Riceviamo e volentieri pubblichiamo un nuovo intervento a firma di Luigi Giovannini sull’attuale panorama socio-politico-economico italiano
I fondi europei sconvolgono i sonni di molte persone abituate a partecipare alla condivisione di svariate opportunità economiche promosse dalla politica e frenate oggi dall’autonomia gestionale del Presidente del Consiglio che è diventato un insormontabile ostacolo ai loro tradizionali benefici.
Per cercare di riguadagnare le posizioni perdute, costoro s’impegnano a indebolire la sua attività esprimendo varie critiche nei confronti del governo, critiche che si concentrano soprattutto su insistite riserve nell’azione di contrasto al covid, su ipotetici ritardi nell’attuazione del recovery fund e terminano, per ora, con l’esaltazione di un malsano accordo Zingaretti/Berlusconi che, partendo dall’aggiramento di una decisione della Corte di Giustizia Europea, celebra l’iniziativa come promotrice degli inviti unitari di Mattarella, quando invece soddisfa unicamente le esigenze di un’azienda con guida incerta e traballante, ma con forti protezioni politiche, e non mi sorprendo se Berlusconi si pavoneggia, ma mi rincresce che Zingaretti abbia nuovamente abboccato.
In occasione delle varie leggi di bilancio, da decenni ormai assistiamo a un furioso assalto alla diligenza per indirizzare le risorse dello Stato verso influenti gruppi di potere che si procurano così ricorrenti supporti economici a vantaggio loro e dei loro protettori politici, e non possiamo quindi meravigliarci dei violenti scossoni in atto per inserirsi in una torta europea di 209 miliardi di euro: il Presidente del Consiglio, forse per le sue diverse esperienze professionali, ha interrotto queste tradizionali spartizioni d’interesse che coinvolgevano indifferentemente maggioranza e opposizione e ha polarizzato le posizioni politiche, riservandosi un preminente ruolo decisionale.
Rinnegare questa polarizzazione non mi sembrerebbe una strada conveniente, visto che viviamo in un Paese dominato dai conflitti d’interesse che, con le possibili scelte di Conte, si concentrerebbero almeno nell’ambito di grosse aziende pubbliche e quindi con ritorni occupazionali, economici e finanziari che potrebbero positivamente coinvolgere cittadini e casse dello Stato.
Per bloccare tutto ciò viene ora invocato anche un rimpasto, ultima spiaggia per chi vuole ripristinare i tradizionali raccordi politici per partecipare alla gestione dei miliardi europei, ma molte delle critiche espresse non sembrano particolarmente accurate, tant’è che:
• nell’azione anti Covid la priorità del Governo è la salute dei cittadini, affidata nell’inverno scorso a una chiusura generalizzata del Paese, da cui è derivato un sensibile miglioramento sanitario precursore di successive aperture estive, responsabili quest’ultime del riaccendersi autunnale dell’epidemia, affrontata questa volta con chiusure mirate: le critiche per eventuali e possibili leggerezze nella tregua estiva, si devono confrontare con i dati sulla letalità di questo coronavirus che il 21 marzo scorso (prima ondata) era del 7,8% e il 14 ottobre (metà seconda ondata) era scesa al 0,3%: l’indice potrà anche risalire, ma i frequenti up and down dimostrano che gli interventi governativi hanno efficacia e dovrebbero quindi essere strettamente seguiti.
Dobbiamo comunque e sempre ricordare la condizione del nostro sistema sanitario che, nonostante i ripetuti peana, al momento critico ha denunciato carenze strutturali e organizzative deprimenti: ciononostante è stata affrontata una situazione spaventosa, visto che negli ultimi 8 mesi sono decedute in Italia più 50.000 persone, quando nei 20 anni di guerra in Vietnam (01.10.1955 – 30.04.1975) sono morti 58.200 soldati americani.
Forse questi dati ci permettono di inquadrare con maggiore consapevolezza il problema che ha impattato il Paese, fermo restando che in tale situazione errori – anche gravi – possono essere all’ordine del giorno.
Meriterebbero invece particolari riflessioni sia il comportamento di alcune Regioni che, pur essendo totalmente responsabili del Servizio Sanitario Nazionale, non riescono a fornire nemmeno il vaccino antinfluenzale, e sia le insistite disattenzioni di noi cittadini a cui era stato chiesto – frequentemente invano – di seguire comportamenti di estrema e semplice prudenza: l’utilizzo di immuni, inoltre, è stato sostanzialmente ignorato dalla grande maggioranza della popolazione e questo non è sicuramente di buon auspicio per l’atteso vaccino che tutti invocano e la cui efficacia sembra necessitare della copertura del 70-80% degli abitanti;
• i presunti e sbandierati ritardi del governo sull’attuazione del recovery fund si basano invece su tempistiche che appaiono fantasiose, perché le date fissate dall’Europa vedono entro il 30 aprile 2021 la presentazione dei piani nazionali, per poi prendere un impegno di spesa entro il 2023 e infine utilizzare le risorse entro il 2026.
Non capisco quindi questa pressione temporale sui piani del governo che potrebbero anche slittare rispetto alle iniziali previsioni, ma – per ora – rientrerebbero comunque nelle scadenze indicate e questa inspiegabile insistenza ripete la stucchevole polemica aperta dal maggio scorso sulle risorse Mes (36 miliardi) il cui utilizzo appare improprio senza un definito nuovo piano sanitario (a chi e per cosa andrebbero spesi quei soldi?) e senza il placet di un ministro del Tesoro (persona a mio avviso non irresponsabile) che ritiene e dichiara di non aver necessità di cassa: il tutto è figlio di un indirizzo del governo che – contrariamente ai suoi critici – dà precedenza alla strategia programmatica rispetto alla frenesia dell’incasso (sbagliato?) e, contemporaneamente, preferisce non incrinare delicati equilibri politici che altri invece dal maggio scorso vorrebbero, a loro esclusivo beneficio, frantumare.
Credo infine opportuno ricordare che il pacchetto europeo in questione si chiama in realtà “next generation eu” e quindi le risorse disponibili dovrebbero essere sottratte agli attuali insistenti approfittatori, per riservarle a costruite il futuro di chi abbiamo già pesantemente danneggiato con un sconsiderato ricorso al debito pubblico.
Luigi Giovannini
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