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Indiryn

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

C’era un tempo, mi racconta sempre la nonna, in cui eravamo libere di andare dove volevamo e fare ciò che più ci dilettava. Si parla di tempi molto antichi, talmente lontani che queste parole sembrano appartenere più ad una fiaba che alla storia della nostra famiglia.

Ogni volta che la nonna con occhi sognanti e luminosi mi parla di lei e delle sue amiche che volteggiavano nei prati di montagna a passi di danza sospinte dalla brezza primaverile, sento nascere dentro di me una sorta di invidia: vorrei farlo anche io, mi piacerebbe provare a volteggiare almeno una volta, muovermi leggiadra tra i fili d’erba che mi solleticano le caviglie e la gonna del mio vestitino che si agita come una girandola catturata dal Levante che spira giocoso da est. La nonna mi legge come un libro aperto e quasi sicuramente ogni volta assumo un’espressione capricciosa che le fa intendere quanto trovi ingiusto che lei potesse farlo all’epoca ed io adesso no, ma i tempi sono cambiati, mi ripete ogni volta, non possiamo più danzare tra i fiori come le regine dei giardini, il mondo è diventato troppo pericoloso e non possiamo fare altro che rimanere chiuse in casa e nasconderci dagli uomini che vogliono farci del male.

Per quanto sia quasi una tortura ascoltare le sue storie giovanili, non posso fare a meno di chiederle ogni sera di ripetermi quegli episodi che per me sono i più belli, quelli che avrei voluto vivere anche io, tutti quelli in cui riesco ad immedesimarmi e a fantasticare di rivivere in prima persona nei miei sogni.

Ci sono i racconti ambientati in primavera, quando la natura si desta dal sonno invernale e gli alberi si vestono di nuova vita. È la stagione in cui gli uccelli tornano dalla migrazione e molti animali si risvegliano dal letargo. Il dolce ermellino cambia il colore della sua morbida pelliccia passando dal candido manto simile alla neve a quello bruno-rossiccio dei mesi più caldi; allo stesso modo, mi narra ogni volta, anche le ragazze passavano dalla gonna doppia e pesante ad abiti più leggeri che si intonavano alla natura novella, cosicché tutte loro si confondessero con le gemme bagnate dalla rugiada pronte ad imitare i boccioli prossimi alla fioritura.

Fra tutte, la nonna la nomina sempre, la bella Rosa spiccava per la sua grazia ed il suo portamento elegante; quanto desideravo vedere dal vivo e magari anche indossare uno dei suoi abiti setosi che venivano sempre descritti con tanta minuzia: quando li rivedo nei miei sogni mi sembra quasi di poterli toccare, ma appena allungo le dita per sfiorarli, ogni volta, mi risveglio nel mio letto con il primo sole del mattino sugli occhi.

Altri racconti si svolgono d’estate nei campi di granturco assolati che poi diventeranno profumata polenta, oppure vicino alle acque zampillanti delle cristalline sorgenti risorgive del Sile per trovare ristoro dalla canicola; anche se i più belli e romantici, i miei preferiti per questa stagione, narrano di vicende avvenute durante le torride notti estive quando le fanciulle erano accompagnate dallo scintillio delle lucciole sotto lo sguardo vigile della luna argentea. Durante queste notti molte amiche della nonna si esibivano in gioiosi canti dedicati al raccolto ed erano numerosissime le feste danzanti organizzate in quel periodo: eventi importanti dove si poteva sfoggiare ogni volta un abito nuovo dai colori sgargianti e fare a gara per essere la più appariscente.

La nonna mi racconta sempre di quella volta che una garzetta della palude le regalò alcune delle sue soffici piume bianche e questo fece di lei la dama più splendente di tutte, così meravigliosa avvolta nel candido manto che persino il re del bosco chiese di poter ballare con lei. Ora non viene più organizzato nessun ballo durante l’estate, ed il re del bosco è solo una figura leggendaria che popolava i vecchi racconti, non avrò mai il piacere di incontrarlo se non nella mia fantasia.

Poi ci sono le avventure autunnali ambientate tra le tinte calde e profonde delle foglie del radicchio così impertinenti da imitare il colore del primo mosto che imbrattava con la sua consistenza zuccherina i piedi delle ragazze che si divertivano a danzare sugli acini d’uva. La stagione dove compare la prima nebbia ed il vento diventa più freddo ma allo stesso tempo rende incredibilmente divertente destreggiarsi tra i cumuli di foglie giallo-arancioni che nascondono qualche tesoro donato dalla natura che sta per addormentarsi e che gli animali si affrettano a raccogliere come scorta per l’inverno ormai prossimo. La nonna racconta sempre divertita di quella volta che usarono i ricci di castagno per adornare la gonna della loro amica Dalia che voleva a tutti i costi fare colpo sul guardiano della foresta; naturalmente non passò inosservata ma non andò nemmeno tutto liscio come avevano programmato. Erano davvero altri tempi, adesso non potevano più partecipare alla vendemmia né potevano azzardarsi a girovagare per il bosco raccogliendo pinoli e funghi: non c’era più nessun guardiano a proteggerle da quegli incontri spaventosi che non avrebbero più concesso loro di far ritorno a casa.

Anche in inverno trovano la loro ambientazione alcune storie che, forse grazie all’essenza cristallina del ghiaccio o alla magia della neve che cade, sono tutte terribilmente affascinanti. La protagonista è quasi sempre la spiritosa Gelsomina che adorava vestirsi di bianco per confondersi nella neve e fare scherzi insieme agli animaletti del bosco che le rassomigliavano per la pelliccia candida, ma anche la nonna era stata spesse volte la stella brillante di vere e proprie esibizioni sulle acque congelate del lago, scegliendo appositamente abiti dalle tinte azzurro pastello per simulare il volteggiare di un fiocco di neve, unico e perfetto in tutto il suo essere.

Meravigliosi racconti di un tempo che ormai è passato e mai più si ripeterà; eppure, alla fine di ogni storia, la nonna mi ricorda che, anche se non potrò mai assaporare la stessa libertà che ha vissuto lei da ragazzina, per fortuna a esiste una notte, una sola che cade con regolarità ogni anno, in cui anche ad una giovinetta come me, nata da pochi mesi, è concesso di uscire dalla nostra casa nascosta tra le piante, di essere libera di respirare l’aria a pieni polmoni e librarmi nell’aria come le nostre amiche farfalle; una notte dove noi boccioli della nuova generazione possiamo giocare con gli animali, annusare i fiori e raccogliere i frutti più dolci direttamente dalle piante.

È una notte magica dove il pericolo dell’uomo che ci cattura per rubare la nostra magia non esiste, ma di contro, per non penalizzare coloro che sono sempre stati buoni, voliamo sui terreni dei contadini meritevoli e cospargiamo i loro campi coltivati di polvere fatata.
È la nostra regina Freyja a rendere possibile annualmente questa gioiosa occasione, nella notte di Seiðr, la sacra notte della magia dove anche noi piccole fanciulle alate possiamo essere di nuovo libere e manifestare il nostro amore per la natura attraverso danze ed esibizioni leggiadre.
Tra pochi giorni, finalmente, potrò partecipare alla mia prima notte della magia e ringraziare la sovrana del popolo fatato regalandole preziosi fili di mamai, il nostro prezioso lino luccicante, da aggiungere a quelli ricamati sul suo mantello turchino come le acque della valle.

Spero anche di incontrare le amiche della nonna che ormai conosco come sorelle: la piccola Margherita, la calma e simpatica Melissa, la saggia Iris, la capricciosa Ortensia, e fare amicizia con le loro nipoti per creare dei ricordi tutti nostri da raccontare alla prossima generazione di fate dei fiori. Vorrei stupirle tutte con il vestito nuovo che la mamma sta confezionando per me, dice che per il modello si è ispirata al mio nome che è lo stesso del fiore della spiritualità e del buonumore: il fiore della pianta che gli umani chiamano cichorium intybus, ma che noi chiamiamo Indiryn, la fiamma dei campi. Forse sarà sfrangiato e dalle tonalità azzurro indaco come il cielo di settembre, proprio come se indossassi il fiore che mi rappresenta; oppure avrà una lunga gonna rosso scuro dalle venature bianche così da simulare il bellissimo ortaggio amarognolo che sboccia da quella pianta.

Non l’ho ancora visto né posso prevedere come mi starà, ma sicuramente sarà incantevole come quelli che indossava la nonna da giovane, e soprattutto mi permetterà di danzare leggiadra nell’aria seguendo il soffiare del vento esattamente come faceva lei nei suoi racconti, esattamente come faccio io in tutti i miei sogni quando vado ad omaggiare la bellissima pianta che mi ha donato il suo nome.

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