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La figlia di George Floyd merita di essere protetta dal fuoco mediatico che si è scatenato intorno alla morte del padre

2 minuti di lettura

Negli ultimi giorni abbiamo sentito tutti parlare del decesso di George Floyd, tenuto bloccato a terra per 8 minuti e 46 secondi con il ginocchio del poliziotto Derek Michael Chauvin sul collo.

Testimoni presenti riferiscono di aver sentito più volte la vittima implorare aiuto dicendo: «Non respiro». L’intervento dei paramedici e il trasporto in ospedale non hanno potuto salvare l’uomo.

A seguito di questo si sono scatenate proteste in tutta l’America che sono degenerate in saccheggi e rivolte. Ad oggi in l’America vige il coprifuoco fino alle 8 e le vetrine dei negozi sono state protette e sbarrate.

Quello che mi salta all’occhio però è la strumentalizzazione mediatica che si sta creando intorno alla figlia di Floyd.

Abbiamo sentito riportare in diversi articoli la frase: “Mio papà mi manca, giocava sempre con me. Da grande vorrei diventare un medico per aiutare gli altri”. Queste le parole di Gianna, la figlia di sei anni di George Floyd intervistata assieme alla madre su Abc News.

In Italia intervistare i minori non è concesso. Questo è stato sancito nella Carta di Treviso  che è un protocollo firmato il 5 ottobre 1990 dall’Ordine dei Giornalisti con l’intento di disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia. La Carta, da una parte salvaguarda il diritto di cronaca, dall’altra pone l’accento sulla responsabilità che tutti i mezzi d’informazione hanno nella costruzione di una società che rispetti appieno l’immagine di bambini. Alla base c’è il principio di difendere l’identità, la personalità e i diritti dei minorenni coinvolti in situazioni che potrebbero comprometterne l’armonioso sviluppo psichico. 

“Art. 5 della Carta di Treviso  si stabilisce che il bambino non va intervistato o impegnato in trasmissioni televisive e radiofoniche che possano lederne la dignità o turbare il suo equilibrio psico-fisico, né va coinvolto in forme di comunicazioni lesive dell’armonico sviluppo della sua personalità, e ciò a prescindere dall’eventuale consenso dei genitori.”

Vedere la bambina, interdetta davanti alla giornalista con al fianco la madre in lacrime è qualcosa che mi ha turbato. Si può fare male a una bambina senza torcerle un capello,  esponendola al pubblico a pochi giorni dalla morte del padre.

Ovviamente in America vige un codice diverso nel giornalismo, credo comunque che nel cavalcare l’onda mediatica si debba tutelare la minore in questione.

Va bene che l’intervista è stata fatta in America, ma non è comunque deontologicamente scorretto ad opera della stampa italiana diffonderla? A quanto pare sembra prevalere la voglia di diffondere articoli cosiddetti “acchiappalike”.

Non vedo alcuna sincera cura e premura per la bambina e sua madre. La bambina non andrebbe esposta ma protetta.  Le molte voci di questa protesta – alcune sincere, alcune che invece hanno altri interessi – hanno bisogno di simboli  per infiammarsi ancora di più.

La cosa più terribile che può capitarle, oltre ad aver perso un padre, è quello di convincersi che è la figlia di un movimento, di un eroe e la paladina di una protesta antirazzista mentre per lei ci sarebbe solo il bisogno di vivere il lutto in pace, ricordando il suo papà nella sua dimensione più vera.

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