Donald Trump torna ad alzare il livello dello scontro commerciale internazionale annunciando una nuova tornata di dazi che colpirà più di 80 Paesi, tra cui l’Unione Europea, il Regno Unito, il Canada, il Messico, la Cina, l’India e l’Australia. La misura sostituisce il dazio globale del 10% introdotto nei mesi scorsi e scaduto nella notte tra giovedì e venerdì, aprendo un nuovo capitolo della politica protezionistica della Casa Bianca
USA. La decisione arriva dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva limitato l’utilizzo dei precedenti strumenti impiegati dall’amministrazione Trump per imporre tariffe generalizzate, ritenendo che il presidente non disponesse di un potere così ampio senza l’intervento del Congresso. Per aggirare l’ostacolo giuridico, la Casa Bianca ha scelto ora di ricorrere alla Section 301 del Trade Act del 1974, una norma che consente di adottare misure commerciali nei confronti di Paesi accusati di pratiche scorrette, in questo caso legate al mancato contrasto del lavoro forzato nelle filiere produttive.
Dazi dal 10 al 12,5%
Le nuove tariffe varieranno tra il 10% e il 12,5%, a seconda del Paese interessato. Secondo l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), la misura mira a incentivare i partner commerciali ad adottare controlli più severi contro l’importazione di beni prodotti con lavoro forzato.
Il rappresentante commerciale Jamieson Greer ha sostenuto che gli Stati Uniti applicano da decenni rigorose norme in materia e che è giunto il momento affinché anche gli altri Paesi adottino standard analoghi.
La reazione dell’Europa
L’annuncio ha suscitato immediate reazioni nelle principali capitali occidentali. L’Unione Europea ha espresso sorpresa per la decisione, sottolineando di aver rispettato gli impegni assunti nell’accordo commerciale transatlantico raggiunto con Washington lo scorso anno.
L’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha dichiarato che Bruxelles chiederà chiarimenti all’amministrazione americana, lasciando intendere che la Commissione europea valuterà possibili contromisure qualora non emergano motivazioni convincenti.
Anche Canada, Australia e Brasile hanno contestato il provvedimento, definendolo ingiustificato. Ottawa ha ricordato di essere già tra i Paesi più attivi nel contrasto all’importazione di prodotti realizzati con lavoro forzato, sostenendo che un’azione di questo tipo dovrebbe essere affrontata attraverso organismi multilaterali piuttosto che con iniziative unilaterali.
Nuove tensioni sul piano giuridico
La decisione potrebbe aprire un nuovo fronte giudiziario. Numerosi esperti di diritto commerciale ritengono infatti che il presidente stia nuovamente estendendo oltre i limiti costituzionali le proprie competenze in materia tariffaria.
Secondo diversi analisti, la Costituzione americana attribuisce infatti al Congresso il potere di stabilire le imposte sulle importazioni. Per questo motivo non si esclude che le nuove misure possano essere impugnate davanti ai tribunali federali e, successivamente, tornare all’esame della Corte Suprema.
Una strategia centrale per Trump
Fin dal suo primo mandato Donald Trump ha fatto dei dazi uno degli strumenti principali della propria politica economica. Il presidente sostiene che le tariffe proteggano l’industria americana, favoriscano il rientro della produzione negli Stati Uniti e riducano il deficit commerciale nei confronti dei principali partner economici.
Una linea che continua a rappresentare uno dei pilastri della sua agenda, nonostante le crescenti contestazioni interne ed esterne.
Le ricadute sull’economia americana
Diversi sondaggi mostrano come una larga parte degli americani ritenga che le politiche tariffarie abbiano contribuito all’aumento dei prezzi al consumo, aggravato anche dall’incremento dei costi energetici seguito alle tensioni in Medio Oriente.
L’amministrazione Trump respinge queste accuse e sostiene invece che l’economia statunitense continui a mostrare segnali di solidità, indicando il rallentamento dell’inflazione di fondo come prova dell’efficacia delle proprie politiche economiche.
Con le elezioni di metà mandato ormai alle porte, la nuova offensiva commerciale rischia di trasformarsi anche in un tema centrale del confronto politico interno, mentre sui mercati internazionali cresce l’incertezza per le possibili ripercussioni sugli scambi globali e sulle relazioni economiche tra Washington e i suoi principali alleati.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
