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Nikos  Kazantzakis e Italia

5 minuti di lettura

                                       

 Pubblichiamo scritto del nostro assiduo lettore di Atene Apostolos Apostolou

Il greco Nikos Kazantzakis  (Candia, 18 febbraio1883 – Friburgo in Brisgovia, 26 ottobre1957) è stato uno scrittore,  anche  poeta, saggista, drammaturgo, filosofo, giornalista e traduttoregreco, uno dei maggiori del XX secolo. Nel 1902 si trasferisce ad Atene dove si laurea in legge e successivamente, nel 1907 , a Parigi Qui segue alcune lezioni di Bergson e viene a contatto con la filosofia di Nietzsche , da cui sarà fortemente influenzato, come il motto Nec spe nec metu (Né con speranza, né con timore), motto in lingua latina. Viaggerà anche in Italia ed in Germania. Marzo di 1909, Kazantzakis ha visitato per la prima volta l’ Italia,vive per quidici giorni a Roma e per quidici giorni a Firenze (via Ventisette Aprile, 16) per frequentare lezioni alle Università italiane. Nell 1919 un  viaggio piccolo in Italia, alle 18 e 19 agosto fra Taranta e Roma. Nell 1924 ha visitato Napoli, Pompea e Assisi con sua amica Elsa Lange.

Ad Assisi viva al palazzo di Enrichetta Pucci e finiscela sua opera con titolo Budda. Li conosceva anche Johannes Jørgensen che era biografo di San Francesco. Johannes Jørgensen -anche noto col nome italianizzato Giovanni Joergensen; Svendborg, 6 novembre 1866– maggio 1956- è stato uno scrittore e poetadanese. L’incontro con il pittore Mogens Ballin, convertito al cattolicesimo dall’ ebraismo , lo spinse alla conversione dal protestantesimo: assieme a lui si recò in visita ad Assisi nel 1894 , dove l’ammirazione per la vita e le opere di San Francesco influenzarono la sua poetica, portandolo a redigere, nel 1907 , la biografia del santo.Il successo di tale lavoro gli valse la nomina di cittadino onorario di Assisi e di Svendborg.

 Le discussion tra Nikos Kazantzakis e Johannes Jørgensen suscitò il suo interesse di Kazantakis per San Francesco.L’ ultimo viaggio di Nikos Kazantzakis era nell 1926 in occasione del giornale Eleftheros Tipos –giornale di Atene- per intervistare Benito Mussolini. Scriveva per Benito Mussolini Nikos Kazantzakis.”Quest’ uomo aveva un credo, qust’uomo non aveva paura…Ancora prima di avvicinarmi a lui ho sentito la sua voce era una voce stanca.. E’ nata dentro di me l’ idea di andar via.”

Nikos Kazantzakis aveva ara affascinato da Cristo, Budda, Lenin, Bergson. E le seconde persone che avevano una forza sopra del suo pensiero era Nietzsche e San Francesco. Anche aveva letto D’ Annunzio cui è ispirato la sua picola opera (che ha scritto con pseudonimo Karma Nirvami) da titolo (Όφις και Κρίνο) “Serpente e Giglio”. Anche  è impressionante come ha visto Nikos Kazantzakis la festa di San Francesco quando era ad Assisi. Scive Nikos Kazantzakis: “La prima immagine che mi aspettava nell’ Italia fascista era piena di umiltà e amore.Avevo partito fretta dalla Spagna per trovarmi al grande anniversario del settimo centenario. Mussolini aveva proclamato questa giornata festa nazionale”.           

Ecco un brano dal “Poverello di Dio” di Nikos Kazantzakis “Fuori dal palazzo signorile del conte Schifi, cinque o sei giovani con chitarre e mandolini, ed un piccolo uomo con una lunga piuma sul cappello, il collo teso e gli occhi fissi ad una finestra graticolata, le mani incrociate, cantava e tutti intorno,incantati, accompagnavano la sua voce con le chitarre e i mandolini: Dio mio che voce era quella, che dolcezza, che passione, che preghiera, che armonia! Non ricordo la canzone, sì da poterla riportare qui perché rimanga nei secoli, ma ricordo bene che parlava di una bianca colomba inseguita da un’aquila e di un giovane che chiamava a sé la colomba affinché si riparasse nel suo petto… Cantava piano, tranquillamente, come se avesse paura di destare la ragazza che dormiva al di là delle grate della finestra. Avevi l’impressione che cantasse non al corpo che dormiva, ma alla sua anima, che era sveglia… Io ero turbato, avevo gli occhi colmi di lacrime: dove avevo già sentito quella voce? La dolcezza, l’implorazione, l’armonia? Quando e dove avevo sentito questo richiamo,la colomba che tubava terrorizzata, l’aquila che strignava e le dava la caccia, e la voce soave, molto lontana, della salvezza?

I giovani si mossero per andarsene, dopo aver riposto le chitarre e i mandolini sulle spalle.

– Ehi, Francesco – gridarono al cantore – perché indugi? Andiamo! Neanche stasera la tua nobile fanciulla aprirà la finestra per gettarti la rosa! Tutti risero, ma il cantore non rispose; era avanzato per svoltare l’angolo e per poi scendere in piazza, dove si sentiva cantare dalle taverne ancora aperte. E allora io mi buttai davanti a lui e temetti che mi sfuggisse. Sentii improvvisamente che la colomba era la mia anima, l’aquila era Satana, e questo giovane il petto in cui rifugiarsi; tolsi il mio mantello tutto bucato e lo stesi per terra perché egli vi camminasse sopra. Il suo corpo emanava un profumo come quello del miele, della cera, della rosa; il profumo della santità, come quando apri un reliquiario d’argento, così profumano le ossa del Santo. Si girò, mi guardò, mi sorrise.

– Perché? – mi disse piano.

– Non so, mio nobile signore, come vuoi che lo sappia? Il mio mantello è scivolato da solo dalle mie spalle e si è disteso per terra per farti camminare sopra.Il  suo sorriso si spense, esitava. Si piegò e mi domandò impaurito.

– Hai visto qualche segno nell’aria?

– Non so mio signore, tutti sono segni; la mia fame, la luna, la tua voce; non mi domandare, mi vien da piangere.

– Tutti sono segni, mormorò guardandosi intorno inquieto.

Tese la sua mano, le sue labbra carnose si schiusero come se volesse farmi qualche domanda e non si decidesse a farla. Nella pienezza della luce lunare il suo viso era pallido, le sue mani diafane. Fece un passo avanti e mi si avvicinò. Mi abbassai per ascoltare cosa volesse dirmi e sentii sul viso il suo respiro che sapeva di vino.

– Niente … disse irritato; non mi guardare così, non ho niente da dirti!

Allungò il passo e mi disse:

– Vieni con me. Io correvo dietro di lui sotto la luce della luna, lo guardavo vestito di seta, con la lunga piuma rossa sul cappello vellutato, ed un garofano all’orecchio.«Costui non cerca Dio» pensai dentro di me. «La sua anima è affondata nella carne».Subito la mia anima ne ebbe pietà. Tesi la mano e toccandogli il gomito, gli dissi:

– Mio signore, perdonami: volevo farti una domanda; mangi, bevi, sei vestito di seta, canti sotto le finestre, la tua vita è un divertimento, sei sicuro che non ti manchi niente? Il giovane si voltò repentinamente e si scansò per non farsi toccare.

– Non mi manca niente, mi rispose ostinatamente, perché me lo domandi? Non voglio che mi si domandi nulla! Mi si strinse il cuore.

– Perché ho pietà di te, mio signore, gli risposi.E il giovane alla mia risposta volse con superbia la testa e disse:

– A me? Tu?! e rise. Ma poco dopo abbassando la voce:

– Perché hai pietà di me? Domandò affannato.Non risposi.

– Perché? insistette. Si abbassò e mi guardò negli occhi.

– Chi sei, vestito come un mendicante? Chi? Chi ti ha mandato a cercarmi, qui per le strade di Assisi a mezzanotte? S’inferocì:

– Confessa la verità! Qualcuno ti manda, chi? E non avendo risposta da me, seccamente mi disse:

– Non mi manca niente! e irritato: Non voglio che mi si compianga, voglio che mi si invidi! Sì, sì, non mi manca niente!

– Niente? feci io, neanche il cielo? Abbassò il capo rimanendo in silenzio, e aggiunse dopo poco:

– Il cielo è molto in alto, non posso raggiungerlo, la terra è benigna, molto benigna e più vicina a me!

– Non esiste cosa più vicina a noi del cielo, la terra è sotto ai nostri piedi e la calpestiamo, il cielo è dentro di noi. La luna stava cominciando a calare, poche stelle brillavano nel cielo, nell’aria si sentivano le canzoni, piene di passione, dai quartieri lontani; l’aria estiva era piena di odori e di amori. Giù nella piazza c’era aria di festa. Il cielo è dentro di noi, signore mio! ripetei io.

Come lo sai? mi domandò guardandomi con imbarazzo. Ho avuto fame, sete, ho sofferto. L’ho capito. Mi prese per il braccio:

– Andiamo a casa, ti preparerò una tavola per mangiare, ti darò un letto per dormire, però non mi parlare del Cielo: può essere dentro di te, ma non dentro di me!”

Nikos Kazantzakis da quando frequentava la scuola di S.Croce dei Francescini di Naxos sentiva una grande ammirazione, stima ed amore verso l’ Italia.

Apostolos Apostolou. Scrittore, docente di Filosofia . 

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