Una storia vera, una delle tante, purtroppo.
Due giorni, 4 Donne assassinate. Le ultime due a pochi chilometri da noi, con un passato d’inferno, rovinato dagli uomini che le avrebbero dovute amare e far sentire al sicuro.
Abbandonate anche da una società e da una macchina burocratica e dalla giustizia che non le ha protette, arrivando poi alla tragedia.
Due donne, due madri, due compagne che tentavano di rifarsi una vita, donne e figli e compagni distrutti dall’incapacità di gestire il pericolo di reiteramento dei reati da parte di un sistema giudiziario che non funziona a favore dei più deboli e bisognosi di protezione. Mi viene in mente questa storia, in qualche modo, però, a lieto fine.
Correva l’anno 2016, viaggio di lavoro… mi sedetti a fumare in una panchina dei dock di Liverpool, volevo sentirmi un po’ Mal dei Primitives pure io… allorché arriva un ragazzo sulla quarantina, la mia età, con la sua pausa pranzo in un sacchetto e un panino con dentro ogni “inglesità” possibile, forse cetrioli, prosciutto sintetico credo, dal colore…
Gli chiedo se sapesse per caso a che ora avrebbe aperto il museo dei Beatles e mi dice che li detesta, non li voleva neppur sentir nominare.
Mi scuso, lui si scusa con me ma mi racconta che erano il gruppo preferito di suo padre e che spesso in casa li sentiva dal giradischi.
Quindi pensai ne fosse assuefatto.
Mi guarda, mi dice: “So che non sono affari tuoi, però vorrei tu sapessi perché non li ascolto più. Io sono cresciuto in questa città in un quartiere popolare, non povero, in famiglia non mancava mai nulla. Io giocavo con i bimbi miei vicini di casa, vivo qui da sempre e conosco molta gente, mio padre lavorava dignitosamente in porto e mia madre badava a me. Sì, perché sono figlio unico. I miei mi hanno avuto molto presto, mio padre Desmond aveva 23 anni e mia madre 21, all’epoca si poteva ancora diventare genitori giovani.
Desmond Mirror mio padre, figlio di un brav’uomo tutta famiglia, lavoratore onesto. Mia madre, Molly Simmons, innamorata persa di mio papà, orfana di padre da bimba, con sua madre che ha lavorato per crescerla quantomeno dignitosamente, tra mille difficoltà. Non ricordo molto dai quattro anni in giù.
Ricordo quando avevo cinque anni e in casa si sentiva Strawberry Fields uscire dal soggiorno, così soave, interrotta dalle urla di mio padre che inveiva contro mia madre perché secondo lui non lavorava abbastanza in casa. Era tardi per la cena, la tavola era preparata.
Ricordo che la canzone fu interrotta da un frastuono di stoviglie, piatti e bicchieri frantumati a terra, vidi una bottiglia volar fuori dalla cucina e stamparsi sul mobile dove tenevamo il telefono, in mille pezzi.
Io ero in camera che giocavo non ricordo con cosa, terrorizzato, sentivo mia madre dire con un filo di voce “Basta Desmond, per favore, basta”.
Poi come un botto, come la grancassa della batteria, ma non era parte della canzone. Era uno schiaffo di mio padre sulla faccia di mia madre, che rimbalzò contro il muro e vi si stampò il volto.
Uscì dalla cucina, piangendo, non aveva il coraggio di singhiozzare perché non voleva la sentissi.
Mio padre scese in magazzino, io andai in bagno e vidi che aveva la parte sinistra del viso tumefatta dalla botta contro il muro.
Mi venne da piangere, Lei mi disse: “Tuo papà non è cattivo, è nervoso per lavoro e aveva fame, io ero in ritardo con la cena”.
Lui risalì dopo circa un’ora, ci sedemmo a tavola come nulla fosse, tutto a posto. Ma questi episodi iniziavano a ripetersi, urla e improperi a mia madre per ogni pochezza. A volte volavano strette di polsi, a volte al collo, soliti singhiozzi.
Ricordo una volta che discussero e mio padre venne da me e mi invitò ad andare a trovare un mio amichetto. Dovetti uscire di casa. Non ti racconto con che coraggio. Quel giorno suonava l’Album Bianco però… tutta un’altra musica. Quando rientrai notai il livido sotto l’occhio sinistro di mia mamma, mascherato col trucco. Quello, quel che si vedeva, poi non so altrove se c’era dell’altro.
Avevo circa sette anni.
Fu così che a forza di “Let it Be”, che come sai vuol dire “Lasciala correre”, ma anche “Lascia andare”… Molly si lasciò andare… Faceva tutto per me, come prima. La situazione con mio padre l’aveva annientata e gettata in una disperazione interiore, cadde in depressione, da lì altre conseguenze.
Ma con me era sempre a posto. Anche con mio padre, innamorata più che mai. Lui se ne accorse, ovviamente.
Apriti cielo. Botte da orbi, quella era la sua terapia. Urla e urla, non dimenticherò mai quando lei diceva con un filo di voce e terrore che le bloccava l’ugola “Basta Desmond, basta, Ahi, mi fai male”. E giù un’altra sberla. Poi passava da me in camera. Mi chiedeva se era tutto a posto. E certo, una favola. Dicevo, “Sì Papà”. Poi si cenava. Una fame, guarda!
Mia madre smise, uscì da sola da quella situazione (si scusò con me, ricordo le testuali parole: “sono una testa di c…, scusami, devo solo vergognarmi”), mio padre si calmò qualche anno, soprattutto quando lei venne operata per un tumore, che grazie a Dio riuscirono ad asportare totalmente con l’organo intaccato.
Dopo l’operazione credevo, credevamo, lui fosse cambiato, si era calmato. Per un po’. Da un certo periodo spariva di casa e Molly aveva la sensazione che Desmond non andasse veramente a lavorare 24 ore al giorno.
Scoprì un tradimento che perpetrava con una sua amica… era disposta ancora a perdonare, ma Desmond non reagì bene. Di fronte all’incazzatura di mia madre, lui la accusò di essere inadeguata per lui, di aver voglia di evadere, di aver trovato amore vero.
Lei cadde in una depressione cosmica, veramente non sapevo più che fare, ma almeno ero cresciuto e mi occupavo di lei. Un giorno uscii per portare l’auto dal meccanico, regolare tagliando.
Commisi l’errore di lasciarla a casa sola, talvolta rinunciavo a vedere gli amici per portar via mia mamma da casa. Non volevo incrociasse mio padre, sarebbero stati guai. E difatti… ero dal meccanico, mio padre mi telefona e mi dice che mia madre è inciampata.
Rientro a casa, cuore in gola. Ciuffi di capelli ovunque, mia madre riversa a terra mi dice (e lì ho tirato un sospiro di sollievo, sentendola parlare) che mio padre l’ha pestata. Non parlo, la sollevo, la carico in macchina e la porto al Pronto Soccorso.
Non mi ricordo quante costole le aveva rotto. Tante. La denuncia partì da parte delle autorità, poi mia madre e io decidemmo di ritirarla. Non sarebbe stato un gran bello raccontare a mio figlio che il nonno era stato denunciato dal padre. Era pur sempre mio padre. A dir la verità, mi pregò lui di ritirarla. Aveva paura. Finalmente si separarono. La fine di un incubo.
Dopo anni pareva tornassero ad andare d’accordo, mia madre si era rifatta una vita e si era ripresa la sua dignità. Non altri uomini, perché Molly voleva il suo Desmond, come in Obladi Oblada.
Tornarono a rifrequentarsi, a rifrequentare gli stessi amici di un tempo. Ma vedevo che Desmond “zoppicava” ancora… sino a che un giorno sentii mia madre in casa urlare “NO! Le mani addosso basta!”.
Per fortuna c’ero io, come spesso era necessario io ci fossi, in passato. Entrai, cacciai fuori mio padre di casa, mi girai e mi arrivò un colpo sul volto, alle spalle.
Lo mandai via, non lo rividi più, sino a quando, sempre mia madre e io, lo seguimmo negli 8 mesi di malattia. Morì di cancro.”
Beh, intanto il tizio si era mangiato il suo indicibile sandwich e bevuto credo una birra inglese, quella pareva buona… Si scusò per avermi intrattenuto con questo discorso, ma disse che era solo in pausa e che quindi, scambiar due parole non gli spiaceva.
Disse anche che raccontava questa storia quasi vergognandosi, volendosene liberare, che avrebbe voluto forse neppure viverle certe situazioni e che probabilmente lo hanno fin troppo “temprato” (credo volesse dir questo, il mio inglese non ha poi così molti vocaboli all’attivo) in un periodo troppo lungo per resistere a lungo.
Però mi ha anche detto che ora ha un figlio che credo abbia la stessa età del mio e che Molly ora sta bene e si gode il nipote.
Il tizio si chiamava John Mirror ed il Museo dei Beatles aveva aperto da poco.
Gianluca Longo
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