La nostra Costituzione si differenzia da quasi tutte le altre fin dalla prima riga: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. È un’affermazione originale, ma soprattutto carica di un profondo valore. In quella frase, il lavoro non è inteso soltanto come un mero strumento economico di sostentamento, un mezzo per guadagnare o sopravvivere. Il lavoro è la sostanza stessa dell’agire umano: si lavora per continuare a lavorare. Solo così si dà continuità e significato all’esistenza. E sul lavoro c’è il fondamento dell’essere gruppo. Lavorare significa lavorare assieme.
Questo principio capovolge la prospettiva e responsabilizza fortemente lo Stato e le imprese. Il loro compito primario diventa garantire che il lavoro ci sia, e che sia per tutti. Perché solo la continuità del lavoro permette di pianificare il futuro, sottraendo l’individuo all’imprevedibilità del destino. Siamo Homo Faber prima ancora che Habilis o Sapiens. Gli esseri umani sono strutturati per operare insieme. Lavoro e gruppo sociale sono archetipi da cui non possiamo prescindere.
In natura, del resto, l’isolamento è una condanna. Il branco coopera per procurarsi cibo e riparo, proteggendo il singolo. Gli uccelli riescono ad affrontare migrazioni estenuanti solo perché volano in stormo, sfruttando la forza del gruppo. Dai microrganismi fino alle strutture sociali più complesse, l’organizzazione collettiva rende più efficiente ciascun individuo.
Nei secoli passati, il villaggio e la masseria costituivano l’ossatura di una società capace di fare fronte a tecnologie ancora rudimentali. Gli scavi archeologici ci mostrano con chiarezza quanto fossero piccole le abitazioni del passato: spazi ristretti, essenziali, usati solo per dormire e proteggersi dalle intemperie. La vita vera si svolgeva fuori, nei campi, lavorando in squadra per velocizzare il raccolto e ottimizzare le energie.
Quelli della cooperazione e della comunità sono archetipi profondi, che continuano a resistere dentro di noi nonostante la spinta contemporanea all’individualismo e alla solitudine. Nelle masserie dell’Ottocento tutto era trasparente e interconnesso. La sicurezza nasceva dalla conoscenza reciproca: il gruppo custodiva il singolo. Oggi, invece, ignoriamo chi viva dall’altra parte del pianerottolo. E quando la cronaca ci travolge con una tragedia, ci scopriamo spiazzati: “Sembrava una persona normale, una famiglia come tante”.
L’isolamento ci ha fatto smarrire il “buon senso”, inteso nel suo significato più nobile: il sentire comune. È una carenza che oggi appare drammatica, quasi inevitabile. Eppure il buon senso non si genera nella solitudine, né si trova nelle piazze urlanti dei cortei che ripetono slogan antagonistici. Il vero senso comune nasce nel gruppo che collabora per un fine costruttivo: la tutela e lo sviluppo di ogni persona.
È la comunità che intuisce i pericoli, trova le soluzioni e orienta le scelte verso il bene di tutti. La dimensione della “masseria”, con il vivere e lavorare assieme, condividere spazi e tempi, dove ognuno è parte dell’insieme e viene accolto come un pari che può accedere agli spazi comuni perché li sente propri, rappresenta la base del senso comune che oggi è sempre più smarrito e relativo. Il buon senso nasce dal sentire comune, l’unica forma di sapere e conoscenza che ci permette di vivere in pace e sicurezza.
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