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Quando il Cammino chiama. Quinta puntata.

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Ci svegliammo. Non c’era traccia della brasiliana. Presi i soldi, ci aveva semplicemente lasciato l’intera casa. Rimisi a posto l’inquietante bambola di ceramica sulla sedia di fronte al letto che la sera prima avevo nascosto, per il resto non toccammo niente. C’era un soffuso disordine familiare un po’ tutt’intorno, foto incorniciate, merletti, dadi, chiavi, ferramenta, strofinacci, mestoli, vasi, oggetti più o meno utili, più o meno brutti, e davvero ogni superficie era ricoperta di cianfrusaglie che nessuno di era evidentemente preoccupato di buttare da quando erano morti i proprietari, i vecchietti che ci abitavano. Era stato tutto lasciato là come se chi ci aveva un tempo abitato avesse semplicemente salutato casa per andare nei campi a darsi da fare; la morte aveva fermato il tempo là dentro, senza che nè la polvere nè il sentore di muffa intaccassero la calma familiarità. Lasciammo casa. La cittadina era percepita meno pericolosa e fredda ora che eravamo nella calda luce mattiniera.
 
 
Entrammo nello stesso bar della sera prima. Il proprietario, con il suo strabismo e la sua grinta, era sempre là, setvendo i clienti come se nè lui nè loro avessero mai lasciato il loro posto durante la notte; c’era già qualcuno che fumava, un altro già si faceva una birra; nessuno era così nullafacente da aver già iniziato a giocare a freccette. Con quell’atmosfera ci si sarebbe aspettato che una moglie arrabbiata entrasse a riprendersi il marito per l’orecchio da un momento all’altro, ma non successe nulla di simile. “Omelette?”, già ci trattava come clienti abituali. “Grazie ancora. Non so come avremmo fatto senza il suo aiuto” ammise l’americano. Taciturno, il nostro salvatore fece una smorfia compiaciuta, e continuò a rompere le uova. Camminammo, camminammo e camminammo. Si era contenti di avere la pellaccia ancora addosso, e questo tanto basta a a rendercela una buona giornata. Distese di erba in fronte per chilometri a seguire, qua è là i fiori viola e i bovini, c’era quasi da pensare di essere in Europa Centrale invece che nella campagna iberica.
 
 
A mie spese scoprì ben presto che gli uomini si sono evoluti nomadi, non lo sono di certo divenuti con un paio di scarpe ai piedi. Dopo pochi giorni di cammino, come i veri pellegrini ben sanno, le vesciche rendevano ogni mio passo più doloroso e vivo di quello precedente. L’americano, un vero gentleman di come non ne se ne vedono più in giro, si assunse il dovere di portare anche il peso del mio zaino. E forse ne approfittai più di quel che avrei dovuto. D’altronde tra il dolore e la maleducazione era facile scegliere. Guardai i suoi piedi: semplicemente fasciati da un paio di sandali, e repentini si muovevano uno davanti all’altro, un po’ impolverati, completamente liberi.
 
 

Ed ecco le case di un’altra cittadina di fronte a noi. Mi arrampicai su un muretto bianco, alto abbastanza da non poter scendere con un salto. Sporsi il braccio, mi graffiai con i rami. Il legno e la frutta lasciarono il loro odore sui miei capelli. “Guarda quanta abbondanza!”, una succosa vastità di mele letteralmente a portata di mano. Ne presi qualcuna e le passai a lui, nessuno avrebbe notato il misfatto. L’americano ne assaggiò una soddisfatto, e vedendo la pulzella in pericolo, lasciò tutto e mi soccorse. Già l’ho detto che era un gentleman. Mi lasciai letteralmente cadere tra le sue braccia, e lui arrossì. C’erano stati giorni peggiori di quello “Guarda, là c’è il centro!”

 
 
E così mettemmo piede nella terra che dove era venuto al mondo chi di questo paese scrisse così, con una semplicità paradisiaca “Il villaggio si chiama Azinhaga, un posto che è stato lo stesso fino dagli albori della nazionalità (era già sulla carta nel tredicesimo secolo), ma di questo stato veterano non è pressapoco rimasto nulla, se non il fiume che passa proprio accanto a te (immagino sia là dalla creazione del mondo), e che, per quanto le mie poche luci raggiungono, non ha mai cambiato rotta, anche se le sue sponde sono cambiate un numero infinito di volte”. Il terreno doveva essere proprio ben fertile se da un paesino tanto insignificante ne era uscito quel benefattore delle parole che anni dopo avrebbe fatto guadagnare al suo paese il più prestigioso premio letterario, Josè Saramago. Facemmo una sosta, panini queso y jabòn. Con la fame non ci si lamentava mica della ripetizione, le calorie erano sempre un miracolo di cui si era grati, che fossero in una forma o in un’altra. C’era un’altra pellegrina, seduta fuori, presubilmente tedesca, una giovane brunetta che con la sua esocità rallegrava l’intero paese, la cui gioventù se ne era andata a cercare fortuna altrove. Ora una vecchietta le dava una pietanza, ora il vecchietto le offriva un caffè, un altro l’aiutava a a rimettersi lo zaino, e perchè lei non capiva loro e loro non avevano idea di cosa lei volesse dire, c’era una gran vociare allegro e tutti muovevano le mani come direttori d’orchestra, come se l’enfasi del movimento potesse chiarificare la sintassi della lingua. Ci furono persino degli abbracci, è un coro di “Buen Camino!” la seguì fino ai margini del paese. C’era da stupirsi che alla fine la lasciarono andare. La cittadina tornò alla sua quiete, tornò ad aspettare un altro avventuriero e con lui la freschezza del mondo là fuori. Nessuno fece caso a noi quando lasciammo il centro.
 
 
Le piante native portoghesi sono offuscate dalla sovrabbondante presenza dell’eucalipto, su e giù per il litorale spesso bruciato dal sole e dai piromani, gli uomini hanno piantato dappertutto questa pianta australiana. Se la mattina era l’Europa Centrale, ora si era nelle desertica landa australiana. E camminando sulla terra rossa, circondati dagli eucalipti che ondeggiavano intorno a noi, l’americano mi raccontò dei suoi antenati e di quella vena di pazzia e intraprendenza di cui per certo portava traccia nel suo sangue “E poi mio nonno aprì un motel a Durango. Mia nonna raccontava sempre di come tutte le clienti tornassero sempre al motel solo per chiacchierare con mio nonno. Era l’uomo più bello della città. E non avrebbe mai, mai toccato un’altra donna che non fosse sua moglie. Mia nonna d’altro canto era un bel tipo, sai sangue irlandese, capelli rossi e un fuoco dentro. E non importava se faceva passare le pene dell’inferno a mio nonno, alla fine si amarono per più di quarant’anni. C’era stata quella volta che Mary, mia nonna, si era infuriata talmente tanto con lui che gli tirò con tuta la forza che aveva una torta, proprio dritto in faccia! Se non che il postino entrò proprio in quel momento, e alla fine fu lui a prendersi la torta in faccia! Da quel giorno lasciò sempre la posta fuori dalla porta”, e ne aveva altre cento di storie così “Un’altra, raccontamene un’altra”.
 
 
Quella notte trovammo rifugio dai pompieri, e pagammo un’inezia. La stanza era spoglia, spartana fino alla miseria, con la muffa sulle pareti e quelle vecchie coperte usate. Era, tuttavia, un posto dove stare al caldo. Ci mettemo la roba migliore che avevamo, non era granché ma bastava; con una camicia pulita e un paio di pantaloni facevamo la nostra bella figura. Per festeggiare, e dimenticarci di quella modesta cameretta dove avremmo dovuto passare la notte ce ne andammo a mangiare nel migliore ristorante che si potesse trovare nei paraggi e ordinammo di tutto. Altri pellegrini, per lo più olandesi a vedere com’erano alti e pallidi e dal loro parlare foneticamente gracchiante, erano seduti ai tavoli. Pochi locali si potevano permettere quel lusso. La conversazione fu brillante, e la cena ottima. Tornammo alla rustica realtà dei letti dei pompieri. Qua è là uno scarafaggio, reso meno brutto dal vino costoso che avevamo buttato giù. Di nuovo, ci addormentammo.

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