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Nella terminologia normativa europea, i droni – detti anche APR (Aeromobili a Pilotaggio Remoto) – sono compresi nel gruppo degli aeromobili “senza equipaggio” (UAS, Unmanned Aircraft System). Anche il Codice della Navigazione italiano li colloca all’interno della nozione di aeromobile (art. 743) e li definisce “mezzi aerei a pilotaggio remoto”.
Come spiega Filippo Moreschi (in foto), avvocato e socio AIDR, i droni consentono flessibilità di impiego e velocità di intervento, una sempre più elevata risoluzione e precisione, un’ampia disponibilità di rilevazioni e dati ottenuti attraverso sensori, camere multispettrali, camere termiche, GPS e magnetometri.

 

 

Da qualche anno il loro uso dei droni ha preso piede anche nel settore agricolo, in due distinte modalità applicative.
La prima, più diffusa, è l’attività di monitoraggio.

Essa si articola in più momenti:
i) in una fase diagnostica preventiva (valutazione della capacità del terreno e delle sue aree critiche, controllo delle zone incolte e boschive);
ii) nell’osservazione in tempo reale dello stato di salute della coltura e nella prevenzione delle criticità e delle malattie;
iii) nella conseguente capacità per l’agricoltore di programmare quantità e tempistiche di interventi di precisione (irrigazione, azione fitosanitaria), in base ai reali bisogni della singola porzione di campo evitando interventi massivi, uniformi e generalizzati.
Ne deriva un risparmio di tempo, di lavoro e di macchine, ma soprattutto un minore impatto ambientale legato al mirato utilizzo dei prodotti fitosanitari e della risorsa idrica.

 

 

La seconda modalità d’uso è la possibilità per il drone di svolgere dei compiti sul campo, come avviene nell’ambito della lotta biologica ai parassiti delle piante (ad esempio la piralide del mais) oppure in tema di trattamenti fitosanitari.
Su tale ultimo aspetto va ricordato che l’irrorazione aerea è ad oggi vietata, come prescritto dall’art. 13 del D. Lgs. 150/2012 (“attuazione della direttiva 2009/128/CE che istituisce un quadro per l’azione comunitaria ai fini dell’utilizzo sostenibile dei pesticidi”). Il divieto prevede limitate e circostanziate deroghe, rilasciate dalle Regioni o dalle Province autonome. Il Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari (PAN), adottato con Decreto Interministeriale 22/01/2014, proibisce espressamente l’irrorazione aerea in aree giudicate sensibili quali,
tra le altre, gli allevamenti di bestiame, di api, di pesci e molluschi ed i terreni ove si pratica l’agricoltura biologica o
biodinamica. L’interpretazione di tali deroghe, nel corso degli anni, è stata piuttosto stringente e limitata, per lo più, all’utilizzo di elicotteri per la distribuzione dei prodotti fitosanitari.
La bozza di revisione del Piano, pubblicata sul sito del Mipaaf ed in corso di approvazione, ribadisce il divieto di uso dei droni per i trattamenti fitosanitari (punto A.3.10). Nel contempo, tuttavia, essa apre alla sperimentazione, alla luce della risoluzione del Parlamento europeo del 12/02/2019, che riconosce le potenzialità legate all’impiego della tecnologia intelligente e dell’agricoltura di precisione per gestire meglio i prodotti fitosanitari.

 

Il volo dei droni civili soggiace ad una normativa complessa, ove si intersecano disposizioni europee e nazionali. L’inclusione dei droni nel più ampio gruppo degli aeromobili determina la competenza di ENAC – Ente Nazionale Aviazione Civile che, con i propri regolamenti, individua le categorie di droni, le tipologie di operazioni e stabilisce le condizioni di sicurezza del volo (security).
In sede europea, il Reg. 1139/2018 UE ha posto al vertice del sistema l’EASA – Agenzia dell’Unione Europea per la sicurezza aerea, individuandone i compiti e dettando le norme comuni per l’aviazione civile. Il Regolamento della Commissione n. 945/2019 regola gli standards di sicurezza tecnica dei droni (safety). Il successivo Reg. della Commissione n. 947/2019, in vigore dal 31/12/2020, disciplina la registrazione, le limitazioni operative e le regole applicabili agli operatori ed ai piloti, e va a sostituire ed uniformare le disposizioni nazionali, subentrando, sul punto, ai relativi regolamenti ENAC.

 

Il regolamento europeo da ultimo citato fissa quale limite generale per il volo “a vista” dei droni fino a 25 kg l’altezza massima di 120 metri dal punto più vicino della superficie terrestre (Allegato al Reg., parte A, Disposizioni generali, n. 2).
Tale norma è derogabile soprattutto in difetto, in presenza di particolari condizioni del suolo o del terreno o di aree destinate ad operazioni di volo di altri aeromobili, o densamente popolate o comunque specificamente individuate.
In Italia, la piattaforma D-Flight eroga i servizi per la gestione del traffico aereo a bassa quota di aeromobili a pilotaggio remoto.
Attraverso la collaborazione con ENAC, D-Flight è un portale che mette a disposizione degli utenti la registrazione dei droni nella banca dati italiana e l’assegnazione del codice univoco di identificazione, nonché il reperimento delle informazioni utili per volare con i droni in sicurezza in conformità alle normative vigenti.
Le mappe disponibili su D-Flight illustrano le limitazioni all’altezza ed all’uso dei droni su tutto il territorio nazionale, indicando, in particolare modo, le aree vietate o dove il limite è inferiore a quello generale di 120 mt.

 

 

Vale la pena sottolineare che tra le aree in cui vige il divieto di utilizzo dei droni (limite metri 0 sul livello del suolo) sono
compresi i parchi naturali e le zone soggette a protezione faunistica.
Si tratta di territori sui quali norme nazionali o disposizioni regionali proibiscono il sorvolo. La misura, se da un lato è comprensibile, dall’altro può concretamente rappresentare un freno al grande supporto tecnologico che i droni
possono dare in queste zone, soprattutto in considerazione della difficoltà di fare agricoltura in luoghi di alto valore paesaggistico e, spesso, di speciale particolarità orografica.
Il recente decreto Mipaaf del 30/06/2020 ha finalmente dato attuazione alla previsione del Testo Unico del Vino che prevede la valorizzazione dei vigneti eroici e storici. I vigneti eroici, in particolare, sono definiti “i vigneti … situati in aree ove le condizioni orografiche creano impedimenti alla meccanizzazione o aventi particolare pregio paesaggistico o ambientale, nonché i vigneti situati nelle piccole isole” (art. 2 decreto).

 

Si può capire come, soprattutto in queste zone, l’uso del drone possa contribuire alla salvaguardia ed alla sopravvivenza di una viticoltura condotta in condizioni estreme, supportando concretamente il lavoro dell’uomo.

 

E tuttavia, molti dei vigneti c.d. eroici si trovano in aree qualificate come riserve naturali o parchi nazionali, dove il volo dei droni è vietato. È il caso per esempio delle Cinque Terre, dove si produce un famoso vino a Denominazione di Origine Controllata. È dunque auspicabile che, in futuro, nel doveroso rispetto dell’ambiente, ed anzi proprio in funzione dei principi di sostenibilità e di risparmio di risorse che l’utilizzo dei droni può rappresentare, sia data la possibilità di utilizzare tali strumenti anche in queste zone pregiate. I droni infatti, qui più che altrove, possono dare un aiuto prezioso agli agricoltori e consentire la preservazione di un inestimabile patrimonio di conoscenze, esperienze e tradizioni produttive.

Con la Giornata aperta delle fattorie didattiche, domani, domenica 13 ottobre, ritorna anche il concorso per i più piccoli “Agricoltura, che avventura”: un invito rivolto ai bambini dai 6 ai 10 anni a vivere la natura e l’ambiente nei laboratori allestiti nelle fattorie didattiche e a cimentarsi in testi e disegni. Gli elaborati migliori saranno premiati con gift card per l’acquisto di libri, materiale scolastico e attrezzature per lo sport e con biglietti per il cinema.

 

Le fattorie didattiche che ospitano i laboratori creativi sono: La Contarina (Grantorto, Padova), Corte Carezzabella (San Martino di Venezze, Rovigo), Di Fiore in Fiore (Calto, Rovigo), Borgoluce-Tenuta di Collalto (Susegana, Treviso), Biofattoria sociale Casa di Anna (Zelarino, Venezia), il Rifugio dei Colori (Sarego, Vicenza), la Genovesa (Verona).

Indirizzi e contatti sono scaricabili qui.

 

Il concorso ‘Agricoltura che avventura”, promosso dall’Autorità di gestione del Programma di sviluppo rurale per il Veneto 2014-2020 in collaborazione con la Direzione regionale Turismo, è alla sua seconda edizione: a partire da domani e fino al 30 novembre i bambini che vorranno partecipare al concorso potranno creare un racconto e un disegno sul mondo rurale, scegliendo tra i temi “Esplorando l’ambiente e la natura”, “Scoprendo i segreti della buona agricoltura”, “Assaporando le delizie della terra pura”. I partecipanti dovranno richiamare anche la loro fattoria didattica preferita, che hanno avuto occasione di cooscere durante la Giornata aperta o in altre situazioni. 

 

A spiegare in maniera facile e divertente come partecipare sarà Chicco, testimonial virtuale che nell’album “Le avventure di Chicco” e nei video promozionali stimolerà i piccoli creativi a dare il meglio.

Per partecipare si può scaricare l’album “Le avventure di Chicco” e il modulo di autorizzazione su psrveneto.it, dove sono disponibili ulteriori informazioni e il regolamento del concorso. È possibile inoltre rivolgersi ai seguenti indirizzi email: [email protected] oppure [email protected].

Le api sono in declino, minacciate da pesticidi, perdita di habitat, monocolture, parassiti, malattie e cambiamenti climatici.

 

Se le api muoiono, a farne le spese saranno l’ambiente, il nostro cibo e l’agricoltura. Le api, infatti, non producono solo miele: dalla loro opera di impollinazione dipende un terzo degli alimenti che consumiamo abitualmente – come mele, fragole, pomodori e mandorle – e la produttività del 75% delle nostre principali colture agricole.

 

L’attuale sistema di agricoltura industriale basato sulla dipendenza dai pesticidi chimici, come i neonicotinoidi, non è più sostenibile!

 

Il 27 aprile 2018 l’Unione Europea ha approvato il bando permanente di tre insetticidi neonicotinoidi dannosi per le api: l’imidacloprid e il clothianidin della Bayer e il tiamethoxam della Syngenta.
Il loro utilizzo resta però consentito all’interno di serre permanenti. Inoltre, è ancora consentito l’uso di altri neonicotinoidi: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone e altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e clorpirifos, tutti insetticidi potenzialmente pericolosi per le api e gli altri insetti impollinatori.

 

Con una petizione, Greenpeace chiede al Governo italiano e alla Commissione europea di:
1. Bandire l’uso di tutti i pesticidi dannosi per le api e gli altri insetti impollinatori
2. Applicare rigidi standard per la valutazione dei rischi da pesticidi
3. Aumentare i finanziamenti per la ricerca, lo sviluppo e l’applicazione di pratiche agricole ecologiche.

 

Recenti studi hanno confermato che i neonicotinoidi danneggiano non solo le api, ma anche i bombi, le farfalle, gli insetti acquatici e persino gli uccelli, con possibili ripercussioni su tutta la catena alimentare.

 

 

Fonte: www.greenpeace.org

SEI MORTO: è la scritta riportata in un biglietto contenuto in una busta recapitata nei giorni scorsi all’indirizzo di casa dell’assessore regionale all’Ambiente Gianpaolo Bottacin

 

All’interno della missiva anche una copia di un articolo di giornale, tratto dall’edizione nazionale de “Il Gazzettino” del gennaio scorso, dal titolo: Telecamere obbligatorie contro i roghi di rifiuti.

 

L’assessore ha immediatamente provveduto a presentare denuncia ai Carabinieri che procederanno alle indagini sull’accaduto.

È possibile avere cibo sano e di qualità, a costi e prezzi equi, anche nelle città? Sì, se agricoltori e abitanti si alleano, creando reti locali solidali, fiduciarie, senza intermediazioni inutili e costose, così da poter decidere assieme come, cosa, quanto coltivare, trasformare e consumare.

 

Si chiamano “politiche locali del cibo”. Coinvolgono le famiglie, il commercio di prossimità, la ristorazione collettiva, i produttori agricoli, gli enti pubblici. Vi sono esperienze positive in tutto il mondo. Sono comunità alimentari di sostegno all’agricoltura, distretti di economia solidale, filiere, reti di economia solidale.

 

Se ne parlerà sabato 6 aprile nel corso di un incontro patrocinato dal Comune di Mogliano assieme a quello di Preganziol, che si svolgerà alle 14.30 presso la Sala Graziol, a Preganziol. L’iniziativa nasce per dialogare sulle politiche del cibo e costruire con le amministrazioni una proposta chiara e concreta di food policy per il territorio ed è di Oltre Confine, Distretto di economia solidale, e dell’associazione Comunità che supporta l’agricoltura.

 

 

 

Relatori saranno i professori Andrea Calori (EStà – Economia e Sostenibilità) e Francesca Forno (Università di Trento), preceduti dai saluti degli assessori Riccardo Bovo (Preganziol) e Oscar Mancini (Mogliano Veneto).

 

La domanda di cibo di una comunità si combina con le capacità produttive del sistema agricolo locale. Produttori e consumatori condividono rischi e benefici; adeguano rispettivamente metodi di coltivazione e stili di consumo in modo da liberarsi progressivamente dal giogo della grande distribuzione organizzata che sempre di più decide cosa mangiamo, a quale prezzo e secondo quali sistemi produttivi industrializzati.

 

Nell’area tra il Sile e il Marzenego esistono gruppi di acquisto solidale, mercati contadini, aziende agricole, fattorie didattiche, consumatori critici, gruppi di volontari che recuperano le eccedenze alimentari e molto altro. L’idea per la serata è mettersi attorno a un tavolo, e chiedere agli amministratori locali di farsi garanti anche della autonomia e sovranità alimentare delle popolazioni del territorio.

Venerdì 18 gennaio alle 20.45, presso l’Auditorium delle Scuole Medie di Casale, si terrà la conferenza “Alimentazione ambiente agricoltura” – come scegliere in maniera informata e consapevole il cibo salutare degli agricoltori biologici del proprio territorio, per la prevenzione del cancro, delle malattie degenerative (es. Alzheimer) e dei cambiamenti climatici.

 

L’evento, organizzato da Oltreconfin – Distretto di Economia Solidale e patrocinato dal comune di Casale sul Sile, vedrà come relatore il biologo nutrizionista Giuseppe Vivan.

Al termine assaggi di prodotti locali e tisane.

 

L’ingresso è libero.

 

Gli istituti agrari del Veneto, che per ragion didattiche hanno al proprio interno delle vere e proprie aziende agricole con una propria capacità produttiva, potranno partecipare ai bandi regionali per lo sviluppo rurale. È quanto prevede il nuovo articolo, presentato alla Giunta regionale del Veneto e approvato all’unanimità dalla commissione Attività produttive del Consiglio regionale, a integrazione del progetto di legge di adeguamento ordinamentale in materia di agricoltura, caccia, commercio e piccole e medie imprese.

 

Il testo (Pdl 390), in attesa ora del via libera della Affari istituzionali del Consiglio mercoledì 16 gennaio, sarà quanto prima all’esame per l’aula.

 

“Mi auguro che l’assemblea veneta possa approvare al più presto questo progetto di legge di adeguamento che aggiorna la normativa esistente – dichiara l’assessore all’Agricoltura Giuseppe Pan – Tra le novità previste c’è, appunto, l’equiparazione delle scuole agrarie allo ‘status’ di imprenditori professionisti: sarà così possibile consentire anche gli istituti superiori professionali agrari del Veneto di concorrere ai bandi regionali per l’ammodernamento delle strutture e dei mezzi dell’impresa agricola e beneficiare dei contributi pubblici per il rinnovo del parco macchinari o di quelle strumentazioni indispensabili, sia dal punto di vista didattico, sia per migliorare la produttività dei propri laboratori”.

 

“Parificare le scuole alle aziende nell’accesso ai fondi pubblici per l’innovazione significa aiutare l’attività didattica e premiare l’imprenditorialità e la propensione allo sviluppo degli istituti di formazione superiore – prosegue Pan – Da queste scuole escono gli imprenditori e i tecnici del settore primario di domani. La preparazione professionale e culturale dei ragazzi che si preparano ad entrare nel mondo produttivo dell’agroalimentare rappresenta un essenziale fattore moltiplicatore dell’innovazione del settore. È pertanto un investimento lungimirante far rientrare queste scuole altamente professionalizzanti nella platea degli imprenditori agricoli che possono concorrere alla leva dei fondi comunitari e alle misure regionali di sostegno per il miglioramento produttivo. Il programma di sviluppo rurale 2014-2020, che per il Veneto vale 1169 milioni di euro, è lo strumento per portare l’innovazione nel sistema produttivo e non poteva continuare a ignorare gli istituti agrari, parte integrante della filiera agroalimentare”.

 

 

Gli istituti interessati

Il conferimento dello ‘status’ di produttore agricolo interessa 17 istituti superiori e professionali agrari del Veneto, frequentati da oltre 8500 studenti. Gli istituti sono: il professionale “Della Lucia” di Feltre, il “Domenico Sartor” di Castelfranco Veneto, il “Cerletti” di Conegliano, l’istituto “8 Marzo-Konrad Lorenz” di Mirano, il “Leonardo da Vinci” di Portogruaro, il “Viola-Marchesini” di Rovigo, l’istituto “Munari” di Castelmassa (Rovigo), il “Duca degli Abruzzi” di Padova, il “De Nicola” di Piove di Sacco, il “J.F.Kennedy” di Monselice, il tecnico agrario “Trentin” di Lonigo, l’istituto “Parolini” di Bassano, l’istituto “Stefano Bentegodi” di Verona, il polo di istruzione “Giuseppe Medici” di Legnago, l’istituto tecnologico “Aulo Ceccato” di Thiene, l’istituto “Mario Rigoni Stern” di Asiago e l’istituto “Scarpa-Mattei” di San Donà di Piave.

 

L’elenco delle scuole interessate è consultabile nel sito http://www.retescuoleagrarietriveneto.org/.

“L’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie (Izsve) ha fornito agli apicoltori fogli di cera d’ape, pagati con fondi pubblici, contaminati da fitofarmaci, antiparassitari e contenenti sostanze estranee alla cera. È un caso gravissimo, cosa intendono fare Zaia e gli assessori Coletto e Pan?”. La denuncia è contenuta in una dettagliata interrogazione, la numero 627, presentata dal consigliere del Partito Democratico Andrea Zanoni, che fa riferimento al progetto regionale realizzato in collaborazione con l’Izsve per prevenire i rischi derivanti dall’utilizzo o dal riciclo di favi e cere contaminati da pesticidi, avviato la scorsa primavera. Progetto che prevedeva la distribuzione di fogli cerei agli apicoltori e un questionario per raccogliere informazioni sull’uso del materiale.

 

“Ad accorgersi che qualcosa non andava è stata Apimarca, con sede a Treviso, una delle associazioni coinvolte, dopo aver chiesto all’Izsve di fornire le analisi sui fogli ricevuti per adempiere agli obblighi di legge sulla tracciabilità di sostanze e materiali introdotti nelle azienda di apicoltura. In assenza di risposte, a fine maggio, sempre tramite il suo presidente Rino Cassian, si è rivolta al Crea (Consiglio per la ricerca in apicoltura), che ha avuto ben altra celerità. Dalle analisi chimiche – spiega Zanoni, ricostruendo la vicenda – è emersa la presenza di ben di 12 residui di fitofarmaci o antiparassitari, tra cui un acaricida, la Propargite, vietato in Europa dal 2011, oltre a tre sostanze estranee alla cera d’api, inclusa la paraffina, una miscela di idrocarburi ricavata dal petrolio”.

 

Da qui la nuova richiesta inviata il 19 giugno, tramite posta elettronica certificata, al direttore dell’Izsve e per conoscenza alla Direzione agroalimentare, di fornire le analisi anch’essa senza risposta. “Alla fine Apimarca il 29 giugno ha deciso di recedere dell’accordo, rimandando indietro i fogli all’Izsve che ne ha preso atto il 17 luglio 2018, dicendo incredibilmente di averli redistribuiti in maniera proporzionale alle altre associazioni aderenti al progetto. Questo è un fatto doppiamente grave”, evidenzia Zanoni. “È una situazione paradossale, proprio lo scorso 14 marzo l’assessore Pan, commentando il progetto in questione, aveva dichiarato che ‘i produttori ci segnalano la necessità e l’urgenza di prevenire i rischi che derivano dall’impiego o dal riciclo di favi e cere contaminati da pesticidi, agrofarmaci o sostanze adulteranti, che possono mettere a repentaglio la riproduzione degli insetti e la produzione di miele di qualità. E invece un progetto pagato dalla Regione alla fine ha portato negli alveari proprio le sostanze che voleva evitare”.

 

Il consigliere democratico invita perciò la Giunta a fare totale chiarezza, rispondendo alle sei domande contenute nell’interrogazione, dove si chiede tra l’altro, come mai l’Izsve non abbia restituito al fornitore i fogli contaminati con tanto di richiesta di risarcimento e cosa intenda fare la Regione per la tutela degli apicoltori coinvolti nel progetto e per la salute pubblica, visti i risultati delle analisi sui due lotti incriminati.

La regione finanza la ricerca dell’Università di Padova

 

Reti antigrandine e antinsetto risultano essere per ora i migliori sistemi difensivi per proteggere frutteti dagli attacchi della cimice asiatica, il vorace insetto dell’Estremo Oriente che dal 2015 sta aggredendo le colture venete. Lo ha ribadito l’assessore regionale all’Agricoltura, Giuseppe Pan, a Condiretti e rappresentanti dei produttori ortofrutticoli della Bassa Padovana, preoccupati per i danni che l’insetto alieno (Halymorpha halys, il nome scientifico) sta causando a mele, pere, pesche, kiwi, mais e soia in tuttoil territorio regionale. Da una iniziale concentrazione nell’Alta padovana e nel Trevigiano, la cimice asiatica si sta diffondendo ora con particolare invasività nella Bassa Padovana, nel Polesine e nel Veronese. Il ‘potenziale’ delle colture aggredibili in Veneto – tra frutteti e seminativi –  supera i 300 mila ettari, per una produzione totale di oltre 4 milioni e mezzo di tonnellate che, in termini economici, vale un fatturato di oltre 660 milioni di euro.

 

“La Regione Veneto ha affidato al Dipartimento di agronomia animali e ambiente dell’Università di Padova l’incarico di studiare la localizzazione e il ciclo di attività della cimice asiatica –  ricorda Pan – e di individuare le migliori strategie di prevenzione e contrasto. Al momento, il lavoro dei ricercatori, coordinati dal dottor Alberto Pozzebon, e dei servizi fitosanitari della Regione Veneto ha consentito di mappare la presenza della cimice nel nostro territorio, di osservarne l’evoluzione e di indicare le possibili misure di contenimento. Lo studio ha prodotto, per ora, questa prima evidenza: le cimici asiatiche infestano e danneggiano soprattutto i margini degli appezzamenti e la misura più efficace per limitare i danni e ridurre l’uso di insetticidi chimici risulta essere il posizionamento di reti antigrandine e reti antinsetto, in modo da chiudere i bordi degli appezzamenti”.

 

Il progetto di ricerca, finanziato con 62.750 euro, prevede tre strategie:

a) lo studio delle preferenze della cimice di fronte alle diverse varietà colturali;

b) l’individuazione dei migliori antagonisti naturali, puntando ad allevare i parassitoidi più efficaci;

c) test su prodotti di origine naturale in grado di esercitare un effetto repellente nei confronti della cimice asiatica.

 

“In attesa che il lavoro dei ricercatori ottenga risultati sperimentabili su vasta scala, la Regione – conferma l’assessore all’Agricoltura – continua a sostenere i produttori ortofrutticoli ammettendo ai contributi dei bandi Psr gli investimenti finalizzati alla difesa attiva, come l’acquisto e la collocazione di reti antinsetto. Sono investimenti utili per migliorare le prestazioni e la competitività dell’impresa agricola, che possono godere di contributi dal 40 al 60% della spesa sostenuta, a seconda dei soggetti e delle zone interessate. Ma è solo investendo in ricerca e sperimentazione che sarà possibile individuare, con la collaborazione degli stessi produttori, la via migliore per contrastare la diffusione delle aree coltivate di questa specie infestante”.

 

In Veneto, le colture maggiormente interessate dall’infestazione di cimice asiatica sono le seguenti:

 

Coltura Ettari in  Regione Produzione Tonn. Valore  produzione milioni di €
Melo 5.634 3.064.882 105
Pero 3.022 776.902 59
Pesco e nettarine 2.683 568.325 21
Actinidia 3.078 702.100 35
Mais 169.709 17.376.765 317
Soia 134.275 4.542.196 129

 

Domani, lunedì 4 giugno, alle ore 11, ad Asiago, l’assessore all’Agricoltura della Regione Veneto e il presidente dell’Unione Montana Spettabile Reggenza dei Sette Comuni, nella sede dell’Unione Montana in viale Stazione 1, presentano alla stampa, alla cittadinanza e alle categorie economiche interessate l’accordo di collaborazione raggiunto per fornire informazione, collaborazione e assistenza agli allevatori locali e ai ‘malgari’ per affrontare il ritorno dei grandi carnivori, in particolare del lupo.

 

L’accordo, che sarà ufficializzato la settimana prossima, prevede la presenza sull’altopiano di Asiago tre giorni la settimana di un esperto della Regione Veneto in materia faunistica e ambientale, che aiuterà istituzioni e categorie economiche ad affrontare sul posto le principali problematiche create dal ritorno del predatore sulle montagne venete e ad affiancare gli allevatori nella salvaguardia dell’attività di pascolo in quota e nella tutela delle loro greggi e mandrie.
Al termine dell’incontro pubblico l’assessore regionale, sempre nella sede dell’Unione montana, incontrerà i rappresentanti degli oltre cento ‘malgari’ attivi sull’Altopiano.

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