluppo rurale. È quanto prevede il nuovo articolo, presentato alla Giunta regionale del Veneto e approvato all’unanimità dalla commissione Attività produttive del Consiglio regionale, a integrazione del progetto di legge di adeguamento ordinamentale in materia di agricoltura, caccia, commercio e piccole e medie imprese.

 

Il testo (Pdl 390), in attesa ora del via libera della Affari istituzionali del Consiglio mercoledì 16 gennaio, sarà quanto prima all’esame per l’aula.

 

“Mi auguro che l’assemblea veneta possa approvare al più presto questo progetto di legge di adeguamento che aggiorna la normativa esistente – dichiara l’assessore all’Agricoltura Giuseppe Pan – Tra le novità previste c’è, appunto, l’equiparazione delle scuole agrarie allo ‘status’ di imprenditori professionisti: sarà così possibile consentire anche gli istituti superiori professionali agrari del Veneto di concorrere ai bandi regionali per l’ammodernamento delle strutture e dei mezzi dell’impresa agricola e beneficiare dei contributi pubblici per il rinnovo del parco macchinari o di quelle strumentazioni indispensabili, sia dal punto di vista didattico, sia per migliorare la produttività dei propri laboratori”.

 

“Parificare le scuole alle aziende nell’accesso ai fondi pubblici per l’innovazione significa aiutare l’attività didattica e premiare l’imprenditorialità e la propensione allo sviluppo degli istituti di formazione superiore – prosegue Pan – Da queste scuole escono gli imprenditori e i tecnici del settore primario di domani. La preparazione professionale e culturale dei ragazzi che si preparano ad entrare nel mondo produttivo dell’agroalimentare rappresenta un essenziale fattore moltiplicatore dell’innovazione del settore. È pertanto un investimento lungimirante far rientrare queste scuole altamente professionalizzanti nella platea degli imprenditori agricoli che possono concorrere alla leva dei fondi comunitari e alle misure regionali di sostegno per il miglioramento produttivo. Il programma di sviluppo rurale 2014-2020, che per il Veneto vale 1169 milioni di euro, è lo strumento per portare l’innovazione nel sistema produttivo e non poteva continuare a ignorare gli istituti agrari, parte integrante della filiera agroalimentare”.

 

 

Gli istituti interessati

Il conferimento dello ‘status’ di produttore agricolo interessa 17 istituti superiori e professionali agrari del Veneto, frequentati da oltre 8500 studenti. Gli istituti sono: il professionale “Della Lucia” di Feltre, il “Domenico Sartor” di Castelfranco Veneto, il “Cerletti” di Conegliano, l’istituto “8 Marzo-Konrad Lorenz” di Mirano, il “Leonardo da Vinci” di Portogruaro, il “Viola-Marchesini” di Rovigo, l’istituto “Munari” di Castelmassa (Rovigo), il “Duca degli Abruzzi” di Padova, il “De Nicola” di Piove di Sacco, il “J.F.Kennedy” di Monselice, il tecnico agrario “Trentin” di Lonigo, l’istituto “Parolini” di Bassano, l’istituto “Stefano Bentegodi” di Verona, il polo di istruzione “Giuseppe Medici” di Legnago, l’istituto tecnologico “Aulo Ceccato” di Thiene, l’istituto “Mario Rigoni Stern” di Asiago e l’istituto “Scarpa-Mattei” di San Donà di Piave.

 

L’elenco delle scuole interessate è consultabile nel sito http://www.retescuoleagrarietriveneto.org/.

“L’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie (Izsve) ha fornito agli apicoltori fogli di cera d’ape, pagati con fondi pubblici, contaminati da fitofarmaci, antiparassitari e contenenti sostanze estranee alla cera. È un caso gravissimo, cosa intendono fare Zaia e gli assessori Coletto e Pan?”. La denuncia è contenuta in una dettagliata interrogazione, la numero 627, presentata dal consigliere del Partito Democratico Andrea Zanoni, che fa riferimento al progetto regionale realizzato in collaborazione con l’Izsve per prevenire i rischi derivanti dall’utilizzo o dal riciclo di favi e cere contaminati da pesticidi, avviato la scorsa primavera. Progetto che prevedeva la distribuzione di fogli cerei agli apicoltori e un questionario per raccogliere informazioni sull’uso del materiale.

 

“Ad accorgersi che qualcosa non andava è stata Apimarca, con sede a Treviso, una delle associazioni coinvolte, dopo aver chiesto all’Izsve di fornire le analisi sui fogli ricevuti per adempiere agli obblighi di legge sulla tracciabilità di sostanze e materiali introdotti nelle azienda di apicoltura. In assenza di risposte, a fine maggio, sempre tramite il suo presidente Rino Cassian, si è rivolta al Crea (Consiglio per la ricerca in apicoltura), che ha avuto ben altra celerità. Dalle analisi chimiche – spiega Zanoni, ricostruendo la vicenda – è emersa la presenza di ben di 12 residui di fitofarmaci o antiparassitari, tra cui un acaricida, la Propargite, vietato in Europa dal 2011, oltre a tre sostanze estranee alla cera d’api, inclusa la paraffina, una miscela di idrocarburi ricavata dal petrolio”.

 

Da qui la nuova richiesta inviata il 19 giugno, tramite posta elettronica certificata, al direttore dell’Izsve e per conoscenza alla Direzione agroalimentare, di fornire le analisi anch’essa senza risposta. “Alla fine Apimarca il 29 giugno ha deciso di recedere dell’accordo, rimandando indietro i fogli all’Izsve che ne ha preso atto il 17 luglio 2018, dicendo incredibilmente di averli redistribuiti in maniera proporzionale alle altre associazioni aderenti al progetto. Questo è un fatto doppiamente grave”, evidenzia Zanoni. “È una situazione paradossale, proprio lo scorso 14 marzo l’assessore Pan, commentando il progetto in questione, aveva dichiarato che ‘i produttori ci segnalano la necessità e l’urgenza di prevenire i rischi che derivano dall’impiego o dal riciclo di favi e cere contaminati da pesticidi, agrofarmaci o sostanze adulteranti, che possono mettere a repentaglio la riproduzione degli insetti e la produzione di miele di qualità. E invece un progetto pagato dalla Regione alla fine ha portato negli alveari proprio le sostanze che voleva evitare”.

 

Il consigliere democratico invita perciò la Giunta a fare totale chiarezza, rispondendo alle sei domande contenute nell’interrogazione, dove si chiede tra l’altro, come mai l’Izsve non abbia restituito al fornitore i fogli contaminati con tanto di richiesta di risarcimento e cosa intenda fare la Regione per la tutela degli apicoltori coinvolti nel progetto e per la salute pubblica, visti i risultati delle analisi sui due lotti incriminati.

La regione finanza la ricerca dell’Università di Padova

 

Reti antigrandine e antinsetto risultano essere per ora i migliori sistemi difensivi per proteggere frutteti dagli attacchi della cimice asiatica, il vorace insetto dell’Estremo Oriente che dal 2015 sta aggredendo le colture venete. Lo ha ribadito l’assessore regionale all’Agricoltura, Giuseppe Pan, a Condiretti e rappresentanti dei produttori ortofrutticoli della Bassa Padovana, preoccupati per i danni che l’insetto alieno (Halymorpha halys, il nome scientifico) sta causando a mele, pere, pesche, kiwi, mais e soia in tuttoil territorio regionale. Da una iniziale concentrazione nell’Alta padovana e nel Trevigiano, la cimice asiatica si sta diffondendo ora con particolare invasività nella Bassa Padovana, nel Polesine e nel Veronese. Il ‘potenziale’ delle colture aggredibili in Veneto – tra frutteti e seminativi –  supera i 300 mila ettari, per una produzione totale di oltre 4 milioni e mezzo di tonnellate che, in termini economici, vale un fatturato di oltre 660 milioni di euro.

 

“La Regione Veneto ha affidato al Dipartimento di agronomia animali e ambiente dell’Università di Padova l’incarico di studiare la localizzazione e il ciclo di attività della cimice asiatica –  ricorda Pan – e di individuare le migliori strategie di prevenzione e contrasto. Al momento, il lavoro dei ricercatori, coordinati dal dottor Alberto Pozzebon, e dei servizi fitosanitari della Regione Veneto ha consentito di mappare la presenza della cimice nel nostro territorio, di osservarne l’evoluzione e di indicare le possibili misure di contenimento. Lo studio ha prodotto, per ora, questa prima evidenza: le cimici asiatiche infestano e danneggiano soprattutto i margini degli appezzamenti e la misura più efficace per limitare i danni e ridurre l’uso di insetticidi chimici risulta essere il posizionamento di reti antigrandine e reti antinsetto, in modo da chiudere i bordi degli appezzamenti”.

 

Il progetto di ricerca, finanziato con 62.750 euro, prevede tre strategie:

a) lo studio delle preferenze della cimice di fronte alle diverse varietà colturali;

b) l’individuazione dei migliori antagonisti naturali, puntando ad allevare i parassitoidi più efficaci;

c) test su prodotti di origine naturale in grado di esercitare un effetto repellente nei confronti della cimice asiatica.

 

“In attesa che il lavoro dei ricercatori ottenga risultati sperimentabili su vasta scala, la Regione – conferma l’assessore all’Agricoltura – continua a sostenere i produttori ortofrutticoli ammettendo ai contributi dei bandi Psr gli investimenti finalizzati alla difesa attiva, come l’acquisto e la collocazione di reti antinsetto. Sono investimenti utili per migliorare le prestazioni e la competitività dell’impresa agricola, che possono godere di contributi dal 40 al 60% della spesa sostenuta, a seconda dei soggetti e delle zone interessate. Ma è solo investendo in ricerca e sperimentazione che sarà possibile individuare, con la collaborazione degli stessi produttori, la via migliore per contrastare la diffusione delle aree coltivate di questa specie infestante”.

 

In Veneto, le colture maggiormente interessate dall’infestazione di cimice asiatica sono le seguenti:

 

Coltura Ettari in  Regione Produzione Tonn. Valore  produzione milioni di €
Melo 5.634 3.064.882 105
Pero 3.022 776.902 59
Pesco e nettarine 2.683 568.325 21
Actinidia 3.078 702.100 35
Mais 169.709 17.376.765 317
Soia 134.275 4.542.196 129

 

Domani, lunedì 4 giugno, alle ore 11, ad Asiago, l’assessore all’Agricoltura della Regione Veneto e il presidente dell’Unione Montana Spettabile Reggenza dei Sette Comuni, nella sede dell’Unione Montana in viale Stazione 1, presentano alla stampa, alla cittadinanza e alle categorie economiche interessate l’accordo di collaborazione raggiunto per fornire informazione, collaborazione e assistenza agli allevatori locali e ai ‘malgari’ per affrontare il ritorno dei grandi carnivori, in particolare del lupo.

 

L’accordo, che sarà ufficializzato la settimana prossima, prevede la presenza sull’altopiano di Asiago tre giorni la settimana di un esperto della Regione Veneto in materia faunistica e ambientale, che aiuterà istituzioni e categorie economiche ad affrontare sul posto le principali problematiche create dal ritorno del predatore sulle montagne venete e ad affiancare gli allevatori nella salvaguardia dell’attività di pascolo in quota e nella tutela delle loro greggi e mandrie.
Al termine dell’incontro pubblico l’assessore regionale, sempre nella sede dell’Unione montana, incontrerà i rappresentanti degli oltre cento ‘malgari’ attivi sull’Altopiano.

Zanoni (PD): “Pesticidi nei calici di Prosecco, Zaia non si volti dall’altra parte. Basta finanziamenti a pioggia, si intervenga sulla conversione biologica dei vigneti”

 

 

“Prosecco e pesticidi, un aperitivo sicuramente indigesto e che dovrebbe preoccupare il governatore Zaia. Quanto emerso dai test del mensile ‘Il Salvagente’ non può e non deve passare inosservato: ambiente e salute meritano maggiore attenzione”. È quanto afferma il consigliere del Partito Democratico Andrea Zanoni, commentando i risultati delle analisi pubblicate dal numero di giugno, in edicola nei prossimi giorni, della nota rivista dei consumatori effettuate su 12 etichette di Prosecco

 

 

“Nessuna etichetta si salva, sebbene i residui trovati siano al di sotto del limite massimo previsto per legge. La media è di sei pesticidi per bottiglia: in un caso sono stati rinvenuti ben sette fungicidi, tra questi anche il folpet, vietato sia nell’agricoltura convenzionale che in quella bio. È un’enormità, che mostra come le belle parole della Giunta e del suo presidente sugli incentivi per una produzione sostenibile siano solo slogan a uso e consumo di taccuini e telecamere”.

 

 

“I numeri, infatti, raccontano un’altra realtà: secondo uno studio del WWF elaborando i dati Arpav, nel 2016 in Veneto sono state vendute 16.920 tonnellate di pesticidi, con un record di 4.085 nella provincia di Treviso, patria indiscussa del Prosecco, con una produzione che da dal 2010 a oggi è raddoppiata. La scorsa settimana l’Ispra nel Rapporto nazionale pesticidi nelle acque riferito al biennio 2015-2016 ha certificato la presenza di queste sostanze nel 67% dei 1.554 punti di campionamento, in crescita dal 6,39% del precedente rilevamento. E ancora una volta il Veneto non fa una bella figura: è contaminato il 90% delle acque di superficie, maglia nera insieme al Piemonte”.

 

 

La Regione – il sollecito di Zanoni – non deve voltarsi dall’altra parte, ma interessarsi a quanto accade sul proprio territorio. Le sostanze nocive distribuite per le nostre campagne continuano ad aumentare e non è un’azione ‘neutra’, ci sono conseguenze pesanti sull’ambiente e la salute. È arrivato il momento di pensare davvero a una riconversione della viticoltura veneta al biologico. Zaia, come i suoi predecessori, continua a finanziare abbondantemente il settore vitivinicolo che dal 2007 a oggi tramite vari Piani europei e locali ha ricevuto 103 milioni di euro. Chiedere in cambio una inversione di rotta per tutelare i suoi cittadini dovrebbe essere la sua prima preoccupazione”.

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