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Italia in ritardo sul clima

2 minuti di lettura

Tra gli ultimi in Europa per le performance climatiche, con politiche insufficienti e obbiettivi deludenti

Baku, 20 novembre 2024 – L’Italia continua a mostrarsi in difficoltà sul fronte delle politiche climatiche, posizionandosi al 43° posto nella classifica del Climate Change Performance Index (CCPI) per il 2024. Il rapporto, curato da Germanwatch, CAN, NewClimate Institute e Legambiente per l’Italia, è stato presentato durante la Cop29 a Baku.

La graduatoria analizza le performance climatiche di 63 Paesi, insieme all’Unione Europea nel suo complesso, che rappresentano oltre il 90% delle emissioni globali.

Dopo il crollo dello scorso anno, quando l’Italia aveva perso 15 posizioni arrivando al 44° posto, la situazione rimane critica. A pesare negativamente sono il rallentamento nella riduzione delle emissioni climalteranti (38° posto in questa categoria) e una politica climatica considerata inadeguata (55° posto).

Un piano nazionale poco ambizioso

Secondo il rapporto, il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec) dell’Italia è insufficiente per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni previsti dall’Accordo di Parigi. “L’Italia continua a nascondersi dietro soluzioni tecnologiche poco efficaci, come la cattura della CO2 e il nucleare,” ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. “Questo approccio rischia di farci perdere tempo prezioso e di rendere il Paese meno competitivo sia in Europa che a livello globale.”

Il Pniec prevede una riduzione delle emissioni del 44,3% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, un obiettivo inferiore al già insufficiente 51% stabilito nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr).

La classifica globale

Anche quest’anno, le prime tre posizioni della classifica non sono state assegnate, poiché nessun Paese ha raggiunto le performance necessarie per contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C.

La Danimarca si conferma in cima, al 4° posto, grazie alla significativa riduzione delle emissioni e allo sviluppo delle energie rinnovabili. Seguono Paesi Bassi (5°) e Regno Unito (6°), che ha compiuto un salto significativo rispetto al 20° posto dello scorso anno, grazie a una politica climatica più ambiziosa.

In fondo alla classifica si trovano i principali esportatori di combustibili fossili, come Arabia Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti. La Cina, principale emettitore mondiale, scende al 55° posto nonostante il rapido sviluppo delle rinnovabili, a causa dell’aumento delle emissioni derivanti dall’uso del carbone.

Gli Stati Uniti, secondo maggiore responsabile delle emissioni globali, restano al 57° posto, ma l’elezione di Donald Trump potrebbe portare a un’inversione di rotta, con lo smantellamento degli investimenti green avviati dall’amministrazione Biden.

Unione Europea

L’Unione Europea si mantiene al 17° posto, con 16 Paesi membri nella parte medio-alta della classifica, tra cui Danimarca, Svezia, Germania e Portogallo. Tuttavia, le performance europee sono penalizzate dall’inazione politica della Germania nei settori dei trasporti e degli edifici, nonostante i progressi nelle rinnovabili.

Il CCPI valuta le performance climatiche basandosi su quattro indicatori principali: il trend delle emissioni (40%), lo sviluppo delle rinnovabili (20%), l’efficienza energetica (20%) e la politica climatica (20%). Per l’Italia, l’inadeguatezza delle politiche nazionali rimane il principale freno al miglioramento delle performance climatiche.


L’Italia, con la sua visione limitata e la mancanza di obiettivi ambiziosi, si conferma ancora una volta in ritardo rispetto agli altri Paesi europei e mondiali. “Serve un cambio di passo deciso,” conclude Ciafani, “per evitare che il nostro Paese perda ulteriormente terreno nella lotta contro il cambiamento climatico.”

immagine generata con AI di proprietà del Nuovo Terraglio

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